Chapter 7
Un giorno dello scorso marzo il Governatore di Santa Fè, dottor Freyre--un omone dall'aspetto bonario e dalla parlantina sciolta--facendomi gli onori della sua casa mi mostrava una curiosa raccolta di ritratti fotografici. Erano le fotografie di tutti i suoi impiegati di polizia, bene incorniciate simmetricamente in un grande quadro di _peluche_ e sormontate dai nomi dei relativi originali, incisi in targhette dorate. Una epigrafetta in testa al quadro faceva conoscere che si trattava di un omaggio della Polizia Santafecina al _Señor Gobernador_ in occasione della di lui recente assunzione al potere. Il Governatore guardava tutti quei ritratti con una grande espressione d'uomo soddisfatto, e mi spiegava:
--Li conosco tutti, uno per uno, da quando ero capo come _Jefe politico_; qualcuno ne ho fatto io--nei suoi occhi sfavillava come una scintilla di amore paterno--e sono tutti _hombres valientes_, amico!
Gettai un'occhiata sulle fisionomie; una raccolta di tipi risoluti, una collezione di occhi fieri, di baffi e di barbe dal taglio poco comune, e qua e là dei nasi adunchi, degli zigomi salienti e delle bocche larghe tagliate come con un colpaccio di ascia, caratteristiche non dubbie della razza meticcia. Vi era anche un negro.
--Io conosco la storia di tutta questa gente; li ho tutti nel pugno--continuava il mio ospite.--Vedete questo, e questo, e questo? Ebbene, essi non portano il loro vero nome.
Io ascoltavo con un interesse crescente le curiose informazioni che il Governatore dava a me e ad altri presenti, e non mancavo d'incoraggiarlo con quelle esclamazioni d'assentimento che sono le goccie lubrificanti delle conversazioni. Ed egli continuava, ingenuamente persuaso di dire le cose più naturali del mondo, e di fare il miglior vanto dei suoi sottoposti.
Così spiegò che alcuni di quei funzionarî non portavano il loro nome perchè in passato erano stati assassini. Molti di quegli uomini avevano un passato al quale il Governatore alludeva con reticenze piene di effetto drammatico. Certi si erano trasformati da delinquenti a poliziotti per opera sua. Ricordo fra gli altri la storia di un cocchiere più volte arrestato per ferimento, furto e rivolta agli agenti a mano armata, e divenuto commissario. Appuntando il dito sopra varî ritratti il Governatore ripeteva con compiacenza le parole: _Este era un picaro!..._--Questo era un farabutto--con l'aria di dire: Che uomo abile che era costui!
Tutto ciò per noi è strano. Noi consideriamo la Polizia come la mano della Giustizia, una grande mano, potente e delicata ad un tempo, che rintraccia i colpevoli, li scova, li afferra, e li porta al cospetto della maestà della Legge. Nell'Argentina, la Polizia--o meglio le polizie, poichè ve ne sono quindici, una per provincia ed una speciale per Buenos Aires--prima di essere la mano della Giustizia è la mano della Politica. Modificandosi lo scopo della sua esistenza, snaturandosi la sua funzione, deve necessariamente modificarsi la sua essenza. Le polizie argentine non hanno tanto lo scopo di difendere la società, quanto quello di difendere i partiti al potere. Formano dei piccoli eserciti pretoriani sempre pronti all'arbitrio ed alla violenza partigiana, a portare nella lotta politica l'influenza decisiva della forza brutale contro il diritto. E allora come potrebbero essere strumenti di giustizia e di legalità se la loro funzione si esplica così spesso proprio nel campo dell'ingiustizia e dell'illegalità?
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È naturale che a comporre queste polizie vengano chiamati uomini risoluti e spregiudicati, ossia senza molti di quegli scrupoli che renderebbero impossibile l'adempimento del triste còmpito che la politica impone loro. Ed ora ditemi quale uso non faranno della forza di cui dispongono, della potenza straordinaria che loro conferisce il nome della legge, questi uomini scelti per evidente necessità negli strati inferiori della società, e anche delle razze umane, spesso familiari alla colpa, privi della coltura e dell'educazione, che, anche nelle anime cattive, insinuano il pudore del male? Supponete di questi uomini posti nelle colonie, lontani da qualsiasi controllo, aventi l'impunità quasi assicurata dalle distanze e dalle necessità politiche, se non dai difetti e le lungaggini delle procedure giudiziarie, e immaginate che cosa avviene. C'è poi l'aggravante d'una pessima retribuzione.
Vi sono dei commissarî che non prendono più di sessanta, settanta, ottanta _pesos_ al mese, con i quali debbono provvedere alla paga dei soldati di polizia--due o tre--da essi personalmente arruolati, alle spese d'inchieste--che dovrebbero essere rimborsate, ma non lo sono mai--e talvolta anche al mantenimento dei prigionieri fino alla loro consegna all'autorità giudiziaria. Dei tenenti di polizia prendono trenta _pesos_ al mese. «Questi impieghi portano l'autorizzazione implicita all'_exploitation_ dei pacifici abitanti della campagna sotto forma di multe»--ha scritto giustamente la _Prensa_.--Infatti la multa arbitraria forma una delle fonti più comuni e anche più oneste dei beneficî polizieschi. Dei contadini sono talvolta arrestati con una scusa qualunque, e poi il commissario contratta con loro la liberazione. Ciò non toglie che la libertà non si venda anche ai veri colpevoli, qualche volta. Gli arresti arbitrarî naturalmente non sono certo una cosa rara, specialmente se vi si può innestare una ragione politica. Ecco un caso tipico: pochi giorni fa in una colonia importante vennero arrestate in massa una quantità di persone, fra le quali capitarono dei commercianti, due giornalisti, un notaio, il collettore delle imposte e persino un ex-commissario di polizia, e vennero per ordine speciale rinchiuse nella cella destinata agli accattoni. Il giorno dopo seppero d'essere accusate di disordini, ubbriachezza ed altre cose.... multabili (telegrammi da Chos-Malal 25 marzo).
Il diciannove di marzo un italiano ha ricorso al nostro ministro a Buenos Aires per essere stato arrestato nella Pampa Centrale, detenuto otto mesi senza ragione, e derubato dalla polizia di cinque cavalli e di tutte le sue mercanzie.
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Qualche volta capita di peggio; per esempio, di restare in segregazione cellulare per dieci e anche quindici giorni dimenticati. E peggio ancora, di essere bastonati o feriti. Cito qualche esempio recente. A Rosario tre giovanotti italiani, dei quali uno ex carabiniere da poco in congedo, mentre conversavano sopra un marciapiede, si sono visti arrestare, senza saperne il perchè, e condurre alla Commisseria, dove--dopo la solita perquisizione--sono stati segregati in tre celle separate «condottivi a forza di calci e di pugni.» Poi un ufficiale di polizia «li ha sottoposti a nuovi e più duri trattamenti arrivando fino ad usare la daga d'uno dei vigilanti, con la quale a casaccio, in un impeto d'ira, percosse ripetutamente uno di quei tre malcapitati producendogli lesioni d'una certa gravità. Il poveretto cercò di reagire, ma si vide ridotto all'impotenza da diversi agenti. L'ufficiale poi ordinò non fosse loro somministrato nessun cibo e che alla benchè minima lagnanza fosse loro risposto con la violenza. Dopo trentasei ore di quel martirio furono posti in libertà tutti sanguinolenti e malconci.» (Dalla cronaca della _Republica_ di Rosario). La _Patria degli Italiani_ confermava il fatto. Il console italiano ha potuto comprovare i maltrattamenti e un telegramma alla _Patria_ aggiungeva che «il console continuerà nella energica sua attitudine di protesta».
Non più tardi del passato aprile cinque arrestati a Rosario, dipartimento Belgrano, sono stati bastonati dai commissarî al punto che uno dei disgraziati è stato ridotto in gravi condizioni, senza conoscimento e senza favella. Un corrispondente della _Prensa_ ha scritto da Belleville sulla abituale crudeltà di quella polizia. «Gli arrestati sono condotti a bastonate alla polizia; si arriva anche a ferirli; ieri un guardafili arrestato senza causa giustificata venne condotto a bastonate alla Commisseria, niente altro che per fare ostentazione di rigore.»
A Santiago del Estero la polizia «contando sull'impunità delle sue colpe»--come ha scritto la _Prensa_--ha preso a sciabolate un povero diavolo perchè aveva rimproverato il commissario d'avergli avvelenato il cane; poi ha preso a sciabolate due suoi amici che l'accompagnavano, conosciuti come oneste e laboriose persone, ferendo tutti e tre, dei quali uno mortalmente alla testa. È comunissimo leggere nella cronaca dei giornali di «arresti in forma vessatoria e violenta»; questo significa a pugni e bastonate. Ho sott'occhio un rapporto di polizia--riportato dalla _Capital_ di Rosario, giornale governativo--nel quale le parole _bastonazos y machetazos_--bastonate e pugni--vengono quasi a far parte del linguaggio d'ufficio. Pochi giorni or sono un vecchio e onorato commerciante italiano in Azul, è stato arrestato nella solita forma vessatoria violenta, e poi liberato senza la minima spiegazione. Notizie di questo genere arrivano da tutte le provincie. Alcuni arrestati presso a Chos-Malal da soldati di linea, che compiono dei servizî di polizia, come sospetti di furto, sono stati detenuti nove mesi, durante i quali hanno subìto delle vere torture per essere costretti alla confessione. Si è giunti a dar loro fino a cinquecento frustate. Una delle vittime è stata assoggettata al simulacro dello scannamento che le ha lasciato nel collo il segno del coltello; ed una donna creduta complice è stata spogliata in presenza dei soldati e sospesa per i piedi con una corda. Queste le denunzie che la _Prensa_ riportava. Alla Rioja un povero pazzo preso dalla polizia è stato legato con le mani e con i piedi ad una grossa sbarra di ferro, e poi sospeso ad una pianta di gelso che si trova nel cortile della Commisseria. (Giornali del 25 gennaio).
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La violenza della polizia diviene alcune volte estrema. Un telegramma laconico da Sant'Antonio (Catamarca) del 15 aprile diceva: «Domenica dalla polizia locale è stato assassinato il giovane E. M. con un colpo di remington, senza motivi noti. Si crede ad una vendetta premeditata.» Soltanto qualche giorno prima un commissario aveva ammazzato a revolverate due marinai ad Uruguay in Entre Rios. (Giornali del 12 e 13 aprile).
Alla fine dello scorso marzo la polizia di Bahia Blanca ha assalito alcuni operai italiani inermi al grido di _mueran los gringos_, ne ha ferito quattro a sciabolate, ed ha inseguito gli altri fin nelle case e nelle botteghe insultandoli, facendo arresti a casaccio, conducendo in prigione persino due feriti, uno dei quali in istato grave. Le inchieste ufficiali hanno negato questi fatti, che però sono attestati da testimonianze inconfutabili e da una protesta firmata da quarantatre commercianti di Bahia Blanca appartenenti a varie nazionalità. I commercianti di quella città sono cinquantadue.
A Corrientes, nella colonia Bella Vista, un giovane, che dal nome sembrerebbe italiano, è stato anche lui assassinato dalla polizia. Il telegramma pubblicato dalla _Prensa_ diceva così: «Il giovane tornava da un ballo con un fratello. Un ufficiale e un sergente di polizia lo raggiunsero per via e il sergente gli diede la morte.»
In questi casi spesso le autorità superiori iniziano delle inchieste, la giustizia se ne impadronisce, ma la cosa finisce così quasi sempre, con un po' di rumore. Dopo qualche anno i giudici dichiarano che per il tempo trascorso è impossibile fare la luce, e buona notte. Alcuni agenti di polizia di Trenque Lanquen sono stati così recentemente liberati dalle accuse di usurpazione d'autorità, brigantaggio, stupro, furto e usurpazione d'immobili, le vittime dei quali furono dei contadini della colonia La Luisa, di nazionalità francese. Ho sotto gli occhi i rapporti pervenuti al ministro di Francia, che fanno fremere d'orrore e d'indignazione. «C'est la Justice condamnée par les juges eux-mêmes!»--scrive nei suoi commenti _Le Courrier de la Plata_, organo della collettività francese.
E pensate che non tutte le vittime della polizia hanno il coraggio se non la possibilità di avanzare i loro rapporti. Pensate che vi sono tanti gridi di dolore che si perdono inascoltati nell'immensità della Pampa!
Che difesa può rappresentare per la società questa polizia che fra pochi buoni elementi contiene tanto marcio? Un giornale di Santiago del Estero--dove i reati sono comunissimi--_El Siglo_, giornale che cito a preferenza fra tanti perchè non tacciabile certo d'avversità al Governo--dimostra la parte che ha la polizia nello sviluppo della criminalità, non fosse altro per la sua passiva condotta di fronte al delitto, conseguenza inevitabile della sua disorganizzazione. La polizia non si cura talvolta nemmeno di eseguire le constatazioni del delitto. «La garanzia della vita e della proprietà delle popolazioni rurali--dice _El Siglo_--va facendosi ogni giorno più illusoria, al punto che non si prende alcuna misura per la persecuzione e la punizione dei colpevoli, i cui crimini hanno per teatro gli stessi sobborghi di questa capitale.»
_El Municipio_ di Rosario ha scritto: «Basta percorrere i centri rurali e conversare con gli abitanti autorevoli, per darsi conto che la vita laboriosa e onorata si è fatta impossibile per il predominio degli elementi nocivi che commettono le maggiori ferocie senza che nessuno li molesti.»
Ma anche se una tale polizia proteggesse le popolazioni dai criminali, che mai le proteggerebbe poi dalla... polizia?
È giustizia riconoscere che fra le quindici polizie argentine quella di Buenos Aires è di gran lunga migliore, e rappresenta un'eccezione lodevole. Da qualche anno è stata organizzata su modelli europei. La vita internazionale della grande metropoli ha avuto un'influenza sui costumi; la lotta politica ha preso in quell'ambiente vastissimo forme meno primitive e meno brutali, e la polizia si trova ricondotta a poco a poco al suo naturale ufficio di strumento della giustizia. Va rientrando nella legalità. Non vi è ancora rientrata del tutto, perchè anche a Buenos Aires, a dire il vero, avvengono qualche volta arbitrî e abusi polizieschi; ma sono un nulla in confronto agli orrori ed errori delle polizie _gauchas_ delle provincie.
E se si potesse fare il bilancio di quanto costano alle operose, infaticabili ed umili popolazioni rurali quegli errori e quegli orrori, quanto denaro, quante lacrime, e quanto sangue italiano!...
L'ESERCITO ARGENTINO.
[Dal _Corriere della Sera_ dell'8 giugno 1902.]
Negli ultimi giorni dello scorso anno, mentre la questione argentino-cilena prendeva un aspetto minaccioso, tanto che la guerra si credeva da alcuni imminente, inviai da Buenos Aires una corrispondenza sopra l'esercito argentino. La probabilità della guerra rendeva l'argomento della massima attualità; ma nello stesso tempo poteva sembrare inopportuna la pubblicazione di critiche sopra un esercito alla vigilia forse della sua entrata in campagna, e credetti mio dovere di far sospendere quella pubblicazione.
Ora l'orizzonte è schiarito; sulla Cordigliera delle Ande brilla l'arcobaleno. Un telegramma del 1 giugno al _Times_ comunica che una convenzione è stata stabilita fra le due Repubbliche rivali, per la quale si limitano gli armamenti navali fino alla eguaglianza delle due flotte argentina e cilena, facendo inoltre assicurazioni di politica pacifica che non possono essere accolte senza una vera soddisfazione da noi italiani. Ma gli accordi stabiliti non accennano agli armamenti terrestri, e un telegramma della Stefani da Parigi ha annunziato ieri che l'Argentina ha ordinato armi in Germania per ottanta milioni. Adesso è dunque doppiamente opportuno un esame spassionato dell'esercito argentino al quale sono inerenti gravi problemi finanziarî e politici. Oggi le spese militari aprono grandi breccie nel non florido bilancio dell'Argentina, e noi che abbiamo il più legittimo desiderio della prosperità della Repubblica, non possiamo disinteressarcene; e nello stesso tempo non possiamo disinteressarci dal conoscere fino a quale punto quell'esercito risponda alle condizioni di garanzia per la tranquillità e la sicurezza della Repubblica, che è la tranquillità e la sicurezza di tanti nostri connazionali.
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La probabilità d'una guerra risveglia in ogni pacifico cittadino l'animo d'uno stratega. Sorgono legioni formidabili di profeti militari, i quali muovono compatti le prime ostilità... al buon senso. Così per la possibile guerra fra il Cile e l'Argentina non mancavano critici militari che facevano ogni giorno la più abbondante distribuzione di vittorie e di sconfitte.
Nulla in verità è poi più difficile di un giudizio sopra una guerra come questa, nella quale ogni belligerante avrebbe da lottare con enormi difficoltà opposte dalle distanze, dalla conformazione territoriale di probabili campi di battaglia, dalla lunghezza sterminata delle linee di comunicazione, dalla impossibilità di regolari servizî logistici. L'inaspettato e la sorpresa avrebbero in una tale guerra una parte molto importante. Avevano torto coloro che prevedevano l'arrivo dei cileni sulla _Plaza de la Victoria_ di Buenos Aires, come coloro che predicevano il bivacco degli Argentini per le vie di Santiago. Le condizioni nelle quali si svolgerebbe una tale campagna, che sarebbe stata lunghissima e fortunosa, potrebbero togliere valore alla affermata superiorità dell'organizzazione militare cilena e neutralizzare i difetti della difesa argentina.
Ciò non toglie però che questi difetti esistano, e che a noi europei specialmente si rivelino con maggiore crudezza per il paragone che istintivamente facciamo fra questo esercito ed i nostri.
Il sentimento militare nelle nostre nazioni ha preceduto tutti gli altri, persino quello della nazionalità, perchè è nato prima che nascessero le nazioni. Noi siamo stati popoli essenzialmente guerrieri; ci siamo tagliati le nostre patrie a colpi di spada; la guerra è stata la più nobile delle nostre occupazioni--a torto o a ragione, non discuto--; per secoli abbiamo considerato la guerra come l'unica fonte di ogni onore; la nobiltà non poteva nascere che fra lo strepito delle battaglie, e per le battaglie è vissuta fino ad oggi. Portare la spada è stato un privilegio ambìto, e i segni di onorificenza che anche oggi rendono tanto fieri i nostri imbelli soprabiti borghesi non hanno origine che nella guerra. L'esercizio delle armi è stato da noi sempre riconosciuto come fra i più eletti, e l'esercito è divenuto poi oggetto di ogni onore e di ogni amore quando il popolo tutto è stato chiamato a combattere nelle sue file le più sante battaglie; l'esercito è divenuto tutta una cosa, tutta una carne col popolo.
Nell'America no; il sentimento militare è l'ultimo arrivato fra i sentimenti del popolo. Si è formata una società di politicanti, commercianti, industriali, agricoltori, la quale quando ebbe bisogno di un esercito se ne assoldò uno, come si assolda un guardiano, componendolo di tutti coloro che non avevano o non potevano far di meglio. L'on. Belin Sarmiento, deputato federale, nipote del grande statista argentino Sarmiento, in una pubblicazione fatta nel 1892, ci dipingeva i soldati d'allora come «provenienti dallo scolo degli elementi sociali che non trova altra uscita, uomini indegni della vita civile, molti avventurieri, _déclassés_, indiani incapaci al lavoro e persino criminali». Si comprende in quale considerazione nell'opinione pubblica doveva esser tenuto questo esercito e in quale disdegno per il militarismo sia cresciuto il popolo argentino. Dio mi guardi dal discutere se questo sia un bene o un male; se la mancanza del fardello delle tradizioni militari--dalle quali pur sgorga quello spirito di disciplina che compagina le forze e le volontà--renda realmente più leggero un popolo sulle vie del progresso. Constato dei fatti e nulla più. I nuovi popoli, anche senza il militarismo, pare che si odiino precisamente come i vecchi.
