L'assedio di Firenze

Part 18

Chapter 183,551 wordsPublic domain

«Fortunato lui, che i suoi occhi non vedono le presenti miserie! — Siccome me lo dicevano della patria amantissimo, pietà divina certo lo tolse allo spettacolo di così profondo infortunio. — A lei dunque mi voltai interrogandola dove fosse mio padre: ed ella rispondevami starsi in luogo sicuro; non dubitassi; lo avrei riveduto un giorno, sotto cielo meno inclemente, circondato da creature più buone. Coteste parole non mi confortavano punto; ricordai lo scoppio dell'archibugio, il padre scomparso, e stemperandomi in pianto, più e più sempre invocava il mio povero padre. Le compagne, male sapendo come consolarmi, dolenti anch'esse per eguali sventure, piansero al mio pianto, ai miei gridi gridarono. Sola madonna Lucrezia, trattenute le lagrime, non facendo atto che apparisse vile, con soavi parole ci conforta, in mille modi diversi s'ingegna raumiliarci: — Il pianto, ci dice, ai colpi di fortuna non giova anzi gli aggrava; togliessimo animo pari ai casi con i quali il Signore intenderà provarci; rammentassimo le donne di coloro i quali con rischio della vita avevano pigliato in mano la difesa della patria non dovevano piangere; a nemico superbo opponessimo altero petto; un giorno anch'essi scontrerebbero amare queste esultanze nefande; a Dio volgessimo il cuore rassegnato e contrito; alla Madre Santissima ci raccomandassimo; serbassimo la vita finchè potevamo con onore; se no, scegliessimo la morte, e il cielo si aprirebbe a raccogliere la nostra anima cantando le glorie dei martiri. — Così accesa nel volto con occhi lucenti favellava la santissima donna, quando, schiusa la porta, apparve tra noi l'abborrito ordinatore della morte di mio padre. Le compagne mi si strinsero attorno, come colombe paurose del nibbio; io lo guardava fisso e sentiva ribollirmi nel cuore orribile sete di sangue, sicchè se mi fossi trovata in mano daga o archibugio e avessi saputo come si uccide un uomo, lo avrei trucidato di certo. — Costui, che seppi tenere grado di capitano, e chiamarsi Giovambattista da Recanati, si restrinse a colloquio con Madonna; procedevano da prima le sue parole dimesse, la persona piegava in atto di ossequio, — poi diventò a mano a mano, concitato nel dire, gli occhi gli avvamparono ardenti. Madonna rispondeva raro, come schermendosi da molesta domanda, e noi la vedevamo ora impallidire, ora arrossire a guisa di persona posta al tormento. All'improvviso quel tristo proruppe: — Fin qui pregai. Ora sappiate ch'io posso volere e voglio... — Lucrezia lo supplicava tacesse, il luogo considerasse e le persone; ma l'altro non udiva ed ambe le braccia distese per afferrarla. In quello estremo la donna gli strappa la daga dal fianco e, alquanto indietreggiando, gliel'appunta alla gola gridando: — Scostati, o sei morto. — Il capitano si trasse in disparte e, contraendo le guance, fece greppo e mostrò i denti come fiera che si apparecchia a divorare la preda. — Era il suo riso. Poco appresso rincorato, — Madonna, le disse, rendetemi la daga: voi ricambiate odio per amore; — questo fa torto alla vostra pietà. — Ed ella: — Sì, certo, io non voglio comparire davanti al mio Creatore coll'omicidio sull'anima. Non a voi, capitano, sibbene a me stessa, darò la morte, se vi accostate anche un passo. — Non ne farete niente, Lucrezia! — e si favellando si avvicina; allora ella volge la punta al proprio seno e si apre le carni, cosicchè ne spiccia larga vena