L'assedio di Firenze

Part 19

Chapter 193,732 wordsPublic domain

Ma via, che cosa ella è mai nostra scienza? Un deserto senza confini e senza _oasi._ Presunzione soverchia di noi stessi ci consiglia di porvisi dentro alla ventura; — il dubbio ci punge sempre ad andare oltre; e se mai avviene che un qualcheduno ritorni a casa sano, mostra manifesto sul volto il segno della curiosità delusa, della stanchezza disperata per aver saputo che nulla possiamo sapere quaggiù. Il nostro intelletto va ingombro di perchè senza risposta; e se l'angiolo custode non ti riposa la mente da queste domande, tu vedi in brevi apparire la pazzia, la quale irridendoti ti scuote davanti il suo bastone co' sonagli. «La sapienza degli uomini si assomiglia alla cenere, i suoi ragionamenti superbi sono mucchi di fango[116].» Perchè dunque la bestia che parla si vanterà superiore alla bestia che la voce non modula a guisa di parola? Forse perchè la prima ha senno e mani da trucidare la seconda[117]? Non sempre si lasciò uccidere, sovente anch'ella uccise; e pel rimanente, che cosa dice lo Spirito? La condizione della bestia è in tutto eguale a quella dell'uomo; ambedue muoiono di pari morte, ambedue composti di terra si disfanno in terra. Chi può affermare che l'alito dei figli d'Adamo si volga in su e quello delle bestie si volga in giù[118]? La verità per noi è come per i re di Gerusalemme e di Cipro, come i vescovi _in partibus_, un segno senza idea. Ponzio Pilato, certo giorno che non aveva altro da fare, interrogò Gesù Cristo in che consistesse la verità; — poi non attese la risposta ed uscì fuori[119]. — Danno inestimabile fu che il proconsole Pilato non avesse pazienza di fermarsi un momento!

Dunque?

