L'assedio di Firenze

Part 26

Chapter 263,829 wordsPublic domain

«Ci entrano benissimo, perchè significa che il contado è perduto.»

«Inoltre vedete un poco a che cosa ci giova questa libertà: se, per pagare meno io gravezze, parmi ne abbiamo pagate più in un mese di repubblica che in un anno sotto i Medici; se, per vivere meglio a modo nostro, io ho vissuto sempre a bell'agio perchè di cui non dico mai nulla, di Dio poco; voglia di entrare in bigoncia non ne sento, bado al traffico e ai libri della ragione; sicchè poco m'importa o nulla che o Marzocco o Palle tengano il palazzo.»

«Vivere a bell'agio sotto la repubblica! Io non conobbi mai leggi più gaglioffe di quelle che promulgò Fiorenza nei tempi di reggimento popolare; immaginate, ogni cittadino non potrebbe usare a pranzo o a cena più che due sorte vivande, il lesso e l'arrosto; egli è vero che sotto la vivanda lesso o arrosto lasciavano adoperare di tre specie di carni, nè si computavano per vivanda i bramangiari, i mortiti, i berlingozzi, solci, pere guaste con anaci, acqua rossa, zucchero, bircoccoli e il pane e il vino era ad arbitrio; ma alla fin fine si chiamerà vivere libero quello che t'impedisce sotto la pena di fiorini dieci larghi di oro in oro mettere in pratica un qualche ritrovato che sapesse consigliarti il tuo ingegno...[147]?»

«Mi rimane a tentare una prova per deliberarmi in tutto alla partenza.»

«In grazia, qual prova?»

«Di consultare un profela.»

«Messere, badate, di non dar di capo nei gerundii. Dove sono eglino i profeti a Fiorenza?»

«Sonci, ed io ne tengo uno in casa mia.»

«Domine, aiutatemi! o come si chiama egli?»

«Si chiama Virgilio Marone.»

«S'io non mi sbaglio, parmi avere udito che fosse un poeta costui or corrono anni meglio di mila e cento.»

«Quel desso — ed è profeta. Come Isaia, Geremia e gli altri del popolo ebreo, ei profetò la venuta di Gesù Cristo là dove nella egloga a Pollione, invaso dallo spirito divino, cantava: _Magnus ab itegro saeculorum nascitur ordo. — Jam redi tet virgo, redeunt saturnia regna; — Jam nova progenies cœli demittitur alto._ — Ora la virtù profetica, rimase ne' suoi libri, e consultati secondo i riti, di rado avviene che non rispondono prognosticando il futuro.»

«Davvero! Voi mi mettete un grand'uzzolo addosso di provare...»

«Venite: entriamo senza avvisare nessuno della famiglia in casa mia nello studiolo terreno e interroghiamo l'oracolo.»

«Mi raccomando a voi...; dopo faremo un poco di cena.»

«Come volete; — innanzi di lasciare certo mio buon trebbiano arrubinato, e sarà bene tòrcene una satolla.»

«Amen! amen! I' sono con voi.»

E, aperto un usciolo, entrarono nel piano terreno; colà il padrone di casa battuto il focile, trasse dallo stipo una candela di cera gialla la quale consegnò accesa con molta solennità al compagno. Dipoi, messo sopra un leggio il volume delle opere di Virgilio ricoperto di velluto paonazzo, e raccomandato il silenzio e il raccoglimento, mormorando certe sue preci, stese attorno attorno al leggio un nastro di seta nera. Ciò fatto, chiama il compagno e lo invita a entrare nello spazio determinato dalla riga; — il compagno entra e comincia a tremare.

«Eh! dico messere Luigi, non vi sarebbe per avventura pericolo di capitare male?»

«Silenzio! Od io non vi mallevo delle vostre ossa.»

E, senza più oltre badare a lui, si cinge intorno agli occhi una benda, — si prostra, — si rialza e si volge ai quattro lati della terra; allora prende a recitare con empio e, forse direi meglio, stolto miscuglio di sacro e di profano, orazioni alla Trinità, alla Madonna, agli spiriti che vanno pel mondo quando la notte è nera, e il cielo minaccia burrasca; e sovente ricorrevano nei suoi scongiuri l'_abracadabra_, il _tetragammaton_, il _pentagrammaton_, e parole altre cotali da cacciare il ribrezzo della febbre quartana addosso ai meglio animosi.

«O messere Luigi, diceva l'altro in suono piangoloso, non vi venisse mica la fantasia di far comparire il demonio...»

