L'arte di prender marito

Part 1

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L'ARTE DI prender Marito

DI PAOLO MANTEGAZZA

per far seguito a _L'arte di prender Moglie_.

FRATELLI TREVES, EDITORI

1894.

L'ARTE DI PRENDER MARITO.

OPERE DI PAOLO MANTEGAZZA

_(Edizioni Treves)_. _India_. 3.ª edizione illustrata, L. 3 50 _Gli amori degli uomini_. 11.ª edizione con numerose note ed aggiunte. 2 volumi, 6 -- _Le estasi umane_, 2 volumi. 5.ª edizione, 7 -- _Testa_, libro per i giovinetti. 17.ª edizione, 2 -- _Un giorno a Madera_. 15.ª edizione, 1 -- _Il secolo tartufo_. 4.ª edizione, 2 -- _Fisiologia dell'odio_. 3.ª edizione, 5 -- _Igiene dell'amore_. 4.ª impressione della nuova edizione (1889) coll'aggiunta di due capitoli, 4 -- _Epicuro_. Saggio di una fisiologia del bello. 2.ª edizione, 3 50 _Dizionario delle cose belle_. 2.ª ediz, 4 -- _Fisiologia della donna_. 2 volumi. 3.ª ediz, 8 -- _L'arte di prender moglie_. 5.ª edizione, 4 -- _L'arte di prender marito_, 4 --

PAOLO MANTEGAZZA, note biografiche e critiche di Carlo Reynaudi, col ritratto di Paolo Mantegazza, 2 --

L'ARTE DI prender Marito

DI PAOLO MANTEGAZZA

per far seguito a _L'arte di prender Moglie_.

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1894.

PROPRIETÀ LETTERARIA. _Riservati tutti i diritti._

Milano. Tip. Treves

_Alle troppo impazienti,

Alle troppo esigenti,

Alle troppo positive, che credono bastare alla felicità del matrimonio molti quattrini e una corona,

Alle troppo poetiche, che credono bastare al matrimonio l'amore,

Dedico questo nuovo libro,

Perchè tutte imparino, che se il matrimonio può darci la massima felicità, è anche la più instabile delle combinazioni chimiche; il più delicato, il più intricato, il più fragile di tutti i meccanismi._

Dicembre 1893.

PARTE PRIMA.

IL RACCONTO.

CAPITOLO PRIMO.

_La bambina diventa donna._

Era un mattino di marzo, e un sole impaziente s'era alzato troppo presto, spargendo per l'aria azzurra e già calda l'oro della sua luce, il tepore del suo fiato.

La stazione era molto vicina alla casa di Emma, e a piedi era andata coi suoi ad augurare il buon viaggio ad un cugino ingegnere, che sposo da solo un mese doveva fare per l'ufficio suo un lungo viaggio e lasciar sola la sposa per qualche settimana.

Cugini e cugine e zii erano arrivati un po' tardi e si dovette far economia di parole e di abbracciamenti. Un furia furia per prendere i biglietti, consegnare i bagagli, coll'accompagnamento di un grido monotono dei conduttori:

--Facciano presto, signori, il treno parte.

E davanti ad un vagone di prima classe i parenti erano affollati, guardando il cugino ingegnere, che non poteva parlare; perchè sentiva che le parole gli sarebbero venute fuori, strozzate e singhiozzanti.

Tutti si accontentavano di sorridere al viaggiatore, con un'aria che voleva essere un saluto e un augurio, ma era invece una mestizia mal dissimulata.

Chi non poteva sorridere, neppur dissimulando, era la sposa, che era entrata in vagone per dar l'ultimo bacio al viaggiatore. Cugini e cugine non guardavano se non per terra, con gesti impacciati; mentre la voce del conduttore ripeteva per la ventesima volta il suo monotono:

--Presto, signori, presto, si parte.

La sposa dovette scendere, lo sportello fu chiuso brutalmente e in furia, ma essa si arrampicò di nuovo sul predellino del vagone.

--Addio, addio Paolo, ritorna presto.... ricordati di scrivermi ogni giorno.

Una testa si abbassò, si incontrò coll'altra, e per non so quanti minuti secondi, quattro labbra si strinsero, si fusero in un labbro solo, in un singhiozzo supremo.