Vi aveva forse promesso di concludere? E se pure ve lo avessi promesso, può egli in siffatte materie tenersi la parola? Voi forse pensate ch'io sia per volgermi all'oceano e supplicarlo di nuovamente nascondere la terra, siccome uscita dai suoi precordi! invano. No, rimanga la terra, continui a lambirne i confini estremi l'oceano, la ricuopra il cielo, imperciocchè io le desideri destini migliori, ed anche, vaticinando, io gli spero. Però desiderando e sperando ho detto a me stesso due cose: gli uomini non saranno mai tutti nè in tutto felici; nel tempo in che viviamo, molte piaghe furono sanate, moltissime altre si apersero, nè giungemmo a gran pezza alla cima che i sofisti s'immaginano, nè con le slombate e pedantescamente codarde fisime loro ci perverremo mai. Se Dio levò la mano su tutte le generazioni della terra, e' non appare che fosse per benedirle tutte: alcune egli guarda con occhio ardente, come acceso di collera, e quivi tu incontri il deserto dalle arene infocate; altre egli non guarda mai, e quivi piovono nevi perenni e ghiacci eterni si addensano; ogni speranza di miglior ventura è morta tra loro. Se quello che raccontano può credersi, cioè avere la terra un cielo che si compia mediante ordine lungo di secoli, per cui la Libia un giorno diventerà Siberia, allora, mutata la vicenda della pena sembra che si possa concludere, vivranno sempre i tormentati. Noi non siamo intero sangue latino; — noi uscimmo dal fianco di madri barbare, e molto di loro ritraggono le nostre membra; — dove non mi occorresse altro argomento per confermarmi in questo mio dubbio, me ne persuaderebbe l'odio veramente fraterno che adesso portiamo ai nostri antichi fratelli teutoni. A posta loro essi si spingono verso il mezzogiorno, desiderando scambiare le brume del cielo natio coll'azzurro del nostro, anelando il grappolo delle nostre vigne, l'olivo delle valli: — Lasciate, essi ci dicono, riscaldarci le membra intirizzite ai raggi del vostro sole; — voi ne avete goduto tanti anni! — Importuni Polinici che ci domandano il trono di Tebe, e da noi odiati come Eteocle odiava. Poichè la natura si mostrò a molti matrigna e ad altri molti madre parzialissima, io penso ch'ella abbia gittato nel mondo il pomo della discordia; e qui per quanto uomo s'affatichi, invano speri di trovare rimedio. Ancora nasce il debole ed il forte, nasce l'uomo di alto intelletto e lo scemo di senno; — irreparabili ingiustizie. Con opera non interrotta di secoli l'uomo arriverà forse a bilanciare in parte siffatte discrepanze, ma pure rimane sempre l'apparizione del genio suprema ingiustizia, meteora luminosa che sè stessa arde e gli occhi ai riguardanti consuma, forza prepotente, la quale, secondo che muove Arimane od Oromaze, afferrato pei capelli il suo secolo, lo strascina precocemente verso la libera civiltà o lo risospinge nella serva barbarie. — Ora parlo di noi uomini viventi. A coloro che tra i riposi di molli origlieri immaginano il sogno facile di umana felicità, compassione. A coloro, i quali consultano i destini degli uomini sui libri dalle fodere dorate, e non palpitano per le piazze e pei trivii in mezzo alla plebe vestita il corpo di fango, l'animo di delitto, compassione e dileggio. A coloro i quali non meno vili e più dannosi dei lusingatori cortegiani adulano le moltitudini, dileggio ed obbrobrio. Non sollevate ancora gli occhi alle stelle, avvertite a non traboccare dentro la fossa adesso adesso aperta ai martiri della libertà, o se gli sollevate, fatelo per pensare che i vostri mali vincono di numero le stelle dei cieli; voi avete concetti superiori, proponimenti inferiori al bisogno; mente alta, cuore codardo, braccio infiacchito; voi ordite un secolo avaro e superbo; obliosi movete oggi la danza dove ieri surse il patibolo per i vostri fratelli; come solevano i baccanti, voi empite l'aere di gridi, perchè nè da voi nè da altri s'intendano i lamenti dei mortariati e turbino le vostre vituperose feste; se vi uccidono l'amico, non dirò che a guisa dei lupi vi lacerate a brani il corpo di lui, bensì come pecore stupide continuate la pastura spensierati e leggieri; vanitosi, celebrate i fatti progressi, e non sapete che la millesima parte della lebbra sociale non fu per anche sanata, che, qualunque parte, comechè piccolissima, della lebbra rimanga, di per sè basta a procurare la morte. Teti tuffando Achille nelle acque di Lete obliava bagnargli il calcagno, e Paride, quivi appunto percotendolo l'uccise. I vostri fratelli furono balestrati in esilio, voi appena fuori delle porte gli avete dimenticati; — i vostri fratelli furono percossi di morte, e voi avete avuto, non che d'altro, paura di gemere sopra il fato acerbo di loro... di proferirne il nome! — i vostri fratelli furono sepolti in carcere, e voi non li avete consolati. E voi i civili, voi? Voi non avete la energia della barbarie nè il senno della civiltà virile. Prima di desiderare la libertà, imparate ad essere uomini; — piuttostochè volere repubblica, attendete a purgare i rei costumi. Finchè vi state così superbi, parabolani, frivoli, obliosi, leggieri, pei mali altrui di ghiaccio, fuoco per ogni maniera di diletti, io non abbisognerò della testa di Medusa per farvi impietrire: — pietra siete da voi. — Io vorrei come dentro uno specchio mettervi dinanzi l'anima vostra: — mostro più schifo non partorì natura, nè mente di poeta immaginò.

Io troppo bene conosco che, da insidiose blandizie lunsingati, saliti adesso, pel discorso inconsueto, in furore, mi maledirete... Maleditemi... e smentitemi, se potete; — intanto io vi dichiaro codardi, frivoli insanabilmente e in tutto degni della presente servitù. — Adesso riprendo la storia.