L'anima collettiva argentina, pronta sempre agli entusiasmi, alla presunta vigilia d'una guerra, inneggia all'esercito; ma nel sentimento individuale le diffidenze, le prevenzioni e la poca simpatia persistono, e ciò forma oggi il maggiore ostacolo alla buona organizzazione della difesa nazionale. Una legge sulla coscrizione militare è ora in vigore, ma i risultati non sono certo soddisfacenti, perchè non è penetrato nello spirito di tutto il popolo--e non lo potrebbe essere--il sentimento del dovere militare, perchè sottrarsi all'obbligo di far parte dell'esercito non è sempre considerato indegno e vergognoso, perchè chi può eludere la legge troppo spesso la elude senza che senta gravarsi intorno il disprezzo del popolo, che potrebbe essere il più potente stimolo al compimento del dovere. La legge è benigna, le autorità sono clementi, la rilassatezza e l'indifferenza generale sanzionano tutto.
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Due altri mali antichi affliggono l'esercito, e sono la politica e la speculazione--i due mali del resto che rodono la Repubblica intera. Per la politica, l'esercito non è risultato uno strumento di difesa nazionale; il nemico esterno è stato perduto di vista nella preoccupazione del nemico interno.
Nella lunga serie delle rivoluzioni l'esercito ha sempre preso parte attiva con i suoi _pronunciamientos_, dimenticando il suo alto ufficio, e distruggendo a colpi di cannone la sua compagine.
Per la speculazione, l'esercito, divenuto campo di sfruttamento, è costato somme favolose, restando male equipaggiato e male organizzato. Nella citata opera del Belin Sarmiento trovo questo dato ufficiale: il costo del soldato argentino era nel '92 di 2025 _pesos_ all'anno; le cose non sembrano molto cambiate poichè, non contando la farraggine delle spese straordinarie, il soldato argentino costa oggi sui _tremilaottocento_ franchi all'anno, cifra enorme se si pensa che il soldato europeo costa in media meno di mille lire all'anno. Come mai?
Non è facile immaginare il saccheggio della speculazione nei bilanci della guerra. Partite di cavalli e di muli pagate effettivamente la metà meno dei prezzi che figurano pagati (un fatto simile è stato denunciato il 12 aprile da due giornali), forniture di sellerie e di armi fatte a prezzi disastrosi, somme rilevanti passate in _tramitaciones_ per ottenere contratti di forniture, ecc. A capo dell'amministrazione del Ministero della guerra vi è un «intendente di guerra», impiegato borghese. Ora, non tutti gl'intendenti sono stati di una regolarità scrupolosa; ve ne sono stati di quelli che hanno preso percentuali di discutibile legalità sugli affari di forniture e di altro, senza misteri, ritirandosi dopo due o tre anni con delle vere fortune. (È doveroso dire che il presente intendente di guerra gode fama di uomo onesto; ma certi suoi predecessori!...).
Il giornale _El Diario_, qualche anno fa, con una serie di articoli--che si è saputo scritti da persona assai addentro in questioni militari--ha rivelato molti mali che bruttano l'esercito argentino. Pare persino che vi siano talvolta dei fornitori imposti «per ordine» ai colonnelli. Un colonnello che si rifiutò ad una tale obbedienza sarebbe stato punito inviando il suo reggimento a soffrire i rigori di cinque mesi d'inverno nelle regioni andine, senza equipaggiamenti e senza vestiario invernale!