Emma alzò gli occhi e guardò attonita, curiosa, con una prurigine nuova, con un fremito della persona, quei due che si baciavano a quel modo. Non potè neppur pronunziare la parola _addio_....

E un fischio acuto, uno strider di ruote, distaccò quei due innamorati e fece partire il treno, che sparì dall'orizzonte in pochi minuti.

Tutti ritornarono alle loro case, ma Emma riportò con lei il bacio dei due cugini, come se l'avessero stampato sulle sue labbra, con un suggello di fuoco; e lo ebbe nella bocca, nel cuore, negli occhi, tutto quel giorno, e la notte appresso.

Lo vedeva, lo sentiva; ne ricordava il suono....

Eppure essa aveva veduto chi sa quante volte il babbo che baciava la mamma, e mariti baciar mogli; ed essa stessa aveva baciato tante e tante volte, fanciulli e fratelli e amiche e non ne aveva mai provato turbamento alcuno.

Perchè ora quel bacio l'aveva scossa tanto, l'aveva tanto turbata?--

Non era il bacio, che fosse diverso dagli altri veduti, e sentiti. Era lei, che era un'altra.

Emma da bambina era divenuta una donna.

Nella notte dormì poco e male. Nel sonno agitato, febbrile, sognò che anch'essa partiva per un lungo viaggio, e un giovane bello e innamorato la baciava sul predellino e così lungamente, che il bacio non si distaccava più dalle sue labbra.

E il treno partiva rapido, rumoroso, fulmineo, mentre il giovane, non avendo avuto tempo di scendere, l'accompagnava. nella corsa, senza distaccare mai le labbra dalle sue.

Essa ne era sgomenta, temeva un disastro e gridava:

--Scendi, scendi....

Ma il giovane non poteva scendere e via via il treno correva sempre più impetuoso; e i baci seguivano ai baci e le grida dì spavento non li interrompevano, facendo coro al fremito delle labbra.

Emma allora si svegliò con un grido così angoscioso e alto che fece svegliare la mamma, che accorse al suo letto.

Emma era seduta, coi capelli disciolti, sulle spalle, cogli occhi spalancati, tutta coperta di sudore.

--Che cosa hai, che cosa ti è accaduto mia figliuola, mio tesoro?

--Nulla, mamma mia, non lo so....

E piangeva e rideva in una volta sola.

Acceso il lume, la mamma la guardò curiosa, trepidante, e Emma a quello sguardo arrossì, come se avesse commesso un peccato, vergognosa di una emozione nuova di voluttà e di strazio, che avea provato nel suo primo sogno d'amore.

Nascose il capo sulle spalle della mamma, ridendo, singhiozzando, tremando tutta; mentre gli ultimi brividi di un amore senza peccato le facevano vibrar la pelle, come se fosse scossa da una corrente elettrica.

--Mamma, perdonami, se ti ho spaventata.... sognavo non so che cosa....

Per la prima volta taceva qualcosa a sua madre; anzi mentiva.

Quel bacio sognato o ricordato era per lei una colpa.

Emma era da bambina divenuta una donna....

CAPITOLO SECONDO.

_Libri e fantasmi.--Sogni e realtà._

Quella notte era passata e dopo quella molte e molte altre, ma Emma non era più la fanciulla lieta, spensierata, vagabonda di prima.

Non giuocava più al cerchio in giardino, non saltava più per le camere, non cantava, nè canterellava più.

Il pianoforte non era più aperto che all'ora della lezione, e rarissime volte l'apriva di tarda sera, quando era sola e per suonare le cose più tristi del Chopin.

Compariva a un tratto davanti alla mamma dopo essersi rinchiusa per ore nella sua camera e aveva gli occhi rossi....

E la mamma:

--Ma che hai, figliuccia mia? Tu hai pianto.

--No, mamma, ma perchè piangere? Io son felice...--e poi, quasi spaventata di queste parole, rideva piangendo e si asciugava gli occhi, girando sopra sè stessa e agitandosi:

--Sono i nervi, sono i nervi.... Ho sempre canzonato le mie amiche maggiori di me di qualche anno, quando mi dicevano di averli, ed ora, ora li ho anch'io.... Mamma, perdonami....

