L'assedio di Firenze

Part 23

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«La torre di Badia; — la edificò il marchese Ugo insieme con altre ventitre per tutta Toscana, spaventato dalla visione ch'egli ebbe dell'inferno.»

«Il marchese Ugo accompagnò in Italia Ottone imperatore, il quale, supplicato dai Fiorentini, loro concedeva libero reggimento: ora Carlo imperatore, istando i Fiorentini, abolisce la repubblica e fonda assoluto principato. Quando foste più savii e meno tristi, ora od allora, messere commissario?» — E non aspettando la risposta, aggiungeva: «Quell'altra torre come appellate voi?»

«La torre del Bargello...»

[Illustrazione: .... fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella: «S'io fossi nato là dentro.... la difenderei....» _Cap. VIII, pag. 200._]

«Se la memoria non m'inganna, nella corte del Bargello fu già mozzata la testa ad uno dei Medici. Messere commessario, sapete voi singolarissimo amore essere quello che tra loro si portano Medici e Fiorentini? i primi anelano stringere i secondi in un amplesso di catene di ferro; i secondi poi, quando possono, i Medici o bandiscono o decollano.»

Baccio Valori stringendosi nelle spalle pensava: o Padre Santo, tu mi sembri proprio il cavallo che implorò l'aiuto dell'uomo per vincere il cervo.

Il principe, mutando all'improvviso sembiante, più contegnoso riprendeva:

«Basta, questo è affare tra voi; per me obbedisco agli ordini di Sua Maestà l'imperatore; — il soldato non deve ricercare tant'oltre; egli grida: Viva la gloria! e si fa ammazzare per quattro soldi al giorno, quando glieli danno... Fiorenza vedremo a vostro bell'agio dentro; ora conviene apparecchiare gli argomenti per prenderla. A noi le carte, a noi i colonnelli.»

E tosto gli apportarono le piante della città e le carte dei luoghi circostanti minutamente e diligentemente disegnate. Le une e le altre gli consegnò papa Clemente, il quale molto tempo innanzi aveva commesso al Tribolo e a Benvenuto della Golpaja un modello di Firenze, ed avutolo, sì l'ebbe caro che finchè visse volle tenerlo nella sua stanza da letto. Il principe, considerate le carte e riscontrando coll'occhio il paese sottoposto, domandò:

«Commessario, è nuova, o antica la fortezza su quel poggio costà...?»

«Ella è il convento e il campanile di San Miniato; credo vi abbia condotto nuove opere attorno a Michelangiolo Buonarroti.»

«Se tali sono i campanili, pensiamo un po' che cosa saranno le fortezze! E poi questo Buonarroti mi occorre dappertutto; vivono forse più uomini in Italia col nome di Michelangiolo Buonarroti?»

«No, principe; poichè Dio si riposò dal creare, a nessun uomo più che a costui concesse il creatore suo spirito; egli fu che dipinse la volta della cappella di papa Sisto, egli scolpì il sepolcro di papa Iulio; egli fonde, egli architetta, egli fortifica, egli filosofa, egli poeteggia, arringa, combatte, egli insomma fa tutto...»

«Dunque non può dirsi iniqua una causa quando la sostiene un tanto uomo. Gravi danni io temo da cotesta fortezza, commessario. — Converrà bombardarla con tutte le artiglierie al fianco... da questo poggio... che si chiama... si chiama...», e guardava sopra la carta.

«Giramonte.»

«Giramonte appunto; e quell'altra torre ch'io vedo là da lontano sorgere sopra le mura a quale ufficio immaginate voi la destinino?»

«Le mura di Fiorenza _ab antiquo_ andavano tutte inghirlandate di torri simili a quella. Nel 1526, quando vivevano incerti sopra le mosse dell'esercito di Borbone, Federigo da Bozzolo e Pietro Navarra vennero per commessione del papa a munire Fiorenza e le abbatterono: come quella una sfuggisse la universale rovina non saprei dirvi.»

