L'arte di far debiti

Part 5

Chapter 53,555 wordsPublic domain

«Con mia somma meraviglia vengo ad apprendere dalla S. V. che il mio amministratore non ha finora provveduto a mettersi in regola con voi. Mi piace attribuire ad un obblìo questa irregolarità di condotta del mio uomo dʼaffari, anzichè sospettare in lui una negligenza colpevole. Questa sera lo farò chiamare nel mio gabinetto, e in ogni caso, gli ricorderò i suoi doveri. Aggradisca ecc. ecc.»

Ecco unʼaltra dilazione spontanea, ottenuta con quattro linee di scritto. È raro il caso che un barone di Puffardara debba replicare ad una terza lettera della vittima. Quando ciò avviene, la frase dellʼesordio è sempre questa: «Ho dato al mio amministratore una buona lavata di testa per la sua colpevole trascuranza ed ho minacciato di licenziarlo se entro la settimana ecc. ecc.» Entro la settimana, il barone si licenzia dalla città nelle ore mestissime del crepuscolo--abbandonando ai numerosi clienti la cura di amministrare i suoi _puff_ a tutto loro agio.

* * * * *

Le frasi ad effetto, che intontiscono chi legge, rare volte falliscono allʼintento. Recherò un solo esempio. Anni sono, quando io conduceva a Milano la vita sbrigliata dello scapolo, un giovane poeta e romanziere, dotato di molto accume puffistico mi pregò lo presentassi ad un sarto acciò questi gli fornisse un abbigliamento completo da pagarsi in rate mensili. Gli abiti in men di tre giorni furono allestiti e consegnati, ma i mesi trascorsero, trascorse lʼanno, e il poeta romanziere, assorto nella sue divine fantasticherie, sdruscì le stoffe prima di averle pagate. Naturalmente, il sarto gli scrive. Il poeta, che per caso è anche gentiluomo, risponde, e siccome la cortesia delle risposte non è mai avvalorata di qualche spicciolo, lʼepistolario si prolunga per parecchi mesi. Un giorno il dabben sarto si reca da me. Veda un poco, mi dice, che razza di istorie mi vien contando quel signor poeta da Lei raccomandato! Così parlando, mi presenta una lettera. Nelle prime linee, lʼamico faceva le sue scuse, parlava di gravi e urgenti impegni pei quali aveva dovuto sprovvedersi di ogni suo avere, chiedeva nuove proroghe al pagamento. Ciò che aveva colpito il sarto--ed io pure, lo confesso, ne rimasi colpito--era la chiusa della lettera--«Io vi ho esposti, concludeva lʼamico poeta, con schiettezza da galantuomo le tristi condizioni nelle quali verso attualmente; ma se questo non bastasse ad impetrarmi grazia, se fosse intento vostro di continuare a vessarmi con visite e con scritti impertinenti, allora sarò costretto a rammentavi che _voi siete sarto, e che, una volta accettata la missione di sarto, avete lʼobbligo di vestire lʼumanità_.» Non vi par questo uno di quei motti sublimi di insensatezza che sfidano la dialettica più ardita, che ottundono il cervello più arguto? Io mi dichiarai incapace di confutare lʼamico, e il povero sarto non osò per alcun tempo riprendere i suoi attacchi contro un uomo sì fortemente trincierato negli argomenti del diritto naturale.

[5] Chieder denaro a prestito a mezzo di lettera non è tattica da _puffista_ distinto, a meno che la domanda non sia stata preceduta da abili strategie, le quali escludano ogni probabilità di un risultato negativo. Un celebre artista da teatro, del quale sopprimo il nome, mi narrò a tale proposito una graziosa storiella che amo qui riferire ad edificazione di chi intende iniziarsi alla grandʼarte.--Ero giunto da pochi giorni a Milano (ripeto testualmente le parole dellʼamico) per dar principio ai concerti della mia nuova opera destinata alla Scala. Un bel mattino, mentre stavo abbigliandomi, sento bussare allʼuscio della mia camera.--Chi e là?--Era un garzonetto con una lettera alla mano. Getto gli occhi sulla soprascritta--diamine! son caratteri noti!... i caratteri del mio _quondam_ amico X. Diamine! Che vorrà dire?--È dʼuopo sapere che con questo signor X, letterato e giornalista di qualche fama, io mʼera due anni prima bisticciato a cagione di non so quali sue polemiche. Dʼallora in poi era cessata ogni nostra relazione; non ci eravamo più veduti, non ci eravamo più scritti. Comprenderai la mia sorpresa al ricevere una sua lettera.

