Part 4
Un bel giorno, il grande e generoso caffettiere, rivedendo le sue addizioni, si accorge che la somma dovutagli dal Mezzocapo è divenuta eccedente, ed ecco il signor Beruto spicca la sua nota, ed il nostro avventuroso _puffista_ si trova in mano una lettera che lo invita al pagamento.--Il giovine non si turba per questo--lancia un'occhiata altrettanto sicura che sdegnosa alla cifra totale del suo debito--e volto al padrone del caffè un sorrisetto di protezione, gli dice nel tono più affabile: «Aspettate un istante..., io aveva già pensato a voi.... a momenti ritorno.» Ciò detto, il mio _puffista_ esce dalla bottega, rimane assente per alcuni minuti, e rientrando poco dopo, si accosta nuovamente al Beruto con un piccolo involto nelle mani.--Oh! non c'era premura! esclama il padrone del caffè, supponendo bonariamente che l'altra gli portasse il denaro.--No! no! risponde il Mezzacapo--a me piace che le cose procedano regolarmente... Io ho bisogno che lei continui a tener nota del mio consumo per un altro anno; ma siccome vedo che la nota è già lunga, e che lei potrebbe aver bisogno di penne, così gliene ho procacciato io una piccola scatoletta... Eccole! Sono cento penne in acciajo... della prima qualità... Io credo che le basteranno... in caso diverso mi farò un dovere di portargliene delle altre!»--L'argutissimo proprietario del caffè San Carlo fu disarmato da questa facezia, e riaperse le sue partite di credito al _puffista_ fino al giorno in cui questi ebbe ad emigrare da Milano per cause... non politiche.
Sono rarissimi i casi di creditori i quali abbiano avuto la sfrontatezza di aggredire i loro debitori in luogi pubblici e di suscitare, colla loro brutalità, degli inutili scandali. Pure anche il più abile dei _puffisti_ può incorrere un tale pericolo.
In tali casi non vi è che un solo mezzo per salvarsi--opporre sfrontatezza a sfrontatezza, minaccie a minaccie, scandalo a scandalo.
Nell'anno 1848, allorquando, rientrati gli austriaci, Milano era soggetta agli immani rigori dello stato di assedio, un tal Mauro usurajo si avvisò un bel giorno di aggredire villanamente sotto il Coperchio de' Figini un amico e discepolo mio distintissimo, certo Angelo Soderini, grande fabbricatore di _puff_ e di cinti meccanici.
--Ah! vi trovo finalmente... Ora non mi scapperete!... grida l'usurajo affrontando villanamente la sua vittima.
--Zitto!... vi prego... parlate sotto voce! mormora il Soderini con accento supplichevole.
Ma vedendo che l'altro non era disposto a smettere il tono di minaccia, e che c'era pericolo d'una brutta scena, il Soderini, pigliando risolutamente il sopravvento e levando a sua volta la voce: «Io vi dico, signore, di ritrattare le brutte parole che avete pronunziate, gli grida--vergogna! insultare al capo dello Stato!... parlar male del nostro augustissimo e clementissimo Imperatore!... del nostro caro ed amato Francesco Giuseppe...»
--Cosa c'entra l'Imperatore? Cosa c'entra il governo? Chi si è mai sognato di parlare di politica?... Io vi dico di pagarmi...
--Ed io vi dico di finirla! riprende il Soderini rinforzando la sua voce di tre gradi--ah! voi siete uno di quelli che vorrebbero ancora i Piemontesi!... voi volete la repubblica!... Io vi dico che se non la finite di parlar male del governo...
Il tristo usurajo, non riuscendo a soperchiare la voce del suo debitore, e vedendo d'altra parte che si avvicinavano due poliziotti, i quali avrebbero potuto arrestarlo come un ribelle, non trovò miglior partito che quello di darsela a gambe, nè mai più da quel giorno egli osò ritentare la barbara prova di esigere i suoi crediti col sistema degli scandali e delle pubbliche minaccie.