«Oh perchè non si fermarono essi agli stipendi della Repubblica! Due architetti come loro mi avrebbero risparmiate venti bombardi, nè avrei mestiero delle artiglierie di Siena o dei marraiuoli di Lucca...»

«Quel Buonarroti mi mette in sospetto più dei Côrsi del Baglioni», osservò Valerio Orsino colonello del papa.

«Ma quale odio lo muove contro Sua Santità?» — interrogava l'Orange.

«Anzi io credo che l'ami...»

«E che maniera d'uomini siete voi altri Italiani? Il Buonarroti ama il papa e si apparecchia a combatterlo?...

«Monsignore, la è piana, se pensate che il Buonarroti più del papa ama la libertà.»

«Sta bene. Or dunque», riprese il principe tenendo un dito sopra la carta e ad ora ad ora sollevando gli occhi, «in questo momento la nostra gente non basta a stringere la città da ogni lato; — circondiamo intanto la sinistra parte, occupiamo tutti questi colli che le fanno semicerchio da oriente a occidente, da porta San Nicolò a porta San Friano. Signor Giovambattista Savello, voi accamperete con la vostra gente costà a Rusciano; voi, signor conte Piermaria, al Gallo; Alessandro Vitelli fatevi forte sul Giramonte; Sciarra Colonna, occuperete il Poggio di Santa Margherita a Montici; Castaldo, Cagnaccio, monsignore Ascalino, alloggiate i vostri colonelli la presso coteste case... che leggo appartenere a messere Francesco Guicciardini. Duca di Malfi, vi condurrete a questo punto chiamata casa Taddei. Pirro Colonna, prendete luogo a casa Barducci; Orsini, a casa Luna. Presso San Giorgio andrà lo strenuissimo marchese del Guasto. I lanzi si accampino sul poggio dei Baroncelli e si distradano fino al monastero del Portico. Gli Spagnuoli si attendino parte sul medesimo colle accanto ai lanzi, parte San Gaggio, parte a San Donato in Scopeto; una banda di quattro mila occupi tutto il piano sotto Marignolle e tutto il Monte Uliveto verso occidente. Voi, messere commessario, dove intendete di porre il quartiere?»

«Io mi starò col contatore Berlinghieri sul poggio nelle case del Vacchia; e voi?»

«Io là sul piano, dov'è maggiore il pericolo, su la piazza del Mercato.»

«Veramente non parmi...»

«Prudente! vorreste dirmi, commessario? il destino dà a cómpito la lana della nostra vita alle parche; e il tuo fato ti giunge, pauroso o audace. — Acerbo bene tu lo avesti, o mio infelice nipote, caduto spento sul fiore della speranza e della vita!»

Dame e cavalieri, le quali ed i quali consumate, che Dio vi perdoni, i vostri begli occhi su queste carte fastidiose che parlano di patria, di sangue, di storie già vecchie e fuori di andazzo, avreste per avventura compreso qualche cosa della maniera in che a prima giunta l'Orange dispose l'assedio? — A dirvi il vero, finchè lo lessi su i libri non vi compresi nulla neppur io; poi trovai la maniera, ed è questa. — Il pellegrino che visita la mia bella Firenze, se lo punge vaghezza di conoscere addentro le cose ch'io narro povero novelliere, sappia trovarsi, non ricordato dalle Guide, dagli Osservatori e libri altri cotali, nel palagio della Signoria un quadro a fresco rappresentante l'assedio di Firenze; — dov'egli lo cerchi, gli occorrerà nelle stanze che chiamano quartiere di Leone X posto a mezzogiorno della sala del Savonarola, e quivi pure ammirerà, se ne ha voglia, un quadro importantissimo al subietto del quale discorso, voglio dire Clemente VII e Carlo V convenuti di amichevole parlamento; esaminato il quadro, si rechi il passeggero su al poggio San Miniato e ascenda il campanile, il quale pur tuttavia conserva le traccie delle palle balestrate contro di lui nell'assedio. Badi però di andarvi su la mattina, che a vespro non consentirebbe il guardiano ad aprirgli la torre, imperciocchè a quell'ora vi sieno rientrati i colombi di monsignore arcivescovo, ai quali, non che il suono delle bombarde, giungerebbe insopportabile l'aspetto comunque pacifico del pellegrino; e allora, rotto il sonno, prorompendo dalle aperture, andrebbero dispersi per la campagna e forse, ahi! tolga Dio tanto danno, ghermiti da mani profane sazierebbe le voglie di palato plebeo. — Così è: cotesto campanile glorioso, il quale difeso da Michelangiolo e da Lupo bombardiere sostenne per tre giorni il fulminare di quattro grossi cannoni dell'esercito imperiale, quel campanile che resse agli urti, sicchè tuttavia si mantiene in testimonio di un tempo che desideriamo molto, speriamo poco vedere rinnovato, adesso è fatto stanza di colombi, che aspettano costà dentro la degnazione di essere acconciamente arrostiti pel pranzo di monsignore arcivescovo, che Dio tenga nella sua santa guardia.