Ecco di che si trattava:

«_Mio caro D._....,

«Oggi ricorre lʼanniversario della mia nascita, è il giorno delle ricordanze soavi, il giorno delle dolci espansioni. Voglio, allʼora del pranzo, avere intorno alla mia mensa tutte le persone a me care. Ho invitato i parenti e gli amici--nessuno mancherà. Orbene: Che vuoi? Questa mattina appunto mi venne detto che tu eri a Milano. Ho provato una stretta al cuore. E il primo pensiero che mi sovvenne fu questo: anchʼegli... una volta... era deʼ nostri!... Non ho saputo resistere... Ho preso la penna e ti ho scritto..; Via! Ti stendo la mano... Confesso dʼaver avuto dei torti... Forse qualche torto... vi fu anche da parte tua... Ma dunque? Sʼha proprio da troncare una vecchia amicizia...! Qua la mano, mio buon Peppo; prometti che oggi alle quattro (alle quattro precise, bada bene--poichè i risi alla veneziana, che ti piacciono tanto, non mancheranno) tu sarai qui, seduto alla mia tavola al posto dʼonore... al fianco mio, al fianco di mia moglie, in mezzo ad una corona di amici che brinderanno alla nostra riconciliazione. Tu verrai... tu sarai dei nostri, non è vero?--Due soli motti al fattorino--ed io conterò questo fra i più lieti anniversarii della mia vita. «Col cuore, proprio col cuore:

«Tuo affez. X.»

Una strana commozione si impossessò di me al leggere quello scritto--tu sai come Dio mi ha fatto--ho proprio sentito una lacrima scorrermi sulle guancie.--Il mio buon... X! Ma presto!... chʼegli non soffra... nellʼincertezza!--Detti mano alla penna e vergai di fretta la risposta:

«_Mio caro X._...,

«Ma... figurati!... toccava a me...! tutti i torti eran miei... ti domando mille scuse... Non dubitare... Alle quattro sarò da te... Ah! sʼio sapessi di qual modo attestarti la mia gioja, la mia riconoscenza!.. Chiedi, domanda... Io sono ancora lʼamico di una volta!... Oggi... a tavola discorreremo... Non dubitare... sarò esatto... Hai pensato anche ai risi...! Bravo amicone! A ben vederci, fra poche ore... Intanto quattro baci grossi... grossi... di quelli che vanno in fondo dellʼanima dal

«Tutto tuo G. B.»

Consegnai la risposta al fattorino, che partì come una freccia. Ero proprio contento. Saltellavo per la stanza come avessi guadagnata un terno al lotto--e già avevo divisato di spendere una trentina di lire per un bel mazzo di fiori da inviare alla signora, quando il fattorino mi comparve di nuovo nella stanza e mi porse unʼaltra lettera dellʼamico:

«_Mio amatissimo G. B._,

Non puoi immaginare qual festa abbiamo fatto, mia moglie ed io, al leggere la tua amabile risposta! Sempre pari a te stesso!... Una gran mente e un gran cuore!--Vuoi subito una prova della fede che noi riponiamo nella tua schiettezza e nella tua generosità? Tu mi scrivi laconicamente: _chiedi, domanda_... Ed io, senza esitare un istante, _chiedo... domando_. Puoi tu farmi avere, dentro oggi, prima delle quattro, un biglietto da lire cinquecento? Tu lo puoi, senza dubbio, e quindi me li spedirai subito a mezzo del fattorino... Dopo questo, a rivederci alle quattro. Ti prepariamo una ovazione.

