L'assedio di Firenze

Part 20

Chapter 203,536 wordsPublic domain

«Solo vogliate nutrirlo, imperciocchè io non potrei fare le spese a me ed a lui. — Oh! un'altra cosa. Davvero ella è una miseria, ma ogni pruno fa siepe:» (così favellando monna Ghita si fruga per le tasche) «in fondo della cassa ho trovato questo paro di gocciole d'oro che mio zio Baccio aggiunse alla donora quand'io andai a marito; se avessi trovato di più, di più vi avrei portato; e mi ricordo che mi disse esserci il valsente di meglio che quattro fiorini d'oro, e averglielo affermato con sacramento l'orafo che sta da San Brancazio: — io non ci credo, perchè gli orafi vivono senza fede nè legge; nondimanco, costino quello che costino, varranno a pagare una settimana un uomo d'arme. — Messeri, state sani; il Signore vi dia il buon giorno e il buon anno. Badate ad avere cura della patria: io per me torno a badare al filatoio: se avete seta da filare, vi sovvenga di monna Ghita, nel borgo San Friano; tutti v'insegneranno la mia casa, perchè la chiesa conviene che campi sopra la chiesa. Ciapo, figliuolo mio, ricórdati, davanti al Crocifisso che tengo a capo del letto, avermi promesso di tornare ad annunziarmi libera patria, o non tornare più: attendi a mantenermi la promessa, perchè se mi capiti in casa vinto, io ti chiudo l'uscio in faccia e dico al vicinato averti raccolto per la strada, non già portato in questo fianco nè con questo seno nudrito: hai tu inteso? Addio.»

Il Carduccio, alzate le mani, corse ad abbracciare la donna e intenerito esclamava:

«Ghita, se la repubblica contenesse dieci cittadini dell'animo vostro, il nemico non accamperebbe adesso sotto le mura di Fiorenza.»

E gli altri, simulando od esprimendo verace ammirazione, l'erano attorno celebrandola con ogni maniera di lode. La donna, districandosi da loro, come selvatica, con alta voce gridò:

«Mal concetto, messeri, prendo di voi; ed ora incomincio a dubitare della patria davvero, perchè voi tanto non levereste a cielo il debito del buon popolano, se aveste cuore e volere da soddisfare al vostro. Badate che al cavare delle tende non si abbia a dire di voi come del perdono di sere Umido: baci di molti, e quattrini punti[122].»

Iacopo Nardi, tratta fuori di tasca una carta, notava; e quando ebbe notato la piegò e se la ripose diligentemente in seno, mormorando: — Quando ogni altro esempio di virtù ai nostri tempi mancasse, questo unico basterebbe a farmene scrivere la storia[123].

Michelangiolo anch'egli non alitava, l'anima tutta gli si era trasfusa negli occhi; l'osservava in ogni suo moto nel girare dei muscoli, nello stringere delle ciglia. E non contento di starsi alla superficie, le penetrava oltre la cute e, per così dire, indovinava la recondita notomia di quel volto: dardeggiando veloce lo sguardo da lei ad un foglio e dal foglio a lei, con la mano rivelatrice dell'alto intelletto effigiava il tipo della parca che taglia la vita, la quale poi dipinse con le altre due compagne, meraviglia dell'arte, nella tavola che si conserva nella galleria di Palazzo Pitti a Fiorenza.

* * * * *

«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo, hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al Palazzo.»

«Ordinate che cessino di sonare la campana: — se vi aggrada, messeri, possiamo scendere in sala. — Voi, monna Ghita...» La donna era scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di rimettere il tempo perduto.

Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. — Non per anche i popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella. — Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto, lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai perchè più presto fosse finita[124].»

Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola[125] predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli della repubblica, _netti di specchio._ Imperciocchè egli sapeva essere le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali, s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano _parlamento_ e _balía._ E la storia aveva insegnato esserne derivati pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:

Se questo popolar consiglio e certo Governo, popol, della tua cittate Conservi che da Dio ti è stato offerto, In pace starai sempre e in libertate: Tien' dunque l'occhio della mente aperto, Chè molte insidie ognor ti fien parate, E sappi che chi vuol far parlamento Vuol tòrti dalle mani il reggimento[126].

