L'assedio di Firenze

Part 12

Chapter 123,788 wordsPublic domain

Gli archibusieri alemanni e spagnuoli in numero di ottomila spararono gli archibusi; i bombardieri, quanti poterono rinvenire a Bologna e trasportare di fuori sagri, falconetti, colubrine, smerigli, serpentini, basilischi, girifalchi e simili altre artiglierie costumate a quei tempi, così e con altri più terribili nomi appellate dagli uomini tuttavia sbigottiti dai micidiali effetti di quelle: onde, secondo che narra Cornelio Agrippa in quel suo stile ridondante di ampolle, parve che «Giove avesse dato la via a ciò che di più fragoroso custodiva ne' suoi tesori di fulmini e di tuoni.» Le campane frementi si lanciavano per l'aria, come cavalli inferociti; da un punto all'altro temevano di vedere scaturire la fiamma dai legni e dal ferro confricati in cotesto portentoso dondolio: — ahi! bronzi un tempo chiamati sacri, dacchè il vostro ufficio dimenticaste di laudare Dio, convocare il popolo al tempio, raccogliere il clero, piangere i morti, cacciare la pestilenza, onorare le feste dei Santi[80], dacchè, dico, il vostro ufficio dimenticaste o spregiaste, la vostra voce si spande pei piani e per le valli solitaria come la voce di san Giovanni nel deserto; chiama, ma nessuno risponde, imperciocchè la voce che ha celebrato l'esaltazione del tiranno e le sue stragi non possa glorificare il nome del Signore, il Santo dei santi; e nonpertanto anche voi potreste rigenerarvi; in questa giornata di tenebre e di servitù abbiamo tutti peccato, — uomini e cose; — compiangiamoci dunque e pentiamoci tutti: scendete dalle vostre torri, fondetevi in cannoni, portate nel vostro seno la morte allo straniero; — allora, purificate da questo battesimo di fuoco, quando tornerete a squillare, i popoli accorreranno, siccome consapevoli che voi li chiamate per esaltare la gloria di un Dio che protegge i liberatori della patria.

Intanto per altra parte il pontefice s'indirizzava con la sua compagnia al tempio di San Petronio. Precedevano a due a due i camerarii, gli ostiarii, i segretarii apostolici; seguivano dodici dottori dell'antica università di Bologna, ora dianzi da Cesare insigniti con ordine cavalleresco e con la dignità di conti palatini. Quindi otto patrizi della città in abito senatorio, e poco appresso il rettore della università decoroso per vesti purpuree. E gli uni dopo gli altri seguitavano il potestà avviluppato in un lucco di teletta di oro, i giudici di Rota, e cinquantatrè tra vescovi e arcivescovi venerabili pei loro manti pontificali. Secondo l'ordine delle speciali prerogative, venivano i cardinali Medici, Grimaldi, Caddi, di Mantova, Pisani, Santa Croce, Cornaro, Grimani, di Perugia, di Ravenna, Campeggio, Anconitano, di Santiquattro, di Siena e Farnese, ognuno dei quali portava la mitra e procedeva ornato di piviali doviziosissimi. Subentravano i magnifici conti Ludovico Rangone e il signor Lorenzo Cibo, entrambi gonfalonieri di Santa Chiesa, armati di tutte armi. Finalmente, assistito dagli eminentissimi cardinali Cesarini, Cesi e Cibo, compariva Clemente VII nello splendore della sua pompa pontificia, avvolte le membra nel famoso piviale, di cui i lembi si congiungono sul petto mediante il bottone non so se io mi dica più celebre a cagione del lavoro di Benvenuto Cellini, o del diamante una volta appartenuto a Carlo il Temerario duca di Borgogna[81]. — Guardate il vicario di Cristo! Il successore di Colui che andava a piedi e le più volte scalzo, ora, reputando poca magnificenza cavalcare mula o palafreno, si fa trasportare sopra un pulpito sulle spalle di otto servitori a guisa di somieri e dimostra come da gran tempo il padre dei fedeli tenga gli uomini in concetto di bestie. — Egli non può sopportare il pallido raggio del sole di febbraio, e con ampio baldacchino di seta il capo difende e la persona. — I santi, dei quali egli si dice ministro, non temerono riarsa dal sole di Siria la fronte per predicare alle turbe ed annunziare vicino il regno dei cieli. — Dietro alla cattedra pontificia si affolla la torma degli abbati, protonotari, prelati, gentiluomini, i quali il più delle volte non sono uomini gentili, e gente altra infinita di siffatta risma. Penetrati nel tempio, ognuno si dispose, conservando il grado che gli spettava, nel coro o davanti l'altar maggiore, e diedero salmeggiando immediatamente principio all'ufficio chiamato Terza; conchiuso il quale, i cardinali, cominciando dal decano Alessandro Farnese, che poi fu papa col nome di Paolo III, padre di Pierluigi l'infame stupratore di Cosimo Cheri vescovo di Fano[82], ossequiarono a Clemente la consueta obbedienza baciandogli le mani — gli arcivescovi e i vescovi fecero lo stesso; se non che il papa, invece di porgere al bacio loro la destra, presentava i piedi. Orgogliosa impudenza da un lato di cui non abbiamo esempio, tranne nelle oscene cerimonie del sabato, dove la favola narra convenire le streghe a fare omaggio al demonio in forma di becco; umiliazione dall'altro della quale pur troppo occorrono ricordanze nelle storie degli uomini.