Giunto sul campanile, in un colpo d'occhio comprenderà quello che io mi affaticherei invano dargli ad intendere con molte pagine, e vedrà come se il cielo sorride a Firenze, Firenze ancora sorride al suo cielo, e il riso loro vicendevolmente ricambino a guisa d'innamorati; — gli parrà rinnovata l'antica storia dei figliuoli di Dio presi di amore per le figliuole degli uomini, nè Dio per questa volta sdegnato nel connubio — mandare a castigarlo il diluvio, sibbene benedirlo dall'alto con un torrente di luce[138].

Disposti gli alloggiamenti, le difese provviste, le sentinelle collocate, Filiberto d'Orange, diligentissimo capitano e come quello sul quale riposava la somma della guerra, non fidandosi altrui, volle di per sè stesso esaminare ogni cosa. Montato sopra generoso cavallo, lo accompagnando le sue lancie spezzate, visitò i diversi posti, suggerì opportuni provvedimenti, raccomandò ai colonnelli stessero in procinto; e quando gli parve adempito il suo debito, essendo già discesa la notte, si avviò ai suoi alloggiamenti giù al piano in certe case dei Guicciardini tra la piazza del Mercato e le forche.

Sia che memorie del passato o disegni del futuro lo tenessero inteso, allenta le briglie al cavallo e lascia che di buon tratto di strada lo precedano le lance spezzate; così s'inoltra nella notte, non badando al rumore confuso del campo nè ai fuochi accesi sopra tutti quei poggi: all'improvviso il cavallo si arresta, ed intende una voce di uomo che si lamenta.

«Ormai il dado è tratto; — tra morire infame, o morire invendicato, mi piacque la vendetta», con parole interrotte mormorava la voce; «ma per aver vendetta mi bisogna dar fuoco alla patria, — ed io l'amo questa patria; — nè l'amico di Filippo Strozzi dovrebbe travagliarsi in pro dei Medici.... non pertanto il fato ci avviluppa insieme; noi non siamo padroni del fato.»

Qui il cavallo del principe mutando passo urta una pietra, la quale smossa rotola ai piedi dello sconosciuto, che tosto rizzatosi domanda in suono superbo:

«Chi sei?»

«Non so se amici», rispose il principe, «ma non certo nemici; voi mi parete il Bandino, ed io sono Orange; il mio cavallo ha sbagliato sentiero, m'ingegnerò ritrovarlo: — buona notte, messere.»

«Ditemi, principe,» soggiunse il Bandino arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?»

«Ma... nel conto che mi avreste me, s'io fossi voi.»

«Principe, in mercede parlatemi aperto, in qual concetto mi tenete?»

«Fiorentino movete ai danni di Fiorenza... di uomo siffatto può essere mai dubbiosa la fama?»

