Part 22
In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotale animo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni, conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di gridi: — Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi brama Fiorenza, venga per essa! — ed altri siffatti. Come il vento, quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti, gli avrebbero trovati spenti.
«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa ora possiamo recitare un _De profundis_ a messer Lionardo», esclamava tal altro. — E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde: gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo pio....», cominciava a favellare un Pallesco. — «Che pio e che non pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i pesci[132], un pendaglio da forca. — Alla Dianora mia zia rubò la dota; — a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; — e' inghiottirebbe la luna se gli riuscisse agguantarla.» — «Chetatevi, male lingue», parlò certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» — «Fratel mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi che hanno. Se io vi salutassi: — Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia nella sua santa guardia, — lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: — Bono Boni dottor di leggi è ladro, — egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa. Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»
Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.
«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»
«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»
«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»
E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove possano riparare. — Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando, secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: — Ben venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» — «Dacchè teme la guerra, mandiamolo a Pisa, — e per Arno, — sì, per Arno: — all'acqua il barbone! — all'acqua il dottore!»
Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa stramazzare bocconi: — un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti; ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme di fango e di sangue, se il soccorso tardava.
A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona, dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:
«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela, vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; — imitatene la generosità. Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: — guerra al nemico!»
Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi, si quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro la gola: — «Alle mura! alle mura!»
Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:
«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello del Davidde di Michelangiolo: — diamo la baia anco a lui; prendiamo a sassi il protetto e il protettore.»
«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino. Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si mostrava amico, — anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava: Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne sono? — e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»
Ed un altro del popolo riprendeva:
«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»
«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua un altro. — «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi. Lasciamo il dottore, — un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto, quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi[133]».
Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, — quegli salvato dal danno, questi impedito dal farglielo: — e non per tanto o non si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione, il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, — per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due cosiffatte creature, — voglio dire il delitto.
Pensava Bono nella codarda anima sua: «Oh! potess'io pagarti la difesa con una manciata di veleno nel vino che beverai stamane.»
L'Antinori sentiva una voce fastidiosa, come di sega, mormorargli intorno alle orecchie: «Cotesto uomo nè vincerai nè uguaglierai tu mai: ti supera in tutto, fa di suscitargli querela e tenta ch'egli muoia per le tue mani o tu per le sue.
Umano cuore! Era pur meglio tu talvolta rimanessi creta!
CAPITOLO OTTAVO
GIOVANNI BANDINO
Io con gli occhi dolenti e il viso basso Sospiro e inchino il mio natio terreno, Di dolor, di timor, di rabbia pieno, Di speranza e di gioja ignudo e lasso.
ALAMANNI, _Sonetti._
O paese, o paese, o paese!...
GEREMIA, cap. XXII, v. 22.
Se la tua mano non si contaminò giammai effigiando immagine di tiranno, — se nel tuo petto arde la fiamma del genio italiano, giovane fabbro che avesti dal cielo potenza d'imporre alla pietra sembiante umano, vieni e scolpiscimi Italia. — Prima di volgere la mente a concepirne il pensiero contempla il suo cielo azzurro e sereno, le cerulee marine, i campi floridi, i colli ridenti; — poi guarda il Colosseo, i ruderi del Foro romano, le basiliche del medio evo, il tempio di Michelangiolo; — rammenta i fieri giuochi dei gladiatori, le solenni ecatombi, il muggito dei bovi percossi dalla bipenne empire le volte del Panteon di Agrippa, Giulio Cesare pontefice massimo; ancora, — il memore intelletto diffondi sui trionfi dei re della terra incatenati al Campidoglio, sopra la lega lombarda, su Federigo Barbarossa, il Serse superbo dei bassi tempi disfatto, — all'improvviso chiudi la porta del passato e guarda un gregge di preti e di frati, sozza ftiriasi[134], brulicanti pei capelli e per le membra di una donna estenuata, — una generazione d'idioti, genuflessa davanti a mille idoli dipinti di rosso, di verde e di giallo, svolgere col volto compunto una serie di globi di legno, o di pietra... Questo è il rosario!
Domenico di Guzman, fondatore della Inquisizione e carnefice degli Albigesi, inventò il rosario... Oh! la preghiera di colui che la natura vergogna chiamare col nome di uomo, e la chiesa salutò come santo, giungerà mai gradita al Dio delle misericordie?
Sopra il trono di Augusto contempla un vecchio che non sa regnare e pure non cessa dalle libidini del regno, e vestito di gonnella muliebre stende la mano tremante a tutti i suoi nemici limosinando fra lo scherno e il ribrezzo un giorno, — un'ora, un minuto di regno.