Uno dei migliori mezzi per ammansare la _belva_ (e in linguaggio _puffistico_ chiamasi _belva_ il creditore dal giorno in cui questi concepisce l'assurda idea di farsi pagare) è quello di rincarire la somma del di lui credito, allettandolo colle attrattive di una grossa commissione o sorprendendolo colla richiesta di un maggior prestito.
Mi spiego.--Il vostro creditore viene a farvi una visita--voi lo incontrate per via. Ne' suoi sguardi, nel tono della sua voce, nell'esitanza del suo contegno, voi leggete il feroce proposito di presentarvi una nota o di domandarvi un rimborso. Non dategli tempo di avvicinarsi--non permettete ch'egli profferisca una parola--prima ch'egli si metta in posizione di vibrare il terribile colpo, slanciatevi su lui, afferratelo a due mani per la gola, e sbalorditelo con un colpo di testa.
È un sarto?--bravo; ben venuto! vi aspettava... ero sul punto di recarmi da voi! ho bisogno di un paletot, di un soprabito, di tre o quattro pantaloni di capriccio, di una mezza dozzina di _gilet_... posso io contare sulla vostra sollecitudine?... e poi c'è un mio amico... un barone... un marchese... un milionario... che vorrei raccomandarvi. Badate che gli è buon pagatore... ma talvolta, come tutti i grandi signori, fa attendere un poco il denaro... Noi altri non si mette mano alla borsa per delle inezie--dunque: siamo intesi!... patti chiari... amicizia lunga... e frattanto portatemi le stoffe e servitemi a dovere!
Questo modo di sorprendere il creditore è di un effetto immancabile.
Se si tratta di un creditore che vi abbia prestato denaro, voi non avete a far altro che domandargli una somma tre volte più grande di quella che gli dovete.--Le persone che prestano il loro denaro ad un _puffista_, sono quasi sempre di una ingenuità adorabile!
Vi narrerò un fatterello che forse potrà sembrarvi incredibile. Io doveva, nei primordi della mia carriera _puffistica_, la miserabile somma di lire duemila ad un dabben usurajo di droghiere, al quale avevo rilasciata una cambiale.
Quattro o cinque giorni prima della scadenza, il buon uomo si recò a trovarmi una mattina colla intenzione di ricordarmi il mio impegno.
--Voi giungete a proposito! mi affrettai a dirgli con voce desolata,--io stava per recarmi da voi onde pregarvi di un piccolo favore. Fra cinque o sei giorni io debbo pagare duemila franchi per una cambiale da me accettata or faranno due mesi in favore di qualcuno... di cui non mi ricordo il nome. Io so di dovere questa somma... ho notato sul mio portafogli l'epoca della scadenza, ma per quanto io vi abbia pensato, non sono riuscito a sovvenirmi della persona che mi ha dato quel denaro..». Orbene, in seguito ad una grave perdita di giuoco, io mi trovo sprovveduto pel momento.... e vi assicuro che se io non potessi soddisfare al mio impegno per l'epoca fissa, ne morirei di vergogna!... Figuratevi!... Disonorarmi!... perdere il credito per una miseria di duemila franchi--un par mio!--un cavaliere di onore!... Alle spiccie: potete voi prestarmi cinque o sei mila lire da restituirvi fra una ventina di giorni?
--Ma la cambiale di cui parlate è forse quella che io tengo in mano... e che avete accettato in mio favore or saranno sei mesi...
--Dite davvero?... Possibile!... Ah!... voi mi date la vita!... Ed io che credeva... Ma sicuro!... Vedete se io sono uno smemorato... Siete voi... proprio voi... che mi ha fatto avere quelle due mila lire saranno appunto sei mesi... Non potete credere come io mi senta sollevato da questa notizia!...
Così parlando mi gettai nelle braccia del mio droghiere, e lo baciai in fronte più volte come fosse il mio angelo salvatore.
Dopo molte parole da una parte e dall'altra, insistendo io nel chiedergli il nuovo prestito di cinquemila franchi, egli mi usci fuori con questa ingenua domanda: «ma e la cambiale che scade il giorno quindici, siete voi disposto a pagarla»?