«Ah! certo il nome ch'ei merita è un solo per tutto il mondo», favella in suono sconsolato il Bandino lasciando le redini del cavallo...

«Eppure!...»

«Eppure voi non siete un codardo; questo molto bene conosco, che mi furono dette novelle della virtù vostra nella guerra di Milano, dove militaste col conte Pietro Nofreri; — io non vi mescolo con messere commessario e consorti, i quali patria, affetti e Dio tengono nella borsa; una cagione profonda, a cui non potete resistere, certo vi spinge: — io vi compiango e vi lascio. — quando gli amici di Giobbe si fanno a visitarlo e seduti in terra a canto a lui piangono insieme, mi paiono consolatori divini; allorchè poi aperti i labbri lo ammoniscono o confortano, mi riescono importuni; — molte sventure per parole inasprisconsi; e tale giudicando la vostra, io mi taccio. Tra la vostra anima e Dio non deve intromettersi nessuno. Vorrei stimarvi come mi stimerei propenso ad amarvi. Ma a fine di conto i fati tirano... e voi mi sembra che lo dicevate quando prima io v'incontrai, — l'uomo non è padrone del fato.

«Così non può essere.... scendete.... bisogna che voi mi stimiate.... A chiunque tentasse indagare il mio segreto pianterei un ferro nel cuore.... a voi, che rifiutate conoscerlo, forza è ch'io il dica..... scendete.... e sedetemi accanto.»

Un non so che d'impero e di preghiera si conteneva in queste parole del Bandino, chè il principe si sentì a un punto come sforzato e commosso; aggiungi la naturale curiosità, che, malgrado le proteste in contrario, punge ogni uomo di penetrare il destino altrui; — il tempo e l'ora, tutto lo indusse a soddisfare il Bandino; — scavalcò pertanto e, legato il cavallo ad un albero, si acconciò per ascoltare.

«Conoscete l'Italia?» comincia impetuosamente il Bandino, «ella è terra di delizie e di vulcani; — conoscete il cuore dei suoi figli? due sole passioni se ne dividono il regno, demoni, credo, ambedue: amore e odio... — forse voi penserete altramente dello amore, perchè il volto ha leggiadro e favella con parole soavi, ma in verità egli è demonio, ed io l'ho provato e provo. — L'amore talvolta diventa odio, l'odio non muta mai; dei due odii terribilissimo il primo, entrambi fuoco d'inferno; ma il primo, fatto più intenso dalla gelosia, dalla vanità offesa, dalla ricordanza dei piaceri goduti, dei piaceri perduti... olio e bitume sopra fiamma di per sè stessa tremenda. — Dio mi creò per amare: io mi ricordo di un fanciullo sensitivo, vago di solitudine, abbandonare il trambusto della città, e lontano nei campi voltarsi indietro a contemplarla, come l'Alighieri descrive il naufrago che, uscito fuori dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e la guata; egli errando pei boschi udía la voce arcana che pare mandi natura al suo Creatore, intendeva commosso le armonie degli uccelli ed invidiava la voce loro per cantare anch'egli un inno di gloria, e le ali per accostarsi al firmamento, perocchè gli avessero detto il Padre del Creato abitare nei cieli. Quanto tesoro di amore vivea nell'anima di quel fanciullo! Appena la campana della sera indicava l'ora dei morti, prosternato davanti alla immagine di Gesù Cristo, non senza lacrime lo supplicava per le anime dei suoi defunti... per tutti quelli che purgandosi aspettano di sollevarsi alle gioie divine; egli aveva una parola di conforto per qualunque sconsolato, un voto per ogni afflitto, un soccorso per ogni bisognoso, e quando incontrava sventure che non potevano consolarsi, bisogni che non potevano sovvenirsi... piangeva. Ah! quel fanciullo fui io. — E adesso la mia mente tentenna dolorosa nel pensiero che Dio non è, od è tiranno; e sento solo la vita allorchè gli uomini, diventati bestie feroci e più che bestie, si lacerano, le bombarde fulminano la morte, la terra va ingombra di uccisi, e i demoni della discordia e dell'omicidio tripudiano pei campi di battaglia a piene mani lanciando contro il cielo sangue e membri umani, in dileggio o in rampogna del Dio che sembra aver creato gli uomini per divorarsi tra loro.

