L'assedio di Firenze

Part 10

Chapter 103,602 wordsPublic domain

«Carlo d'Austria!» cominciò a dire alzando il dito e comprimendolo sopra l'angolo della tempia destra, «le libertà dei comuni di Spagna, i privilegi delle città dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con ogni ingegno per divorarli; bada, Maestà, il tarlo rodendo si scava la tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni giorno il tuo spirito tramonta. Maestà, tu mi hai supplicato per ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei venuto in capo al mondo per offrirtela; — pròstrati, Maestà, umiliati, perchè mi tarda importi questa corona sul capo; — io la circonderò di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io ti adatterò la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo; che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa? Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati a prostrarti, Maestà: io m'innalzerò tanto, quanto tu l'abbasserai; e allorchè, Maestà[75], avrai baciato la polvere de' miei calzari, ti travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua viltà e in processo di tempo se vorrai abbattere l'idolo che tu stesso avrai fatto grande, o non vi riuscirai, o rimarrai infranto sotto la rovina di quello.»

«Chi siete? donde venite e dove andate?»

Con uno strido da uccellaccio notturno gridò certa squallida figura, lanciandosi a guisa di gatto dal banco dei doganieri in mezzo alla porta di Santo Stefano a Bologna ed afferrando per la briglia il cavallo di un uomo che agli atti e alle vesti sembrava un cavallaro.

Dov'egli non avesse profferito coteste parole, non lo avrebbero reputato mai creatura umana. Siffatti sciagurati, se pure uscirono di mano, alla natura, ciò avvenne per certo nell'ora del crepuscolo, verso notte qual mal si discerne quello che si opera, e le membra spossate non si reggono dalla fatica; colpa od errore del quale ella meriterebbe riprensione, e lo dovrebbe riparare con un ammenda onorevole.

Una testa, di sotto, di sopra, tutta tonda, colorita con la serie infinita dei gialli e dei verdi che presentano le mal'erbe cresciute per la superficie delle acque corrotte, e su le mascelle più verdi a cagione della barba. La fronte poi, ingombra di capelli neri ed irti; e quella fronte, larga quanto basta per improntarvi sopra il marco dei falsarii. I suoi occhi, a vero dire, accennavano una scaltrezza intensa, ma limitata entro angustissimo cerchio; — scaltrezza da tagliaborse, da baratore di carte, e nulla più. Una testa da incutere spavento, se non avesse mosso a riso, — da mandarsi senza processo al patibolo, — o da presentarla a' fanciulli per giuoco. Le spalle aguzze, la persona rigida e piegata in avanti, le braccia aperte, quasi per equilibrare l'osceno edifizio del corpo, e le mani stese, perpetuamente moventisi a quell'atto che fa lo sparviere o uccello altro di rapina quando raspa per ghermire; — forse la continua fissazione dell'anima, — se anima può dirsi lo spirito che dentro cotesti enti rumina sempre malefizii ed insidie — partecipava quel moto alle sue mani, imperciocchè egli fosse una di quelle creature le quali in ogni tempo oscillano tra la catena, il capestro e la lapidazione del popolo inferocito, — disprezzate a un punto e abborrite, — capaci di vendere trenta Cristi per un danaro solo; vergogna della specie alla quale appartengono come un'ulcera al corpo umano; — qualche cosa più di un carnefice, qualche cosa meno di un giudice; — allora si chiamavano cancellieri criminali, — oggi _commissarii, delegati, arnesi_ insomma di _polizia._

Il cavallaro, giovane e di membra validissime, stette alquanto in forse di rispondergli, o balestrarlo venti passi lontano; pur finalmente tra sdegnoso e beffardo, disse:

«Messere, siete voi del Cottaio o del paese del prete Gianni, che non conoscete l'assisa del comune di Fiorenza? — O non vedete il giglio roseo, insegna della nostra repubblica?»

«Che gigli e che non gigli? Io non so di gigli. — Dello stato di Fiorenza non conosco nè approvo altra insegna che le palle dei Medici.»

«Sapete voi, messere, come corre il proverbio al mio paese? Se non ti piace, mi rincara il fitto.»

«Eh! se permettessero di fare a me, non vi lascerei nè anche gli occhi per piangere, non che la bocca per proverbiare...»

«Fate una cosa, messere: unite le vostre armi con quelle dell'imperatore e moveteci la guerra...»

«Io vi farei paura...»

«E ve lo credo senza giuramento; paura da sconciare le donne gravide...»

«Ch'è questo?» interruppe sopraggiungendo un secondo cavallaro assai attempato e di sembianze più mansuete del primo; «ch'è questo, messere?»

«Non si passa», risponde il cancelliere.

«Manco fatica, più sanità; e ce ne torneremo addietro...

«Non si torna addietro.»

«Saremmo per avventura ritenuti prigionieri?»

«Così fosse!»

«Dunque?»

«Scendete, aprite, le valigie, perchè i gabellieri le visitino.»

«Deh! che mal'ora scegliete a burlare, messere! lasciatene andare per la nostra via, chè siamo della famiglia dei magnifici ambasciatori spediti dalla Signoria di Fiorenza al sommo pontefice.»

«Egli è bene per questo ch'io vi debbo frugare.»

«Ma a voi, che mi parete uomo di lettere, non dovrebbe essere mestieri insegnare come presso tutti i potentati della terra, il Turco inclusive, gli ambasciatori e le famiglie loro godono franchigia di dazii e gabelle.»

«Sua Santità in casa sua ha promulgato una legge diversa...»

«Non sono leggi queste che ogni principe promulga a suo senno. Io sono vecchio del mestiere; ho accompagnato ambasciatori all'imperatore, al Cristianissimo, ai Viniziani, ai pontefici, a questo stesso papa Chimenti, e nessuno fin qui mancò di praticare l'antica usanza della franchigia.»

«Cominceremo ora.»

«Se voi siete ad ogni modo fermo del vostro proposto, a noi, come fanti, non appartiene conoscere che cosa sia conveniente a farsi. I magnifici ambasciatori ci stanno dietro il piccolo cammino; noi andremo per essi, e...»

«Non potete tornare indietro.»

«Aspetteremo.» E la voce del vecchio cominciava a infiochirsi per ira, il volto a divampargli il fuoco.

«A me tarda adempìre l'obbligo mio; non posso mettere indugi tra mezzo, bisogna che vi lasciate frugare, e subito, — e per forza.»

«Va, torna dal tuo signore e digli che se l'ordine ti commise e la insolenza per significarlo, dimenticò poi darti la forza per eseguirlo.»

Queste parole proferì il giovine cavallaro Bindo di Marco Berardi, soprannominato il Gorzerino, e al punto stesso forte percosse con la mano aperta sul petto al cancelliere, ed abbrancatoglielo quanto era largo, lo sollevò da terra, e con quel vigore che la natura aveva posto nel suo braccio, e che l'ira accrebbe, lo lanciò impetuosamente lontano da sè. Descrisse il cancelliere una curva per l'aria volando, e toccata ch'ebbe con i piè la terra, prese a muoverli celerissimi uno dietro l'altro correndo all'indietro, finchè, perduto l'equilibrio, a braccia stese e a gambe levate casca supino nel fango della via. La zimarra nera ripiegandosi gli si avviluppa sul capo; ond'egli quanto più si sforza tôrsi d'impaccio, tanto più vi s'intrica e le vesti curiali di mota e d'immondezza contamina. Amici e nemici prorompono in altissime risa.

[Illustrazione: Procedendo di alquanto spazio, prima degli altri, un ambasciatore che sembrava il meglio autorevole,... _Cap. III, pag. 81._]

Pur finalmente si sbrogliò costui; scomposti i capelli, livido, tremante di rabbia, lanciò attorno uno sguardo, donde parve scaturire un getto di veleno.

«Ridete eh?» prese a balbettare fissando i gabellieri. «Si tolga il demonio l'anima mia, se io non vi faccio gli uomini più dolenti del mondo. Vedremo un po' se riderete quando mastro Spedito vi acconcerà la corda attorno al collo.»