Intorno alla mura della sala avevano ritta una ringhiera col piano alto tre braccia sopra il pavimento, balaustri davanti e seggi come in teatro; quivi dovevano sedersi i magistrati della città. Nel mezzo della parete volta a levante, sopra residenza più eminente, stavano il gonfaloniere di giustizia e i Signori: — nella facciata dirimpetto era l'altare, e accanto all'altare la tribuna, in quel tempo chiamata _bigoncia_, per gli oratori. Nel mezzo poi della sala si vedevano panche disposte in fila per i cittadini. Tal era, nei tempi di cui narro la storia, la sala del Palazzo della Signoria, ai giorni nostri volgarmente chiamato _Vecchio._

Mi sia concesso con quella brevità ch'io potrò maggiore esporre quali si fossero i magistrati che partecipavano alla Pratica, come nascessero; quanto e quale potere esercitassero. Duri tempi ci stanno addosso; sicchè all'uomo, per ristorarsi delle presenti miserie, conviene che si volga al passato o al futuro. Tra le memorie e il desiderio noi trasciniamo vita piena d'amarezza; — il futuro si distende grande, infinito davanti a noi, ma vago, illuminato da splendore incerto, dove ogni creatura immagina a suo senno un fantasma. Il passato invece si mostra circoscritto, ai bisogni nostri incompleto, pur nondimeno distinto. Il passato è irrevocabile, — il tempo caduto nella eternità uscì dal dominio degli uomini e da quello di Dio. Del futuro non ispuntò anche l'alba del giorno fatale, e le generazioni, quasi disperate della lunga notte della doppia tirannide che le opprime, tengono da secoli la faccia volta all'oriente osservando se comparisce il raggio divino. — Quanto tarda a comparire quel raggio! A cui talenta spaziare pei campi dell'avvenire, vi s'immerga intiero e ci rallegri con illusioni, con isperanze, con vaticinii e, se gli riesce, con sicurezza di meglio, onde tre quarti del genere umano continuino il travaglioso pellegrinaggio della vita. In verità la nostra misura è colma, il peso grave, l'assenzio dell'anima senza fine amaro. Io punto da diversa voglia continuerò a ricercare nelle ceneri dei padri, a interrogarne i sepolcri. Ah! padri miei, voi premete un duro guanciale di terra; voi preme una grave coltre di terra; — voi forse ora siete tutta terra... e nonpertanto v'invidio perchè riposate.

Il magistrato dei Signori ebbe origine antica, fu ordinato nel 1282; — dapprima erano tre, poi sei, essendo la città divisa in sestieri; alla fine otto, quando la ridussero a quartieri. Ma, siffatto magistrato non bastando a frenare la prepotenza dei nobili, crearono nel 1292 il gonfaloniere di giustizia, al quale dettero sotto venti bandiere mille uomini, onde si trovasse sempre parato a favorire le leggi. Primo eletto fu Ubaldo Ruffoli; e trasse per la prima volta fuori il gonfalone per disfare le case dei Galletti, avendo uno di quella famiglia ucciso in Francia un popolano. Il gonfaloniere e la Signoria esercitavano, da principio, grandissimo potere, stando nella facoltà di quelli fare o non fare quanto loro meglio piacesse. Dal 1494 insino al 1512, e dal 1527 al 1530 poi, sibbene il Consiglio Grande fosse vero e legittimo signore, nondimeno cotesti due magistrati ritenevano gran parte della sua autorità. Uscito fuori dal bisogno e per avventura dall'ira, cotesto ufficio riunì un tempo entrambi i poteri che noi diciamo deliberativo ed esecutivo; in seguito, procedendo nella scienza di governare lo stato, l'autorità del deliberare fu, come si doveva, restituita ad ampia assemblea, ed essi ritennero il potere esecutivo, il quale nondimeno divisero in altri magistrati subalterni, come sarebbe a dire i Dieci, ai quali commisero l'incarico di vigilar su le cose della pace e della guerra, i Nove preposti a provvedere alle milizie del contado, gli Otto all'amministrazione della giustizia criminale, ed altri ad altre cose.