di sangue. Noi alzammo un terribile grido. Il capitano urlò fieramente anch'egli e, fatto delle mani croce, supplicò si rimanesse, — sarebbe partito. E si partiva: mentre stava per oltrevarcare la porta, Madonna con voce carezzevole lo richiamò indietro, e a lui tutto lieto dell'animo che immaginava nella donna mutato, ella disse: — Pregarlo di farci respirare aere meno grave, ci cavasse per qualche ora dal carcere infame; lasciasseci vagare pei campi paterni. — Ed egli: — Purchè sia meco! — Lucrezia rispose di rimando: — Sia. — Uscito dalla stanza, corremmo alla donna, fasciammo la piaga leggiera, ed ella, come già rapita a sensi diversi, lasciava fare: — diventarono mute le sue labbra: — si nascose il volto nelle mani e così stette fino a sera, premendola un fiero proponimento. Il pianto fu a noi tutte in quel giorno cibo e bevanda. Declinando il giorno, comparve il capitano Recanati in compagnia di alquanti suoi scherani, e con esso loro noi tutti uscimmo. Lucrezia volse frettolosi i passi alle sponde dell'Arno. — Talora si ferma, il cielo considerando e la terra: e poichè il cielo appariva divinamente sereno e la terra lieta di verdi piante... — ah! gli uomini non possono contaminare la natura., — gemè dall'intimo petto. — La brezza vespertina mordeva acuta, e noi la vedemmo dilatare le narici ed aspirarla a lungo tratto, come se intendesse inebriarvisi. — Cotesta era carità di patria, pensiero di godere le voluttà di cui il natio luogo va pieno prima d'immergersi nella morte. — Ora le campane delle parrocchie annunziano la estrema ora del giorno. — Voi sapete come, in cotesta ora, in quel suono si comprenda un'arcana mestizia che vince il cuore dei più tristi e li dispone ai rimorsi della notte. Madonna si pose in ginocchio, — noi ne seguitammo l'esempio, ed ella a noi volgendosi ci disse: — L'ultima ora di un giorno e di una vita è compiuta; pregate per un'anima che sta per passare. — Il senso di quelle parole non ci era chiaro, — pure pregammo con ardentissimi voti. Cosa stupenda e a me medesima, dove non l'avessi con i propri miei occhi contemplata, incredibile. I masnadieri e il capitano, i quali ci vigilavano da vicino, commossi dallo spettacolo di amore e di fede, loro malgrado si prostrarono anch'essi, sforzandosi richiamare sui labbri l'orazione nei primi anni della vita imparata dalla pia genitrice. Noi donne stavamo sopra il ciglione dell'argine; — menava sotto vertiginose le acque l'Arno grosso per le pioggie cadute nei giorni precedenti. Madonna Lucrezia si leva: — aveva nel volto gran parte di cielo; il crepuscolo dorato lo vestiva di luce serafica: ci guardò mesta, non abbattuta; secura non baldanzosa; e aprendo la bocca favellò: Figliuole mie, che voi sceglieste piuttosto la morte con onore che la vita con vergogna, stamane con parole io v'insegnava; guardate, — adesso ve lo confermo con l'esempio. — Ah! il pianto mi toglie facoltà di raccontarvi partitamente com'ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume: — come vedessimo ora apparire su le acque, ora scomparire sotto, la santissima donna; e tanta era in lei la voglia di preporre l'onestà alla vita che quante volte l'impeto dei vortici la respinse su a galla, altrettante ella mettendosi le mani sul capo si attuffava giù nel fondo. Urlando correvam lungo le rive dell'Arno, strappandoci i capelli e invocando Dio. Il capitano, improvvido di consiglio, rimase stupido di terrore. I suoi non si movevano; — egli poi, quando si