Quindi la persona volge per parte, mentre tuttavia mantiene il volto di faccia; guarda in un lato, mentre co' piè s'indirizza in un altro, siccome fanno le nottole allorchè volano per le tenebre dei cieli, e con voce baldanzosa continua a gridare:

«Fuori, sergente Montauto, arrestateli, — legateli, — menateli in prigione...»

E in meno che non si dice un _amen_ una torma di uomini armati comparve, come se fosse piovuta dai nuvoli o scaturita dalla terra.

Bindo di Marco, staccatasi prestamente la daga dal fianco, la trasse fuori e, il fodero gettato per terra, esclama:

«Fo voto a Dio che chiunque di tanto è ardito da muovere un passo oltre quel fodero, lo stendo morto ai miei piedi.»

E fieramente turbato si pone in atto da eseguire la minaccia.

«Ah! per questa volta monna Lessandra non rivedrà più la faccia del suo marito, nè la Dianora bella la faccia di suo padre», susurrò sommesso il vecchio cavallaro passandosi una mano sopra la fronte.

Intanto il sergente Montauto, senza punto badare alle parole di Bindo, calatasi giù dalle spalle una partigiana, la spinse contra il fianco destro del giovane; e già stava per ferirlo, e lo avrebbe ucciso di certo, se il compagno, lo soccorrendo in buon punto, non avesse con un colpo di daga tagliato meglio che un palmo dell'asta della partigiana; e subito dopo con quanta aveva di voce nella gola gridava:

«Che modi sono eglino questi, messere sergente? Dove avete appreso la milizia? Da quando in qua si è inteso dire che venti uomini armati di partigiane non adontino assalire due uomini armati soltanto di daga?»

E Bindo inferocito nel medesimo tempo anche più forte gridava:

«Marrani! poltroni! venite oltre, che Dio vi mandi il mal giorno e il mal anno; — vi mostrerò ben io che le vostre partigiane sono di paglia.»

«O Bindo, per la testa di san Giovanni Battista! manda cotesta lingua al beccaio, se ami riportare le tue ossa a casa...»

«Berrovieri del papa! Scherani usciti da bastonare i pesci...»

«Deh! Bindo, ci ammazzeranno qui come cani, nè tu potrai difendere la diletta tua patria...»

E Bindo, fatto senno, alle ultime parole si tacque...

Il cancelliere, salito di nuovo sul banco dei doganieri, non cessava un istante dal replicare:

«Ammazza, ammazza!»

Il sergente Montauto, un poco atterrito dal colpo del vecchio, un poco trattenuto per la vergogna, non ardiva di stringere da più vicino i cavallari.

In questo, il popolo si spingeva, si urtava, si affollava, a mano a mano spazio maggiore di terreno occupava, come il serpente tocco dal calore del sole distende le terribili spire e striscia maestoso pei campi; — curioso, anelante domandava chi fossero — a che venissero — perchè gli molestassero.

Fra mezzo al popolo si erano intanto insinuati gli oscuri agenti del governo sospettoso, spie, sbirri ed uomini altri siffatti, pessimi vermi di società putrefatta; e ad ogni domanda rispondevano un inganno, ad ogni fatto apparecchiavano una insidia, i più clamorosi notavano ed attendevano il destro di legarli e condurli al bargello.

Il popolo deluso gridava: «Dalli! dalli! che sono contrabbandieri; — vennero ad appiccare i cedoloni in vituperio di Sua Beatitudine e di Sua Maestà cesarea; — hanno portato veleno per attossicare il papa, l'imperatore e i baroni; dentro le costoro valigie c'è il fuoco infernale, c'è la scomunica;» e infamie altre cotali.

Ma la ragione all'improvviso balenando sull'anima del popolo, gli dimostra apertamente la frode: — I contrabbandieri non si accostano di bel giorno alle dogane; il veleno non è cosa da portarsi in valigie: — il fuoco nemmeno; nè si scomunica il papa; — e allora vergognando taceva.