Dopo la Signoria, nel reggimento della Repubblica Fiorentina comparivano notabili i sedici gonfalonieri. È incerto se Giano della Bella nel 1292, o il cardinale da Prato, mandato nel 1303 da papa Benedetto XI a pacificare la città, gl'istituisse. Fu da principio ufficio loro esclusivo sovvenire la Signoria e il Palazzo, correre alle case dei popolani, se vedessero i grandi assembramenti per isforzare il governo, operare in somma quanto fosse necessario onde rimanesse illesa la legge, e perchè meglio l'ufficio loro eseguissero, ebbero nel 1323 i cinquantasei pennoni, tre per gonfaloniere, ed alcuni quattro, con i quali, quando il gonfaloniere di giustizia chiamava il popolo alle armi, erano tenuti ad andargli dietro con le compagnie loro assegnate. Mutati i tempi e gli ordinamenti, non più si ebbe bisogno che uscissero in arme ad accompagnare il gonfaloniere di giustizia nella tumultuosa esecuzione di sentenza che pareva, ed era le più volte, vendetta: ma nondimeno, avendo acquistato riputazione grandissima, ordinarono che la Signoria, quando avesse a fare alcuna pubblica deliberazione (come confermare le spese commesse dai magistrati della Repubblica, creare nuove leggi, imporre gravezze), non potesse alcuna cosa eseguire senza di loro. Avevano titolo di venerabili; insieme con i dodici Buonuomini componevano i così detti Collegi, e si chiamavano ancora li Tre maggiori. Chiunque il padre o l'avo del quale non era veduto far parte di questi maggiori non poteva essere promosso agli uffici pubblici. La città andava divisa in quartieri, per la riforma che ne fu fatta dopo la cacciata del duca di Atene. Per lo innanzi fu spartita in sestieri. Ogni quartiero aveva un gonfalone collegiale e quattro particolari. San Spirito prese per gonfalone collegiale la colomba bianca con raggi d'oro fuori del becco in campo azzurro; gli altri scala bianca in campo rosso; quadro bianco seminato di nicchi rossi in campo azzurro; sferza nera in campo bianco; drago verde in campo rosso. Santa Croce ebbe in gonfalone collegiale croce rossa in campo bianco; — gli altri furono, due ruote cerchiate bianche e nere; una ruota di carro di color d'oro in campo azzurro; toro nero in campo d'oro; lione d'oro in campo azzurro. Santa Maria Novella per gonfalone primario un sole d'oro in campo azzurro; e gli altri, lione bianco in campo azzurro; lione rosso in campo verde; vipera verde in campo d'oro; unicorno bianco in campo verde. San Giovanni, il tempio in campo azzurro; gonfaloni minori, le chiavi rosse incrociate in campo d'oro; il vaio bianco e nero; il drago verde in campo d'oro; lione nero in campo bianco.

Terzo maestrato maggiore costituivano i Buonuomini; dodici di numero; istituiti nel 1321; nel qual tempo essendo la città molto travagliata dalla fazione di quelli che volevano entrare nel governo, e non provvedendo a sì fatto disordine i Priori come dovevano, furono eletti questi dodici Buonuomini, perchè assistessero i Priori, i quali d'ora in poi non potessero fare deliberazione alcuna d'importanza senza il consiglio loro: si dissero Buonuomini perchè cavati fra quelli che avevano fama, oltre la sufficienza, di grande bontà. Nella riforma del 1494, epoca della seconda cacciata dei Medici, si provvide che eglino insieme ai sedici gonfalonieri ed alla Signoria intervenissero a fare stanziamenti, creare nuove leggi ed altri ordini; nè senza la presenza loro il Consiglio Grande potesse eleggere magistrato, o far cosa altra qualunque. Incombeva loro altro ufficio, ed era la guardia della porta del Palazzo nei tempi turbolenti contro chiunque volesse sforzare i Signori. Però, durante lo spazio compreso nella nostra storia, di e notte vigilarono alla custodia della Signoria.

Dei Nove non occorre per ora parlare, i quali attendevano alla milizia del contado e del dominio fiorentino; e perduto il dominio, furono deputati sopra le fortificazioni della città.

Altrove terremo proposito degli Otto di guardia, magistrato criminale sostituito ai capitani di popolo. — Diremo adesso brevemente dei Dieci di libertà e pace.