Giovane scultore, fingi quanto ha di più superbo la grandezza, di più abietto la miseria; fingi una fortuna che superi la maraviglia, una sventura a cui non bastino lacrime, — una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male, — una vita che rimase sotto gli artigli che la lacerano, sotto ai denti che la divorano; — tutte queste cose immagina ed altre più assai, perchè, vedi, la mia favella manca a narrartele intere; — ponmi qui la mano sul petto, io tenterò trasfonderti nel sangue le vibrazioni del mio cuore; — poi scolpiscimi Italia. Fa ch'ella posi il fianco sopra un lione addormentato; — abbia la corona di torri, però che Dio la creasse regina, nè mano di uomo può rapirle il dono de' cieli, — ma la più parte ricoperte di edera e per lunga stagione scrollate; le stieno intorno al braccio sinistro avvolti sei aspidi dal veleno narcotico... hai bene compreso? aspidi. Se tu non indovini quello che significhino questi aspidi, vatti con Dio, non sei lo scultore che cerco. Sei aspidi che le stillano nelle vene il sonno e la morte. Il volto di lei sia solenne d'immortale bellezza e sventura, — come di persona che abbia inteso una voce dall'alto, — un comando di risorgimento. Sopra la fronte attonita apparisca la contesa tra il sopore del veleno e la vergogna, la memoria di quello che fu e la coscienza di quello che al presente ella è. Ricerchi con la destra brancolando la spada da secoli e secoli abbandonata ai suoi piedi.
Perchè no?
Cola di Rienzo tribuno strappò un giorno lacrime di rabbia al popolo romano con la pittura della Italia combattuta nelle procelle...[135]
Io innalzerei un tempio consacrandolo alla Italia sconsolata e poi chiamerei i suoi figli gridando: «Venite a confortare vostra madre che piange un pianto di secoli!»
Custode del tempio, noterei i nomi dei pellegrini, farei tesoro delle ire dei popoli; e quando avessi contato venti mila volte centomila, salirei sul giogo estremo delle Alpi medie... (Angioli del giorno finale, datemi voi la voce che risveglia i defunti!) ed urlerei con tutta la forza delle mie viscere ai quattro venti della terra: «Figliuoli d'Italia, avete pianto tutti! Tutti avete fatto rosso il terreno col sangue delle vostre vene! O Calabrese, tu hai giurato davanti al simulacro, come l'alpigiano giurò; — abitatori delle tre sponde italiche, le vostre ire qui fremerono uguali ai vostri flutti intorno alle vostre marine; qui pari suono mandarono le catene di tutti... Sorgete dunque tutti una volta in un solo volere nel nome santo di Dio!
* * * * *
Salute, o Firenze la bella! Fabbricata su campi lieti di fiori, appellata dal nome dei fiori, essi ti concedevano eterna la facoltà di piacere, e tu sei fiore caduto dai giardini celesti in testimonio delle magnificenze del paradiso germogliato sopra la terra. Una corona di colli ridenti ti circonda vaga a vedersi come la cintura di Venere. Colà sagrificava Lorenzo dei Medici alle grazie e alle furie, in quella parte meditò i suoi scritti Francesco Guicciardini storico sommo, pessimo cittadino; da quell'altra Gallileo, Colombo dei cieli, quantunque volte lanciò lo sguardo al firmamento, altrettanti mondi vi discoperse, sicchè forse gelosa dei suoi arcani Natura è da credersi gli chiudesse nelle tenebre l'audacissimo sguardo. A vederti su l'ora del meriggio, quando il sole ti scintilla nelle pienezze dei raggi sul capo, quando il cielo che di te s'innamora ti cinge limpido e diafano, e per le tue vie si sparge fragore di gente o di opere, tu rassomigli a una menade che stanca di correre per le balze riposa palpitante, e mentre bagna le lunghe trecce nelle onde dell'Arno, si vagheggia come consapevole della sua leggiadria nello specchio delle acque. — Verso sera poi, nell'ora mesta dell'_Ave Maria_, se il sole declinante ti manda da lontano un addio di fuoco ed infiamma il vapore di che il tuo fiume diletto ti cinse la fronte, quasi nimbo radiato col quale incoronano i cristiani la testa ai loro santi, allora tu sembri una vergine di Raffaello, divina per espressione di affetto materno, per luce celeste che discende dall'alto e per gloria di angioli esultanti. — Ma di', Firenze, che cosa hai tu fatto dei tuoi giorni di gloria? Dove i tuoi lioni coronati? Dove gli uomini grandi? Ahimè! Nessuna fra le tue sorelle italiche più di te comprende nel seno illustri defunti. Glorie di sepolcro! Superbia di avelli! Infelicissimo vanto! Certo un pugno della cenere di cotesti morti vale troppo meglio di mille tuoi vivi... non pertanto ella è cenere. O Firenze! dove sono i tuoi grandi? Tu ridi... veramente così com'è quel tuo sorriso par cosa creata in cielo; però una volta assai diversa ridevi. In campo l'elmo, impugnata la lancia, vergine e diva ti mostravi alle genti quale apparve Minerva uscita dalla testa di Giove; poi l'elmo t'increbbe, deponesti la lancia, facile sorridesti a chiunque passò per le tue vie; — lo straniero ti vide, si accese di te e, un giorno che tu ne stavi immemore, la mano ti pose sul core delicato... Ah! da quel giorno i tuoi occhi furono gravi di lascivia, — il tuo sorriso si uguagliò a quello della _Odalisca_ che suo malgrado sorride al feroce sultano perchè non l'offenda con le battiture...
E se degradata fra tutte le tue sorelle italiche te continuano i popoli a salutare col nome di bella, quale eri allora che sola in questa terra di sventura vigilavi intorno ai tuoi bastioni, riparo l'ultimo delle italiane libertà? — Quando l'oste nemica, Tedeschi, e Spagnuoli si affacciarono al monte dell'Apparita e l'occhio profondando giù nella valle ti videro, stettero immoti e non proferirono parola.
Potrebbe forse l'aspetto delle meraviglie della natura accogliere potenza di placare nel cuore umano le furie della cupidigia e del sangue? Così talvolta per conforto dell'anima sconsolata immagina il poeta, — ma invero là dove si curvano più placidi i cieli, e la terra manda più soavi fragranze, quivi in copia maggiore vivono rettili velenosi e belve ed uomini pei quali la vendetta è un delirio, il sangue più dolce che l'umore della vite. La empietà, smisurato _macenilliero_[136], di cui le radici penetrano nell'inferno, e la cima forse nel paradiso, sparge mortale influenza sopra tutta la terra. — Volgiti a settentrione, e udrai grida disperate di offesi i quali chiamano invano il Creatore in soccorso della creatura: — volgiti a oriente, e ti percolerà un singulto a cui rispondono eccheggianti secoli senza fine, Abele non lasciò discendenza, noi tutti nascemmo dal fianco di Caino; — portiamo il peso della iniquità dei padri — e il nostro.
Sia dunque che alla vista di tanta bellezza la cupidigia dei nemici si placasse, sia piuttosto, come pare più vero, che la cupidigia rimanesse maravigliata nel considerare la preda superiore alla aspettazione, cotesto istante di quiete cessò, e all'improvviso con indicibile allegrezza stranamente atteggiando la persona, chi vibrò l'asta, chi bandì la spada, e insieme tutti esclamarono:
«Signora Fiorenza, apparecchia li tuoi broccati, che noi veniamo per comperarli a misura di picche!»
Il vicerè di Napoli Filiberto principe di Orange armato di splendida armatura si mise attonito pur egli; il suo volto esprimeva quello interno contento che ogni cuore, per poco intenda gentilezza, sente alla vista dei miracoli della natura o dell'arte, — dopo alcun tempo piegando la persona verso Baccio Valori, commessario in campo del papa, e altri fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella:
«S'io fossi nato là dentro... la difenderei...»
«Come noi la difendiamo», interruppe officiosamente il Valori, «imperciocchè noi siamo qui venuti per liberarla dalla insopportabile tirannide che la tiene oppressa.»
«Non sembra però la libertà che le portate troppo le piaccia, perchè si apparecchia a ributtarla a colpi di bombarda; nè in verità credo le armi nostre vengano per questo. Io ho voluto dire che la difenderei da chiunque movesse armato contro di lei... anche da mio padre.»
«Ogni uomo se la intende colla sua coscienza, io con la mia; e questa, o principe, se ne sta tranquilla nella fiducia di operare il bene della sua patria.»
«La carità di Erode, il quale mandava i pargoli in paradiso prima che peccassero![137]»
«Principe!»
«Commessario! — Io, vedete, per volontà e per obbligo sono soldato fedele di Sua Maestà Imperiale, e non pertanto uso liberamente la lingua. Abbiatelo in buona o in mala parte, vi dico che con quel vostro ingegno riuscirete ad ingannare tutti, — tranne la coscienza; — pensate al fine; — io non vidi mai traditori capitare a buon porto. L'esempio del contestabile di Borbone vi stia sugli occhi.»