Per somma infelicità di questa nostra umana natura, la ragione, illuminando l'anima del popolo a modo di baleno, dura poco, sicchè presto ricade nel buio della ignoranza e nel furore, miserabili malattie, e non le sole nè le più turpi, le quali con dolcezza infinita de' suoi oppressori lo tengono del continuo travagliato; onde di nuovo più fieramente che mai il popolo prorompeva: «Giù le valigie! Aprite le valigie! Vogliamo vedere quello che sta chiuso nelle valigie! Le valigie! le valigie!»

E negl'intervalli la voce del cancelliere, come lo strido dell'uccello dal sinistro augurio, ripeteva: «Ammazza! ammazza!»

I cavallari, fermi nel proposito di non si lasciare manomettere, se ne stavano apparecchiati a morire non senza vendetta.

Il Montauto, dall'universale consenso del popolo imbaldanzito, usciva dalla sua prima esitanza e comandava ai soldati abbassassero le partigiane e quei due ostinati investissero.

Sangue italiano sta per versarsi e da mani italiane sopra terra italiana.

«Gli ambasciatori!»

Udita appena questa voce, il popolo, secondo il suo costume, si volge ai nuovi venuti, come a personaggi sopraggiunti in buon tempo a rendere più complicato il dramma. I soldati sospendono l'assalto; rimangono tutti ansiosamente aspettando ciò che stava per nascere.

Ed in vero onorevoli di fanti e palafreni i magnifici ambasciatori della Repubblica Fiorentina si accostano; — vestiti di lucchi di panno vermiglio, co' cappucci di colore più cupo e i lunghi becchetti avviluppati intorno al collo in molto maestosa maniera; — uomini di grave sembianze, contegnosi e severi, siccome conveniva a cittadini di città libera, usi a obbedire alla legge soltanto e da loro stessi proposta ed approvata.

E poi gli seguitava una bellissima accompagnatura di giovani, i quali per vaghezza di vedere la incoronazione dell'imperatore quivi erano tratti e per godersi delle feste; imperciocchè le pubbliche calamità, invece di trattenere gli uomini da simili passatempi, gli rendano anzi molto più vogliosi di prima, al naturale talento aggiungendosi il bisogno di sollevare l'animo dai presenti fastidii.

Si aperse spontanea l'onda del popolo, accolse dentro di sè i sopravvenuti, e loro si richiuse fragorosa di dietro.

Procedendo di alquanto spazio, prima degli altri, un ambasciatore, che sembrava il meglio autorevole, fissò di uno sguardo bieco i cavallari e, senza nessuna cosa domandare, senza nessuna risposta attendere, comandò:

«Riponete le daghe.»

E poi rivolgendosi al Montauto riprese:

«Soldato, perchè assalite la nostra famiglia?»

«Magnifico ed onorando signore, io non lo so...»

«E senza saperne la cagione voi eravate sul punto di spengere due uomini... due cristiani!...»

«In verità, magnifico messere, noi altri soldati facciamo sempre così. Per ammazzare gente non fa punto al caso saperne le ragioni e le cagioni. Se a voi piace conoscere più oltre, domandatene qui al mastro doganiere...»

«Che mastro o che non mastro!» interruppe il cancelliere, il quale, nel considerare come verun conto si facesse di lui, tutto si scontorceva di rabbia. «Io ho dato l'ordine, ed io intendo ch'e' venga eseguito subito. — Subito frugateli, vi comando...»

Ma il popolo, che aveva preso un tal quale diletto alle parole del personaggio, percosso ancora da certo ribrezzo per cotesto suo strido increscioso, rammentò le sevizie del cancelliere uso a infierire contro di lui; e prevalendosi della occasione di spaventare chi tanto spesso lo empiva di terrore, voltò l'immenso suo capo, terribile per mille occhi, — per mille bocche, — e lo interruppe a sua posta urlando:

«Sta cheto, ribaldo!»

E il cancelliere, umiliato, dimise lo sguardo, si morse lo labbra, sospirò: — ma quando rialzando gli occhi gli venne fatto vedere da lontano disegnarsi nell'orizzonte la cima delle forche, si fregò le mani e susurrò commosso, come il devoto che recita il responsorio al suo santo avvocato: «Là ti aspetto!» — e si tacque.

«Mastro, vorreste o sapreste voi dirmi la cagione di questo trambusto?» continua, appena gliene fu dato luogo, l'ambasciatore volgendo la favella al doganiere.

«Magnifico ed onorando messere, Sua Santità il sommo pontefice ci ha fatto, non è molto, significare il comando di sostenervi e guardarvi diligentemente nelle valigie: i vostri cavallari si sono opposti armata mano, e ser Manetta cancelliere del podestà ha chiamato la milizia per costringerli a forza.»

«Guardare nelle nostre valigie! Ciò è fuori di ogni consueto e contro la convenienza. Ci credete voi forse frodatori di gabelle?»

«Io vi ho in pregio di persona onorata e dabbene; ma voi intendete, messere, che noi siamo servitori, e ci tocca obbedire alle voglie del padrone.»

«Orsù, vediamo se troverò io il modo di acconciare questa bisogna. Immaginate pure le nostre valigie piene di mercanzia gravata di gabella qual volete maggiore; io vi pagherò il dazio a prezzo di tariffa.»

«È giusto!» il popolo interrompeva, «è giusto!»

Allora le spie raddoppiavano gli sforzi e incitavano ora questo ora quello: «No, vogliam vedere; qui dentro gatta ci cova. — Ve lo aveva assicurato pur dianzi che portano veleno, e voi non la volevate capire: — vedete come s'ingegnano a non mostrare le valigie e non _sine quare_, — ci hanno il veleno, il veleno...»

E il povero popolo traviato urlava di nuovo: «Vogliamo vedere! vogliamo vedere! Ci hanno dentro il veleno.»

L'ambasciatore fiorentino, turbato da cotesto schiamazzo, sciolse con atti sdegnosi la sua valigia dalle groppe del palafreno e, la gettando ai piedi del doganiere, sclamò:

«Guardate!»

Il popolo urtandosi, in punta di piedi, l'uno con le mani su le spalle dell'altro, tutto occhi, tutto orecchi, a collo teso, a bocca aperta, stette a vedere che cosa contenesse la valigia dell'ambasciatore.

Il doganiere vi stese sopra le mani, e profferite che ebbe così presto presto, come per uso, le parole:

«Mi duole recarvi dispiacere», scioglie le fibbie e ne trae fuori:

«Un lucco di panno vermiglio!»

E il popolo:

«Povere vesti sono coteste! I baroni spagnuoli e tedeschi le costumano d'oro e di seta.»

E un vecchio del popolo:

«Ma e' se le fanno co' nostri danari.»

«Due farsetti di rascia cremesina e un cappuccio.»

E il popolo:

«I baroni li portano di velluto e di broccato, con belle piume e fermagli o medaglie che costano un tesoro.»

E il vecchio:

«Sì, un tesoro, ma a noi: — ai baroni la violenza per rubarlo.»

«Una borsa piena di fiorini!»

E il popolo:

«Oh!»

E il vecchio Petronio:

«Nei fornimenti dei baroni spagnuoli e tedeschi bene avreste trovato la borsa, — ma vuota per riempirla de' tuoi ducati, popolo bestia che sei.»

«Ha ragione Petronio! Viva il vecchio Petronio! Viva!»

Continua la visita del primo ambasciatore: poi vennero con eguale diligenza frugati gli altri e la famiglia loro e l'accompagnatura, nella quale si trovò Benedetto Varchi scrittore della storia dei tempi presenti. Rimaneva di tanti un uomo solo, Guglielmo Rucellai, il quale anch'esso aveva seguitato gli ambasciatori per godersi le feste della incoronazione, giovine di piacevolissima natura e compagnevole se altri fu mai, grande amico del buon vino quando ne trovava, accomodandosi anche al tristo se non riusciva a scavarlo migliore: e la sera precedente alla osteria tanto ne aveva bevuto alla salute della libertà, tanto alla salute della patria, del Marzocco, della Signora, del Giglio, eccetera, come dicono i notari, che alla fine fu forza prenderlo in quattro e gettarlo sul letto. — Ora ei se ne stava intronato dalla ebbrezza non bene svanita, nè aveva potuto comprendere ancora la cagione di quel rovinio, quando il doganiere lo scosse dicendogli:

«A voi, messere!»