riscosse ed ebbe trovato barche e corde per riaverla, trasse dal fiume un cadavere. — Scendeva intanto la notte. — Il corpo inanimato adagiarono sopra una bara: — portavano intorno due torce infiammate; e il capitano seguiva livido e muto. — Già ci accostavamo al campo quando vedemmo, quasi scaturito dal seno della terra, un uomo sordidato di fango, co' capelli scomposti sul volto, ardentissimi gli occhi, stringere una daga ed avventarsi contro il capitano Recanati gridando: — Rendimi mia moglie! — E il capitano, quasi agitato dalle medesime furie, trasse in un baleno il suo pugnale gridando più forte: — Rendimi l'amor mio! — L'uno contro l'altro correndo rovesciano un masnadiero che porta una torcia; — di subito li circondano le tenebre; — ne segue fiero scompiglio: — i portatori fuggono, la bara precipita rovesciando la morta sopra i due forsennati... Se quel tremendo avvenimento giungesse a separarli, se più infelloniti si uccidessero, io non so dirvi, perocchè anch'io mi detti alla fuga, — e tanto corsi, tanto mi affaticai che, quando per lassezza mi rimasi, la notte era alta; — intorno a me silenziosa la terra; solo da lontano mi veniva un rumore come di acque che si rompano per le pile dei ponti. Pensai movessero dal campo; e rinfrancata, quantunque mi sentissi rifinita di forze, ripresi il cammino opposto a quel suono. — Andai per un tempo alla ventura, poi, ravvisando strade a me note, deliberai tornare dove fu la mia casa, sperando rinvenire il corpo di mio padre, dargli sepoltura e quindi commettermi alla fede di taluno conoscente od amico. — Pur giunsi, — riconobbi i cancelli atterrati, il bel giardino svelto; — ma mi premeva altra cura. Dal terrore agitata e dalla pietà cercai per le fosse l'amato cadavere. Per quanta diligenza io vi adoperassi, non mi venne fatto trovarlo. — Mi avvio dolente verso l'aia dove surse la casa, adesso ingombra di frantumi e di ceneri. — Mentre più mi avvicino, odo un sospiro fievole, e subito dopo vedo un simulacro umano in mezzo a quelle rovine; intendo più alacre il guardo... e mi parve lo spettro di mio padre. Se pure fosse stato tale, amore mi consigliava di andargli incontro, ma la paura mi vinse, e fuggii prorompendo in altissimi stridi. — Nel tempo stesso la voce paterna mi percuoteva le orecchie chiamando: — Figliuola, figliuola! — Così vicini a riunirci per miracolo del cielo, di nuovo ci dividevamo, — e forse per sempre, — se all'improvviso il cane fedele, superstite a tante sciagure, non mi avesse, afferrando il lembo della veste, impedito di correre. Ci abbracciammo dimentichi dei sofferti mali; caduto era il padre non già di palla, bensì per essergli mancato il terreno di sotto i piedi, e al tempo stesso, sparando l'archibuso, parve rimanere ucciso, mentre per divina provvidenza la palla, strisciategli le vesti, appena l'offendeva. Precipito il racconto: albergammo in casa amica; ci ristorammo della fame e del disagio; e poi, così volle mio padre, saliti sopra poderoso cavallo, per lungo circuito, correndo a precipizio, ci riducemmo a Fiorenza. — Forse dieci miglia discosto incontrammo un convoglio di carra e di gente che abbandonavano il contado: infranta nella persona, desiderai adagiarmi sopra un carro pieno di strame e di leggieri me lo concessero i villani dabbene; qui presi sonno; mi risvegliai precipitando e caddi tra voi. — Ed ora mio padre dov'è? E perchè tarda? Qualche fiera avventura gli accadde, e voi me la celate pietosi. O padre mio!...»