--Ma non ho nulla, mia cara, mio tesoro, da perdonarti,--e l'attirava a sè collo sguardo, colle braccia e se la stringeva al cuore.

E allora piangevano ridendo tutte e due e la burrasca era finita; ma la mamma confidava al babbo (che era uno dei medici più sapienti e più celebri della città) le ansie che le davano i nuovi turbamenti di Emma.

Il medico babbo alzava le spalle e crollava il capo ridendo:

--Sono gli _isterismi della pubertà_.

Due brutte parole, che sanno di clinica e di anatomia in una volta sola, con cui noi altri medici giudichiamo brutalmente tutta una rivoluzione fisica, morale, intellettuale, che trasforma una fanciulla in una donna; tutto un poema di virtù nuove e di nuovi vizi; di impeti passionati e di languori ineffabili, di desiderii senza forma, e di amori senza amanti; tutto un caos incomposto, titanico, che domanda al cielo un creatore, agli angeli una voce che dica: tu sarai una madre; o all'inferno un grido, che esclami; tu sarai un demonio.

* * *

Emma leggeva molto, leggeva sempre, ma dal giorno in cui aveva veduto baciarsi quei due alla stazione, i libri prediletti non eran più quelli di prima o in questi cercava altre pagine.

Leggeva e rileggeva il Petrarca, e di questi soprattutto i sonetti d'amore. Nel Tasso gustava gli amori di Tancredi e di Clorinda. Adorava Paolo e Virginia, ma avrebbe voluto un Paolo ancor più innamorato e una Virginia più eroica.

Del Dante non leggeva più che il Canto V. L'aveva tanto letto, che lo sapeva tutto a memoria, ma preferiva rileggerlo, parendole allora di assistere alla scena del grande peccato.

Ed essa stessa credeva di peccare, leggendo quelle pagine immortali; e al verso

La bocca mi baciò tutta tremante

si sentiva scorrere per le vene un fuoco, vibrare su tutta la pelle un brivido, e più d'una volta chiudeva il libro e lo gettava lontano da sè.

Una volta invece aveva a un tratto con furore baciato quel bacio, e su quelle pagine galeotte aveva lasciato l'impronta delle sue labbra.

Il bacio di Paolo le faceva sentire l'eco di quell'altro dato dalla cugina al cugino alla ferrovia; quel bacio, che era divenuto per lei l'incubo di tutte le ore, il sogno di tutte le notti.

Dopo una di queste scene solitarie, di questi duelli misteriosi fra un libro e una fanciulla, essa si adirava con sè stessa, giurava di non rilegger più il Canto V dell'Inferno e per una settimana al più, manteneva il giuramento... con grande stento però, con immenso sagrifizio.

Quel libro, quelle pagine erano per lei un frutto proibito, che diveniva più saporoso, più desiderato, quanto più lungo era il digiuno che ella si imponeva; e quando, vinta alfine, ripigliava il libro che pareva aprirsi da sè sempre allo stesso posto, vi si gettava, anima e corpo, guardandosi intorno, per assicurarsi che era proprio sola; sola col proprio peccato, colla propria passione, a cui si abbandonava coll'impeto di un amore infinito, colle lascivie di un vizio.

* * *

Ma per Emma non era solo l'Inferno di Dante, che fosse un libro galeotto. Lo erano tutti quanti, o per essere più precisi, vi era in tutti una pagina galeotta; quella cercata, quella letta e riletta con crescente fascino, con insaziata curiosità.

In quella pagina galeotta vi era sempre un bacio o una carezza, un innamorato o uno sposo. Vicina o lontana era l'eco sempiterna del bacio della ferrovia.

I personaggi dei romanzi, delle commedie, dei drammi si facevan vivi e palpitanti agli occhi di lei, quando erano uomini e giovani e belli; ed essa li vestiva cogli occhi del desiderio e della simpatia. Di giorno le tenevan compagnia gioconda nelle lunghe ore, che voleva solitarie, e di notte le popolavano di lieti fantasmi i sogni d'amore.

Era vergine, era pura come l'ignoranza; ignorava il sesso. Eppure aveva dieci, cento, mille amanti, che amava ad uno ad uno e poi raccolti tutti in un esercito, che metteva l'uno contro l'altro, l'uno accanto all'altro; facendone dei rivali o degli avversari. Era infida ora all'uno ed ora all'altro, e colla fantasia commetteva tradimenti e adulterii; santa e odalisca; pura come una vergine, libertina come un'eteria.