«Silenzio! Qui non entrano per nulla gli spiriti maligni, — non vedrete nulla, o vedrete soltanto spiriti _mediossumi_, ombre di gente che fu; — tenete fermo il cero, — raccoglietevi, perocchè il mistero sta per operarsi.»

E ciò discorso, continua infiammandosi di mano in mano nei detti e nei gesti, sicchè in breve spumava dalla bocca enfiata e si scontorceva nella persona a modo di maniaco; all'improvviso caccia un terribile grido:

«Eccolo! eccolo!»

«Chi ecco?» risponde spaventato il suo compagno; — e preso da forte tremito lascia cadersi il cereo di mano, il quale percotendo a terra si spenge.

L'altro impetuosamente apre il volume e col dito convulso scorre diverse parti delle sue pagine, finchè quasi condotto da ispirazione lo ferma sopra un punto; tutto anelante con la manca si tira giù dagli occhi la benda ordinando al tempo medesimo:

«Accostate il torchio, ch'io legga l'oracolo.»

La stanza era buia.

«Gherardo! o messere Gherardo! Il lume! avess'io perduta la vista! Gherardo, parlate... io non ardisco muovermi per amore dell'oracolo.»

E Gherardo, per quanto glielo permette il battere dei denti, risponde:

«M'è caduto il torchietto di mano... abbiate pazienza...»

Messere Luigi non volle abbandonare il libro, ed ora con umili istanze, ora con parole concitate, gl'impone riaccenda il lume. Quando non senza molte difficoltà la candela fu accesa messere Luigi drizzò bramoso gli occhi al volume e lesse ad alta voce: _Eeu fuge crudeles terras fuge! litus avarum_[148]! — rimase attonito per lunga pezza; l'altro che non intendeva di latino del suo tremore tremava e non ardiva aprire la bocca; all'improvviso messere Luigi quasi uscisse dallo spavento del fantasima afferra per ambe le braccia messere Gherardo e gli dice:

«Rompiamo gl'indugi: — qui non v'ha tempo da perdere, fuggiamo...

«Oh! Dio! senza cena?»

«Se non preferite il cenare al morire.»

Con terribile impeto di repente si schiude la finestra; i vetri percossi si spezzano fragorosamente, e per tutta la stanza se ne spargono i frantumi, al tempo stesso una voce severa si fa sentire che dice:

«Codardi! voi rinnegate la patria, — la patria rinnega voi; sgombrate subito; — il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»

I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran parte la udiva.

Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo, al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era scritto, _Dies nostri quasi umbra_, e in minore cartello la sentenza del divino Alighieri:

Le nostre cose tutte hanno lor morte Siccome voi, ma celasi in alcuna Che dura molto, e le vite son corte.

In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano, secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione forte agitava le menti del popolo, non è da dirsi se durante la notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel misterioso colloquio.

A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva, esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso, morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva; finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:

«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini[149]! — Qual fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere? — Nulla; — e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente per pensare, un braccio per percuotere; — nulla! e sì, che l'anima loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio e l'amore. — La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso, perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul candelabro. — Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. — Ed ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere; le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle generazioni. — Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: — s'io gettassi sopra i vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore! la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto del bene; — e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia, domanderei ragione del tuo male. — Da quando io prima apersi gli occhi consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;... però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo cammino mi abbandono. Ah! Creatore, — dipartirsi dai cieli, stendere la mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla onde soffrisse la stretta delle tue dita e l'angoscia della caduta per balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima terra... certamente non fu segno di amore[150]. — Centinaia di migliaja d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha vissuto; — quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: — noi non vivemmo mai! — Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente non ha difesa; — chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra un sorriso di scempio e non l'ajuta. — Le repubbliche italiane ad una ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! — e noi non avremo pianto, e alle nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; — già noi vituperano vivi! — Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa sopra l'universa Italia; — si spenga come la fiaccola all'impeto della bufera... — Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; — ci manda dall'alto una virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»

[Illustrazione: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» _Cap. IX, pag. 238._]

* * * * *

Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque il Varchi ci narri nel decimo libro delle sue _Storie_ essere stati biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, — nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese, ne levasse la pianta e ne prendesse le misure[151]. Questi bastioni cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte circuivano l'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; — così descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con capecchio trito.