[Illustrazione: .... com'ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume;.... _Cap. VI, pag. 159._]

Una voce lontana penetrò nel corpo di guardia, che chiamava:

«Lena! Annalena!»

«Silenzio!»

«Lena!»

«Ah! padre, padre, padre!...»

E tutti uscirono dalla porta a gola spiegata gridando:

«Qua. — Da questa parte. — Venite oltre. — Qui è vostra figlia.» Cessa la voce, — s'intendono passi precipitati; arriva un vecchio ansante, si slancia con giovanile leggierezza fra le braccia della vergine, — ella di lui; e piangendo, mormorando parole slegate, alternando baci e carezze, godono piena la gioia umana, — la cessazione del dolore!

Alcuno dei circostanti piegava altrove il volto, vergognando mostrarlo lacrimoso; Lupo rideva, non capiva in sè dalla contentezza.

Poichè si furono alquanto rimesse quelle calde dimostranze di affetto, il vecchio con labbra ridenti e cuore devoto rendeva mercede agli ospiti della figlia.

«Oh!» rispondeva Lupo, «qui non ci capiscono grazie; noi non abbiamo fatto altro che dirle buone parole... e queste costano tanto poco, e tante ne sprechiamo invano e per male che davvero non meritano pregio le pochissime proferite per bene. Io ve l'ho conservata, come padre; e sebbene la presenza vostra mi tolga la dolcezza di questo nome, siate ben venuto, buon uomo. Se però non vi offendesse la proposta, e voi voleste accoglierla con quell'animo col quale ve la offeriamo noi, starebbe a voi renderci gli uomini più lieti di questa terra (perdonate il rozzo dire alla sincerità delle intenzioni)... accettando parte delli nostri danari...»

«Lupo ci vince in valore, in magnanimità, in anni, in tutto», esclamarono i giovani.

«Per gli anni, sta pur troppo e, mio malgrado, bene; pel rimanente, e nasca quello che sa nascerne, voi mentite per la gola.»

«Gente dabbene, la vostra cortesia supera la parola: io ve ne rendo con l'animo quelle grazie che so e posso maggiori. Dal naufragio della fortuna tanto ancora mi avanza da sostentare me e la mia figliuola finchè il nemico duri nelle nostre contrade. Allora spero che Dio vorrà concedermi tanto di vita da restituire in lieto stato le mie terre, rialzare la casa...»

«Amen!» risposero i circostanti.

«Però», disse Lupo, «vecchio come siete, era meglio che riparaste a Lucca o a Siena e vi toglieste ai disagi dell'assedio, come hanno fatto i nostri più doviziosi mercatanti.»

«Il mercante non conosce patria; — i suoi affetti e le sue memorie stanno nel forziere. — Agevole cosa è pertanto trasportare un forziere. L'agricoltore pone nei campi l'amore, le fatiche, le ricordanze o liete o triste della vita; nè i campi possono da un luogo all'altro trasferirsi. A me bisogna rimanere in patria o morto o vivo.

«Già non intendeva io consigliarvi ad abbandonarla, sibbene rimanervi lontano finchè durano i pericoli della guerra.»

«Lontano o vicino, i pericoli della patria mi riuscirebbero del pari dolorosi e forse più gravi stando lontano, perchè accresciuti dall'ansia, dall'incertezza e dal timore. E che? Manca forse vigore a queste braccia per adoperarle in difesa del mio paese? Quella guerra è invincibile dove combattono per soldati il vecchio di sessant'anni e il giovanetto di quindici. Me avventuroso se potrò dare al dolce loco natio gli estremi giorni di questa mia vita angustiata per mille dolori! Scaverò ai fossi, porterò terra ai bastioni, porgerò le armi ai combattenti; — e, ogni via di salute disperata, precipitando dall'alto apporterò con la mia la morte di qualche nemico. Se, come spero, le ragioni della patria prevarranno, mi sarà di conforto nel morire il pensiero che la mia diletta figliuola sia commessa alla fede di madre amantissima, — voglio dire Fiorenza. — Se invece, (disperda Cristo l'augurio); rimane spenta la libertà, il vivere che monta? Tra morire e vivere da schiavo la differenza è questa: i morti non sentono nulla, i vivi si consumano sotto il peso delle catene. Lena mia, ti faccio manifesto il mio testamento alla presenza di questi valenti uomini; dove il lione coronato rimanga insegna della Repubblica, tu vivi, serbati agli affetti di sposa, — alle santissime cure di madre; se le palle trionfano... eccoti... prendi questo coltello... comunque corto egli sia, può sciogliere un'anima dai legami del corpo.

Ludovico si muove all'improvviso e ponendosi di faccia al vecchio lo interroga:

«Messere Lucantonio, mi ravvisate voi?

«Oh! se vi ravviso», rispose tosto il vecchio andandogli incontro e abbracciandolo, «messere Ludovico, vi siete fatto fiero e gagliardo, la Dio mercede. Vedete un po' come siete cresciuto, si può dire, a giorni. Il vostro signor padre (scusate se vi rinnovo il dolore) ci ha lasciato; — povero uomo! meritava vivere più lunga vita; ma Dio sa quello che fa: — io però non me nè darò mai pace; non isperavo nè desideravo sopravvivergli. Duri tempi, figliuolo mio, ma non affatto sfortunati a chi, come voi, eredò tanta copia di domestiche virtù.»