Quando avveniva un caso grave di pace o di guerra, in Fiorenza era costume del governo di chiamare a consulta, che dicevano Pratica, oltre i magistrati, certa copia di cittadini autorevoli a fine di ricercarli della loro opinione intorno ai privati pareri. Il quale abuso biasima meritamente l'istorico Iacopo Nardi, come quello che partoriva pessimi effetti; primo, perchè, non potendo adunare tutti i cittadini che invero erano o si reputavano autorevoli, gli esclusi si rimanevano scontenti e queruli; poi quelli che sapevano, secondo la consuetudine, avere ad esser chiamati, poco pregiavano i pubblici uffici e sè non esentavano con danno della repubblica; finalmente, i condottieri e i principi, ai quali bisognava negoziare con Fiorenza, riconoscevano questi concittadini come perpetuo magistrato, e così il governo veniva a perdere di reputazione. Siffatta costumanza cominciò dal tempo delle civili discordie tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri, nel quale avveniva che i principali della fazione fuoruscita, tornati vittoriosi a casa, volessero ingerirsi nelle consulte, trattandosi della salute propria e della parte. E quantunque nel secolo della nostra storia cotesta necessità fosse cessata, pur tuttavia continuava il costume; tale essendo la natura delle abitudini, buone o triste elle sieno, quando una volta si lasciano invecchiare nella mente dei popoli.

Il caso era grave davvero, perchè si trattava se dovesse Fiorenza accordare co' patti dettati dal Papa, o se piuttosto, rotti gli accordi, mettersi alla ventura delle armi. Inoltre il gonfaloniere Francesco Carducci tanto più volentieri aveva adunato la Pratica in quanto che col chiamarci uomini di varie fazioni pensò potere conseguire che, trattando domesticamente tra loro, venissero a dimettere alquanto della scambievole selvatichezza ed accordarsi in pro della patria comune: o se non riusciva a persuaderli di fare di per sè stessi questo bene, convenissero almeno a confermare il gonfalonierato di lui, il quale avrebbe molto acconciamente saputo provvedere alla comune salvezza. Pensò ancora di acquistarsi grazia nell'universale; però che, sebbene si sentisse atto a grandi cose; non ignorava essere giunto a quel sommo grado con sorpresa di tutti e sua, scemargli il credito le poche fortune, il fallimento della sua ragione mercantile in Ispagna, il parentado, comunque illustre (che si vantava discendente di san Giovanni Gualberto, antico barone del contado e galantuomo davvero), oggi ridotto in pochi ed umili capi. Le quali cose, come vedremo, il Carducci non solo non ottenne, ma invece acquistò le contrarie; — colpa non sua, sibbene della fortuna, la quale delle due faccie che gli umani casi presentano, sorridendo all'una, è cagione che l'altra, malgrado gli argomenti umani, vada in rovina.

Nelle stanze della Signoria assai prima che la campana, detta la Tonaia, chiamasse i cittadini in Palazzo, egli aveva convocato uomini di ogni maniera faziosi. Erano andati prontissimi tutti Iacopo Nardi, Michelangelo Buonarotti, Bernardo da Castiglione, Zanobi Buondelmonti, Lorenzo Cambi ed altri non pochi per amore di libertà: Zanobi Bartolini e Ludovico Capponi per iscoprire gli umori e governarsi a seconda del vento; Luigi della Stufa, Matteo Nicolini, Ottaviano dei Medici, Luca degli Albizzi, Francesco Antonio Nori per paura, tenendo scopertamente per le palle.