I Dieci furono magistrato assai antico, imperciocchè se ne trovi fatta menzione nella storia delle guerre che Firenze sostenne con suo infinito pericolo contro i duchi di Milano. In pace si sopprimeva, in guerra si tornava ad eleggere. Qualche volta invece di dieci fu composto di otto, e si chiamarono di Pratica. L'amministrazione dei Dieci si estendeva oltre ogni credere; in loro stava la salute o la rovina della patria; a loro apparteneva negoziare co' principi, praticare gli accordi, promuovere le leggi rispetto alla pace o alla guerra, soldare capitani, fanterie e gente di armi; e, bisognando condurre governatore o capitano generale, a loro spettava considerare diligentemente chi per fede e valore fosse degno di tanto grado, comechè simile condotta non si tenesse per conclusa dove prima non la confermasse il consiglio degli Ottanta. Era parimenti ufficio dei Dieci apprestare le fortezze del dominio, mettervi presidii, artiglierie, polvere e di ogni maniera provvisioni. Avevano autorità di mandare commissari particolari del dominio, od anche eleggere per commissari quelli che andavano in reggimento. Gli ambasciatori e commissari generali sebbene nel consiglio degli Ottanta si creassero, nondimeno, quando andavano ad eseguire i negozi, la Signoria imponeva loro che scrivessero ai Dieci; e quanto questi comandassero, facessero: però gli ambasciatori innanzi la partita andavano per le istruzioni a quel magistrato; giunti presso i principi, a lui scrivevano tutto quello che occorreva, e i comandi che per risposta ricevevano, eseguivano. L'autorità di questo magistrato compariva in diritto eccessiva, perchè poteva muovere guerra, far pace, stringere lega con cui meglio gli pareva: nondimeno in fatto non assumeva sì grave carico, e nelle deliberazioni di momento si consigliava con la Pratica. Furono segretari dei Dieci, col titolo di Segretari della Repubblica Fiorentina, gli uomini più illustri che a mano a mano onorassero i secoli. Tanto piacque nei tempi andati ai Toscani mantenere presso i popoli stranieri fama d'ingegnosi e schivare quella di stupidi: Coluccio Salutati; Lionardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, Cristoforo Landini esercitarono l'ufficio di segretario; più grande di tutti loro Nicolò Machiavelli, a, cui, ristorato il governo repubblicano, fu per opera degli ottimati preferito un Francesco Tarugi di Montepulciano, e questo morto di lì a breve tempo, con molto migliore consiglio elessero per segretario Donato Gianotti, reputato e dabbene, dalle opere del quale sono estratte per la massima parte le precedenti notizie[127].

Già la sala era ingombra di cittadini chiamati dal suono della campana; e andavano trattenendosi in vari ragionamenti, divisi in capannelli, liberamente discutendo le proprie opinioni, sicchè ne usciva un frastuono simile al zufolio del vento per le foreste. Quando comparve la Signoria ogni uomo si tacque e si affrettò ad occupare il posto conveniente alla dignità di ciascheduno. I magistrati si posero sulla ringhiera, il popolo per le panche, il gonfaloniere con la Signoria sopra il suo seggio.

Appena seduti e ricambiato il salutare, i tavolaccini apersero l'ultima porta della sala a mano sinistra del gonfaloniere, ed uno di loro gridò:

«I magnifici ambasciatori.»

E subito dopo furono veduti entrare Iacopo Guicciardini, Andremo Niccolini e Luigi Soderini, mesti in sembiante e in gramaglia, cosicchè a molti quella improvvisa comparsa era segno di augurio sinistro. Fattisi presso al seggio dei signori, con molta solennità gli ossequiarono, aspettando per favellare che ne fosse loro trasmesso il comando.

«Quando partiste», cominciò il gonfaloniere, «da Fiorenza, eravate quattro. Donde avviene che siete scemati? Dov'è messer Niccolò Capponi? Quale cura lo trattiene adesso?»

«Nissuna: — anzi egli adesso va sciolto da tutte, rispose Iacopo Guicciardini. — In Castelnuovo di Garfagnana spirò la sua dabbene anima, invocando la patria e con preghiere caldissime raccomandandola.»

Lorenzo Segni, che per avere condotta a moglie la ginevra, figliuola di Piero Capponi, era cognato di Niccolò, udendo l'acerba novella, forte si percosse la fronte ed esclamò:

«Ahimè! perdemmo il migliore cittadino di Fiorenza.»