Ma torniamo all'altro, dico a Carlo di Gand. — Per tutti i santi del paradiso, ch'è questo mai? Quale strana fantasia lo ha preso? Ella è cosa da concitare a riso, non che altri, san Bartolomeo quando lo scorticavano vivo. Carlo il re della Spagna, delle Indie, di Germania, d'Italia, Carlo, adesso comparisce vestito da canonico; così è: gli significarono non potere essere consacrato imperatore dei Romani dove prima non avesse consentito ad ascriversi tra i canonici di san Pietro! Egli dubitò un momento non lo togliessero a scherno e fu per dire a monsignore Ariosto vescovo di Berutti che gliene esponeva la necessità: — Va' via marrano[83], o ti faccio precipitare dal ponte! — Ma poichè il vescovo sosteneva senza mutare sembiante quella sua bieca guardatura, povero di consiglio, stretto dal tempo, si lasciò vincere, sicchè in un punto, spogliato dei regali abbigliamenti, da una mano passando nell'altra, fu rivestito della toga, del rocetto e della mozzetta secondo il costume dei canonici. — Roma, le tue percosse, sia che il mondo offendessero o il pensiero, erano pur gravi una volta! In questo stato, non so se io mi dica più compassionevole o ridicolo, lo condussero nel tempio di San Petronio i due mentovati cardinali, ai quali se ne aggiunsero altri due, i seniori fra l'ordine dei vescovi, cioè di Santiquattro, Lorenzo dei Pucci (il quale sosteneva tutte le cose, comunque iniquissime, non disdire al pontefice[84]), e l'Anconitano. Appena ebbe posto piede nel tempio, con terribile fragore precipitò il ponte per la lunghezza di forse venti passi: la gente ammucchiata forte percosse sul terreno; alcuni ne riportarono sconce ferite, altri col sangue vi persero la vita.

Spesso mi avvenne considerare come in siffatte solennità che i principi danno ai popoli vi si mescoli dentro un mal genio e la faccia pagare a questi ultimi a prezzo di sangue, sia per ammonirli che non dovevano ridere, sia piuttosto, come credo, che la gioia la quale muove dai re non possa comparire vermiglia, se non si tinga col rosso del sangue.

I cardinali tenendo in mezzo Carlo, come fiera in guinzaglio, lo menarono a piè dei gradini della cattedra del pontefice e quivi stettero. Clemente gli abbassò uno sguardo dall'alto, e non potè reprimere un moto dei labbri in contemplando l'augusto Cesare in veste da canonico; il quale sguardo e il quale moto di labbri avendo troppo bene compreso Carlo V, sentì ribollirsi dentro l'orgoglio del sangue spagnuolo, gli occhi mandarono faville, e una idea gli traversò trucissima l'intelletto, di afferrare cioè per le gambe il pontefice, rovesciarlo dal trono, dalle chiome strappargli il triregno, ed imponendolo sopra il suo capo gridare: — Io sono il re dei re!