«Messer Lucantonio, profferendovi grazie delle cortesi vostre parole per ora, favelleremo a bell'agio intorno a siffatto argomento. — Volevo dirvi un'altra cosa: — l'incomodo della via, i travagli sofferti devono rendere al vostro corpo necessario il riposo. Qui presso nel popolo di Santa Felicita è la casa del vostro amico defunto; — mia madre e i miei fratelli abitano Pisa da molto tempo, e il modo del ritorno è loro tolto. — Venite ed accettate ospitalità...»

«Io non consentirò...»

«Pensate che il figliuolo del vostro amico non merita rifiuto e che l'alterezza, quando è troppa, diventa superba.»

«Sicuro, eh! il soverchio rompe il coperchio», veniva approvando Lupo.

«Sia come volete. Messeri, amici da un istante, noi lo saremo per la vita: — porgetemi la mano; così come le mani, si uniscano le anime nostre. Lupo, io per me nulla sono... ma se voleste essere pagato col mio cuore, io ve lo manderei dentro una coppa a casa... Addio.»

E salutando con le mani, da destra a sinistra piegando la persona, si accommiatava.

Lupo, staccando il lampione e rischiarando la via, mormorava:

«Pagare! il cuore! Che diavolerie sono elleno queste? Avrei per avventura ceffo di quelli che mangiano gli uomini alle Indie? Messere Lucantonio, vedete non farvi male... andate piano... qua v'è uno scalino da scendere... a rivederci... buona notte. E voi, Annalena, rammentatevi di me nelle vostre orazioni.»

«Addio... buona notte...», si udì alternare da una parte e dall'altra. — Poi fu fatto silenzio.

Lupo rientrando depose il lampione, si avviluppò nel gabbano, e ponendosi a giacere sulla panca, mormorava — Lupo vergógnati! Quell'uomo conta un terzo anni più di te, ha veduto la sua casa incendiata, le sostanze disperse, le terre guaste; e nondimeno pieno di fede spera, o pieno di ardimento fermò nel cuore il suo fine... Tu invece, dubiti... ti sconforti e, quello ch'è peggio, sconforti altrui. — Egli non soldato, tu allevato e cresciuto nei campi. — E ciò da che nasce? Nasce dall'essere in lui il cuore buono, il senno ottimo... — Tu veramente, Lupo, cuore non hai cattivo, si potrebbe sostenere anche buono..., ma per il senno... Ah! Lupo, tra te e te puoi confessare che sei tondo come l'O di Giotto... e non vedi più in là mezza spanna del naso.[111]

CAPITOLO SETTIMO

LA PRATICA

Gran cosa, che, di sedici gonfaloni, quindici furono di tanta altezza e generosità di animo che risolvettero veder perdere piuttosto la roba e la vita combattendo che l'onore e la libertà cedendo.

VARCHI, _Stor._, lib. X.

Chi vuol veder quantunque può natura In fare una fantastica befana, Un'ombra, un sogno, una febbre quartana, Un model secco di qualche figura, Anzi pure il model della paura. Una lanterna viva in forma umana, Una mummia appiccata a tramontana, Legga per cortesia questa scrittura.

BERNI, _sonetti._

La storia è poderosa quanto il grido dell'angiolo che deve suscitare dalle tombe le ossa inaridite; — ella evoca le ombre delle andate generazioni e le costringe al giudizio.

Ma lo spirito, insofferente del confine a lui imposto dalla forza misteriosa che chiamiamo Dio, quando s'ingegna conoscere da quello che il mondo soffriva quanto egli ancora sia destinato a soffrire, merita l'inferno comune con Satana. — I fati posero il genio del rimorso a custodia dei sepolcri, — e contendono dalle reliquie dei morti derivarsi argomento di esperienza pei vivi. Continue paure sgomentano gl'indagatori delle arti arcane vietate ai mortali, ed è la storia tra queste. Come l'albero della scienza dell'Eden, sta nella vita umana lo studio; quello produsse la morte del corpo, questo la certezza del male, ch'è la morte dell'anima.

Infelicissima vita dell'uomo giunto a penetrare gli arcani difesi! perocchè i cieli mente bastevole a separarlo dai suoi fratelli di miseria gli concedessero, tanta poi che valesse per sollevarlo alle sostanze spirituali gli negassero. Ora la superbia lo trattiene dall'inclinare lo sguardo sopra una stirpe che egli calpesta e disprezza perchè non sa migliorarla; la disperazione gli dice fissarsi invano occhio mortale nell'alto. Fin dove poteva sorgere, egli è sorto: adesso si roda le viscere. — Ah quasi per errore egli venne tra le cose create: quanta sarebbe pietà riporlo tra le disfatte!

Un tempo fu, adesso per molta età diventato antico, in cui gli uomini ordinarono al poeta adombrate dal velo delle allegorie le sentenze della dottrina morale rappresentasse; ed Eschilo allora immaginava cantando il figlio di Giapeto, salito all'Olimpo per conforto di Pallade, rapirne il fuoco celeste e vivificare con quello lo spirito umano. Geloso il tiranno dei cieli, lo condannando ad immortale supplizio, mandava l'avoltojo a pascere il fegato perenne al sapiente infelice. Incatenato alle rupi del Caucaso, chiama Prometeo[112] l'etere, la terra e il mare in testimonio dell'atroce ingiustizia. Lui incitava al meglio il grido della natura; una pietà profonda, un sublime pensiero lo spinsero a fare meno triste le sorti della bestia che parla. Ora come secondavano gli dei tanto amorevole benignità? La creatura amante e, comechè incolpevoli, le creature amate ebbero comunanza di pena. A tormentare la prima fu mandato l'eterno carnefice; — a tormentare le seconde vennero la infermità, la tristezza, ed Esiodo poeta aggiunge illepidamente le donne...

Più sicuri noi contempliamo la dura verità. Santo Agostino e Rabano[113] ci narrano come Prometeo fosse uomo inclito per dottrina, il quale meditando sulle ragioni delle cose svelava agli uomini le proprie miserie, e palpate le piaghe loro, non seppe poi con qual farmaco mitigarle. Gli uomini tratti dalla ignoranza nell'angoscia maledirono l'importuno maestro, che si consumò nell'angoscia di aver procurato irrimediabile un male con intenzione del bene.

Avventuroso lo stolto! — Bacone de Verulamio due afferma essere le condizioni della vita figurate dalla sapienza antica nelle persone di Epimeteo e di Prometeo. «E chi, egli ragiona, improvvido del futuro seguitò la scuola di Epimeteo prendendo diletto delle cose presenti, senza darsi cura dell'avvenire, placava il genio maligno e, lusingandosi di vane speranze, traeva la vita come nella dolcezza di sogno fortunato. — Gli alunni di Prometeo, per lo contrario, indagatori acuti degli uomini e delle cose, ogni letizia appassirono. Stretti alla _colonna della necessità_, da paure continue agitati, perderono la pace del cuore; e se pure spunta per essi un'alba di conforto, nuovi terrori sopravvengono improvvisi a disperarli con l'antica agonia[114].»

Avventuroso lo stolto! La disputa se la scienza giovi a migliorare le condizioni umane pende indecisa. A Giangiacomo il suo genio disse: Nega, — ed ei negò, e le genti lo chiamarono scempio. E che monta il giudizio della gente? La storia insegna le verità maravigliose essere state mai sempre schernite col nome di follia. E sì che Gesù Cristo predicando alle turbe in Galilea tale dava principio alla sua orazione: — Beati i poveri di spirito[115], — e sì che i santi Paolo e Gregorio ordinarono l'incendio di molte migliaia di volumi: ed oh! piacesse a Dio che potessimo davvero di tutti i libri del mondo costruire un rogo per farvi sopra _un atto di fede_ dei miserabili sofismi chiamati col nome di ragione umana.