«Il tutto tuo, ecc.»

Tutto caldo, comʼero, di entusiastica commozione, chiusi, senzʼaltro riflettere, in un involto la piccola somma e la inviai allʼamico. Poi, alle quattro, mi recai, come avevo promesso, a pranzare da lui. Dio! quali feste! quale accoglienza da parte di tutti! Fui collocato al posto dʼonore. Fui colmato di amorevolezze. Alla frutta, cominciarono i brindisi e le declamazioni. Ma al momento, in cui lʼallegria generale, fomentata dallo sciampagna, toccava il colmo, una cupa tristezza si aggravò sul mio spirito, il sorriso si dileguò dal mio labbro, divenni mutolo ed imbronciato. Non riuscivo di cavarmi dalla mente questa idea fissa: Questo pranzo eccellente, questi vini squisitissimi, sei tu, o minchione, che li ha pagati--e forse lʼamico si burla di te nel segreto del cuore, e ride della tua dabbenaggine!

Ed ecco di qual maniera, un grande ed esperto _puffista_ può, anche a mezzo dellʼepistolario, spostare le banconote a suo vantaggio ed a gloria dellʼarte.

[6] Nellʼanno 1850 io accompagnava in qualità di segretario, un celebre violoncellista che percorreva la Francia dando dei concerti. Nella piccola città di C... le cose erano andate alla peggio. Allʼalbergo, ove da oltre un mese eravamo alloggiati e nutriti lautamente, vi era già un grosso conto a nostro carico. Lʼultimo concerto, sul quale si era fatto assegnamento per soddisfare al nostro debito, aveva fruttato a mala pena una diecina di scudi. Allʼindomani, il mio violoncellista entra nella camera dove io stava abbigliandomi, e mi dice: «Caro segretario, conviene prendere una risoluzione! Per partire decorosamente da questa città ci occorrono cinquecento lire allʼincirca--bisogna trovarle. Tu sai che il signor Roux, pel quale ebbi una lettera commendatizia, mi accolse con molto affetto e mi tiene in gran conto; sono andato più volte da lui, e siccome egli è buon dilettante di musica e amantissimo dei classici, abbiamo suonato insieme i duetti di Beethoven. Il signor Roux, per quanto dicono, è assai ricco. Animo dunque! Prendi una penna. Scrivigli a mio nome una bella lettera, esponigli schiettamente la nostra situazione, e domandagli a prestito la somma che ci occorre.--Ma io...--Non pensare! la lettera, naturalmente la firmerò io.» Non posi di mezzo altre osservazioni, scrissi, e la lettera fu spedita a mezzo di un garzone dellʼalbergo. Di lì a unʼora, mentre si faceva colazione nel salottino, un domestico in livrea venne a portare la risposta. Il signor Roux con frasi oltremodo cortesi ed amabili si scusava di non poter pel momento, malgrado il suo vivo desiderio di favorire un artista tanto valente, prestargli la piccola somma. E soggiungeva, tanto da ammorbidire il rifiuto: «Se fosse lʼepoca del raccolto dei bozzoli, quando il denaro affluisce nelle casse dei possidenti, vi assicuro che non esiterei un istante a compiacervi, e sarei lietissimo di potervi dare anche più di quanto richiedete.» II mio violoncellista punto sconcertato da quella lettura, stette alcun tempo silenzioso cogli occhi affissati sul foglio. Poi, colla maggior calma del mondo: «Sai tu dirmi in qual mese dellʼanno si raccolgono i bozzoli?--Credo, ai primi di giugno.--Siamo ora... agli ultimi di marzo... soggiunse pacatamente lʼamico.... Non importa! Lʼalbergatore vorrà ben fidarsi della parola del signor Roux. Prendi subito la penna, e scrivi al signor Roux che noi attenderemo i suoi comodi.» Confesso che nel vergare questa seconda lettera io aveva le vertigini nel cervello. Che fare? Nella mia qualità di segretario, mi era forza di piegare il capo.--Scrissi ciò che lʼamico dettava, e la lettera fu consegnata al domestico. Non starò a narrare per filo e per segno di qual maniera io riuscii a distaccarmi da quellʼuomo singolare, che stampò in ogni provincia dellʼEuropa delle orme incancellabili di genio.

Egli rimase allʼalbergo di C... in attesa delle lire cinquecento, e verso la metà di giugno io ricevetti a Lione una sua lettera dove mi annunziava che lʼ_infame_ Roux, mancando alla data promessa, non gli aveva ancora pagate le cinquecento lire, e chʼegli contava trascinare quel _vile_ dinanzi ai tribunali, mettendo a suo carico gli interessi e domandando il risarcimento dei danni materiali e morali a lui derivati dal mancato pagamento. Più tardi mi venne riferito che il signor Roux, per liberarsi da quella noja _pagò_ le cinquecento lire e a proprie spese provvide a che il celebre suonatore di duetti classici partisse per Marsiglia.

FINE DELLE NOTE.

=TUTTI LADRI=

COMMEDIA IN TRE ATTI.

AVVERTIMENTO DELLʼAUTORE.

_A nessun capocomico (giova sperarlo) verrà mai lʼaudace pensiero di far rappresentare in teatro la presente commedia. Sarebbe un_ fiasco _da far inorridire lʼEuropa._

_Per impedire un simile attentato, ho moltipliplicato i personaggi, e interrompendo lo svolgimento drammatico con monologhi e dialoghi ad arte prolissi ho profittato di parecchi episodii superflui per sbizzarirmi nella dimostrazione di una tesi che i più indulgenti chiameranno nefanda._

=Tutti Ladri!!!=--_Ma tu parli da burla? domanderà qualche amico.--Mille volte perdono! io parlo del miglior senno_--Tutti ladri.

--_Nella tua commedia, vorrai dire._

--_Nella grande commedia della società umana_--_rispondo io, senza punto esitare. E tu, mio ottimo amico, dovrai naturalmente soggiungere: lapidiamolo!_

--_Lapidiamolo!_--_ecco signori capocomici, quale sarebbe il verdetto del pubblico, se mai dovesse, per un vostro esiziale abberramento, rappresentarsi la mia commedia davanti e quel consesso di ipocriti che chiamasi il pubblico._

_Che volete? la parola mi è sfuggita, nè mi indurrei per tutto lʼoro del mondo a cancellarla._

--_Il pubblico sarà davvero, come suoi chiamarsi un ente rispettabilissimo e moralissimo; ma esso, mi ebbe sempre lʼaria di un don Basilio, o per dirla più schietta, dʼun gesuita, anzichè di un libero pensatore e di uno schietto galantuomo._

_Ciò si deve in buona parte alla pessima educazione che egli ricevette pel corso di più secoli dagli autori drammatici e dai critici dellʼarte._

_Allorquando, anni sono fu data a Trieste lʼopera_ Gli Avventurieri (_e la presente commedia è in parte desunta da un mio libretto che porta un tal titolo_), _i giornalisti di colà, fedelissimi interpreti della pubblica opinione, levarono sì alte grida per la immoralità della catastrofe, che io feci giuramento di non recarmi giammai in quella città per paura di esservi arrestato come un manutengolo di_ ladri.--_Quale orrore!_--_Un libretto dʼopera, dove il protagonista, dopo aver commesso parecchi furti, riesce ad imbarcarsi sur un legno mercantile colla probabilità di approdare in Africa sano e salvo col suo grosso bottino! Ciò è contrario a tutte le leggi della morale: non è vero?_--_Ed ecco il delitto del librettista._