Ma sollevando di nuovo la faccia vide, o gli parve vedere, il sembiante del papa pieno così della divinità da lui rappresentata che sentiva sconfortarsi dentro dal rimorso quasi avesse meditato il parricidio.

Di subito lo trassero nella cappella dedicata a San Gregorio, dove lo avvolsero nell'amitto, nel camice e nella dalmatica, e sopra gli posero il manto imperiale di ricami e di gemme gravissimo; sicchè non avrebbe potuto di leggeri sostenerlo, se il conte di Nassau da tergo, i vescovi di Bari, del Palatinato, di Brescia e di Caria nel regno di Leone dai lati, non ne avessero sorretto i lembi: in questo modo abbigliato, lo fecero andare fino a mezzo del tempio, dov'è la ruota di porfido; quivi tre volte benedetto si accostò all'altare maggiore, costrutto ad immagine dell'altare di San Pietro in Roma. Genuflesso sopra aureo pulvinare, colà rimase finchè non ebbero cantate le litanie dei Santi; allora due nuovi cardinali, cioè Campeggio, primo dei preti, e Cibo, primo dei diaconi, lo condussero in un'altra cappella consacrata a San Maurizio.

Qui dal cardinale Alessandro Farnese, primo dei cardinali vescovi e decano del sacro collegio, furono rinnovate le unzioni per le coste, per le spalle e pel braccio destro coll'olio del crisma, e il vescovo di Caria lo asciugò. La quale cerimonia essendo condotta a fine, i cardinali Salviati e Ridolfi lo tolsero di nuovo e lo menarono a fare riverenza al pontefice. Questi allora scendendo dalla cattedra sublime, si accostò agli altari e diede cominciamento alla messa solenne: poichè egli ebbe ad alta voce intuonato per Cesare l'introito, Carlo si fece presso agli altari, dove abbracciò e baciò Clemente su la guancia e sul petto. Gli tennero dietro i principi commessi all'ufficio di portare le insegne dell'impero, e con varie cerimonie le depositarono sopra la santa mensa. Ciò eseguito, Cesare e i principi tornano ai seggi loro apparecchiati nel coro; imperciocchè il trono imperiale, in cui doveva egli sedersi dopo la incoronazione, sorgeva a destra della cattedra pontificia _in cornu epistolæ_ dell'altare maggiore. Avanzata che fu la messa fino alla lettura della epistola canonica, la quale Giovanni Alberini suddiacono apostolico cantò in latino, e Braccio Martelli camerario di Sua Santità in greco, i cardinali Ridolfi e Salviati addussero per la terza volta Carlo al cospetto del papa. Qui si rinnovarono, presso a poco le medesime solennità di sopra descritte. Il vescovo di Pistoia prese dall'altare la spada e la porse al cardinale diacono; questi al pontefice: il quale, trattala fuori del fodero, la benedisse prima e poi la depose nelle mani di Cesare, trasferendogli i diritti della guerra con queste parole da lui latinamente proferite: «Prendi la spada santa, dono di Dio, adoprala a disperdere i nemici del popolo del Dio d'Israele!»

Se un membro del popolo miserabile d'Israele, — un Ebreo — si fosse adesso presentato all'imperatore e gli avesse detto: — Difendimi, perchè questo pontefice mi ha ridotto in condizione peggiore dei cani, e tra me e lui non corre altro vincolo tranne quello del porre ch'ei fa una volta l'anno il piede sul collo[85] ai miei rabbini, certo il figlio del Dio d'Israele sarebbe stato strizzato così che nissuno poi avrebbe potuto rinvenirne i frammenti. Il Dio d'Israele non è più Dio di Palestina, — neppure il Dio degli apostoli; il Dio d'Israele ha ripiegato le tende dalle antiche dimore e le piantò in Roma presso il palazzo del Vaticano; egli è il Dio dei preti. — I Fiorentini, da cui nacque Michelangiolo, che dopo tanto spazio di tempo sentì ed effigiò quel terribile legislatore degli Ebrei — Moisè, — i Fiorentini, che per pubblico partito si elessero Cristo principe della Repubblica, erano i nemici del popolo d'Israele, gli avversarii, i ribelli a Dio, i maledetti da lui, per l'esterminio dei quali il padre dei fedeli dava la spada santa all'imperatore. O sacerdoti, quanto fareste ridere, se non aveste fatto piangere cotanto!

E Cesare nudò il ferro e tre volte ne percosse l'aria ed altrettante ne declinò la punta verso il suolo, — forse per dimostrare ch'egli intendeva sulla terra dominare, e nel cielo. Strinse lo scettro, pegno di fede e di virtù che non aveva, colla mano destra; nella manca il papa gli pose il mondo in simbolo della facoltà ch'e' gli dava per governarlo.

Queste consegne di tutto o parte del mondo operate dai sommi pontefici, siccome efficacissime nel diritto, non furono sempre, o quasi mai, praticabili in fatto. Chi può contenderne loro la facoltà? Dio esiste signore del creato, il papa vive in Roma vicario di Dio nel mondo; dunque il papa può disporre di quanto in esso si comprende. Questo sillogismo ha la sua promessa, la sua minore, la sua conseguenza; a me pare tutto e in ogni sua parte perfetto. La luna, il sole, le stelle, le comete, poichè non sono contenute in questa terra, rimangono escluse, quantunque non sia chiarito bene: le altre cose tutte senza eccezione di sorta stanno sottoposte al papa; tanto il Lappone come l'Ascolano, l'abitante del Kamciatka come quello delle paludi pontine: — ma questi non udirono mai favellare di lui, nessuno annunziava loro il regno dei cieli, non conoscono il Dio del papa di Roma. — E che importa se non lo conoscono? Peggio per loro; andranno dannati nell'inferno, ma non per questo rimarranno meno fermi i diritti della Santa Sede Romana. Se così non fosse, si chiamerebbe ella cattolica, che significa universale? Dove la cosa non istesse per l'appunto come io la diceva, avrebbe potuto Martino V concedere al re di Portogallo tutte le terre che loro riuscisse scoprire dal capo Baiador alle Indie? Ed Alessandro VI, il papa di santa memoria, avrebbe potuto con la famosa sua bolla tirare la linea da un polo all'altro e largire ogni paese scoperto dalla parte di occidente agli Spagnuoli, l'altro da oriente ai Portoghesi? Uno scrittore eretico osserva come non occorresse alla mente del santo pontefice il pensiero, che, ciascuno seguitando dal suo lato la continuazione delle scoperte, potevano un giorno ritrovarsi a contatto e rinnovare agli antipodi la questione di proprietà[86]. L'eretico ha torto, perchè non sa essere li sommi pontefici, siccome ispirati dallo Spirito Santo, infallibili.

Finalmente il santo padre gli cinse le chiome della corona imperiale. Carlo allora, giusta le formalità, si prostrava curvandosi al bacio dei piedi santi. Era però convenuto che il papa non gli lascerebbe compire l'atto, e rilevatolo a mezzo, lo avrebbe stretto tra le braccia e baciato nel volto. Ma come resistere alla compiacenza di vedersi innanzi prostrato un signore di tante provincie? Non tutti i giorni si trovano imperatori da rinnovare cotesto ossequio; e poi, Clemente lo aveva già detto, si sarebbe di tanto rialzato il sacerdozio quanto abbassato l'impero. Si dimenticava pertanto del convenuto: il coronato stette lunga pezza nell'attitudine dello schiavo: in quel punto la corona gli pesò sul capo non altrimenti che se fosse stata una montagna; allora gli parve che il mondo, poc'anzi da lui sorretto nella mano, adesso di tutto il suo peso gli gravitasse sul corpo: — come il serpente della Scrittura, egli si nudrì di cenere e la sentì amara, — senza misura amara; sicchè il suo cervello, compresso dal pentimento, dalla umiliazione e dalla rabbia, stillò una goccia di sudore, la quale, come quella dell'anima dannata dello scolare apparsa al suo maestro di filosofia, secondo che racconta frate Iacopo Passavanti nello _Specchio della vera penitenza_, avrebbe avuto virtù di traforare da una parte all'altra con insanabile piaga i piedi del pontefice, se per avventura vi fosse sopra caduta[87].