Lionardo Bartolini, soprannominato il Leo (il quale era uno dei Sedici; e patteggiando per la setta degli Arrabbiati, non si scompagnava mai da Bernardo, Lorenzo, Giovambattista, Dante ed altri della famiglia Castigliona; da Battista del Bene, detto il Bogia, Giovanni degli Adimari chiamato Zocone, Giovanni Rignadori, per soprannome Sorgnone, ed altri della medesima setta), mal comportando la lode smodata ad uomo, che sempre avevano ripreso mentre viveva, rispose ad alta voce:

«Ed il peggiore magistrato...»

Lorenzo, levando la faccia e torcendo nel Bartolini gli occhi dove il subito furore aveva inaridito le lacrime della pietà, come quello che arditissimo uomo era, con grande animo soggiunse:

«A me non faceva mestieri altro esempio per convincermi essere i peccati delle republiche la ingratitudine e la invidia.»

«Via il pallesco! — Taccia l'ottimato! — silenzio!...»

E queste parole con gridi deliranti si urlavano, con frequente pestare di piedi e gesti furibondi, dalla fazione degli Arrabbiati.

«Silenzio a tutti!» balzando in piede dal suo seggio prorompe il Carducci.» Non è luogo questo, nè qui foste adunati per celebrare o riprendere le azioni dei cittadini. Il predicatore al mortorio preconizzerà il defunto messere Nicolò; la storia lo giudicherà nei suoi volumi. Ambasciatori, esponete.»

«Quantunque», con voce concitata incominciò a favellare Iacopo Guicciardini, «a noi fosse più grave patirli che a voi ascoltarli, ci sia non pertanto permesso di tacere gli strazii vergognosissimi co' quali papa Clemente, il dabben cittadino, intese a renderci contennendi davanti i maggiori baroni della cristianità adunati a Bologna per la incoronazione dell'imperatore. Noi non mancammo, a seconda delle istruzioni ricevute, di visitare i cardinali Farnese, Santa Croce e Campeggio; in particolare colloquio raccomandammo la Repubblica al gran cancelliere, ma, secondo il costume di corte, avemmo cerimonie e c'industriammo ottenere la udienza promessa dal maggiordomo maggiore. Dopo lungo aspettare per bene quattr'ore, vilipesi e derisi nelle anticamere, fummo licenziati a cagione che, essendo sopravvenuto a Sua Maestà un subito negozio, non poteva darci ascolto[128]. Non mancammo però di complire monsignore di Nassau, il quale, poco intendendo, meno facendosi intendere, non so se per dileggio o per ignoranza, rispose non bisognare intercessione, però che il papa, essendo dei nostri, avrebbe certamente adoperata benignità alla sua patria. Don Francesco di Covos, commendatore maggiore di Lione, invece di confortarci, ci minacciava guai, se non avessimo convenuto con Sua Santità e presto. — Ah! cittadini miei, quanto io ami la patria, sapete; i sagrifizi che io sono pronto a fare per lei potrete uguagliare, non superare. A me poco premono gli averi, la vita nulla: e nondimanco io torrei piuttosto danni anche maggiori, se maggiori si possono apportare all'uomo, che soffrire un'altra volta tormento come questo, senza pari nel mondo. Per compire intiero l'ufficio doloroso, non volemmo tralasciare il confessore di Cesare, il quale distintamente ci rispose avere Sua Maestà fatto consigliare questa causa, tenerla giusta, tanto più poi persuadendola il vicario di Cristo e cittadino della nostra città; per la quale cosa doveva presumersi fosse non pure giusta, ma pia; inoltre avere Cesare obbligata la sua parola e non esserle per mancare giammai, sapendo egli confessore che Cesare era quanta fede fosse nel mondo. Ancora disse che la città, per avere stretto lega co' Francesi e mandato gente al campo di Lautrec a sovvenirlo nella impresa di Napoli, doveva considerarsi decaduta dai privilegi concessi dai passati imperatori.»

Un turbine di grida interuppe l'oratore, che si rimase con labbra tremanti, ansioso di proseguire; e alla domanda di Dante da Castiglione, la quale, malgrado il trambusto, gli percosse piena le orecchie al modo di tuono:

«E con qual fronte sosteneva costui siffatte scelleratezze?»