Non tutte siffatte fortificazioni erano condotte a termine nel tempo di cui favelliamo, perocchè mancassero i fossi, le vie coperte e simili altri accessorii; e poichè il nemico stava a fronte, e di giorno in giorno si temeva l'assalto, così non ismettevano mai il lavorio di giorno o di notte. Dante salendo pel poggio si fermò un momento a contemplare un numero infinito di fiaccole scorrere di su, di giù, da tutti i lati, e al chiarore di cotesti fuochi ammirò il solenne spettacolo di un popolo irrequieto per la propria difesa, pago, per mercede, del contento che l'opera stessa gli somministrava, senza secondi pensieri, senza idea comunque lontanissima di accordo, nè anche per ombra dubbioso di potere perdere la prova, fidente in Dio, fidente nel suo braccio, affatto sublime; popolo vero insomma, non già sozza, cupida, ignorante, iattante plebe e codarda; onde sospirando ebbe a dire: — Te felice, o popolo, se non ti fossi mai lasciato soverchiare dai tuoi eguali! Le mani che trattano la zappa meglio delle altre saprebbero reggere lo stato. —

Michelangiolo Buonarroti, non vecchio ancora, che di poco oltrepassava il cinquantacinquesimo anno, di membra vigorose e spigliate, con quel suo impeto terribile si vedeva trascorrere veloce da un punto all'altro senza posare un momento; pareva lo spirito agitatore di tutto il popolo quivi raccolto; lo avreste detto per quel suo roteare fantastico il genio custode della città.

Dante, comunque robustissimo uomo fosse, indarno si affaticava a raggiungerlo; ora se lo vedeva comparire sopra la testa, ora sotto i piedi, or lontano su i lati, sicchè quasi stava per disperarsi. Da qualsivoglia parte Michelangiolo si volgesse lasciava utili insegnamenti o esempi buoni o parole che poi diventavano sentenze tra quei popolani innamorati della sua virtù. Giunto presso a certo parapetto non anche condotto a termine, parendogli che troppo tardassero a compirlo: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» E gli operai: «l'uomo fa quello che può, maestro, noi non abbiamo mica cento braccia.» — «Cento braccia», riprende Michelangiolo, «non bastano là dove basta un sol fermo volere?» E gli operai di nuovo: «Non ci garrite, Michelangiolo; noi stiamo dietro a cotesti altri che pure hanno cominciato il cómpito quattro ore prima di noi.» — «Guai a quello», replica tosto il Buonarroti, «che cerca difesa al proprio fallo nel male operato altrui: _chi va dietro ad altri non gli passa mai avanti._» — «Con voi maestro non si vince nè s'impatta: tra due ore ve lo daremo finito.» — «Oh! questo si chiama parlare; a rivederci fra due ore.» — Di lì balza a un fosso, dove gli scavatori essendo addentrati un braccio più della persona nel terreno attendevano a penetrare più oltre; la voce di Michelangiolo passando gli ammonisce: «Figliuoli, la terra su i poggi è più _solla_ che al piano; badate che smottando non vi seppellisca: ponete due assi lungo le pareti e puntellate con una trave per traverso a contrasto, allora siete sicuri come in casa vostra.» Altrove volgendosi, ecco incontra un gruppo di uomini i quali si sforzano a portare su in cima al poggio una grossissima lastra di pietra; vi sottopongono tutte le mani; poi riunendo i conati tentano di pure una volta rotolarla; i muscoli dei bracci risaltavano nella maggiore loro tensione, protuberanti le vene delle tempie, gli occhi quasi scoppiati fuori dell'orbita. Michelangiolo si compiacque alquanto nel considerare cotesti arditi contorni; — vagheggiò quella parte dell'orditura del corpo umano, poi, soddisfatta la voglia di artista, lo prese amore dei male accorti: «Indietro!» grida, entrando improvviso in mezzo di loro, «porgetemi dei travicelli; qui, spingeteli qui dentro; ora vi adattate sotto una pietra; notate, quanto più il punto di appoggio si accosta al punto di contrasto, maggiore forza acquista la leva: — ora da questa parte, uniti insieme, pieghiamo la leva verso terra... su... su... su... ecco voltato il lastrone... continuate in questa maniera, e fra mezz'ora lo avrete posto in cima.» Di lì si stacca, e arriva ai fossi che si scavano sopra altra parte del monte: i manovali barellano la terra e, gettandola lungo i baluardi, s'ingegnano a renderli sempre più stabili; un vecchio di bell'apparenza e di sembianza degna di meno umile ufficio, rimasto solo, si sforza di recarsi in capo la barella, e senza aiuto far solo e vecchio quello che gli altri in due e giovani fanno; però la facoltà non rispondeva al proponimento, sicchè nel volto gli si legge l'ostinazione che manca, e lo sconforto che comincia. Michelangiolo gli è sopra, lo considera alquanto e poi: «Padre», gli dice, «e' parmi che voi non siate fatto per così basse opere.» — «Bassa opera!» risponde il vecchio; «quando torni in utilità della Repubblica, io non so come la si possa chiamare bassa.» — «Ma via, tra zappare, barellare la terra», soggiunge il Buonarroti, «e dettare leggi ci corre a mio parere una certa tal quale differenza.» E il vecchio: «Quando tutti i Romani zappavano, vinsero tutti.» Michelangiolo soprastette alquanto pensoso, quindi riprese: «Però le forze vi mancano... e per troppi anni siete male atto a coteste fatiche.» — «Ah! poco pietoso cittadino, perchè mi fai sentire con le tue parole l'amarezza di non potere giovare meglio alla mia patria? Era pure più degno di te, invece di consumare il tempo in vane novelle, stendere le braccia e porgermi aiuto a trasportare la terra. » — «In fè di Dio tu hai ragione.» E qui Michelangiolo, presa la barella dalle stanghe di dietro, perchè, salendo il monte, minore peso sentisse il vecchio, gli dava aiuto a portare.