Ciò che riferiscono intorno alla proprietà letifera dello sguardo di alcuni animali e' vuolsi tenere per favola; imperciocchè il basilisco non abbia guardato mai in maniera più truce di quello che facesse Carlo il pontefice, quando si fu rialzato; ma non gli concessero tempo di proferire parola: le reti dei successori di san Pietro avviluppano con tanto prepotente vigore, quando uomo v'incappa, che nè impeto d'ira o profondità di consiglio valgono a romperlo: — lo tolsero in mezzo, lo salutarono imperatore con tanta luce di ceri ardenti, con tanto fumo d'incenso, con tanto fragore di voci lo confusero che egli, stordito, immemore di sè, per poco stette che non cadesse svenuto sul pavimento: egli sentiva suo malgrado strascinarsi; soffriva le angosce dell'uomo vicino ad annegare, che vede approssimare la morte e non può aiutarsi.

O signore e signori qui convenuti per farmi il piacere di sentire questa storia che non oso chiamare bella, perchè spesso fa pianger me che la racconto, o ridere di un riso tristo il quale mi ha guasto il cuore e la bocca, io non so se v'abbia detto; e se nol dissi, ve lo dico adesso; la cattedra del pontefice e il trono imperiale, per velluti cremesini, per frangio d'oro, per pulvinari, per baldacchini mirabilissimi essere stati eretti alla destra dell'altare _in cornu epistolæ._ Ora avvenne, mentre queste cose succedevano, che un personaggio di alto affare del seguito dell'imperatore si accostasse a certa colonna sostenente l'arco della cappella. Dalla parte interna rasentavano la colonna i balaustri che racchiudevano il recinto dove si celebrava la funzione; dalla parte esterna, la colonna scendeva alquanto verso il pavimento inferiore e si posava sopra la sua base. Il personaggio, gli usi di corte non sapesse o non curasse, o qualche forte pensiero gli tenesse occupato la mente, con le braccia sotto le ascelle, una gamba sopramessa all'altra, toccava con l'omero sinistro la colonna; — erano le sue membra per robustezza singolari, — quadre le spalle, — il collo rigido e grosso, — sicchè a vederlo pareva l'Ercole Farnese appoggiato alla sua clava. Gli anni di lui giungevano forse ai sessanta; — vestiva abito positivo di velluto nero spartito a strisce di seta celeste, con manto, calze e scarpe del medesimo colore: nella sua gioventù la bellezza si era compiaciuta per certo di ornargli il sembiante; — le cure, gli anni e le fatiche adesso glielo avevano reso severo. Foltissima la capigliatura gli copriva la testa; delle tempie però era calvo, e quivi la pelle compariva più pallida per via della continua pressione dell'elmo. — I suoi capelli non rassomigliavano all'argento per la bianchezza soltanto, sibbene ancora per una certa consistenza metallica di cui sembravano dotati: e le masse della barba eziandio giù per le mascelle e pel mento gli scendevano come scolpite. I venti delle tempeste, il sole ardente e le pioggie avevano percosso quel volto; nè avendolo potuto vincere, gli erano ormai diventate amiche: teneva il labbro inferiore non poco sporgente in fuori, atto che suole imprimere l'abitudine dell'impero. — Adesso cotesto suo volto accennava il conato della spirito il quale tenta chiamare una memoria smarrita o si sforza di rompere il velo del tempo per leggere nei futuri destini. Aveva in somma l'espressione del poeta che invoca dalla sua musa un concetto che varrà poi a scuotere le anime di maraviglia o di terrore o, se vuoi meglio, l'espressione del guerriero che dall'alto della montagna dardeggia lo sguardo sulla pianura per afferrare il momento della vittoria. I suoi occhi stavano fissi nei troni imperiale e pontificio, — e il raggio sfolgorato dagli ori e dalle gemme si riverberava per modo nelle sue pupille profonde che un fuoco interno, ardente in mezzo al cervello, pareva che le accendesse.

All'improvviso una voce gli percuote le orecchie:

«Ardisci! — Muovi un passo ed occupa quei seggi vuoti.»

A lui parve il suo genio avergli bisbigliato coteste parole; — e come se fosse stato il concetto di cui andava in traccia, senza mutare attitudine, si rimase a considerare se ciò potesse riuscirli e il come e il quando. Poichè si fu trattenuto alquanto in cosiffatta disamina, la voce stessa più forte mormorò:

«Ardisci! — Occupa i seggi vuoti: — un passo e basta.»

Si scosse all'avvertimento, — si guardò attorno lento e feroce a guisa di leone, non vide nessuno; — uno sgomento ineffabile lo travagliava quando, volgendo la testa dalla parte opposta della colonna, vide di contro a sè nella medesima posa atteggiato un uomo da lui singolarmente riverito e avuto in pregio.

«Siete voi, messere Alamanni?»

«Messere Doria, son io...»

«Ditemi, Luigi, come vanno le cose della patria?»

«Il mal la preme e la spaventa il peggio...»

«Ostinati che siete! ma e perchè non accordaste con Cesare quando ve lo consigliai a Barcellona? Perchè non aderiste ai miei conforti a Genova? — Avreste allora conservata, parte della libertà, la quale adesso avrete a piangere interamente perduta...»

«Prima, perchè, se le cose vanno male, non sono mica disperate per questo; — nè abbiamo deposto tutta speranza di vincere. Un'altra volta un imperatore vide le mura di Fiorenza; le vide, ma non l'espugnò...»

«Oh! allora non adoperavano come ora le artiglierie, che a tempo fisso disfanno le più solide torri, ed ogni più arduo impedimento rendono piano agli arditi assalitori...»

«Sì; ma ora, come allora, dietro le mura diroccate stanno altri muri — più gagliardi, — i petti dei cittadini...»

«Dio vi protegga, messere Luigi; così vi conceda le sorti favorevoli com'io ve le temo contrarie.»

«Ad ogni modo, i padri hanno creduto migliore partito essere tirannide intera che non mezza servitù: imperciocchè a questa a mano a mano si adattino le anime degli uomini; ed essendo della nostra natura abituarci a tutto quanto non riesce insopportabile, la mezza libertà converte in libertà intera, la vera libertà in desiderio, poi in languida speranza, finalmente, ogni vigore spento, la patria si addormenta al suono delle catene; nella tirannide per lo contrario intera v'ha fremito implacabile, guerra a morte tra l'oppressore e l'oppresso, — tra il tiranno e lo schiavo patto unico la morte; il tradimento, virtù; studio, la strage; il popolo incatenato può con le lacrime dell'ira, con i ruggiti della rabbia consumare le catene, — comunque di ferro; — il popolo assennato non romperà i suoi ceppi mai, — comunque di seta si fossero...»

«La tirannide, Luigi, può far piangere ai popoli un tal pianto che gli anni non valgano ad asciugarlo; può di tal piaga ferirli che gli anni si consumino invano a sanarla. La tirannide semina il deserto e la morte. Sentiste voi mai muovere rumore nei campi santi?»

«Sì, io ho udito fremere l'ossa negli avelli; — e i Greci a Maratona...»

«Voi siete poeta, voi; io poi, educato nella esperienza delle armi e dei governi, conosco a prova gli stati non reggersi con siffatti entusiasmi; — alle armi conviene opporre le armi; le parole, quando inferociscono i soldati, buone; senza i soldati, siccome sempre infelici, le più volte ancora contennende. Io quando dal ponte della mia galera, il guardo teso sul mare, scorgo da lontano le vele nemiche, già non conforto i miei compagni rammentando la virtù latina, le glorie liguri: e' non m'intenderebbero; addito loro le galere e dico: — Prodi uomini, voi lo vedete, il nemico ci stringe; il vento ha in filo di rota, e a noi riesce impossibile la fuga; nè voi d'altronde avete fuggito fin qui. L'armata avversa supera di un terzo la nostra, ma la nostra è munita senza pari, governata da voi, capitanata da me Andrea Doria soprannominato Buona fortuna. Su via, apparecchiate le armi: — vincendo, nostre diventeranno le ricche spoglie, nostri i riscatti dei prigioni, la gloria nostra; perdendo, diventeremo poveri e infami per aggiunta. — Ella è più agevole cosa rizzarsi in piedi all'uomo che se ne sta a sedere che non all'altro il quale giace lungo e disteso sulla terra. Male fece la vostra città ad avventurare così grossa posta; io per me penso che ne vada della morte o della vita...»

«Ormai, messere Andrea, cosa fatta capo ha, come disse Mosca Lamberti: e voi in ogni modo potreste provvedere...»

«E come, Luigi, come?»