E la coscienza, che pur testè vantava pura il Valori, tale gli dava acerbissimo morso in quel punto ch'ei ne rimase per molte settimane dolente, e con sentenza che non concede appello gli ordinava: Taci, ribaldo! — E Baccio taceva pensoso del futuro.
Poc'oltre a man destra del principe, immobile come pietra, sta Giovanni Bandino; il volto tiene e gli sguardi tesi verso Firenze. Dalla fronte pallida gli piovono grosse gocce di sudore; — paiono lagrime piante sopra di lui da occhi invisibili: trema forte e non proferisce parola. In campo lo spregiavano e temevano; — ma egli fuggendo ogni umano consorzio non dava luogo alle offese: — quando negli scontri di guerra vedeva bestialmente inferocire i soldati e fatti ciechi per ira, egli, scoperto di ogni arme difensiva, si cacciava là dove più spessi cadevano i colpi e gli uomini. La fortuna gli negava la morte; — sovente ebbe dalle palle degli archibusi forato il beretto o la veste, e nondimanco si rimase illeso. All'assalto di Spelle seguitò impassibile fin sotto il muro gli assalitori; fischiavano le palle intorno al suo capo, rovinarono corpi di uccisi o sconciamente mutilati, ed egli pareva nulla vedesse od ascoltasse; quando un colpo di sagro percotendo a mezzo il petto Giovanni da Urbino, tra quanti erano prodi nello esercito, valorosissimo, lo balestrò sfracellato ai suoi piedi, egli allora proruppe in altissime risa e balzò al posto dove rimase ucciso l'infelice guerriero; a tutti sembrò il demonio della strage: non perdonava a cui implorasse quartiere, o a chi resistesse; dal capo alle piante spesso appariva sordidato di sangue nemico senza che pure una scalfittura ne versasse del suo. Gli Spagnuoli, secondo l'indole loro superstiziosi, sospettavano fosse ciurmato, ma poi, sapendolo uomo del papa si ricredevano, in seguito nel sospetto si confermavano. Dovunque mostra la faccia cessano i colloquii, la gente si apre in due file per lasciarlo passare, assalita da misterioso ribrezzo. — Immemore dei circostanti, lunga pezza il Bandino dimorò nello stato di fissazione di che scriveva poc'anzi; all'improvviso, stendendo ambe le braccia, con suono angoscioso di voce prorompe:
«O patria mia!»
La quale esclamazione avendo udita monsignore di Orange, la man gli pose sopra la spalla sinistra lo interrogando così:
«E perchè dunque tra i nemici di lei?...»
Si riscuote il Bandino, — guata bieco l'Orange e brontolando fugge via a precipizio.
Scendeva intanto dal monte schiamazzante l'esercito; rotte le ordinanze procede baldanzoso, come chi va al corteo; invano lo richiamano alle insegne i capitani: invano si affaticano a riordinarlo sergenti e caporali; con più rispetto camminano i mercanti per le strade del patrimonio di san Pietro, tanto poteva in lui il sentimento del proprio coraggio e della nostra viltà; e sì, che a Spelle duro intoppo incontrava, ebbe Cortona non per forza di guerra, ma per tradimento; pure la memoria dei soldati poco si profonda, e i fatti d'Arezzo gli avevano inorgogliti. — Va, va, soldato; la valle che vedi, comunque angusta, sopravanza al tuo sepolcro.
Il principe non sapeva scendere dal sommo del monte. Baccio Valori, riappicatasi la maschera del cortegiano per un momento cadutagli dal volto, rideva e motteggiava con certe sue arguzie da rallegrare la brigata.
«Or mi dite, commessario», domanda l'Orange, «cotesta fabbrica immensa sarebbe per avventura Santa Maria del Fiore?»
«Voi l'avete detto, monsignore; ammirate di grazia la cupola del Brunellesco; e' non vi pare proprio voltata dalle mani degli angioli?»
«Fu dunque colà che i Pazzi uccisero Giuliano dei Medici e ferirono Lorenzo?»
«Certo, in quel tempio. Guardate adesso cotesta torre merlata: la fabbricò Arnolfo di Lapo, e soprasta al Palazzo della Signoria.»
«Parmi avere sentito raccontare fosse in cotesta torre sostenuto Cosimo dei Medici in dubbio di perdere il capo, e lo perdeva senza l'aiuto del buffone Farganaccio; non è vero, messer commessario?»
«Vero. Voi, monsignore principe, mi sembrate molto bene informato delle nostre storie...»
«Come no? Io ho voluto partitamente conoscere la stirpe di coloro che difendo e il molto affetto che gli lega ai concittadini loro. — Ditemi, e cotest'altra torre di forma leggiadra, tanto diversa dalle altre, come si chiama ella?»