_In teatro ci vuol ben altro._--_In teatro, le duecento signore che a lato dei becchi mariti assistono alla commedia, vogliono che lʼadulterio sia punito dalla separazione, dallʼinfamia, o meglio, da una palla di piombo._--_I duecento o trecento ladri arricchiti che assisi nei palchi e nelle sedie fisse si arricciano i mustacchi col guanto, impietrirebbero di raccapriccio se un meschino tagliaborse del palco scenico non cadesse regolarmente allʼultimo atto nelle mani della regia Procura. Si vuole ad ogni costo che nel mondo della luna_ (_parlo del palco scenico_) _avvenga il contrario di ciò che ordinariamente si verifica nel mondo reale._

_Tiriamo dunque innanzi...._

_Tiriamo innanzi?--signori no?--Per mio conto, ne arrossirei. Il teatro appartiene ai mistificatori--chi vuoi fare della ipocrisia, sa dove trovare degli ipocriti sempre disposti ad applaudire._

_Se qualcuno venisse a dirmi: opera il bene e rifuggi dal male, perocchè o tosto o tardi la virtù trionfa e il vizio è punito; gli risponderei a bruciapelo: tu sei un impudente che mentisci sapendo di mentire. Orbene: questa gaglioffa e codarda menzogna la si vuoi ripetuta ogni sera dal proscenio, sotto comminatoria, per chi ardisce emanciparsi, di sentirsi fischiato e insultato come un pervertitore del pubblico._

_Pensi ognuno come vuole; quanto a me, sono e sarò sempre dʼopinione che il vero, il solo vero è morale; e fermo in questa massima, non vorrò mai prestarmi alla sporca e ridicola ciurmeria che da secoli si vien perpetrando sulle scene teatrali._

_La presente commedia è dunque un atto di ribellione contro il sistema. Tutti i miei ladri (ne prevengo la questura) qui passeggeranno impuniti, e la sola azione veramente onesta che vedrem compiersi nel corso dei tre atti, sarà premiata... colla prigionia._

_Fischieranno i lettori, come indubbiamente fischierebbe la massa dei ladri se vedesse riprodursi in teatro questo intreccio di ruberie?--È ciò chʼio probabilmente non saprò mai. Ma se alcuno avesse la sfrontatezza di venirmi a dire sulla faccia: la tua tesi è una menzogna e la tua commedia è uno scandalo; mi terrei certo di non coglier in fallo rispondendogli: e tu sei uno di quelli che han letto il mio volume senza pagarlo, e mʼhai rubato una lira._

A. G.

=PERSONAGGI=

MARCO DUBOIS, _albergatore. È un uomo di buona pasta, di circa sessantanni_.

GIACINTO, _suo figlio, bel ragazzo, di circa ventidue anni. Carattere ingenuo; abbigliamenti e modi da provinciale facoltoso_.

TOMMASO, _ricco affittajuolo, fratello di Marco_.

CLEMENTINA, _figlia di Tommaso.--Beltà campagnuola; indole onesta_.

ROBERTO, _Cavaliere di industria.--Età, dai quarantacinque ai cinquantanni. Bellezza logorata, molta vigoria di corpo; eleganza di acconciatura e di abbigliamento, molta disinvoltura di maniere. Parla con affettazione, ostentando una giovialità che è tutta nelle parole e nella epidermide. Ingegno robusto, malizia profonda; vero e sentito disprezzo della umanità_.

FRONTINO, _altro cavaliere di industria, meno audace di Roberto e alquanto irresoluto. Costituzione gracile, temperamento linfatico. Briccone per caso, nato ad esser complice, non mai iniziatore_.

DEIANIRA, _avventuriera da città capitale, che ha tutte le apparenze della gran dama. Veste con eleganza alquanto caricata--è giovane, è bella, audacissima_.

ARMELLINA, altra avventuriera, meno intraprendente, che vive di riflesso_.

CAVILLO, _avvocato_.

Un sergente di città.--Soldati.--Un cocchiere.--Un garzone da osteria.--Un guattero.--Viaggiatori.--Famigli di Marco--Signori e Dame di Parigi.

_Lʼazione si svolge a Çette, città marittima della Francia nellʼatto primo e terzo; nel secondo a Parigi._

_Vestiario dellʼepoca attuale._

ATTO PRIMO.

SCENA I.

La scena rappresenta un cortile da albergo. Nel mezzo, la porta maggiore; ai due lati le porte che mettono nelle sale.

=Giacinto, Marco=, _Camerieri, più tardi, alcuni forestieri in abito da viaggio_.

MARCO (_a Giacinto ed ai camerieri_) Spicciatevi!... Mezzogiorno è suonato; a momenti avremo una invasione di forestieri.

GIAC. (_allʼorecchio di Marco_) Credi tu che lo zio arriverà con questa corsa?

MARCO--Non ne dubito; e la tua amabile cugina sarà con lui. Si parlerà del vostro matrimonio, e, ciò che più preme, Tommaso mi rimborserà il denaro che ho speso per lui... Non dimenticarti che il calessino lʼho pagato trenta marenghi...

GIAC.--Ti inganni, papà!... Quel pagamento lʼho fatto io, e so di aver contate al fabbricatore Dubourg trecento sessanta lire in argento...

MARCO--Imbecille!

GIAC.--Papà?...

MARCO--Oh, che? temeresti di perdere lʼappetito o di malarti di itterizia, se tuo padre in questo affare guadagnasse una dozzina di napoleoni dʼoro?...

GIAC.--Io pensava che se lo zio venisse a sapere... se lo zio parlasse col Dubourg...

MARCO--Tuo zio non saprà nulla... Quellʼasino di Dubourg è fallito da due mesi e ha preso il largo per la California...

GIAC.--In tal caso, non ho più nulla che dire...

MARCO--Quel calesse val bene quaranta marenghi--mi hai capito?

(_Entrano in scena alcuni forestieri giunti colla ferrovia_).

UN FOREST.--Ehi! padrone!... locandiere! vi sono camere in libertà?

UN ALTRO--Dovʼè la sala da pranzo?

MARCO--Signori... per di qua!... entrino pure!... Vi sono camere per tutti.

(_I forestieri entrano nelle sale_).

UN BROMISTA--(_ad un forestiere_) Ehi! quel signore!... Se ne va senza pagare la vettura?...

FOR.--(Maledetto!--sperava sfuggirgli tra la folla!) (_al cocchiere, bruscamente_) Diamine! Mʼhai preso per un ladro? Eccoti cinque lire!... Spicciati a darmi il resto!...

(_Il cocchiere gli conta le monete sulla mano, trattenendogli cinquanta centesimi al di sopra della tariffa e si allontana rapidamente_).

FOR.--(_contando_) Cinquanta centesimi di meno! Son ladri questi cocchieri! Non importa! Mi sono liberato di un vecchio scudo svizzero che non ha corso... (_entra nella locanda_).

SCENA II.

=Tommaso. Clementina,= _indi_ =Roberto= _e_ =Frontino= _che si trattengono in fondo al cortile_.

MARCO (_correndo ad abbracciare Tommaso e Clementina_) Fratello! nipote! evviva!

TOMM.--Ebbene: qua un abbraccio! come va la salute?

GIAC.--(_a Clementina_) Come sta, signora Clementina?

CLEM. (_inchinandosi timidamente_) Signore... ho lʼonore... ho il piacere...

MARCO--Via! Che razza di maniere! quale sussiego! abbraccia tua cugina! E tu (_volgendosi a Tommaso_) consegna la tua borsa al garzone....

TOMM.--(_ritirando la borsa_) Adagio? Ci è della roba morta qui dentro, mi capisci? Quando si viene alla fiera, si è provveduti.... E.... poi.... lo sai bene, abbiamo dei conti da regolare fra noi.

MARCO--Ah! vuoi parlare del calessino!... Abbiamo incontrato il tuo genio...? Sei contento...?

TOMM.--Contentissimo....

MARCO--Solido... comodo: elegante... e a buon patto... (_alzando la voce_) Con cinquanta marenghi, somma tonda, ti netti la coscienza...

TOMM.--Cinquanta marenghi! poca roba!... (Li aspetterai un bel pezzo).

MARCO--(_facendo lʼatto di togliergli il sacco dalle mani_) Consegna a me i tuoi tesori... o piuttosto, vieni tu stesso a deporti nel mio gabinetto; così lasceremo un poʼ soli questi due ragazzi... che forse prenderanno coraggio...

TOMM.--(_a Clementina_) Attendimi qui... Tuo cugino ti terrà compagnia per pochi istanti....

(_Tommaso e Marco entrano insieme nelle sale--Roberto e Frontino si avanzano_).

SCENA III.

=Clementina, Giacinto=.

GIAC.--Dunque.... Clementina.... voi sapete.... che nostro padre.... cioè nostro zio.... cioè.... voleva dire.... A che ora siete partiti da Montpellier?

CLEM.--Col convoglio delle undici e cinque!

GIAC.--Che bestia!... Le son domande? Poichè siete arrivati a mezzogiorno.... Voi dovete esser stanca del viaggio.

CLEM.--Eh! niente affatto...! Al contrario.... il viaggio è tanto breve...!

GIAC.--Sicuramente! Un viaggio di unʼora non può stancare.... (_da sè, imbarazzato_) Quanto tardano a tornare...!

CLEM. (_da sè_) E non dice una parola del nostro matrimonio! A quanto pare, signor Giacinto, voi non vi aspettavate la nostra visita.

GIAC.--Oh! che mai dite? già da tre giorni abbiamo apparecchiato le camere....

CLEM.--Mio padre vi aveva dunque scritto di quel suo... progetto?....

GIAC.--Certamente! Dei progetti ve ne hanno parecchi, ed io spero, anzi non dubito, che qualche cosa si combinerà....

SCENA IV.

=Marco, Tommaso= _e detti_.

MARCO--Non si perda altro tempo! Mentre là dentro si prepara il pranzo, faremo insieme una passeggiata sulla fiera.

TOMM.--Andiamo!

MARCO (_offrendo il braccio a Clementina_) Qua...! il tuo braccio, figliuola! Pur questa volta bisogna che ti contenti del vecchio papà. Giacinto resterà qui a sorvegliare la locanda.

CLEM. (_a Giacinto_) A rivederci, signor cugino!

GIAC. (_a Clementina_) A rivederci?

MARCO--Fra unʼora saremo di ritorno.

(_Giacinto entra nelle sale_).

TOMM. (_a Marco, dopo essersi incontrato in Roberto e Frontino_) Tu credi dunque che la mia borsa...?

MARCO--Fuori di Giacinto nessuno ha la chiave del mio gabinetto, e quel ragazzo ha un odorato sì fino pei birboni e pei ladri....

TOMM.--Basta! poichè tu mi sei garante... Andiamo Clementina!....

(_escono_).

SCENA V.

=Roberto, Frontino,= _indi un cameriere_.

ROB.--Frontino! non farmi lʼasino! Hai tu letto mai nelle istorie che qualcuno abbia compiuto delle imprese utili e grandi a stomaco digiuno? (_battendo sulla tavola col bastone e gridando a tutta voce_) Olà! famigli! garzoni! guatteri! bestie! In che mondo siamo? (_sottovoce_) Senti, Frontino, come la mia bella voce da baritono si è fatta rantolosa!... Gran segno di appetito!... Saresti tu abbastanza compiacente, qualora io ti invitassi a far meco un buon pranzo, da accettare senza obiezioni di sorta?....

FRONT.--Un buon pranzo! si fa presto a....

ROB. (_interrompendolo_) Silenzio, bestione! Ecco il cameriere....

CAM.--Hanno chiamato, signori?

ROB.--Dieci volte per lo meno.

CAM.--In che possiamo obbedirla?

FRONT.--Per mio conto... io direi....