Il Carducci, a mano a mano che giungevano, con dimostranze cortesi gli accoglieva, domandava perdono se avesse loro arrecato disturbo, ma in cosa di tanto momento non credersi facoltato a deliberare senza di loro: attendessero che gli altri venissero; egli intanto esaminare i rapporti della provincia. — E così favellando si accostava ad una tavola immensa ingombra di carte, dove faceva sembiante di leggere. — Il Carduccio, per ordinario pallido, adesso era livido, sia che avesse vegliato la notte, o le cure soverchie lo travagliassero; — e Iacopo Nardi, considerando cotesta sua faccia cadaverica ricinta sotto il collo da un lucco di velluto cremesino, sentì come abbrividirsi dentro, parendogli quelle pieghe rosse rivi di sangue che scaturissero dalle vene tronche della gola: rispose al sorriso del gonfaloniere stringendogli forte la mano e sospirando profondo. Questi però, simulando di leggere, osservava attentissimo gli atti ed ascoltava i detti dei convocati, e a tal fine adoperava l'udito, che la natura gli aveva concesso maraviglioso, e la strana facoltà di potere in due punti diversi indirizzare nel momento stesso il raggio visuale degli occhi. Vide i Palleschi ossequiosi volgersi agli Arrabbiati, e questi con mali modi e peggio parole ributtarli e restringerli insieme; — notò i Palleschi e gli Ottimati rimanersi ristretti alcun tempo, ricambiarsi la favella, ma alla perfine dividersi per istudio degli ultimi a malgrado dei primi: non gli sfuggì il corpulento Bartolini fare ad ognuno e restituire saluti, e non pertanto schivati i colloquii rimanersi solo: nè il Carduccio sfuggì al Bartolino; acuti entrambi, entrambi speculatori sottilissimi degli uomini, ingegnosi, amanti di libertà; ma il Bartolino per ingiurie ricevute, quindi facile a piegare il Carduccio per ambizione e come cosa propria, quindi istrumento di libertà capacissimo e fedele. Poichè lo scopo di averli adunati per tentare se potessero mescolarsi il gonfaloniere conobbe perduto, egli, depositando sulla tavola il fascio delle lettere, quasi avesse terminato di leggerle, dirigendo la parola ai convocati, così cominciò:

«Male nuove, messeri. Il dominio per la massima parte perduto; la rimanente, secondo i rapporti dei commissari, travagliata dai partigiani dei Medici, vacilla nella nostra devozione: — pericoli maggiori dentro: l'erario vuoto.»

«Se per lo addietro», rispose tempestando Bernardo da Castiglione, fosse stato creduto a me e agli altri che sono del mio animo, forse in questo giorno noi non avremmo a consultare se si debba perdere o non perdere questa libertà; perchè se ci fossimo vendicati arditamente contro alle case, contro alla vita e contro alla roba dei nemici nostri e traditori della patria, noi non avremmo oggi tanta paura di loro in questi travagli, nè il Papa, confidato in questi perversi cittadini, avrebbe mosso la guerra per rimettere sè e loro nell'antica tirannide[120].»

E l'Arrabbiato guardava bieco i cittadini palleschi.

«Cotesti vostri modi», riprese Ludovico Capponi, «messere Bernardo, ci avrebbero dato tirannide nuova, peggiore dell'antica: rammentate che ai forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. Procedendo come abbiamo fatto fin qui, ci rimane sicura speranza di accordi pei quali, sfuggita la guerra, conserviamo libertà onestamente moderata ai tempi, ai costumi ed alle voglie degli uomini possibile.»

«Libertà da Giulio dei Medici voi non vi potete attendere neppure moderatamente onesta! Sperate piuttosto mille fiorini in prestanza dal giudeo senza pagargli l'usura. Ah! Ludovico, sul letto dove si fanno cotesti sogni, si alzano le forche per cortinaggio, e pende un bel capestro per tendina.»

«Patteggiando, messere Bernardo, restiamo intieri, abbiamo forza e possiamo costringere a tenere i patti; — vinti poi, dispersi, spenti, nelle sostanze rovinati, empiremo le terre d'Italia di pianti inutili e le più volte derisi.»

«E chi vi ha detto, Ludovico, di esulare per Italia! i Saguntini non esularono; — non esularono i Cartaginesi; — non esularono i Sanniti, — non i Giudei; e intorno alla prima parte del vostro discorso, io vo' che sappiate dieci battaglie perdute non pareggiare il danno di sei mesi di tirannide.

«E quale sarebbe il parere vostro, onorando messere Zanobi?» domandò all'improvviso il gonfaloniere guardando fissamente il Bartolino.

E questi spedito rispose:

«Vi dirò, magnifico messere gonfaloniere, le opinioni di per sè stesse non valgano nulla; — tutte buone, tutte cattive: e' bisogna prima disaminare per bene i fatti; e questo, come vedete, spetta a voi: — se davvero il dominio è perduto, la fede dei cittadini e soldati vacillante, la pecunia nulla, accorderei salvando parte di quello che altrimenti mi toccherebbe a perdere intiero; se poi non per anche giungemmo a tanto estremo, non precipiterei nulla per godere il benefizio del tempo ad aspettare le nuove dei Luterani e dei Turchi.»

«Queste risposte sanno di oracoli. — Dei due fatti bisogna supporre uno: — così non verremo a capo di nulla», — mormorava a mezza voce il Carduccio; e il Bartolino, tornato alla primiera impassibilità, fingeva non intendere parola.

«La fede dei cittadini vacillante?» favellava pieno di passione Iacopo Nardi. «Sì, ma di pochi tristi. Le casse vuote? Sì, perchè non volete prendere il danaro dove si trova, ed invece lasciate adoperarlo ai nostri danni. Almeno volgetevi alla carità del popolo: i ricchi non hanno viscere, e il popolo vi porterà il suo ultimo soldo, il suo ultimo figliuolo...»

«In fè di Dio io non so chi mi tenga le mani che non te le cacci nei capelli e non ti renda più mondo dello zuccone di campanile[121]»

«Silenzio, donna! Abbiate rispetto al palazzo dei Signori.»

«Senti! O che li tolgo in dispregio io? Ma fammi almeno contenta di dire a messere Francesco da parte mia che ho da parlargli.»

«E chi siete voi?»

«Io mi chiamo monna Ghita e sono setaiuola conosciuta per tutto Borgo San Friano.»

«Or bene, monna Ghita, aspettate.»

«Aspettate! — Ella è una parola cotesta; ma noi poveri lavoranti non siamo mica come voi altri signori soldati, che ve ne state il giorno intero a baloccarvi con la partigiana in su le spalle mentre v'è chi pensa a infornarvi il pane e a mescervi il vino: a noi tocca guadagnarcelo menando le mani da mattina a sera; e tante volte non basta. Prima dell'assedio un'ora o due non guastava; ora poi il vivere è così caro che, non l'ora, il minuto assottiglia il vivere: non sapete voi che il grano costa sette lire lo staio quando se ne trova, e il vino dieci fiorini d'oro il barile? Ma voi non sapete nulla, perchè non li comprate... — Corto — andate o non andate ad avvertire messer Francesco?»

[Illustrazione: .... Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a volerlo accettare,... _Cap. VII, pag. 176._]

«Buona donna, andatevi con Dio: — vi par egli che il magnifico gonfaloniere possa lasciare la consulta per ascoltare una femminuccia qual siete voi.»

«Soldato, tu se' forestiero e servo: se tu fussi de' nostri, sapresti qui non si conoscere femminucce nè madonne, il grande contare meno del popolano; se il grande vuol tenere gli uffici, essergli forza ascriversi alla matricola delle arti: — la mia famiglia appartiene all'arte di Por Santa Maria, come quella di messere Francesco Carducci: ambedue abbiamo traffico di seta; egli la compra in balle, io gliela incanno, gliel'addoppio e gliene fo matasse... eppure intrambi eguali di condizione.»

Siffatto colloquio discorso con voce concitata le più volte sdegnosa, nella stanza antecedente alla sala dove stavano a consulta il gonfaloniere e gli altri cittadini, sospese i ragionamenti di loro; e quale più qual meno si mostrava curioso di conoscere la cagione della pressa singolare che faceva la donna. Onde il gonfaloniere, quella vaghezza leggendo sul volto ai circostanti, senza aspettare di esserne sollecitato chiamò la guardia e le ordinava lasciasse passare.

E subito dopo comparve arditamente una donna di sembianze strane; alta della persona, magra, adusta dal sole sicchè sembrava di colore del rame. I muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le labra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli occhi fulgidissimi e perpetuamente volgentisi da un lato all'altro; i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta. Moveva le braccia a guisa di remi; e considerando le mani forti e l'unghie adunche di che andavano fornite non era da reputarsi di poco momento la minaccia fatta al soldato. — Entrò, come dissi, audace nel sembiante e negli atti; ma tosto che si vide in mezzo a quel consesso, declinò lo sguardo e si rimase muta e vergognosa. Per lo che il Carduccio, motteggiando, amorevolmente le domandava: «Ora via, monna Ghita, lasciaste voi per avventura la lingua al beccaio?»