«Oh che c'è egli?»

«La valigia!»

«Basta che mi lasciate la vita, — per la valigia... o ne faremo un'altra, o ne faremo a meno...»

Il doganiere apre, fruga, e:

«Ch'è questo? — Un rocchetto!... due... dieci! — Al frodo! al frodo! Il messere ha la valigia piena di rocchetti di oro filato e tirato...»

«Davvero!» sclama il Rucellai fregandosi gli occhi: «o chi diacine ce gli abbia messi!»

Luigi Soderini ambasciatore percosse la spalla a messere Andreuolo Niccolini altro ambasciatore, e gli disse:

«Questo è il caso della coppa nel sacco di Beniamino.»

E messere Andreuolo a lui di rimando:

«Certo sì, non però con la intenzione di Giuseppe.»

Ma il popolo ingannato, senza por mente che lieve sarebbe stata la gabella frodata, e che non potevano supporsi capaci personaggi di ogni bene della fortuna largamente forniti di siffatta bassezza, proruppe:

«Oh! vedi, ve' i dabbeni ambasciatori; — e' vennero a frodare la gabella al papa! Alla riviera i contrabbandieri! alla riviera!»

E qui seguivano schiamazzi, scherni e voci disoneste.

Il capo, che sembrava, dell'ambasceria fu visto impallidire: subito gli si accesero le guance, impose con la destra silenzio al popolo, con la manca si tolse in atto sdegnoso il cappuccio. — E quel suo volto comparve venerabile alle turbe: — invero malinconico, pieno di dignità, — forse anche di grandezza. Dove poi si considerasse sottilmente, piuttosto che manifestazione presente, accennava una memoria di grandezza; tipo generoso in origine, tralignato quindi per tempo o per avvicendare di generazioni; — pareva un getto ricavato da forme sublimi, ma per uso consunto. — La fiamma del genio guizzò intorno a cotesta fronte, a guisa del fuoco fatuo sull'orlo dei sepolcri, — non vi posò, come lo Spirito sul capo degli apostoli nel giorno della Pentecoste. Il popolo, il quale non sa tanto addentro discernere, rimase percosso dalla nobile sembianza.

Egli, spingendo oltre il palafreno, ad alta voce esclamò:

«Chiunque di voi nacque italiano saprà chi fosse Pietro Capponi! Ora chi fra voi vorrà credere che io suo legittimo figliuolo, io Nicolò Capponi venga a frodare la gabella a un papa dei Medici?»

Per avventura il Montauto, tra le bande della Repubblica Fiorentina militando, non solo aveva conosciuto l'illustre cittadino Pietro Capponi, ma essendo a campo seco lui sotto il castello di Soiana, lo sorresse ferito a morte nelle sue braccia; onde a quel suono adesso sentì commuoversi le viscere, e tocco da reverenza e da stupore si trasse indietro chinando la persona. I soldati, imitando quel moto, si scostano anch'essi: e agli ambasciatori fu fatta abilità di procedere liberamente per la via.

Il popolo, mutando subito affetto e costume, innalza al cielo chi volle gettare alla riviera poc'anzi, e grida:

«Viva Pietro Capponi! Viva Fiorenza!»

I quali applausi crebbero poi all'infinito quando Nicolò Capponi e suoi compagni, messa mano alla borsa, gli gettarono dei pugni di fiorini: — non ebbero finalmente più modo allorchè, scavalcati alla prima chiesa che loro si offerse davanti, gli ambasciatori molto devotamente si recarono a ringraziare Dio del trascorso pericolo, e fatto chiamare a sè il rettore, gli consegnavano certa somma di danari affinchè provvedesse di convenevole dote due delle più povere fanciulle della cura.

CAPITOLO QUARTO

LA INCORONAZIONE

Giunta l'aquila al nido ond'ella uscio, Possiate dir, vinta la terra e l'onde: Signor, quant'il Sol vede è vostro e mio.

ANNIBAL CARO, _Sonetto a Carlo V._