--Se sono disposto!--credete voi che se non avessi intenzione di pagarla, ricorrerei alla vostra gentilezza per la somma in questione?... Ma è appunto per far onore alla mia firma, per mostrarmi, quale fui sempre, uomo leale ed esatto, che ora chieggo questo piccolo prestito di cinque mila franchi.
Il dabben uomo, credendo scorgere in questo tratto una prova irrefragabile della mia onestà e puntualità commerciale, non si fece altro pregare ad accordarmi il favore richiesto.
In quel giorno stesso io ebbi dal droghiere l'intera somma, della quale una parte mi servì poi a pagare la cambiale che egli venne a presentarmi dopo cinque giorni, e l'altra parte mi servì di base ad un grande piano _puffistico_, del quale sarebbe troppo lungo il parlare.
Io chiuderò questo capitolo riportando tre versi, che un _puffista_ assennato deve sempre aver presenti ogni qualvolta gli venga sporta una nota da pagare o chiesta la restituzione di un capitale tolto a prestito:
A pagar non sii corrente, Potrìa nascer l'accidente Che finissi col pagar niente.
Sono versi un po' volgari, ed anzi l'ultima cresce di un piede.
Questo piede che cresce, potreste all'occasione regalarlo alle natiche dei vostri creditori.--A giudizio di molti pratici, questo è ancora il miglior modo per sbarazzarsi della vile genia! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CAPITOLO ULTIMO.
Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabile _piantatore di puff_, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa un'orma incancellabile del suo passaggio.--L'esistenza di quest'uomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano l'erbe.
È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, com'egli fu, da morte immatura nell'ospedale dei Frati _Fate-bene-fratelli_.
L'ultime parole ch'egli ebbe a profferire al termine di un'agonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:
Vissi _puffando_ il prossimo; Ora, a morir vicino, Vorrei _puffar_ le esequie Al prete ed al becchino:
Genio del _puff_ assistimi! Che d'ogni impresa mia Questa è la più difficile, _Puffar_ la sagrestia!
Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, quest'uomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa del _puff_!
Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempo debito--noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nell'alta aristocrazia del blasone, del commercio, dell'industria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare all'ultima dimora il confratello....._puffista!_
Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!
FINE.
=NOTE=
DI
ZEFFIRINO BINDOLO.
[1] Nel più ingenuo paese che prosperi in Europa sotto il sole della civiltà, gli ottusi che leggono senza comprendere sono in numero sterminato. Quando apparve per la prima volta nel poco ammirabile paese l'opuscoletto di Roboamo Puffista, i volghi letterati urlarono allo scandalo, e il clamore della indignazione esplose così impetuoso e brutale, che i venditori girovaghi di stampati, atterriti dalle invettive, riportarono all'editore le copie dello incriminato volumetto protestando di non voler più oltre prestarsi allo spaccio della merce abbominevole. Allarmarsi per un titolo, condannare un libro prima di leggerlo e riprovarlo senza averlo compreso, son casi che avvengono ogni giorno, laddove l'intelligenza umana, evirata dai gesuiti e dai pedanti, è inevitabilmente condotta ad incaponire. Benedetta la Francia! benedetta la nazione dello spirito e della tolleranza, dove si possono scrivere e pubblicare dei libri intitolati: _L'arte di rendersi antipatico,_ _L'arte di ingannare il prossimo_, _L'arte di rubare,_ ecc, ecc. senza incorrere la scomunica dei citrulli. Nell'opuscoletto di Roboamo Puffista, che è da capo a fondo una satirica ironia, diretta a smascherare la frode, si contengono delle osservazioni le quali importerebbero un più serio sviluppo. Vi siete mai chiesti se il debito sia un crimine, o in quali casi lo sia, e come avvenga che nell'ordine delle moderne istituzioni, la condizione inesorabilmente imposta a tutti gli enti individuali e collettivi, è quella di doversi indebitare? Avete mai considerato che il debito, nell'abominevole condizione creata dalla società a milliaja e milliaja di individui diseredati, rappresenta l'unica valvola di salvezza fra la disperazione e il delitto?