«Messer no, bensì credeva che il soldato mentisse il consesso, nè mi aspettava trovarmi al cospetto di tanti magnifici che vanno per la maggiore...»

«E non andate anche voi per la maggiore? Il vostro nome non è egli scritto nella matricola dell'arte della seta?»

«Oh! per l'arte, dite bene; ma infine dei conti a me pare che tutte le disparità mettano capo a queste sole due: avere e non avere... E nondimeno io parlerò, e questi signori mi scuseranno: e se non mi vorranno scusare, mi rincarino il fitto, perchè io faccio opera buona. E per dirvela in breve (chè a voi altri messeri premerà il vostro tempo, ed a me preme anche il mio), ecco di che si tratta: e' mi hanno fatto sapere come qualmente la Signoria ordinò si gridasse per le strade e si appiccasse su pei muri un bando, affinchè chiunque si trovasse da avere figliuoli da diciotto a trentasei anni ed ori ed argenti, li portasse al palazzo della Signoria per essere adoperati in difesa della nostra patria... Ora mi trovo ad avere questo figliuolo... — Vieni oltre, Ciapo, e saluta i messeri.»

Qui gli occhi di tutti si fissarono sopra un garzone adolescente tuttavia, ma grande e grosso, di membra validissime, armato di spada, di partigiana e di barbuta. Egli come volle la madre, si avanzò di alcun passo e con piglio soldatesco riverì il gonfaloniere e gli altri adunati. Allora monna Ghita continuò:

«Ciapo non arriva ancora a diciassette anni, ma Ciapo è tale da fiaccare l'ossa con un pugno a quanti qui siete dentro, sia detto senza superbia. Cotesto vostro bando, con reverenza di voi tutti, messeri, non mi sa di nulla. Oh! che? son gli anni che rendono capace di portar arme e affaticarsi nel campo? il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare nel diciassette come si arriva alla festa di san Zanobi, può fare quello, e più, che non fa un altro di trenta. Dunque deve farlo ancora egli. Ciapo è buon figliuolo; ha il santo timore di Dio, lavora per la sua povera madre, e prega tutte le sere per l'anima di suo padre. — Da lui in fuori io meschina non ho altri nel mondo. Rimango sola; — ma che monta questo? Quando ho sentito il bando, gli ho detto: Ciapo, prendi la barbuta, la partigiana e la spada di tuo padre e vieni ad arrolarti alla ordinanza della milizia. Adesso ti bisogna difendere tua madre e la tua casa. — Qui Ciapo mi ha risposto: Non ci moviamo, madre mia: per voi, dormite sicura che nessuno vi toccherà la punta di un dito; in quanto alla casa poi, che domine volete che portino via? E' non v'è chiodo d'appiccare il capuccio. — Le quali parole mi fecero impressione, perchè Ciapo diceva la verità, essendo i miei anni tanti da rendermi ora più paurosa del demonio che dei soldati, e la casa ignuda di masserizie quanto il palmo della mano: ma stata alquanto sopra di me, soggiunsi: Va tuttavia, se non difenderai le donne e robe tue, difenderai quelle degli altri; e poi mantenendo questo stato, se un signore ti reca ingiuria, dimani diventa si può dire come te di petto alla giustizia, e tu puoi accusarlo agli Otto, mentre nei reggimenti dove un solo comanda a tutti e sempre, non sai in che modo rifarti. — E senti ancora quello che predicava il beatifico frate Girolamo, perchè non hai avuto il bene di ascoltare quella santissima bocca: — Cristiani e fratelli miei, vale meglio pane di fava in repubblica che pane d'oro sotto il principato. — E Ciapo m'interruppe esclamando: Basta... andiamo. — Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a volerlo accettare, ch'egli mi promesse di portarsi da valentuomo e da figliuolo degno di Bindo del Tovaglia suo padre, che Cristo abbia in gloria.»

Le guancie livide del Carduccio comparvero lievemente tinte in rosso; sciolse un sospiro, e la soverchia commozione gli troncò la parola. Gli altri, rimordesse coscienza o maraviglia esaltasse, tacevano. — La donna soggiunse: