Part 13
«Francia è vuota di sangue e di danari. L'imperatore stringono la Riforma e il Turco. Il papa si assomiglia agli antichi cadaveri conservati nei sotterranei, i quali si sciolgono in polvere tostochè gli abbia tocchi la luce. — Italia! Italia! La regina dei popoli, — la donna coronata un giorno di torri, ora di spine... deh! non vi dolga che anco una volta io dica: — Ardisci... ti stanno presso i due seggi vuoti; — un passo e basta.»
«E' pare, un passo, — ma egli è un abisso: — io ho molto bene considerata la bisogna ed ho meco stesso disaminato se le mie gambe fossero potenti a sì gran salto; non venne anche il tempo. Adesso vi perirei, e meco perirebbero le speranze. Per un passo mosso invano davanti, conviene darne cento all'indietro...»
«Se voi soccombete, nessun nome potrà pareggiarvi nella fama; se vincete, la terra non contiene creatura da paragonarsi con voi.»
«A me non garbano queste virtù di sacrifizio, nè gli anni miei mi persuadono mettermi allo sbaraglio dentro fortune dubbiose e difficili; mia divisa è il trionfo. Altri si contenti uscire dal mondo bello di fama e di sciagura; — io voglio vincere. Nè mi consolerebbe nella caduta dovessi pure, precipitando, imporre il mio nome ad un mare.»
«A voi, come ad Icaro, non giungono nuove le vie del firmamento: — i venti vi hanno trasportato mille volte il nome di Andrea Doria»
«Quindi io di tanto più temo la fortuna avversa quanto fin qui mi si mostrava favorevole. La fortuna, siccome donna, ama i giovani, dice Gianiacopo Trivulzio, e dice bene: ed io son vecchio, Luigi. La tarda età forse può disegnare gli alti concetti, ma il tempo e il vigore le mancano per condurli a fine...»
«Cominciate, Andrea; — non è poi così povera questa nostra patria di anime generose da rimanere spassionate ai nobili esempi.»
«Non oso; repugno dal mettere in avventura l'ultima spanna di terra dove la speranza può gettare la sua àncora: non mi parrà serva affatto l'Italia, finchè io lasci Genova come una porta aperta alla libertà. Finchè gli italiani uomini potranno trovare in Italia una spanna di terra dove tendere l'arco, aggiustarvi il dardo e tôrre la mira al cuore della tirannide, ogni momento della sua vita potrebbe essere l'ultimo...»
«Messere Andrea, i poeti hanno nell'anima gran parte di Dio...»
«Lo dicono.»
«Prova ne sia che io adesso leggo i pensieri più riposti del vostro cuore, nè la carne che lo fascia m'impedisce più di quello che fosse acqua limpidissima di una fonte o di un lago.»
«E che cosa vi leggete voi?»
«Vi leggo, e apertamente vo' dirlo, che a voi piace parere più ch'essere grande; che il misero pensiero di ampliare la famiglia di potestà e scemarla di fama s'insinua tra i concepimenti magnanimi di cittadino e gl'impedisce di spandersi. La patria, piuttosto che amare, non odiate; la desiderate grande, ma perchè Giannettino e gli altri vostri nepoti della sua grandezza partecipino; non ardite avventurare il bene acquistato perchè ve lo siete fatto vostro...»
«Per Dio! se non fossimo qui dinanzi gli altari...»
«Mi uccidereste, — e non per questo avreste ragione...»
«Luigi, io non voglio sdegnarmi con voi. — Le vostre parole non mi recano oltraggio; — al vostro cervello perdona il vostro cuore; — mi conoscerete quando il tempo avrà umiliata o spenta la fronte che adesso si corona.»
«Pessimo è, a parere mio, quel consiglio che conta con la morte altrui, non con la vita propria. Questo desiderio di morte è come palla che gli uomini si rimandano dall'uno all'altro tra loro: — chi le darà l'ultimo colpo? No, lasciatemi, io vo' dire tutta ed intera la verità...»
«Va' via, importuno; i popoli mi hanno innalzato una statua, come a liberatore della patria...[88]»
«Quei popoli stessi la ridurranno in mortai per pestarvi il sale; forse un giorno il popolo la getterà a terra, e la tirannide, che ti conoscerà anche traverso la caligine dei secoli, la riporrà sulla base, come simulacro consacrato a remoto congiunto. Tu hai desiderato la statua piuttostochè desiderato meritarla. Attila ordinò si gettasse sul fuoco un poema, e per poco stette non vi facesse gettare il poeta Marullo perchè lo aveva eguagliato ai numi immortali. Tu bevi l'adulazione a grandi sorsi, come tazze di vino; e, come il vino, ti ha tolto il senno. Un cittadino che amasse la patria libera davvero, non avrebbe consentito che i suoi concittadini si deturpassero ad atti convenienti soltanto fra schiavi e re...»
«Alamanni!»
«Silenzio! Tu hai cessato la tua grandezza, e la tua voce non ha più potenza di ricercarmi il cuore. Addio: — l'estreme parole furono favellate tra noi; — la medesima plaga del cielo non cuoprirà più le teste dell'Alamanni e del Doria. L'ultima stella è caduta. — Io gemerò, finchè abbia vita, sulla perduta tua fama. Dopo Camillo romano, a nessuno fu dato essere più grande di te. Vorrei lasciarti e non posso. — Ah! Doria, salva la patria. — Addio: — io ti getto, in pegno di un'amicizia che spira, la scelta di farti il più grande o il più infame degl'Italiani. Abbatti la statua e sii contento che la tua memoria viva nella nostra anima; rendi alla patria le navi con le quali la salvasti e con le quali, volendo, potresti nuovamente ridurla schiava[89]; — o se pur vuoi continuare a governarla, dirigine il corso contro ai barbari: — barbari io chiamo tutti gli stranieri in Italia. — Le Alpi passate e il mare, tornerò ad appellarli cristiani... fino allora, barbari e cani.»
«E la fede giurata all'imperatore?»
«La devi prima di tutto al tuo paese. — E al Cristianissimo non l'avevi per avventura giurata? E non per questo ti trattenevi dall'abbandonarlo. — Se il re Francesco scambiavi con Carlo, ti guadagnasti il nome di traditore... se l'uno e l'altra per la patria tu lasci, o felice o infelice, gli uomini altari t'innalzeranno e preghiere...»
E fu fatto silenzio.
«Luigi!» dopo un breve spazio di tempo esclamò il Doria, ma non ottenne risposta, «Luigi! Luigi!» replicò frettoloso, come se forte gli premesse di comunicargli un arcano.
Luigi si era pianamente di colà rimosso, lasciandogli la tremenda alternativa di essere grande od infame.
Andrea Doria fu egli grande od infame? Io non posso giudicarlo. Dirò soltanto che la profezia dell'Alamanni si avverava. Il popolo rovesciò la sua statua, il tiranno sopra l'antica base la restituiva[90]. Nè si conobbe l'Alamanni, in questo solo, profeta[91].
«Viva Carlo V imperatore dei Romani, signor del mondo! Viva Augusto! Viva Cesare!»
Queste grida discordi ed assordanti tolsero il Doria della sua distrazione: — guardò di nuovo gli scanni pontificio e imperiale, e vide Carlo e Clemente starvi nell'orgoglio della potenza loro intronizzati.
L'ufficio della messa continuando, cantano preghiere, con le quali invece di supplicare Iddio e i suoi santi per tutte le creature, gli supplicano per un uomo solo, per Carlo di Gand. Agli angioli, ai troni, agli arcangioli, alle potenze, ai cherubini, alle vergini, ai martiri ed alla rimanente corte celeste non si dice più: _Orate pro nobis_; sibbene: _Vos adiuvate illum._ E' sarebbe stata cosa gioconda vedere come in quel punto, Dio esclusivamente occupato per Carlo, il mondo si governasse senza di lui. E se, come sembra, il nostro globo continuò a vivere in pace con gli altri, il sole non rimase di scaldare, la terra di produrre, il mare di volgere l'eterne sue onde... uno scrupolo comincia a penetrarmi nello spirito, che mi farò chiarire dal reverendo mio padre confessore... un sant'uomo in verità. Ma no; tolga Dio, che per insania altrui la nostra mente vacilli: Carlo V nell'ardua superbia della sua vanità non richiamò a sè maggiore cura dell'Eterno, nè minore di quella che se avesse appartenuto alla famiglia delle scolopendre.
Recitato l'Evangelo, cantato il Simbolo Niceno della fede cristiana, pervennero all'offertorio. L'imperatore le vesti imperiali depositando, rimasto con la tonacella dalmatica, si accostò all'altare e depositò la sua offerta ai piedi del pontefice: — trenta monete d'oro del valore di scudi dieci l'una; — trecento ducati! Veramente questa donazione non giunse alla dovizia di quelle di Costantino e di Carlomagno! — Il papa la guardò sorridendo. I ricchi prelati della corte romana torsero la bocca in segno di disprezzo; — a Carlo, avarissimo siccome rapacissimo, sembrò avere dato anche troppo. I suoi cortegiani, per onestare la miseria dell'atto, inventarono avere egli il costume di offrire ogni anno tante monete di dieci ducati l'una, quanti si fossero gli anni della sua vita, ed in quel giorno appunto annoverarne trenta.
All'Agnus Dei, e' fu mestieri che egli si accostasse al pontefice e di nuovo lo baciasse sopra la destra guancia e sul petto. Almeno Giuda, — con tutto che Giuda, — baciò una volta sola e poi si appiccò per disperazione; — ora anche la sua fama si oscura.
[Illustrazione: — Ardisci... ti stanno presso i due seggi vuoti; — un passo e basta.» _Cap. IV, pag. 105._]
Carlo e Clemente adesso genuflessi aspettano il sacramento della Eucaristia. Il cardinal Cibo (quel desso a cui Filippo Strozzi fece il legato del suo sangue perchè se ne saziasse[92]), sollevando la patena, mostra al popolo il santo corpo di Cristo: — il cardinal De Cesi, presolo dalle mani di lui, lo porta al pontefice, e questi si ciba in copia del pane sacramentato; l'anima e più le viscere conforta col vino generoso che il sangue gli rappresenta del suo Redentore, il quale nessuna vita sacrificò, tranne la sua. Tra pochi mesi il vicario di questo Dio, egli medesimo Clemente, comanderà che ogni giorno il pane si estremi e l'acqua a frate Benedetto da Foiano, e a lui agonizzante contenderà la breve particola del mistico pane, per paura che valga anche di un minuto a prolungargli la vita[93]. Oh! come è degno tempio della Divinità il seno di cosiffatto papa.
E poi si accinse a comunicare l'imperatore; — il conte di Nassau e il sire di Croy, tenendo i lembi di un pannolino magnificamente ricamato, lo stendono davanti il suo volto. Il pontefice sorge e aspetta che gli porgano l'ostia. Carlo solleva inquieto gli sguardi e accenna al vescovo di Caria del regno di Leone; — questi pure gli rispose col guardo, ed egli allora apre la bocca per cibare il corpo di Cristo. — Qual cosa mai significava quel cenno? Significava che Cesare stesse sicuro; avere il vescovo, suo fidato, assistito alla composizione dell'ostia per conoscere che nessuna altra materia vi si mescolasse dalla farina in fuori; imperciocchè Carlo sapesse Roberto re di Sicilia essere stato avvelenato nell'ostia, e di pari morte rimasto spento l'imperatore Enrico VII per le mani del reverendo Bernardo da Montepulciano, frate di san Domenico Guzman, di cui Dio riposi le ossa secondo i suoi meriti!
Nè altro adesso mi occorre descrivere di questa messa, tranne la fine. Carlo, dai suoi cerimonieri ammaestrato doversi in simili bisogne mostrare, anche non avendola, larghezza, combattuto da un lato dall'orgoglio spagnuolo, dall'altro dalla miseria tedesca, pensò un bel tratto, e fu di versare a piene mani titoli e onori tra i suoi famigliari: — piovvero ad un tratto baroni, conti, marchesi e duchi, che tante forse non furono le cavallette mandate da Moisè a disertare l'Egitto. — Oh! la bella cosa sarebbe, se anche noi potessimo pagare a titoli coloro i quali ci rendono servigio: io per me non dubiterei di conferire una croce di santo Stefano papa e martire il mese, per salario al mio servo: — potrei dargli di meno?
Il papa però non volle rimanere vinto, e in quel punto s'istituiva tra loro una gara di beneficenze; — sicchè, quando asceso sui gradini più sublimi dell'altare si volse al popolo e lo benedisse, aggiunse le parole: «Concediamo a tutti intiera remissione di tutti i peccati e indulgenza plenaria per quattrocento anni!!!»
Se i popoli rimanessero tolti fuori di sè per l'allegrezza, non è da raccontarsi; ed io, che dopo tanta distanza di tempo m'immagino quanto gaudio nei cuori loro dovesse scendere dall'aspetto imperiale e dalla indulgenza di quattrocento anni, non posso trattenere dolcissime lacrime di tenerezza. Potessi almeno rendere partecipi i miei nobili lettori, in benemerenza dell'avermi seguitato fin qui, dei tesori inestimabili profusi dal sommo pontefice e dallo imperatore augustissimo a chi sa quanti paltonieri e plebei! Perle veramente sciupate contro il testo espresso dello Evangelo!
Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di baccante scapigliata; perchè nessuna scintilla d'intelletto gli balenasse su l'anima, qui è pane, qui copia di vino, camangiari e giullari. Sopra una colonna di marmo stava l'aquila imperiale. «Che per più divorar due becchi porta», come un giorno cantò l'Alamanni; la quale da uno de' suoi becchi versava vino rosso, dall'altro vino bianco, e giù intorno alla base della colonna vedevi prostesi uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicchè l'Alamanni a cotesto spettacolo ebbe a dire: — Ecco l'aquila imperiale rende oggi a spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele rende stemperate nel veleno della stupidità[94]. —
Ahi! popolo, io che ho viscere di umanità e sono parte di te, conosco le tue miserie e le compiango. Bevi, procurati un sonno uguale alla morte; le tue gioie consistono nel non sentire i tuoi dolori. Ora tu sei condotto in piazza, come l'orso ammansito, per sollazzare i tuoi sovrani padroni. Dalle finestre, dai terrazzi egli ordina ti sieno gittati pani e vivande. — Potessi cibarti per un anno e approvvigionarti lo stomaco, come la cittadella che teme l'assedio, saresti meno infelice; ma domani l'insolito cibo ti recherà molestia, forse anche la morte. — Feste, forni e forche; ecco la somma dei paterni argomenti con i quali ti governano i tuoi signori. Domani tornerai a logorarti nelle consuete officine, a bagnare di sudore i solchi dei campi; quivi travágliati da mattina a sera, e l'opera delle tue mani, il sudore della tua fronte devotamente consegna ai re e ai sacerdoti tuoi. Questi ti lasceranno la vita, ti lasceranno un pane, il cielo che ti cuopre e il sole che ti scalda... o che non basta? Indiscreto! Via, ti lasceranno tanto spazio di terra da riporvi dentro le tue ossa, perchè non le rodano i cani, ed anco perchè morto tu col fetore non gli offenda dopo che vivo tanta recasti loro gravezza e molestia. Bada, non ti esca di mente che ora ingombri la piazza meno per solazzarti che per divertire i tuoi principi. Rallégrati, ma bada di non ispaventarli; però che, vedi, nella tua esultanza empi talora l'aere con tale un grido di frenesia che agghiaccia il cuore al tiranno, ond'egli battendosi la fronte accorre tutto pallido al balcone per vedere se tu balli o se meni strage delle sue lance spezzate. Anche le menadi con in pugno le fiaccole accese, trascorrendo pei boschi sacri, mettevano spavento; però furono distrutte, i misteri loro aboliti. Non obliare uomini armati, delatori ed armi recingere i luoghi dove i tuoi principi ti chiamano a festa; nella medesima guisa che la fama racconta, ai capi delle mense dei re di Babilonia stessero sagittarii con archi tesi a trafiggere chiunque osasse di levare la faccia. Infatti Antonio da Leva, di tutt'arme vestito, siede in luogo sublime per farti al bisogno fulminare da venti bombarde e da ottomila archibusieri pronti ad un moto della sua mano. Ahi! popolo, quel tuo riso in verità mi angustia il cuore; e' mi ha l'aria dello sghignazzare convulso dell'uomo il quale, posata la testa sul ceppo, aspetta la mannaia che cada.
In ristoro di ciò il re dell'armi chiamato Borgogna getta pugni di monete con l'effigie dell'imperatore da un lato e le colonne col motto _plus ultra dall'altro._ — Prendi cotesta moneta; — domani, o popolo, quando il tuo padrone te ne chiederà due, tu potrai in questa maniera, per un giorno almeno, allenire il tuo danno[95].
Intanto Carlo, si affretta con presti passi alle porte del tempio; la mal'aria ch'esce dai sacerdoti gli aveva cacciata addosso la quartana della superstizione; sperava dissiperebbe il cielo aperto quel fascino: il papa temeva ed aborriva; gli avrebbe in cuor suo fatto mozzare la testa e non osava sostenerne lo sguardo; le prime idee di venerazione al capo della Chiesa, al padre dei fedeli, al vicario di Cristo gli ritornavano alla mente angustiandolo: così gli sorgevano nell'anima altissimi concetti, i quali poi, non sapendo egli svilupparsi dalla caligine dell'antica ignoranza, gl'impedirono di riuscire, come altramente sarebbe stato l'uomo più grande del suo secolo.
Il subdolo sacerdote presentì le ire di quello spirito orgoglioso e gli aveva posto opportuna avvertenza. Finchè ambedue stavano agli altari, poteva dubitarsi l'imperatore avesse reso omaggio al vicario di Cristo, non già a Clemente dei Medici. Fuori degli altari gli ossequii sarebbero stati, più che al vicario di Cristo, resi a Clemente. Però ell'era cosa disagevole ottenerli; si provvide all'inganno. Varcate di pochi passi le porte del tempio di San Petronio, uno scudiere armato raffrena per le redini un bianco cavallo, inquieto, ardente, dovizioso di gualdrappa, di frontale e di ogni altro arnese consueto; cotesta non pareva cavalcatura del pontefice, solito a procedere in lettiga, o montato sopra mula o palafreni. Carlo, di aria impaziente e di luce, desideroso di rinfrescarsi il sangue nel bello aspetto del cielo sereno, perocchè un cielo sereno d'Italia in qualunque stagione sia di per sè stesso una festa e infonda tale conforto nel cuore che indarno speri da gioie artificiali. Carlo stese pronte le mani per acconciare alquanto, siccome avviene ai cavalieri, la gualdrappa e le staffe, — e quindi balzare in arcione.
Ma lo fermava pel braccio il pontefice e in suono di umiltà gli diceva:
«Non farlo, figliuolo mio e imperatore invitto; mi basta la umanità che fin qui mi hai dimostrato...»
Carlo lo guardava attonito: — all'improvviso non comprendeva; — poi si accorse essere cotesto il cavallo del pontefice, ed egli avere per errore umiliata la dignità imperiale fino a fare mostra di volergli tenere la staffa; vinto da ineffabile angoscia, aperse le labbra tremanti e favellò:
«Veramente alla persona vostra...»
«La nostra persona», interruppe il pontefice, «di per sè stessa è nulla, ma poichè ella rappresenta il Creatore di tutte cose, forza ella è che le creature ci si curvino dinanzi...» E con giovanile leggerezza salito sul destriero salutava della mano lo imperatore e da lui con lo immenso suo seguito si dipartiva.
I partigiani di Roma, i quali videro da lontano quell'atto, esultarono, immaginando rinnovarsi i bei tempi di papa Gregorio e di papa Innocenzo. Tanto vero è che spesse volte l'odio e l'amore, più che d'altro, dipendono dal modo di guardare da lontano o da presso.
Carlo punge il suo nobile corsiero; la corona imperiale sì lo molesta che talora gli prorompono le lagrime dagli occhi. Una mano di Bolognesi, Angelo Ranunzio, Giulio Cesarino, il marchese dell'Anguillara, il Rangone, il Cibo ed altri infiniti portano bandiera e gonfaloni con le chiavi, con l'aquila, rossi, bianchi, gialli e neri, e gli sventolano al cospetto dell'imperatore. Alla fantasia accesa di Carlo sembravano un turbine di spettri de' suoi antenati che gli s'avvolgesse intorno alla testa, e l'onta fatta alla memoria loro lamentasse, la viltà sua gli garrisse. Il trambusto delle voci e dei gridi, il frastuono degli istrumenti ed il suo nome ricorrente tra mezzo, urlato in tutti i suoni, lo atterrivano, come se l'inferno si fosse scatenato per dirgli vituperio.
Allora aborrì i campi aperti, il sole, la gloria terrena, e sospirò un asilo tranquillo, comunque ignorato, — allora desiderò la cocolla di frate scambiare col suo manto imperiale, e vide di passo in passo farsi più vicino alla sua imperiale magione, coll'anelito del marinaro il quale dopo un viaggio pieno di tempeste e di pericoli saluta la riva; — vi pose appena il piede, che, senza aspettare la solita accompagnatura, ogni qualunque cerimonia mettendo da parte, salì veloce e, licenziati gli altri, si chiuse nella sala privata insieme coll'astrologo Agrippa. Qui, libero da ogni sguardo molesto, spogliò le vesti imperiali e le sacerdotali di cui lo avevano avviluppato, e tempestando le gittò in questo e in quel lato, e...
«Al corpo di Dio!» diceva in suono di lamento, «come la camicia di Nesso, costoro hanno stillato il sangue nelle mie vene.»
Quindi le mani cacciando alla corona, se la tolse impetuosamente e la scaraventò[96] di contro alla parete; molti capelli essendosi attorti per le punte e pel cerchio, egli se gli strappò con acuto dolore, e prorompendo in un urlo disperato, ambe le mani portò di nuovo alla testa, esclamando:
«Ah! mi ha portato via il cranio e il cervello. — Agrippa, vieni qua, guarda diligentemente; — per certo avvelenarono la corona...»
Agrippa guardò, e vide che la corona gravissima gli aveva intorno alla fronte inciso un solco profondo in mezzo, di color di piombo, digradante ai lati in vermiglio acceso.
«Stia pur lieta la Maestà Vostra; io l'assicuro che non è veleno...»
«Per santo Iacopo di Gallizia!» esclama l'imperatore sentendo forte bussare alle porte, «chi è che osa sturbarmi?»
«Maestà!» con tal una voce che, più che ad altro, si assomigliava per la paura al belare della pecora, rispose il sire di Croy, novellamente promosso al grado di conte; «il banchetto è apprestato; — non manca che la Sacra Maestà vostra per dare acqua alle mani...»
«Aspettino! io non ho fame.» E poi di nuovo volgendosi all'Agrippa continuava: «O dunque che cosa è ella?»
«Il sangue acceso, — l'anima esaltata dall'insolito giubilo.»
«Giubilo! Hai tu mai incontrato uomo di plebe più avvilito di me? Hai tu veduto quali modi ostenti meco — imperatore e re — cotesta schiatta di mercanti? Avevano tra noi convenuto ch'io facessi l'atto del prostrarmi, ed egli mi avrebbe rilevato a mezzo... invece egli finse dimenticarmi ai suoi piedi... ha bevuto un lungo sorso di gioia del suo trionfo e della mia stupidità. — Ora tutta l'acqua dell'oceano non varrà a lavarmi dalla fronte macchia siffatta. — Dammi l'elmetto, Agrippa: — cuopri la mia vergogna sotto il ferro del guerriero: — mi abbisogna vincere almeno dieci battaglie per diventare soffribile a me stesso; — io, vedi, mi disprezzo; e dispero ormai questo mio capo possa contenere il disegno di dominare sul mondo, dacchè ha toccato i piedi d'un uomo. — E tu, Agrippa, mi hai dunque deluso quando traevi l'oroscopo? Così si avverano i tuoi presagi? Se' tu l'ingannatore, — o la tua scienza è bugiarda?...»
«Non proseguite, Sacra Corona, o le stelle si vestiranno a lutto per l'angoscia dei vostri rimbrotti. Se volete dominare sul mondo, cominciate a dominare sopra voi stesso, nè consentite che l'ira vi tragga a maledire la scienza del re Salomone, la scienza divina. — A dovere era tratto l'oroscopo; — i cieli non mentiscono; — la vostra carriera luminosa è tutta descritta lassù nel cospetto eterno: — noi per avventura male lo applicammo, e questo punto, che noi reputavamo rappresentato dalla congiunzione della vostra stella con Giove, forse era compreso dal breve scontro col tardo pianeta di Saturno. E poi voi stesso non contemplaste la vostra stella?»
«Sì, certo: — io la vidi... ma adesso, più dei miei conquisti futuri, più assai dei miei trionfi passati, forte mi stringe un desiderio intenso... un'agonia...»
«Di che cosa, Maestà? Non istanno nelle vostre mani il bene e il male? Non fate voi la pioggia ed il sereno? Ad ogni vostro pensiero non potete aggiungere il fulmine della vostra potenza per volerlo eseguito?»
«Potente come sono, in questo non posso nulla, perchè io sono d'impedimento a me stesso. — Se quando tenni questo papa prigione, lo avessi fatto rinchiudere in una gabbia ed esporre in ludibrio ai popoli!... ma ora io l'ho innalzato, alla faccia del mondo, ho sancito la sua autorità... gli posi in mano le verghe per flagellarmi.»
«Io conosco il mezzo alla vendetta.»