Credete voi che il _puffista_, se questa valvola si chiudesse, non si darebbe al ladroneggio, fors'anco all'assasinio? Allorquando i governi ed i popoli ignoravano la grand'arte di reggersi sul debito, non avvenivano più frequenti le invasioni, le guerre di conquista brutalmente coronate dalla rapina e del saccheggio? Provatevi un poco, o citrulli, a procedere su questa via di considerazioni; vedrete allora, capirete forse, ciò che in altri paesi meno gaglioffi fu capito da un pezzo, che l'ironia e la satira vestite delle apparenze più frivole, sono le lanterne magiche dalle quali si sprigiona la luce più atta a porre in evidenza le verità meno apparenti o meno esplorate.
[2] Evidentemente, l'opuscolo dell'ottimo Roboamo fu scritto in quell'epoca barbara, quando ancora esisteva, a frenare la baldanza del _puffismo_ invadente, lo spauracchio dell'arresto personale. Noi dobbiamo a Napoleone III, imperatore dei francesi, l'iniziativa della provvida riforma che emancipò i debitori dalle antiche tirannidi del codice commerciale. Quando le nuove franchigie vennero proclamate in Francia, l'onorevole corpo accademico dei reclusi di Clichy improvisò una splendida luminaria. La Bastiglia dei debitori era demolita, e il santo diritto del libero _puff_ affermato all'umanità. La costituzione del secondo impero era basata sul _puff_; fino a quando Napoleone III tenne le redini dello Stato, i _puffisti_ ottennero protezioni, favori, privilegi. Via! Non disconosciamo i benefizii resi da quel potente sovrano alla causa dei diseredati! Sulla base del monumento che fra poco vedremo erigersi in Milano alla memoria di Lui, proporrei che si scolpisse l'epigrafe:
A =NAPOLEONE III= I PUFFISTI RICONOSCENTI.
[3] Quand'io faceva il mio corso di studi all'università di Pavia, un _puffista_ quasi imberbe, che ebbe poi a segnalarsi in Europa colle sue grandiose strategie, esordiva nella carriera con una saporitissima burla, della quale si parla ancora oggidì con ammirazione sotto i portici dell'Ateneo torinese. Al nostro giovane eroe, testè laureato nelle matematiche, occorreva, per ripatriare decorosamente, un pajo di stivali. Gli mancavano pochi spiccioli per procacciarsi quel lusso di calzatura, una miseria!--dodici.... quattordici lire. Che si fa? Si fa così: sentite questa che è proprio bellina!--Si va da un calzolajo, gli si ordina un bel pajo di stivali, a patto ch'ei debba recarveli al domicilio, il tal giorno, alla tal'ora. Poi, si entra in un'altra bottega e ad un altro calzolajo si replica la commissione. Al primo si dice: sarò in casa ad attenderti alle dieci; all'altro si ingiunge di venire alle dodici. Il giorno stabilito, allo scoccar delle dieci, arriva cogli stivali il primo calzolajo. Lo studente li calza, encomia la fattura, si mostra pienamente soddisfatto; ma poi, levandosi in piedi e contrafacendo le grinze di un addolorato--vedi s'io fui bestia! esclama battendosi la fronte: quando mi feci prendere la misura, ho scordato di dirti che qui, sul piede sinistro, ho una maledetta ingrossatura... Senti, figliuolo mio, se tu riportassi via lo stivale e lo tenessi in forma sino a domani... non ti pare..?--La servo subito, risponda il dabben Crispino; si metta a sedere, dia qua...! Dall'altro piede non soffre? --Niente affatto! la calzatura mi va come un guanto.--Tanto meglio! E il buon uomo se ne va collo stivale sinistro sotto il braccio, promettendo di riportarlo l'indomani all'istess'ora. A mezzodì arriva l'altro calzolajo. Da parte dello studente le stesse grinze, le stesse contorsioni nel provarsi gli stivali; ma questa volta la ingrossatura non è, come poco dianzi, al piede sinistro; lo stivale che vuol essere allargato è quello che corrisponde al piede destro. Sta bene! Lo terrò in forma fino a domani, e verrò a riportarglielo all'ora che crede.--Alle dieci: ti pare?--Alle dieci! Viene il domani. I due calzolaj all'ora fissata salgono le scale che conducono al domicilio dello studente e si arrestano entrambi dinanzi alla stessa porta, ciascuno col suo stivale sotto braccio.