* * *

Nella nostra educazione mistica, ipocrita, tutta quanta fondata sulla tradizione teologica dell'uomo, abbiamo sempre fatto dell'ignoranza e dell'innocenza una stessa cosa; e pur troppo sono invece due cose molto diverse; avendo noi moltissime donne ignoranti, che non son punto innocenti, e parecchie innocenti senza ignoranza.

Emma era innocente e ignorante; non per colpa sua, ma per quella dei suoi genitori.

Il babbo lasciava fare queste cose alla mamma e giustamente; ma la mamma, che era tra quelle, che dell'ignoranza e dell'innocenza fanno due sinonimi, non aveva mai detto nulla alla figliuola sul gran mistero d'amore, sull'augusta e terribile funzione dei sessi. Aspettava per farlo, che Emma fosse divenuta una donna, e intanto essa lo era divenuta inconsciamente, e i solitarii martirii la tormentavano orribilmente, senza che la parola e la carezza materna l'aiutassero alla grande iniziazione.

Essa era divenuta donna nell'anima prima che nel corpo, e nessun segno esteriore aveva annunciato l'alba nuova.

Ma un giorno a un tratto anche nel corpo vergine e delicato la natura brutale le inflisse quella ferita misteriosa e crudele, che nessuna ragione di darvinismo può giustificare e che sembra consacrare l'amore della donna al martirio.

Emma arrossì e si sgomentò, e trepida e paurosa corse dalla mamma, narrandole colle lagrime agli occhi il caso strano.

La mamma dovette parlare.

Con lunghe meditazioni si era preparata ad affrontare quella rivelazione, che aspettava da un giorno all'altro dalla sua figliuola. Essa aveva preparato tutto un discorso fatto di mezze bugie e di mezze verità, con cui ella confidava di poter far andare a braccetto l'ignoranza e l'innocenza; ma lì per lì dimenticò il discorso preparato da tanto tempo e le accadde ciò che suole avvenire al deputato poco eloquente, che dopo aver imparato una lunga orazione da recitarsi al primo pranzo politico dei suoi elettori, la dimentica nel momento più opportuno ed è costretto a improvvisare per davvero, ma molto malamente, un altro discorso.

---Sai, figliuola mia, non è nulla, proprio nulla....

--Ma....

--No, no; è una cosa che hanno tutte le donne e che....

--Ma dunque non è una malattia....

--No, no, tutt'altro; anzi è un segno di salute.... Calmati, non ti inquietare; sta allegra....

E non seppe dir altro e cambiò discorso....

Alla sera però la mamma confidava al babbo il grande avvenimento, chiedendo consigli.

Il medico andò in collera colla mamma, perchè non aveva già detto tutto alla figliuola, e lanciò una filippica lunga, eloquente, persuasiva contro il mal vezzo di tener le fanciulle nella più oscura ignoranza, mostrando tutti i danni, che ne vengono alla salute del corpo e a quella dell'anima....

La buona signora rimase convinta più che persuasa e:

--Dunque devo dirle tutto?

--Tutto.

--Ma proprio tutto, anche ciò che verrà poi....

--Sicuramente; tutto deve sapere.

--E perchè non glie lo dici tu?

--Io no: tocca a te il farlo. È dal labbro della mamma, che la fanciulla deve imparare a conoscere i terribili misteri del sesso, coi suoi pericoli e il suo fascino. Tu devi dirle tutto semplicemente, senza emozione alcuna, senza nasconderle nulla, proprio nulla; come se si trattasse della cosa più naturale di questo mondo. Nella religione è un rappresentante di Dio, è un sacerdote, che dà il battesimo. Nel mondo dell'amore è la mamma, che deve essere il sacerdote della nuova religione. Nell'anima tenerella e vergine della fanciulla, è un'impronta che non si cancella più. È ben diverso il nascere in una culla foderata di seta e d'amor materno o nel povero letticciuolo d'un ospizio. E così è dell'amore: deve nascere in un nido intrecciato dalle mani della mamma. Povera colei, il cui nido fu fatto da mani straniere!

Povera colei, che impara a conoscere i misteri del sesso dalla lasciva cameriera o dal vecchio libertino! Essa entra nel tempio d'amore per una fogna, mentre dovrebbe entrarvi per una porta di marmo inghirlandata di fiori.

CAPITOLO TERZO.

_Il primo amore._

Emma da qualche tempo, e soprattutto dopo aver saputo dalla mamma il nuovo Verbo, era sempre triste o dirò meglio malinconica.

La primavera della vita è come quella dell'anno.

Non si giunge ai tiepidi soli dell'aprile, nè alle inebbrianti rose di maggio, che attraverso le nebbie e i venti rabbiosi del marzo.

E non si entra nel tempio d'amore, nel paradiso terrestre dei caldi desiderii che attraverso le lagrime e gli isterismi della pubertà.

Può sembrare crudeltà della natura, ma non ne è che una ingegnosa leccornia, un'ingegnosità di alto epicureismo.

Sulla soglia, che separa l'inverno dalla primavera, nasce la mammola, e là dove la bambina, muovendo il passo, diventa donna, nasce e fiorisce la malinconia, la mammola del sentimento.

Emma era appunto su quella soglia.

Quando essa non studiava o non era al piano, era sempre alla finestra.

Tutte le fanciulle adorano le finestre.... aperte o chiuse, non importa; purchè possano guardare fuori, nel mondo di sopra, nel mondo infinito che è il cielo; nel mondo di sotto, in quello piccino dove formicolano gli uomini.

Tutti credono di sapere il perchè di questo gusto particolare di tutte le fanciulle e darebbero dell'imbecille a chi dicesse di ignorarlo. Ma molte di queste certezze non sono che ignoranze foderate di superbia.

Io, per conto mio, ci ho pensato sempre a quel perchè, e non sono ancora sicuro di saperlo.

D'una cosa sola sono sicuro ed è che il perchè non è uno solo, ma sono molti; molti come i sogni che attraversano il cielo notturno delle fanciulle.

Esse guardano in basso per curiosità, per distrarre l'occhio col viavai della gente, che per le vie cerca il pane o l'amore, la vendetta o il contravveleno della noia.

Esse guardano a mezz'aria per spiare la vita delle cose vicine.

Esse soprattutto e più spesso guardano le nuvole, perchè esse van navigando nel gran mare dell'ignoto e dell'infinito e i loro pensieri mutan forma con esse, e i volti umani si trasformano in mostri marini e le pecorelle si fanno draghi e i fiori diventan serpenti; proprio come quaggiù nei viottoli del mondo, dove le speranze si trasformano in disperazioni e dal seme della gioia nascono l'assenzio e l'aloe.

In basso, a mezz'aria o in alto poi, le fanciulle cercan sempre una stessa cosa, una cosa sola: l'_uomo_.

* * *

E anche Emma guardava dalla finestra della sua cameretta, che dava sulla via. E le ore filavano filavano senza noia e senza gioia, in una fantasticheria piena di ombre e di poesia. Quanti poemi scriveva fra le nuvole, quante commedie e drammi immaginava sulla terra!

La via dove abitava era larga, ma non tanto da non poter distinguere chi abitasse la casa di faccia.

Ma questa era da un pezzo muta d'ogni voce. Il primo piano era abitato da una ricca famiglia, che stava quasi sempre in campagna. E il secondo era sfittato da un pezzo.

Un giorno però si videro spalancarsi tutte le finestre di quel piano e comparvero figure di uomini, di donne, di bambini; tutta la colonia d'una famiglia numerosa.

Emma però non vide che un giovanetto, che non doveva aver ancora vent'anni, dacchè il primo onor del mento non poteva esser veduto che molto da vicino o con forti cannocchiali. Del resto una faccia come ve ne son cento. Nè brutto nè bello, ma con quel pallore, quella magrezza, quell'andar dinoccolato e incerto che ti mostrano lo sforzo grande, che fa la natura per trasformare un fanciullo in un uomo.

Non eran passati che pochi giorni e anche il giovinetto vide Emma, e da quel giorno, bench'egli fosse un Enrico e non una Enrichetta, passò anch'egli lunghe ore alla finestra. Se non che, se per caso egli affacciandosi, vedeva Emma, questa si allontanava subito dal suo posto d'osservazione.

Passarono parecchie settimane senza che fra quei due accadesse altro, che un guardarsi, un arrossire di entrambi, ma più di lei che di lui; un cercarsi e un fuggirsi.

Emma non aveva mai osato domandare alla cameriera chi fosse quella famiglia venuta a star di faccia; ma a tavola senza volerlo aveva saputo che era gente onesta e agiata. Un avvocato carico di famiglia, che mandava innanzi la casa coi travagli quotidiani della toga e che tra gli altri molti figliuoli aveva un giovanetto, che studiava medicina all'Università. Quel giovanetto era Enrico.

E su Enrico si appoggiarono tutti gli incerti desiri, tutti i sogni di Emma; e in lui, senza avergli mai parlato, senza averne neppure di lontano udito la voce, cercò l'uomo.

E l'uomo Enrico cercò la donna Emma e l'amò, poeticamente, ingenuamente; con tutte le sublimi puerilità d'un primo amore.

Chi dei due fosse più timido, non saprei dire; perchè lo erano entrambi fino all'impossibile.

Egli scriveva dei versi, che voleva gettarle nella finestra aperta; ma i versi si accumulavano e rimanevano nel cassetto.

Essa voleva fermarsi, quando egli fosse apparso, e voleva rispondere con un sorriso al suo sguardo; ma continuava invece a fuggire e il sorriso rimaneva sempre inedito.

S'erano incontrati più d'una volta anche per via e una volta anche in teatro in due palchi vicini. E allora si erano guardati più a lungo del solito, cercando di arrossire il meno possibile.

* * *

Passarono sei mesi e le cose erano in questo stato:

Lui sapeva di essere amato, lei era sicura di essere adorata, e naturalmente ognuno di loro sapeva di amare. Dove però dovesse finire questo amore nessuno dei due sapeva, e non facevano un passo innanzi per avvicinarsi l'uno all'altra.

L'unica corrispondenza consisteva in ciò, che quando Emma vestiva per più giorni di un dato colore, Enrico compariva alla finestra con una cravatta della stessa tinta.

Un giorno però Enrico si alzò pieno di coraggio. Si sentiva un eroe e voleva approfittare subito di quell'eroismo, che poteva esser fuggitivo.

Escì di casa, comperò un mazzolino di mammole doppie, e dopo averlo circondato di una foglia di stagnuola vi chiuse una pietruzza e un bigliettino con queste sole parole: _Enrico alla sua adorata Emma_.

Poi, dopo aver veduto che la finestra di lei era aperta, e che nessuno guardava da altre finestre, slanciò con quanta forza aveva il mazzolino nella camera di lei.

Se non che egli tremava tanto e le forze eran tanto pochine, che il mazzetto cadde sul marciapiedi e un monello che passava di là in quel momento, lo raccolse e lo portò via.

* * *

Fu tale lo spavento del povero Enrico di aver compromesso la sua Emma con quell'atto temerario, che per più giorni non si affacciò più alla finestra, con grande sorpresa e grande dolore di lei, che ignorava i motivi di quell'assenza insolita.

Intanto lei si innamorava ogni giorno più.

Non solo amava lui, perchè lo trovava più bello, più simpatico, più intelligente di tutti gli altri uomini; ma amava gli studenti di medicina e i medici, perche avevan dei rapporti con lui.

A tavola, nelle conversazioni della sera, trovava sempre modo di condurre il discorso su argomenti di medicina e voleva sapere quanti anni durassero gli studii universitarii per conseguire il diploma di dottore e si informava dei medici, più celebri della città e voleva sapere i nomi di tutti i professori della Facoltà medica.

Questa sua insistenza dava negli occhi alla famiglia, e nessuno poteva darsene ragione, non avendo il menomo sospetto sulla presenza dello studentino di faccia. Un giorno a tavola il babbo ridendo ebbe a dirle:

--Ma vorresti forse studiar medicina? Bada che sei troppo vecchia per incominciare gli studii universitarii.

Quando Emma esciva a passeggio colla mamma o con qualche amica si fermava sempre davanti alle botteghe di strumenti chirurgici e li guardava con affettuosa curiosità, pensando che Enrico li avrebbe maneggiati e chi sa con quale perizia, salvando la vita a chi sa quanti infelici.