L'arte di prender marito

Part 3

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Quella notte essa non dormì che qualche ora e il sonno fu per lei più agitato e più tormentoso che la veglia. Sentiva che al mattino avrebbe dovuto correr dalla mamma, confessarle l'amor suo per Enrico e pregarla a voler rispondere collo stesso monosillabo di rifiuto al Marchese e all'Ingegnere.

Ma non ne aveva il coraggio. Essa avrebbe dovuto confessarle anche la sua corrispondenza clandestina; i suoi due peccati, che non si era perdonati ancora e che giorno e notte le stavan infitti nella coscienza, come due freccie avvelenate.

No, no: non lo avrebbe mai fatto. Perdere a un tratto la stima della mamma che l'adorava, che la credeva infallibile, impeccabile. No, no, ella tacerebbe ancora e sempre.

Ma il suo cuore traboccava: i segreti che vi teneva rinchiusi la soffocavano, la uccidevano, e a chi confidarli?

Essa non aveva che un'amica, Maria, con cui aveva studiato, a cui aveva tutto confidato, benchè le fosse maggiore di qualche anno; ma essa si era maritata da due anni ed era andata a vivere a Perugia.

Da principio Maria le aveva scritto due o tre volte per settimana. Erano lettere inebbrianti, che le parlavano della sua grande felicità. Poi le lettere erano divenute più rare e più fredde, finchè ora da un pezzo non ne riceveva più.

Come vederla, come scriverle? Il suo segreto era di quelli, che si posson confidare solo da labbro a labbro, confondendo i fiati, e intrecciando le mani; interrompendo spesso il discorso colle lagrime e coi baci.

Ma ecco che inaspettatamente Emma riceve per la posta un biglietto con queste parole:

_Amica del mio cuore_,

Domani lascio Perugia per qualche giorno e sarò da te verso sera. Apri grandi le braccia per stringermi al tuo cuore. Ho bisogno di molta indulgenza e di molta pietà. La tua

MARIA.

E il giorno dopo Maria era nelle braccia di Emma e per molti minuti non si poteron parlare; tanti erano i baci e tante le lagrime che si rimandavano a vicenda.

Emma, che era felice di confidare il gran segreto all'amica, trovava che lei era venuta per affidargliene un altro e molto più triste.

Maria era infelice, sommamente infelice. Aveva sposato contro il volere dei suoi, contro il consiglio di tutti, un giovane studente (sì studente anche lui come Enrico) che però non studiava niente e che per di più apparteneva a una famiglia povera e disonesta.--Era bello, molto bello, e Maria l'aveva sposato, credendo che la bellezza e l'amore, che sentivano l'un per l'altro, sarebbero bastati a farli felici.

Per forzare la mano ai genitori Maria s'era compromessa tanto da obbligarli al consenso del suo matrimonio ed essi le avevano data la piccola dote che le spettava.

Il giovane era di Perugia e là erano andati i due spensierati, anche perchè in quell'Università egli avrebbe potuto continuare i suoi studii e laurearsi; ma invece abbandonati a sè e al loro amore avevano in un anno assottigliato della metà il loro piccolo capitale e si erano trovati senza quattrini e quel ch'è peggio senz'amore.

Le strettezze economiche avevano inasprito il carattere volgare e vigliacco del marito; ed egli trovava ogni giorno un pretesto per far delle scene alla sua compagna. Era lei, che amava il lusso e non sapeva dirigere la casa: era lei, che li aveva rovinati.... L'amore fisico li riconciliava talvolta; ma le crudeli torture della miseria facevano durare ben poco il cielo sereno in quella casa, dove scene e lagrime si succedevano come il vento e la pioggia in un mese di marzo, che non finisse mai.

Era una vita d'inferno quella che passava a Perugia la povera Maria, ed essa era venuta a Firenze per confortarsi coll'amica Emma e chieder consiglio ai genitori.

* * *

Quando Maria ebbe finito, cominciò Emma e brevemente le espose il suo caso di coscienza.

Maria non la lasciò neppur finire, perchè, con una strana violenza, le disse:

--Emma, sposa subito il marchese di Acquafredda.

--Ma io non lo amo, ma egli ha sessant'anni....

--Che importa? Che importa? Ha dei milioni e ti farà felice. Avrai una carrozza, ville, bagnature.... viaggerai. Egli dovrà farsi perdonare troppe cose, per non esser teco il più cortese cavaliere di questo mondo e farà sempre quel che tu vorrai.... Per carità, segui il mio consiglio, sposa il Marchese.... E poi, e poi non ci pensi? Diventi, una marchesa anche tu; avrai sulle tue carrozze, sui tuoi fazzoletti, da per tutto una corona fiorita. Anche questo è bello!

--Maria, tu fai la celia, tu ti ridi di me. Lo sposeresti tu, se fossi ancora ragazza?

--Certamente, e subito, avesse anche settant'anni!

--Maria, tu mi fai orrore. Non la pensavi così, quando nel collegio parlavamo del nostro avvenire nei fidati colloquii della notte....

--Sì, mia cara, allora io aveva ancora molta poesia nel mio cuore, allora io credevo, che non si potesse e non si dovesse sposare che un uomo che si amasse. Allora credevo, che il matrimonio senza amore era una prostituzione, che l'amore bastasse per farci felice. Ma ora, ora dopo due anni di tristissima esperienza, penso proprio tutto il rovescio.

Ho sposato un bel giovane, che diceva di adorarmi e me lo dimostrava con un delirio di carezze senza nome, che mi facevano vedere il paradiso in terra. I miei parenti si opposero invano, mostrandomi i pericoli del mio divisamento. Non volli udir ragioni. Io sentivo che senza Antonio sarei morta. Minacciai di fuggire con lui e non credettero alla mia minaccia.

Fuggii davvero e dovettero lasciarci sposare....

Il paradiso durò due mesi, il purgatorio un anno, ed ora sono nell'inferno; in un inferno terribile, che mi fa la più infelice delle donne.

Credilo a me. Gli uomini, quando non ci sposano pei nostri quattrini, ci vogliono pei loro piaceri, e una volta che ci hanno avuto, si annoiano. _Toujours perdrix, toujours perdrix!_... L'adorazione nei casi migliori, cioè quando tu sposi un gentiluomo, diventa amore, poi amicizia, poi un'abitudine monotona, che si infiora con qualche cortesia quotidiana, per non parere....

E poi, stammi a sentire. Se tu sposi Enrico, sarai povera e la povertà nel matrimonio è l'inferno. Non vi è amore, che resista alla lotta quotidiana colle necessità della vita. Io ho già due figliuoli e per essi sento che la miseria, che io avrò loro imposto col mio matrimonio, è un delitto, di cui io, io sola sono la colpevole. Tu non puoi immaginarti quanto veleno ci sia nella povertà, che si soffre in tre, in quattro; sotto il tetto di una casa angusta, misera. Tu non puoi capire quanto inferno possa essere chiuso in un conto della sarta, che non si può pagare, nell'angoscia del pensiero di dover pagare fra pochi giorni il semestre della pigione. E se poi hai un marito, che coll'energia della volontà e coll'onnipotenza dell'ingegno non sappia lottare e vincere e portar fuori la moglie e i figli dal pantano, tu incominci a sprezzarlo e ad odiarlo. E tu, poveretta, senti tutta l'impotenza di esser donna e di non potere col proprio lavoro dare alla famiglia l'agiatezza.

Io, vedi, son diventata cattiva. Quando porto a spasso i miei bambini mal vestiti e vedo quelli dei miei vicini scarrozzare nella loro piccola vettura condotta da una balia bella e riccamente vestita, soffro e bestemmio entro di me, contro di me e contro tutti.

No, no, Emma, sposa il marchese di Acquafredda.--

Emma taceva, e si asciugava gli occhi innondati di lagrime. Il dolore dell'amica era troppo crudele, era troppo disperato, perchè non scendesse anche nel suo cuore.

Finalmente potè parlare colla voce interrotta dal singhiozzo.

--Maria, in te parla l'ira figlia del tuo dolore. Tu parli cinicamente, perchè sei disperata; ma io non posso credere, che sii divenuta cattiva, perchè sei infelice.

Quanto a me, se la mamma non mi lasciasse sposare Enrico, accetterei la mano dell'ingegnere Rinaldini, non mai quella del marchese; per quanti blasoni e milioni egli potesse offrirmi. Se la miseria uccide l'amore, la ricchezza senza amore non lo può uccidere, perchè l'amore non c'è; ma non deve darci che una vita insopportabile.... Tu almeno hai amato e hai goduto due mesi di paradiso; io sposando il Marchese non ne avrei neppure un'ora....--

Le amiche parlarono ancora a lungo, ma si lasciarono colle stesse parole con cui la loro triste conversazione era incominciata.

--_Sposa il Marchese_....

--_Giammai!_

* * *

Per molti e molti giorni madre e figlia non parlarono dei due pretendenti, nè di Enrico; ma un mattino, mentre Emma era ancora a letto, la mamma entrò a darle il buon giorno, e baciandola aveva un'aria solenne e triste, che non era solita in lei.

--Mamma, che cos'hai questa mattina? Ti senti male?

--No, figliuola mia, ho un piego suggellato da consegnarti e che ho trovato nello scrittoio di tuo padre, subito dopo la sua morte, ma che ti do oggi soltanto, perchè prima d'ora ti avrebbe dato forse una scossa troppo forte.

E la mamma, deposto un piego sul tavolino da notte di Emma, escì per nascondere l'emozione che la faceva piangere.

Emma, commossa anch'essa, prese l'involto e vi lesse:

_Alla mia Emma. Da consegnarle dopo la mia morte._

Essa ruppe i sigilli, e trovò che l'involto ne conteneva un altro, su cui era scritto:

_Consigli di un babbo alla sua figliuola per la scelta del marito._

E che cosa vi fosse scritto lo vedrà il benigno lettore, se vorrà darsi la pena di continuare la sua lettura.

PARTE SECONDA.

IL MANOSCRITTO DEL BABBO.

_Consigli di un babbo alla sua figliuola per la scelta del marito._

Mia adorata figliuola, tu leggerai da sola e forse con qualche lagrima negli occhi queste pagine, che ho scritte anch'io nella solitudine, anch'io piangendo e pensando a te.

Dio volesse che tu non le avessi a leggere! Vorrebbe dire che io son vissuto abbastanza per vederti sposa felice; vorrebbe dire che io ti ho potuto dare i miei consigli a viva voce.

Ma io son medico e so di avere in me una malattia che non perdona. Potrei da un momento all'altro sparire dal mondo e voglio che la mia voce mi sopravviva e ti aiuti nell'ora più importante della tua vita, quando avrai a scegliere colui, che deve essere il tuo inseparabile compagno, che deve essere il padre dei tuoi figli.

Promettimi di non impegnare la tua parola prima di aver letto tre volte queste mie pagine, alla distanza di una settimana una volta dall'altra.

* * *

L'uomo innamorato è d'oro, finchè non gli hanno detto di sì, diventa d'argento quando gli hanno detto di sì; diventa di rame, quando da pretendente è divenuto marito.

* * *

Ciò vale per la più parte degli uomini. Vi sono però alcuni pochi eletti, che sono d'oro prima e d'oro poi; sempre. Tu mia figliuola devi saper trovare uno di questi.

* * *

Fra i moltissimi, che cambiano il loro metallo nelle diverse fasi della loro carriera amorosa, ve ne sono alcuni, nei quali il metallo è sempre vile. Prima è rame dorato, poi _cristofle_, poi piombo.

* * *

Per conoscere questi fabbricatori di monete false non occorre che ti dia consigli speciali. Tu hai, figliuola mia, un cuore d'oro e uno spirito acuto d'osservazione e ogni donna, se non è affatto stupida, ha in sè la preziosa pietra di paragone, che ci insegna a distinguere l'oro dal rame, l'argento dal piombo.

* * *

Un oggetto anche ben dorato col lungo uso si smussa sugli spigoli e mostra a nudo il vil metallo che vi sta sotto.

Il tempo consuma anche l'ipocrisia; affidati ad esso come la spia migliore delle falsificazioni.

Lo spigolo, che più presto degli altri consuma l'ipocrisia, è la vanità. Guardalo sempre e scoprirai il vero dal falso.

* * *

Mostrati indifferente alle più calde dichiarazioni. Se l'amor proprio del pretendente è più forte dell'amore, egli si raffredderà. Se invece l'amore è più forte dell'orgoglio, egli si innamorerà sempre più.

* * *

I mariti si dividono tutti quanti in due grandi categorie, i _buoni_ e i _cattivi_.

I buoni son tutti compagni. Amano la moglie sopra ogni altra creatura, l'amano più di sè stessi e il loro primo pensiero è quello di farla felice.

Cercano la ricchezza, l'onore, fors'anche la gloria; ma sempre per intrecciarne una corona intorno al capo della donna amata.

Nè comandano, nè ubbidiscono, perchè non si sentono nè superiori nè inferiori alla loro moglie; ma eguali. Discutono insieme a lei i grandi e i piccoli problemi della vita, e finiscono sempre per venire alla stessa conclusione.

Hanno sempre sullo scrittoio, in tasca, da per tutto un unico suggello per chiudere i loro segreti, per raffermare le loro decisioni. Questo suggello è un _bacio_.

Questi mariti ridono sempre, quando senton parlare di _luna di miele_. Nel cielo del loro matrimonio non hanno mai veduto luna, nè di miele, nè di fiele. Sul loro capo brilla sempre il sole, un sole che non scotta, ma riscalda; che non brucia, ma illumina; un sole che non tramonta mai.

* * *

Insomma, cara figliuola mia, non occorre che io ti descriva più oltre i mariti buoni. Per dirlo con una frase degna di Monsieur la Palisse, ma vera come la verità.

_I mariti buoni sono quelli, che fanno felici le loro mogli, facendo felici sè stessi._

* * *

I mariti cattivi sono i più e sono di molte e diverse specie.

Eccoti le principali:

_Mariti tiranni. Mariti deboli. Mariti gelosi. Mariti brontoloni. Mariti avari. Mariti libertini. Mariti stupidi. Mariti fannulloni_, ecc.; ecc., ecc.

IL MARITO TIRANNO.

In Europa almeno non abbiamo che sulla scena il tiranno antico, il selvaggio incoronato dalla stupidità del gregge umano e che a un muover di ciglio faceva cader teste, incendiar villaggi, torturare membra umane.

Il tiranno classico è una specie sepolta negli Archivii della storia, a un dipresso come i mastodonti e i megaterii. Non è la sola corteccia del globo che ha i suoi fossili: molti più ne ha la storia umana e molti più ne avrà l'avvenire.

E così come i nostri orsi, le nostre tigri, i nostri armadilli moderni sono copie in miniatura dei loro padri della paleontologia; così anche il tiranno antico è scomparso dalla faccia della storia, lasciando eredi tanti e infiniti tirannucci in sessantaquattresimo, che non portan più corona, nè scettro, nè scimitarra; ma che esercitano la loro tirannia col sopracciglio corrugato e la voce grossa; con tutte le armi costituzionali e levigate della nostra civiltà ben pettinata e profumata.

Si nasce tiranni, come si nasce biondi o bruni; e chi ha questa sventura deve esercitare la tirannide, in qualunque strato sociale egli nasca; qualunque sia l'educazione ch'egli riceve.

Soldato, sarà tiranno come caporale e come colonnello, e la disciplina militare sarà la patente ufficiale, con cui eserciterà la sua tirannia. La dimenticanza di un saluto o la poca lucentezza d'un bottone, l'accento un po' vibrato d'una risposta saranno sufficienti e facili occasioni per soddisfare questo vizio dell'anima.

Sottosegretario o capodivisione, usciere o ministro, il piccolo tiranno moderno avrà sempre qualcuno al di sotto di sè, su cui sferzare lo scudiscio della propria volontà, a cui lanciare un calcio della propria tirannia.

Industriale avrà operai, mercante avrà fattorini, proprietario avrà coloni, proto di stamperia avrà tipografi, direttore di riviste avrà collaboratori, editore avrà autori, impresario attori e ballerini.

Dato il tiranno, la vittima non manca; anzi le vittime non mancano, perchè da per tutto e sempre le pecore sono in numero molto maggiore dei pastori.

La tirannia più comune però, quella che si può esercitare da tutti i bipedi implumi di questa terra; che si può soddisfare impunemente, quotidianamente, in tutte le dodici ore del giorno e in tutte le dodici ore della notte; è quella del marito sulla moglie.