--Chi cercano? domanda la signora della casa, presentandosi--lo studente B..., rispondono ad una voce i due calzolaj.--Partito jeri sera per Cremona.--Diamine! Io doveva portargli questo stivale...--E anch'io...!--I due Crispini spalancano tanto d'occhi.--Quando tornerà il signor B...?--Dio sa quando! forse mai, rispondo la signora; ha compiuto i suoi studii, ha ottenuto la laurea, non occorre chʼegli torni.
--Ma io....!--Ma io!--esclamano allʼunissono le due vittime, sollevando lo stivale. Non ha lasciato il destro?--Non ha lasciato il sinistro?...--Io ne so nulla, dice la signora, che ha già indovinata la strana burletta perpetrata dal suo arguto inquilino; ciò che io so, è chʼegli è partito con un bel pajo di stivaletti nuovi, così nitidi e lucenti che abbagliavano a vederli.--Finalmente anche, i due malcapitati calzolaj compresero ciò che era forza comprendere.
--Col mio stivale destro..., disse lʼuno.
--Col mio stivale sinistro..., soggiunse lʼaltro.
--Si può ancora formare il pajo.
--Verissimo... Non ci resta che ad accoppiarli... È quello appunto che ha fatto il nostro birbo committente.--I due calzolaj eran stati minchionati così bene, che passato il primo bruciore, risero insieme più volte della mala ventura loro occorsa.
* * * * *
Quantunque assai noto, perchè più recente, merita di passare ai posteri il brillante episodio _puffistico_ dal quale ebbe origine il motto: _el gha gamba bonna_; motto che a Milano suol ripetersi ogni volta che sia in gioco la strategia di qualche matricolato furbacchione. Anche in questo caso la vittima fu un calzolajo. Un giovanotto decentemente vestito entra in una bottega sulla corsia del Broletto e domanda un pajo di stivaletti.--Veda un poco se questi gli vanno! disse il padrone di bottega.--Lʼaltro, si prova a calzarli, si leva dal sedile, divincola il piede, fa qualche passo... ottimamente! non cʼè che dire.--Dʼun tratto balza nella bottega, uno sconosciuto, si slancia contro il giovane dagli stivaletti, gli applica alla guancia un sonorissimo schiaffo, e via di corsa.--Aspetta che ti acconcio io per le feste! grida lo schiaffeggiato, uscendo furioso dalla bottega e dandosi ad inseguire lo sconosciuto. Il calzolajo ed i fattorini accorrono in sulla porta per vedere come la vada a finire.--I due fanno a chi più corre, e allo svolto di una contrada scompariscono.--Lo raggiungerà! lo raggiungerà! esclama il dabben calzolajo; quel briccone corre lesto, ma anche lʼaltro è di buona gamba!--Infatti i due sozii corsero tanto e con lena siffatta, che nessuno ebbe più nuova di loro nè degli stivaletti elegantissimi che lʼun dʼessi si era procacciati con quellʼaudace stratagemma.
[4] Se la parca inesorabile non avesse troncato innanzi tempo il filo deʼ suoi giorni e delle sue opere immortali, lʼautore del presente opuscolo avrebbe indubbiamente dettato degli stupendi precetti ai _puffisti_ sulla maniera di redigere il loro epistolario. Si vuole unʼarte finissima, si vuole una rettorica speciale per intrattenere coi creditori una profittevole corrispondenza epistolare, per rispondere alle lettere, talvolta volgari e atrocemente irritanti che ordinariamente accompagnano le note dei fornitori insubordinati. Si tratta di ammansare una belva. Con poche linee di scritto, contrapposto ad una grossolana intimazione di salumiere o di macellajo, si riesce talvolta ad ottenere che un libro mastro, già saturo di addizioni illiquidabili, si riapra per un credito illimitato. Questo genere di eloquenza non si insegna nelle scuole, non trova esempi nei trattati; è lʼeloquenza del genio _puffistico_. In certi casi, si tratta semplicemente di indirizzarsi al cuore e di commuovere; talvolta convien ostentare meraviglia e disdegno, opporre alla minaccia il risentimento, allʼarroganza lʼinsulto. Gli argomenti derivati dallʼidealismo umanitario, rilevati dalle più assurde astruserie, dalle più stravaganti insensatezze, è ben raro che falliscano allo scopo. Nullameno, io sono dʼavviso, che a meno di aver raggiunta la più alta meta cui possa aspirare, un _puffista_ di prima classe, il sistema epistolare da preferirsi sia quello che si indirizza al sentimento, che mira ad ispirare una simpatica e generosa commozione. Con tal metodo il mio giovane amico D. B. ottenne, durante la sua dimora a L..., dei risultati ammirabili. Trascriverò, ad esempio del genere, la breve lettera da lui indirizzata ad un salsamentario, il quale aveva osato alla fine dʼanno mandargli una nota di lire trecento:
«Pregiatissimo Signore,
«Al capezzale della mia povera vecchia madre morente, ho ricevuto la vostra lettera, che mi ricorda un sacro dovere. Appena avrò un poʼ di testa... per esaminare... per confrontare... ecc. ecc... appena la santa donna, che mi vuol sempre vicino, sarà uscita di pericolo, io correrò da voi per regolare le partite. Frattanto, credete ai sensi ecc.»
Vostro devotissimo D. B.
Una lettera quasi identica spedì a quella medesima epoca il nostro _puffista_ esordiente agli altri suoi creditori. Questi non osarono rinnovare le istanze, e attesero con giorno, lʼamico D. B. abbandonò _insalutato hospite_ la città dove avea vissuto lautamente per un anno; probabilmente la povera santa vecchia era guarita, ma i creditori non ebbero motivo di rallegrarsene.
* * * * *
Prima di ricorrere alla rettorica esacerbante delle insolenze, un abile e prudente puffista deve aver esaurite tutte le pratiche ammollienti. Lʼimpressione più istantanea e più naturale che deve prodursi nellʼanimo cavalieresco di un _puffista_ al vedersi dinanzi la nota impertinente di un creditore, è quella di un olimpico stupore. Un personaggio alto locato, che si atteggia da principe, da barone, da marchese, che si fa chiamare sua eccellenza il sig. commendatore ecc. ecc., non può a meno, di atteggiarsi a meraviglia al vedere che un miserabile subalterno osa importunarlo per una inezia. Mille, duemille, ventimille lire, non rappresentano infatti, per un principe russo, per un ammiraglio peruviano, altrettante cifre impercettibili? Qual vʼè somma tanto ingente che passando pel lambicco aritmetico di un debitore insolvibile, non si pareggi ad uno zero?
--_Tiens! Tiens!_ esclamava un francese puffista (sono famosi!) ogni, volta che un creditore commetteva lʼirriverenza di presentargli una nota. E quel monosillabo, profferito con accento di sorpresa, saldava la partita.
Ordinariamente, nel rispondere alle sollecitazioni dei fornitori più impertinenti, i grandi puffisti si appigliano al seguente formulario:
«_Pregiatissimo Signore_,
«Ho lʼonore di informarvi che la nota da Voi speditami in data... ecc. ecc. lʼho trasmessa oggi stesso al mio amministratore, perchè più sollecitamente che per lui si possa, come di ragione, provveda al pareggio. Tanto; per vostra norma, e mi dico
«Barone di PUFFARDARA ecc. ecc.»
Naturalmente, il creditore si consola e lascia passare una quindicina di giorni prima di ripetere lʼattacco. La risposta che i baroni di Puffardara sogliono contrapporre alla seconda richiesta, è scritta su per giù in questi termini: