L'assedio di Firenze

Part 15

Chapter 153,774 wordsPublic domain

«Guarda dall'ingannarmi. Io ti farei mettere in pezzi anche nel tempio di Cristo in Gerusalemme! Tu non mentisci?»

«In fè di Dio, e vi par'egli che vorrei commettere un tanto peccato? Forse non so che per ogni menzione conviene penare sette anni nel purgatorio? O che credete l'anima non prema anche a noi? Però il pericolo è grande, e vi abbisogna mercede proporzionata. — Sul prezzo ci accomoderemo di leggieri; sul modo del pagamento, con maggiore difficoltà...»

«Desideri Malatesta; — si sforzi a desiderare: — noi qualunque sua voglia faremo piena. Ama la salute dell'anima? — Noi gli apriremo le porte del paradiso, senza che pur di volo tocchi il purgatorio.»

«Anche questo a qualche cosa è buono, ma or si domanda», e con la mano il masnadiero faceva atto del soppesare, «e ora si domanda.... via.... meno spirituale guiderdone.»

«Ben lo sapevamo noi che senza prezzo nulla si compra: — esponi il patto.»

«Prima di tutto, il signor Malatesta vuol sangue.»

«Sangue? Di cui sangue?»

«Di Sforza e di Baccio Baglioni, seguaci, complici ed aderenti loro: oramai pretende che voi non gli abbiate a ricovrare sotto il manto della Chiesa; mandateli in pace; ognuno abbandonate nelle braccia di Dio. Sorga tra loro arbitra la giustizia della spada...»

«Avanti.»

«Tutti i capitani e soldati tanto a piè quanto a cavallo delle terre della Chiesa allo stipendio dei Fiorentini sotto la condotta del signor Malatesta sieno perdonati; i beni salvi; se presi adesso, restituiti senza spendio di sorte alcuna.»

«Ancora.»

«Il signor Malatesta, con qualsivoglia grado e dignità e con suoi parenti, seguaci, complici e aderenti, possa a suo beneplacito liberamente tornare a Perugia e quivi commorare in buona grazia di Sua Santità.»

«Questo non era mestieri domandare; — ben lo aspettavamo noi: — la presenza del signor Baglioni reca onore e decoro al dominio della Chiesa.»

«Tanto meglio: rimesso il bando al capitano Prospero della Cornia per l'omicidio di Jeronimo degli Oddi e i suoi figliuoli.»

«Il Figlio di Dio», riprese il Papa additando il Cristo, «perdonò a coloro che lo sospesero in croce; — a santa Chiesa sua sposa imitare gli esempi divini è soave: chieda il capitano Prospero col cuore pentito, il perdono del misfatto al cielo, noi lo abbiamo perdonato....»

«Si conceda indulto al conte Sforza da Scarpeto pei maleficii commessi, e gli sieno restituite le possessioni.»

«Abbia l'indulto e i beni.»

«La Santità Vostra conceda pieno assoluto dominio al signor Malatesta di Nocera sulla Valle Toppina, Bevagna, Tunigiana, Castellabono col titolo di duca; Rota Castelli e la metà di Chiusi libero; — un vescovato di diecimila scudi d'entrata l'anno per lo nipote; — la figlia del duca di Camerino per Ridolfo suo figliuolo; — e finalmente componga a suo favore le differenze pei castelli con gli Orvietani.»

«Avanti.»

«Per lui non ho a chiedere più nulla. — Se nella vostra larghezza voleste donare anche a me qualche beneficio... meglio dei vostri abbati sapremo governare una badia... ed io, vedete, sono stracco dei travagli del campo, — e sento che il cielo mi chiama proprio alla vita contemplativa...»

Il Papa, rammentandosi allora di avergli nella prima caldezza del sangue donato, un anello di troppo grande valore, e se ne pentendo adesso, punto dall'avarizia, della richiesta di Cencio, immaginava fare suo pro, e quindi rispondea:

«A questo avevamo pensato noi: — sta per pacificarsi l'Italia; e ci conviene provvedere allo stato di uomini leali che militarono in vantaggio della Chiesa: anzi, ora che ci ricorre in mente, e' ci pare che tu faresti bene a restituirci l'anello. — Egli è troppo piccolo dono ai meriti tuoi. — Per una volta che renderai adesso, ti ristoreranno in futuro dieci volte cento. Ancora avverti che te lo potrebbero trovare indosso e farti capitare male, ben conoscendosi alla forma come appartenente a vescovo o prelato.»

«Deh! Padre Santo», fingendo devozione favella Cencio, «lasciate che per la salute dell'anima mia non me ne scompagni: io m'accorgo dovere contenersi in lui virtù mirifica da salvare da incantagioni e malìe; ed io ho tanta paura del demonio che mi par di morire al solo sentirmelo rammentare davanti! — Che mi faccia capitare male non dubitate: io lo terrò celato, nè me lo terranno vivo; e quando sarò morto, voi sentite che peggio non mi potrà accadere.»

«Bene, sia. Torna tosto al suo signor Malatesta e raccomandagli si affretti; — avrà piena la mercede secondo le sue inchieste, e a noi spetta concedergliela anche maggiore: egli ci parve umile troppo e rimesso; si affidi alla larghezza medicea. Al nepote potremmo anche concedere il cappello rosso. — A lui... il gonfaloniere di santa Chiesa conta circa settant'anni; egli, se giunge, non sorpassa i quarantacinque...»

«Malatesta vi prega che la Santità Vostra, così per ricordo, si degni porre il nome qui sotto questa cedola...»

«Di gran cuore.» — E il papa firmò senza pure guardarla.

«Poi mi disse ancora: Cencio, bada, il proverbio spagnuolo insegna: parola e penne il vento le porta via, — la promessa grave sfonda la carta dove sta segnata... sicchè procura farti dare tanto in mano che mi assicuri. — Io, ben me ne accorgo, sono un mal destro negoziatore: e queste cose non ve le dovrei dire, o dirvele in maniera più soave, ma per me, quando si può andare per la piana, fuggo l'erta e la scesa. — Patti chiari, amicizia lunga...»

«Ah! Malatesta pretende sicurezze?»

«Le pretende!... no, le desidera. Siccome egli è bellissimo novellatore, costui sovente costuma di raccontarmi che male hanno dipinto i pittori il Tempo in sembianza di vecchio con la falce in mano; dovevano, egli dice, invece immaginarlo giovane e poderoso con una granata con la quale dì e notte infaticabilmente spazza stelle, spazza dii, spazza vite, amori, odii, gratitudine, e tutto spazza, e fattone mucchio lo getta dentro certa riviera che si chiama l'oblio...»

«Digli che rimarrà a Fiorenza con la sua gente finchè non abbia adempito ai trattati. Accostati! guarda quest'uomo in faccia.»

«L'ho guardato.»

«Bada non dimenticarne il sembiante.»

«State sicuro; — non potrei dimenticarlo volendo: ha qualche cosa in volto che mi rammenta il mio signore Malatesta.»

La fronte di Giovanni Bandini diventò livida; le sue labbra tremarono.

«Questi verrà in campo, nostro commissario segreto; — il tuo signore e tu stesso manterrete le pratiche con lui: — secondo che l'occasione vi si offra, corrisponderete insieme intorno alle cose a sapersi necessarie. — Or va'... va' con Dio.»

«Messer lo Pontefice, statemi sano», riprende Cencio e fa atto di stringergli la destra. Clemente la tira a sè con disdegno; e l'altro, senza pure accorgersene, continua: «A rivederci, e non in Pellicceria, come disse la volpe al suo cugino lupo: a rivederci per darci tempone e bere un gotto alla memoria della libertà di Fiorenza.»

Il Pontefice tendendo il braccio comanda:

«Giovanni, date commiato a questo capitano.»

«Mi paiono mille anni di farmi frate; — la barbuta comincia a pesarmi sulle tempie: oh la bella vita ch'è la vita da abbate...!»

«Soldato!» esclama Clemente richiamando indietro Cencio, «vorresti mutare l'anello che noi ti donammo con mille ducati d'oro del sole? — tu ci miglioreresti di un terzo.»

«Che è, che fa a me il terzo? Forse io conservo per intendimento mondano l'anello che toccò il dito della Vostra Beatitudine? Io me lo tengo caro, perchè mi preservi dalle tentazioni del demonio e dal peccare più oltre; — i miei peccati mortali, vedete, sono più di sette...»

«Or dunque vattene.»

Giovanni Bandini, posto ch'ebbe fuori della stanza costui e chiuso diligentemente le porte, tornò indietro e disse:

«Incomportabili cose a cotesti ribaldi concedeste, Santità.»

«Non rammentate voi il consiglio di Guido da Montefeltro a papa Bonifazio VIII?

Lunga promessa coll'attender corto Ti farà trionfar nell'alto seggio[103].»

«I benefizii dunque?»

«Lui ordinerò diacono, e Malatesta suddiacono, quando il demonio celebrerà la messa.»

Ed ambedue tornarono nell'attitudine prima. Dopo un silenzio non breve, fu inteso pienamente percuotere ad una delle quattro porte. Il Papa visibilmente trasalì e comandò al Bandino andasse ad aprire, dicendo:

«Ecco gli oratori fiorentini.»

Mentre andava il Bandino, egli curvò più del solito le spalle, — il messale si trasse davanti, — accomodò il Cristo; — poi stette in sembianza impassibile ad aspettare.

Si apersero le porte, e comparvero Nicolò Capponi, Luigi Soderini, Jacopo Guicciardini e Andreuolo di messer Otto Nicolini, oratori del comune di Fiorenza. — Giunti appena che furono al cospetto del Pontefice, e si prostrarono al bacio dei santi piedi: ma Clemente, rilevandoli con la voce e co' gesti favellava:

«Alzatevi, messere Nicolò e voi messere Andreuolo; su via, messeri Luigi e Iacopo, sedetevi. L'imperatore ha da curvarsi al cospetto nostro e baciarci i piedi: — voi poi siete parenti, amici, tutti figliuoli della medesima madre. — Messere Nicolò, che cosa fanno Piero e Filippo vostri? Venite, parliamo di Fiorenza nostra in famiglia. A quale stato la povera città si trova adesso condotta?»

«Dentro», rispose severo messere Nicolò, «non si patisce difetto di animo nè di vettovaglia nè d'armi: — i barbari fuori, raccolti ai nostri danni, tagliano le viti, ardono gli ulivi, le case distruggono, i popoli uccidono o sperdono. — Tanta e sì grande ingiuria appena potrebbe cagionare il terremoto; più poca ne farà il giorno finale; — dappertutto seminano il deserto...»[104]

«O Fiorenza mia, dove ti meneranno questi sconsigliati? Vediamo, fratelli, di rinvenire fra noi modo che valga a salvarla dalla rovina. — Accordiamoci a cacciare via i barbari che la divorano... queste immani bestie tedesche, che dalla voce e dall'aspetto in fuori nessuna parte hanno di uomo, come scriveva la buona anima del nostro messere Nicolò....»[105]

«Padre Santo, fuori di misura piacevole riesce allo spirito nostro contristato», riprese a dire il Capponi, «l'intendere la buona mente della Santità Vostra verso la patria comune... vostra madre e mia. Brevi i patti della pace e consentanei al giusto. La libertà si conservi, si restituisca il dominio, del presente reggimento nulla s'innuovi.»

«Libertà!» interruppe il Pontefice a mano a mano infervorandosi nel dire: «e parvi libertà questa dove senza cagione parte de' cittadini s'imprigionano, molti più si perseguitano, alcuni si mettono crudelissimamente a morte? Paionvi modi civili ardere il palazzo Salviati a Montughi, ardere il nostro a Careggi, proporre di spianare l'altro in Fiorenza e farvi una piazza in vituperio della casa Medici chiamata dei Muli? Onesto ed ordinato vivere è quello della città dove i più tristi e senza pena penetrano nei tempi di Dio, le immagini votive dei miei maggiori riducono in pezzi, me tamburano e vogliono dichiarare ribelle, me vicario di Cristo appiccano in casa Cosimino?[106] Una mano di ribaldi è prevalsa e tirannicamente vi governa; niuna signoria più grave di quella dello schiavo diventato padrone. Almeno nei tumulti dei Ciompi sorse un Michele Lando, uomo di cuore retto, di cui lo spirito camminava nelle vie del Signore. Ora chi vi regge? Un Francesco Carduccio, un fallito, un uomo che cerca, pescando nelle acque torbe, fare suo pro dell'altrui, che i beni dei servi di Dio sacrilegiamente vende per abbandonarvi un giorno, sazio dell'oro e del sangue di voi! — Sconsigliati! sconsigliati! Ravvedetevi una volta!»

«Beatitudine, questo modo di vivere piace all'universale. Allora qual cosa rimane al semplice cittadino? O accomodarsi al volere dei più, o tôrre bando volontario dalla patria. Chiunque pretende imporre un reggimento nuovo al suo paese, e sia pure migliore del vecchio, contro alla volontà dei cittadini, quegli è tiranno...»

«Or bene, messer Nicolò», riprende il Pontefice, «fate piena balìa, adunate il parlamento, e stiamoci a quanto delibererà il popolo.»

«Popolo sì, non plebe; la plebe vedemmo sempre corriva ai propri danni; voi conoscete il ricordo posto nella sala della Signoria:

Che chi cerca di fare il parlamento, Cerca tôrti di mano il reggimento.»

«Non ci aspettavamo da voi udire citati, o messere Nicolò, i barbari versi dell'apostata Savonarola...»

«Dite piuttosto del martire della libertà.»

«Su questo proposito non favelliamo. Ora dunque proponeteci voi tale forma di governo per cui i miei parenti tornando in Fiorenza stieno sicuri che non verranno loro troncati i sonni da un ferro nel cuore; per la quale non temano che un giorno le proprie ossa e quelle dei loro padri sieno tolte dalle antiche sepolture e date miserabile pasto alla fame dei cani.»

«Siffatte abbominazioni noi non abbiamo commesso...»

«No?» sempre incalzando continua il Pontefice, «sarebbe questo il primo sangue dei Medici che bagna il terreno della patria? La prima volta questa che una madre di nostra casa piange sopra i figliuoli trucidati? — Mio padre Giuliano non giacque miseramente trafitto nel santuario? L'inclito zio Lorenzo non salvò a gran pena la vita dal pugnale nemico? Quanta mostrarono i Medici benevolenza ed amore ai Fiorentini, altrettanto questi gli ricambiarono con rabbiosissimo odio. La storia della nostra famiglia è una serie di benefizii invano prodigati, di morti, di esilii e di confisce immeritamente sofferte, crudelmente decretate. E voi stesso, messere Nicolò, diteci: qualcosa guadagnaste voi _con questo ingrato popolo maligno_ in guiderdone delle vostre cure, degli uffici penosi, dei travagli durati? Per poco stette non vi mozzassero il capo.»

«Santità, quando mi elessero gonfaloniere, mi proibirono espressamente mantenere corrispondenze particolari coi signori stranieri: mandando lettere a Vostra Beatitudine e da lei ricevendone, con tutto che io lo facessi per bene, non disobbedivo meno all'ordine del popolo; egli poteva punirmi; non volle; — mi rimandò dall'ufficio, e in questo operò generosamente, non iniquamente.»

«Or via, nobili uomini, datemi ascolto: io voglio abbia un reggimento Fiorenza che, senza offendere la libertà, una della mia famiglia, o Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi altri ottimati della città gli componiate un senato il quale insieme con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poichè le fortune e la virtù di per sè stesse distinguono l'uomo e il cittadino della povertà e dalla ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessità di natura.»

«I padri nostri si legarono una volta, combatterono i _grandi_ e li vinsero: adesso noi, degeneri dalla virtù paterna, vorremo a nostra posta istituirci _grandi_ e porre nella nostra terra il mal germe di prossima discordia?...»

Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocchè vedeva ogni arte riuscirgli meno; alfine, tenendo la faccia dimessa a terra favellò:

«Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporterò con voi non come sudditi ribelli, ma come figliuoli traviati.»

Iacopo Guicciardini, troppo diverso da Francesco l'istorico di triste memoria, camminava svisceratissimo della libertà; — di animo audace, pronto di lingua; — lo avevano aggiunto quarto all'ambasceria per opera dei Piagnoni o Arrabbiati, onde con la sua avventatezza temperasse la pacata natura degli altri. Fino a quel punto, di ciò caldamente supplicato dai compagni, taceva; adesso poi, sentendosi divampare il sangue, l'ira prorompergli dai precordii, gridò:

«Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re di Fiorenza, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la nostra città....»

«Noi siamo vicario di Cristo.»

«Per proteggere», replica il Guicciardino, «non già per distruggere; per beneficare, non per uccidere. Cristo abita nei cieli: in terra quella signoria che noi gli concediamo egli prende. Sua legge è l'Evangelo, legge che predica gli uomini liberi ed eguali. E voi osate chiamarvi vicario di Cristo — mostrateci il mandato; — se stiamo all'opere, voi mi parete il vicario del...»

«Messere Iacopo!» esclamarono i suoi compagni facendoglisi attorno, — e lo tiravano per le vesti e con cento modi diversi s'ingegnavano a farlo tacere — «acchetatevi, per Dio! voi rovinerete la patria e noi...»

«Se a voi importa la vostra quanto a me la mia vita, lasciatemi favellare. Alla patria non può avvenire peggio di quello che adesso le avviene. Le mie parole rimarranno come testimonianza tra i posseri; e non sia detto che, mentre tanti liberi petti cimentano la vita in pro della patria, nessuno tra noi sia stato valente ad esprimere generose parole. — Giulio dei Medici, molti avete dedotto gravami contro la vostra terra, molte vi lasciai discorrere menzognere lodi in vantaggio della vostra famiglia. Ora sappiate la vostra casa essere stata tra noi come l'insetto della nuova Spagna, il quale penetra nella pelle sottile quanto una corona d'ago e poi s'ingrossa sì che t'uccide[107]. Tre volte in novantaquattro anni noi lo cacciammo, perchè volle i suoi concittadini ridurre in servitù, la patria convertire in mensa dove noi, i nostri figli, le facoltà nostre potesse divorare a bell'agio. Meglio per noi se i padri nostri avessero avuto più crudeltà nello spengerla affatto, o meno debolezza per richiamarla. Ogni anno la famiglia vostra ha svolto una spira per avvilupparci dentro, come fecero i serpenti di Laocoonte e dei suoi figliuoli. Lorenzo si usurpò la fama di grande, Lione eziandio: hanno eglino forse creato il proprio secolo? Nessuno uomo è potente a creare un secolo; — Dio solo lo crea, e la fortuna. Lorenzo, se ai virtuosi sovvenne, ciò fu per libidine di fama e con danari non suoi: — a Roma lo avrebbero punito come reo di peculato, — noi deboli e stolti lo salutammo col nome di ottimo, liberalissimo. A che parlate di sangue? A che rinnovate la memoria degli antichi delitti? Interrogate le tombe e, per ogni stilla di sangue dei Medici versato, sorgeranno spettri a presentarvi tazze colme del sangue loro sparso dai vostri maggiori. E per venire a noi, perchè adoperate adesso e lusinghe e ambagi e minacce? Perchè vi sta immobile nella mente il fiero disegno di fare schiava la vostra patria infelice? Se alcuni giovani protervi guastarono nell'Annunziata le statue della vostra famiglia, se la vostra immagine tolsero da San Pietro Morone, quale colpa è nello stato? Forse un reggimento sta mallevadore per le azioni dei singoli cittadini? Dove la Sedia vostra Apostolica avesse a pagare pei delitti di coloro che vi seggono sopra, ora (tacendo degli altri), pei misfatti di Alessandro VI, dove l'avrebbe condannata la giustizia di Dio? I signori Otto di Guardia ordinarono si atterrassero le vostre armi; e bene ordinarono, come quelle che non s'innalzavano a decoro della famiglia, bensì in segno di principato. — I beni della Chiesa alienammo, poichè due vostre bolle o brevi ce ne somministravano facoltà[108]. — E che? — Scrollate il capo? Forse mentisco io? Le bolle non si ponno negare, a meno che a voi non piaccia interpretarle, secondo il vostro costume, efficaci ad alienare i beni ecclesiastici per combattere la patria, non già per difenderla. — Aprite, Giulio, l'animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, nè uomini nè santi. Voi intendete assoluto signore dominare su Fiorenza. Voi vorreste le nostre teste scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere calpestate. «Or bene, dunque sappiate, poichè la Repubblica non ha potuto impetrare mercede alcuna da voi per liberarsi da sì gran danni che le fa attorno l'esercito vostro, averci ella commesso di far intendere alla Santità Vostra, essere in tutto deliberata a sostenere la sua libertà fino alla morte. In tanto giusta causa non trovando pietà appresso voi, come si converrebbe a vicario di Cristo, ricorre al trono di Dio e lo supplica che, viste le ragioni dell'una parte e dell'altra, dia di noi quel giudizio che gli parrà giusto. Sappiamo che nella difesa che fa la città, la quale è pur vostra patria, difende in prima la libertà, dono largito da Dio ai mortali per lo più bello e più maraviglioso ch'egli mai conceda dopo la vita; dipoi vi si difende la religione, i figliuoli, la roba, cose sopra tutte carissime, le quali dal vostro esercito, composto di barbare nazioni, ci sono disperse, parte ammazzate, parte messe in pericolo, senza scorgersi in voi non dico ombra di misericordia, anzi scorgendosi in voi ognora più una grandissima crudeltà contro di lei nella quale nato, allevato e per suo mezzo a così alto grado condotto vi siete. Dalla pietà di questa condotta in tante miserie se non vi muovete, quale altra cosa vi muoverà a compassione? Non posso, rimettendomi nella memoria i crudi strazii ch'ella patisce, contenere il pianto e non dirompermi di tal maniera nelle lagrime che più non possa, non dico parlare, ma sostenere questa infelicissima vita. E voi, che dite tenere il luogo in terra del Redentore piissimo dell'universo, non vi commovete e non comandate che si lasci stare quella patria innocente, che più non si affligga con tanta rovina...»[109]

A tante e tanto gravi parole il Pontefice si era lasciato andare genuflesso davanti la immagine di Cristo, e quivi a braccia aperte, fingendo singhiozzare come preso da immenso dolore, orava;

«O mio divino Redentore, senza mormorare mi sottopongo alla dura prova con la quale intendi cimentare gli ultimi anni della mia vita. Ella è superiore però alla mia natura, sicchè vi soccombo sotto. A me la taccia di crudele? Non amo la mia patria io? Tiranno io, o coloro che, ridotta in pochi Arrabbiati la pubblica autorità, i meglio autorevoli cittadini bandirono o imprigionarono?...»

«Alzatevi! alzatevi!» esclama il Guicciardino, «tanto Dio non ingannerete voi. Oh! meglio che pregare ipocritamente il divino Redentore, a voi potenti della terra gioverebbe lealmente imitarlo...»

«Messere Iacopo, io ricevo col cuore umiliato la tribolazione che l'Altissimo per la bocca vostra mi manda. In voi discerno uno strumento della volontà divina e vi onoro. Quando pure non fosse così, questo mio Dio, che pregò pei suoi uccisori perchè non sapevano quello si facessero, mi conforterebbe a pregare per voi che non sapete quello che vi diciate.»

«Non so quello ch'io mi dica io? O papa Clemente, trema che cotesta effigie del Redentore non si animi per miracolo; temi quella lingua si sciolga e riveli intiere le cupezze dell'animo tuo. Se Cristo stacca di croce la sua destra inchiodata.... trema.... non la leverà per benedirti....»

«Orsù», interrompe il Pontefice levandosi in piedi, «tregua alle parole; oramai ne proferimmo anche troppe. Iacopo, la vostra lingua è riottosa come le acque di un torrente. Voi ponete la vostra causa nelle mani di Dio, ed ancora io ve la pongo; discerna egli e giudichi: — dacchè traemmo la spada, — la spada dunque difinisca la lite.»

«Tu hai raccolto tutti i venti del settentrione per divellere dal tronco la fronda inaridita. Come Faraone, superbisci pei tuoi cavalli, per le tue molte milizie: — bada al mar Rosso! — Dio può rendere la fronda inaridita tenace quanto la querce delle Alpi. Ai buoni è concesso dai colpi di fortuna appellare all'Eterno. — Alle vittorie dei tristi esultano i dannati. Se talvolta un consiglio profondo esalta l'empio, ciò il fa perchè senta più fiero il dolore della rovina. Tranquilli, se non lieti, ci diamo in balia degli eventi, perchè, vincendo, ci aspetta la fama di avventurosi e di onorati; soccombendo alla impresa, il mondo ci chiamerà infelici, ma onorati pur sempre. — Tu poi affacciati al futuro, ardisci con occhi aperti contemplare il tempo che viene.., e di'... qual cosa tu vedi?... Portiamo via, liberi uomini, da questa reggia, chè non ci sobbissi sul capo, dacchè l'ira di Dio ci gravita sopra. — Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono carità patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del Buonarotti si moverà prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei.»