«Noi altri Italiani c'innamoriamo in chiesa; colà la mezza luce che nelle ampie navate si diffonde traverso i vetri coloriti, le melodie degli organi, il profumo degl'incensi, le voci angeliche di fanciulli invisibili esaltano i sensi e ti dispongono ad amare, in cotesto punto, se i tuoi occhi, lassi di vagheggiare una Madonna creata da Raffaello, abbassandosi incontrano il tipo di cotesta Madonna..., spaventato ritorni in fretta a sollevare gli occhi alla immagine, dubbioso che discesa dal quadro siasi fatta viva.... La immagine però non si mosse, ma ormai i tuoi occhi non si alzeranno più alla immagine per adorare Dio. Lui adorerai nella vergine che piange e che ride; la vergine che movendo lo sguardo accelera o arresta le pulsazioni del tuo cuore. Finalmente Rafaello non infuse la vita nei suoi dipinti! — Allora il cielo si confonde alla terra: — il creatore adori nella creatura; — all'impeto naturale della passione tu aggiungi l'impeto della passione religiosa; — la febbre acuta t'invade le fibre e le ossa; le arterie delle tempie ti pulsano quasi volessero rompersi, vertigini di fuoco ti si avvolgono dinanzi gli occhi.... odi frequente un tintinnio negli orecchi che ti tormenta, e tuttavolta non vorresti cessato... il petto si gonfia in ispessi sospiri... uno sguardo ti ha mutato tutto: — nulla è più tuo; — ogni cosa umile ti pare superba; se il piede della donna che ami ti calpestasse..., sarebbe il sommo del tuo paradiso: — questo è italiano amore... ed io l'ho provato. Ma la donna che inspira un sì grande affetto lo partecipa ella? O Cristo, che tanto imprecasti contro i farisei, come quelli che ti parvero sepolcri imbiancati, e che altro è la donna mai se non un sepolcro imbiancato? Perchè creare così splendida la coppa che contiene veleno senza pari mortale? Dio, che ponesti nel cuore dell'uomo il ribrezzo alla vista del rettile e la paura all'incontro della fiera, ond'è che non lo avvertisti dello approssimarsi della donna con queste od altre cosiffatte passioni? Forse accoglie la femmina ingegno meno perfido del rettile, o brama meno truce della fiera? Nessuno ente mai ingannò quanto la donna ha ingannato, non tradì quanto la donna ha tradito. Michelangiolo, dipingendo la prima tentazione di Satana, la quale ci fruttò la perdita del paradiso e della vita, immaginò il tentatore mezzo demonio, mezza femmina. Satana, tuttochè Satana, non seppe trovare immagine meglio adattata alle insidie... Ahi femmina! Quantunque alla vostra stirpe imprecando io turbi le ossa della defunta mia madre.... e l'anima mi rimorda come di parricidio commesso.... maledette sieno quante posseggono sopra la terra sembianze di angiolo e cuore di demonio...»

[Illustrazione: «Ditemi principe,» soggiunse il Bandino, arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?» _Cap. VIII, pag. 208._]

E queste parole profferisce con rabbia sì intensa, e le parole accompagna con tanto convulso atteggiare di muscoli e stridere di denti che il principe si ritrasse di alcuno spazio indietro come spaventato; dopo breve silenzio egli disse:

«Bandino, i tempi di sostenere a tutta oltranza l'onore delle dame non corrono più, e nondimeno, come cavaliere cristiano e figliuolo amoroso, io prendo a provare in campo chiuso la mia genitrice per la più casta ed onorata matrona del mondo...