Costretto Michelangiolo a procedere a lenti passi, concedeva agio al Castiglione di raggiungerlo, come infatti anelante, bagnato di sudore il raggiunse, e tostochè gli venne accanto, con voce ansiosa lo chiamò:

«Messere Michelangiolo!»

«Che ci è egli, mio bel garzone?»

E Dante, vie più accostandosegli, sommessamente gli dice:

«Il gonfaloniere manda per voi.»

«Ora non posso; bisogna prima che porti questa barella; subito dopo sarò con esso voi.»

Quando la terra fu scaricata, Michelangiolo con amorevole piglio si volse al vecchio così interrogandolo:

«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»

«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.

«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione, «dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»

Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse giusto, a suo luogo e tempo saprete.

«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»

«Per cosa al certo di gravissimo momento, — Dacchè con molto arcano vi aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»

«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»

Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi; rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando: venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con affettuose parole le dice:

«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non partirti da questi baluardi.»

«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.

«Vedi!» e presa una torcia di mano a un marraiuolo che passava, svela allo sguardo del Castiglione stupefatto una statua colossale rappresentante la Gloria militare o la Vittoria, scolpita in un masso di pietra serena; ella era in atto che, volgendo il capo dall'altra parte, non curava mirare la città di Firenze, che appunto le veniva a mano sinistra; aveva l'ale, in capo l'elmo, ed armi e simboli altri diversi sparsi sul monte che le serviva di base[152].

«Che te ne pare?»

«Mi pare divina.»

«La è poca cosa... Io l'ho condotta così alla grossa senza modello e di notte[153].»

«Di notte?»

«Certo di notte... perocchè dormendo non mi riposo; il sonno, vedi, mi addolora la testa e mi fa cattivo stomaco[154]; io mi sono fatto una celata di cartoni, ci adatto in cima una torcia, e in questo modo lavoro alla Vittoria[155].»

Dante si sentiva oppresso da tanta grandezza accompagnata da così alta modestia; se in quel punto Michelangiolo gli avesse imposto: — Curvati e adorami, — egli lo avrebbe adorato; imperciocchè le anime generose, quantunque svisceratissime della libertà, tocca profondamente la religione del genio... Dopo un breve silenzio quasi supplichevole gli domanda:

«Divino intelletto, ditemi, perchè la vostra Vittoria il capo torce dalla vista di Fiorenza?»

E Michelangelo dopo un lungo sospiro:

«Perchè? o Castiglione, che so che accogli cuore sdegnoso dentro al tuo seno, mi domandi il perchè? Mi risparmia l'amarezza di palesartelo... tu dovresti averlo già indovinato.»

«Pur troppo! Ogni antico valore nei fiorentini petti è affatto spento.»

«Lo hai detto.»

«E allora voi scolpiste in dileggio questa Vittoria?»

«Io non ho schernito mai... spesso rampogno; — io le scolpiva l'ale di pietra, perchè il suo volo fosse lento; — i Fiorentini, se vogliono, possono ancora raggiungerla. Se molto temo che fugga, più molto spero rinvenirla al suo posto; nè mai l'amore si scompagnò dal timore. Adesso andiamo.»

E qui con la mano destra si fregava la manica sinistra, e con la mano manca la manica destra, poi con ambedue forte scoteva i lembi del saio per cacciarne la polvere; ciò fatto, ripete:

«Andiamo.»

* * * * *

«Buona notte, messere Carducci, eccomi ai vostri comandi».

«Ben venuto, Michelangiolo. — Dante, andate a vigilare su la porta e, per cosa che accada, non lasciate penetrare anima viva qua dentro.»