Tirannia vigliacca, perchè si esercita dal forte sulla creatura debole; tirannia sudicia, perchè non esige coraggio, nè intelligenza, nè coltura; tirannia stupida, perchè è punita non dalle leggi, ma dalla natura.

Chi semina tirannia in casa, raccoglie corna in casa e fuori: cambia il miele in fiele e non merita nè compassione, nè perdono, e neppure le attenuanti, che pur si sanno trovare dagli avvocati per le maggiori iniquità, pei delitti più atroci.

Eppure vi son molti mariti, che sono tiranni anche amando la propria moglie, che sono fuori di questo perfetti galantuomini, cittadini perfetti, padri esemplari.

Essi sentono imperioso, incessante, inevitabile il bisogno di far sentire alla loro compagna (vorrei dire schiava), che essi soli sono i padroni di casa, che a loro soli spetta ogni autorità, ogni diritto di comando, ogni arbitrio del bene e del male.

Dei pronomi possessivi non conoscono che l'_Io_ e il _Mio_, ignorano del tutto il _tu_ e il _tuo_. Dicono sempre la _mia_ casa, il _mio_ podere, il _mio_ patrimonio, la _mia_ volontà, la _mia_ opinione, il _mio_ desiderio.

Ignorano del tutto le ascose tenerezze, le ineffabili delizie, le intime compiacenze del _nostro_; parola che è un nido, in cui la donna sente di poter appiattarsi, accovacciarsi e nascondersi, per godervi il tepore della vita in due.

Il tirannucolo domestico non ha nulla di _nostro_, ma tutto è _mio_. _Mio_ il pensiero, _mio_ il giudizio, _mia_ l'esperienza, _mia_ la ricchezza. Il _nostro_ è un'infrazione alla disciplina del matrimonio, un'usurpazione di legittimo diritto: è una ribellione del suddito al sovrano.

Di queste ribellioni egli solo giudice, accusatore, carabiniere e birro.

L'assassino ha i proprii avvocati; la moglie non può e non deve averne. L'infallibilità del marito nelle faccende domestiche, grandi e piccine, è un dogma, indiscutibile e sacro come quello dell'infallibilità papale.

In questa forma di tirannia l'ingiustizia, la prepotenza, il capriccio piglian forme pigmee, associando l'assurdo al ridicolo; il pretensioso al grottesco.

La donna o si ribella o tace: una cosa peggiore dell'altra.

Se la donna si ribella e si mostra più forte del tiranno, il marito è vinto e abbiamo una tirannia peggiore della virile, la femminile. Se le forze si equilibrano, avvicendandosi nelle vittorie e nelle sconfìtte, abbiamo la guerra in permanenza, come chi dicesse l'inferno in casa.

Se la donna tace, o perchè molto debole o perchè ipocrita, distilla dall'alambicco del cuore nel segreto della sua stanza lagrime amare, che solcano l'anima e coltivano la vendetta; tanto più feroce e crudele, quanto più lenta e meditata.

Quante volte una donna, che sarebbe morta innocente e pura, ha disonorato il marito per puro bisogno di vendetta, e in un'ora di voluttà colpevole e forse falsa, ha mormorato queste parole feroci dirette a un ben noto indirizzo:

--_Prendi, carino, questo è per te!_

È così facile invece comandare secondo giustizia e secondo ragione e senza far sentire mai il peso della propria autorità!

Marito e moglie devono discutere, deliberare sempre insieme e senza che nessuno ubbidisca o comandi.

Nelle questioni poco importanti poi, in quelle, in cui il sì e il no son tanto vicini da toccarsi e quasi da confondersi, l'uomo mostra la sua superiorità, cedendo sempre alla moglie, che per esser donna ha già tante ragioni di umiliazioni e di dolori nella vita sociale. Essa ci è tanto riconoscente di queste concessioni!

* * *

Mia dolce figliuola, se non vuoi avere un marito tiranno, studia nel profondo gli istinti, le abitudini del tuo fidanzato.

Ti ho già detto che si nasce tiranni, e per quanto egli sia dissimulato, tu potrai scoprire facilmente nell'impeto prorompente della sua voce, nei suoi gusti, nelle sue abitudini la tendenza alla tirannia.

Conosco un'angelica signorina, che già fidanzata a un giovane, che aveva tutte le apparenze di poterla far felice, ritirò la sua parola; perchè un giorno il tirannuccio voleva senza alcuna ragione seria proibirle di fare una visita ad un'amica.

Il leone aveva mostrato l'artiglio, e la fanciulla avveduta se n'accorse in tempo e provvide saviamente alla propria felicità.

E l'avvenire le ha dato ragione.

IL MARITO DEBOLE.

Il marito debole è un uomo di sesso incerto, in cui il corpo è maschio e l'anima è femmina. Uno dei tanti errori che commette la natura, quando sbaglia il posto alle cose; un errore di stampa, per cui non vi è correttore di bozze che basti.

Il marito debole ha magari il pugno robusto e il pensiero forte, ma quando si tratta di adoperare queste due forze, non rispondono all'appello e fanno cilecca. Si pigia, si pigia sul bottone elettrico della volontà, ma il campanello non suona.

Non parlo del pugno, perchè non scrivo che per la gente educata, e fra essi il pugno non si chiude che rare volte e per batter sodo sopra il tavolino; come chi mette un punto d'esclamazione ad una frase energica, per esempio ad un _Per Bacco_ o ad un _Per Dio_.

Parlo invece del pensiero, che pensa, ma quando si deve tradurre in una volontà, il traduttore si gratta il capo, guarda a mezz'aria, crolla la testa; esita, dubita, oscilla, e dopo un lungo tentennamento si decide.... a non decidersi.

In quel frattempo fra il pensiero che pensa e la volontà che tentenna, compare sempre una terza persona, che vuole per noi, che per noi si decide e ci impone la propria volontà e la propria decisione.

Ecco l'uomo debole, che finisce a furia di sconfitte a perdere la propria stima e a farsi compatire da tutti e specialmente dalle donne, che, pur dicendosi eguali a noi nei diritti (non nei doveri però), vogliono pur sempre trovare nell'uomo un albero robusto a cui possano appoggiarsi fidenti e sicure.

Nulla è per le donne più spregevole nell'uomo che la debolezza. Possono perdonare quella del corpo, non mai quella dell'animo; tanto è vero che i briganti più feroci ebbero sempre amanti appassionate; gli uomini di genio, anche vecchi, ebbero donne innamorate; ma i vigliacchi e i tentennini furono sempre disprezzati o compatiti.

E tutto ciò è bene: le leggi della natura vogliono essere rispettate e nessuno può violarle impunemente.

Quando in un matrimonio si invertiscono le parti e la donna è più forte dell'uomo, essa se ne serve come di uno strumento comodo e buono a tutto; ma in cuor suo lo compatisce e lo disprezza, e intanto cerca altrove l'uomo _uomo_, a cui possa dare il corpo e l'anima; del cui amore possa sentirsi fiera e superba.

La donna superiore si sente umiliata di trovar l'uomo inferiore a sè stessa e lo tratta, anche nei casi migliori, come si trattano i bambini, con pietà, con tutti i riguardi, come creatura che ha bisogno di protezione e di indulgenza.

La donna, quando è stretta fra le braccia di un uomo che ama, vuol guardare in alto, per trovare il suo sguardo, vuol dover rizzarsi sulla punta dei piedi per poterlo baciare. Dio l'ha fatta più piccola di statura di noi, perchè ella possa guardarci dal basso. Allora gli occhi di lei diventano bellissimi, le labbra si socchiudono come calice di fiore che beve la rugiada dall'alto; ed essa esclama felice e fiera:

--_Come sei grande!_

Se invece è lei, che deve abbassar gli occhi, questi si fanno piccini, da superbi sembrano farsi vergognosi; esprimono protezione e non ammirazione; tenerezza forse, non mai orgoglio, e se essa non dice:

--_Oh come sei piccolo!_

è perchè essa è buona e nasconde la compassione, per non renderci ancor più piccoli di quel che siamo.

Ma se non lo dice, lo pensa, e quel pensiero inaridisce tutte le più alte aspirazioni dell'idealità femminile, degli entusiasmi onnipotenti, delle estasi, più care della vita in due.

* * *