L'Argentina vista come è

Chapter 4

Chapter 43,532 wordsPublic domain

Osserviamo un Banco inglese--osservarne uno è come osservarli tutti--; il «River Plate Bank ltd». Nell'89 aveva sessantamila azioni con un capitale versato di seicentomila sterline, ossia di dieci sterline per azione. Alla fine di quell'anno gli utili furono del 40 per cento, di cui il 15 venne dato come dividendo e il 25 per cento fu capitalizzato, di modo che l'azione da dieci sterline passò a rappresentare un capitale di dodici sterline e mezza. Nell'anno appresso si ebbe un dividendo del 15 per cento sul nuovo capitale, ossia del 18.75 per cento sul capitale versato, più un altro 25 per cento capitalizzato, e l'azione rappresentò un capitale di quindici sterline. Nel 91 arrivò la catastrofe generale, il fallimento delle Banche argentine, la moratoria concessa a tutti con legge del Parlamento: fu un anno disastroso. E tuttavia il nostro «River Plate Bank» ebbe un dividendo del 9.16 per cento sul capitale totale, ossia del 13.75 per cento sul capitale versato. I dividendi hanno continuato ad aumentare con un crescendo che non ha certo un riscontro con l'aumento degli affari, che invece sono in pieno ristagno. Nel 92 si ebbe il 18.75 per cento, nel 93 il 18.75 per cento, nel 94 il 22.50 per cento, nel 95 il 24 per cento, nel 96 il 27 per cento, nel 97 il 30 per cento, nel 98 il 30 per cento, nel 99 il 30 per cento, nel 1900 il 50 per cento. In dodici anni si ebbe dunque il 298.50 per cento di dividendi, più il 116 per cento del fondo di riserva--che oggi arriva al milione di sterline--ossia un 514.50 per cento di utili netti. Il 42.87 per cento all'anno!

Questi utili in affari di denaro qui non sono straordinarî, perchè qui, come ho accennato, gli alti interessi, diciamo così, dominano. Ma bisogna por mente che le Banche inglesi sono le più numerose, e soprattutto le più forti. Le altre Banche non sono che dei satelliti nel sistema planetario della finanza argentina, nel quale il capitale inglese rappresenta il sole. Quale enorme assorbimento d'energia non rappresentano da soli i dividendi che prendono la via di Londra? Il «London e Brazilian Bank» ha dato quest'anno il 46 per cento di dividendo, con tutto che nei cambî col Brasile questa Banca ha perduto la bellezza di 84 mila sterline! Il totale dei dividendi delle Banche inglesi si può certamente ritenere superiore ai tre milioni di _pesos_ oro, ossia ai quindici milioni di franchi, calcolando modestamente!

La supremazia delle Banche inglesi sul mercato argentino è una conseguenza logica degli errori e delle colpe commesse nel periodo dell'affarismo di recente memoria. Al sopraggiungere della crisi del 1891, caddero il «Banco Nacional» e il «Banco della Provincia de Buenos Aires» e con essi l'Argentina perdette i due unici sostegni della sua indipendenza economica. È vero che i sostegni funzionavano male! Le Banche inglesi furono quasi le sole a resistere. Continuarono con calma le loro operazioni riuscendo a vincere il panico dei depositarî. Le Compagnie ferroviarie versarono nelle Banche inglesi i loro introiti--gl'inglesi, beati loro, sono sempre uniti e d'accordo--e quei milioni non arrivarono inopportuni per fronteggiare la crisi. Il cambio giunse al 480%, e le Banche inglesi cambiarono il loro oro; quando il cambio è sceso, dopo sette anni, al 206%, le Banche inglesi hanno reintegrato, guadagnando così il 234 per cento. La loro posizione è formidabile. Le ferrovie della provincia di Buenos Aires versano settimanalmente 600,000 _pesos_ oro, e il solo movimento di denaro delle Compagnie ferroviarie basterebbe alla vita delle Banche, senz'altro.

Ma il credito incrollabile che le Banche inglesi godono attira a centinaia di milioni di _pesos_ i depositi privati: esse sono diventate il tramite principale dei movimenti di denaro, sono divenute il centro d'un enorme cumulo di affari bancarî.

* * *

Tutto questo non basta. Gl'inglesi sono anche i detentori della maggior parte del debito pubblico argentino, che è di trecentottanta milioni di _pesos_ oro, vale a dire di un miliardo e novecento milioni di franchi.

Di modo che l'Inghilterra in interessi e dividendi assorbe alle finanze argentine circa quarantasei o quarantasette milioni di _pesos_ oro all'anno--cioè duecentotrenta o duecentotrentacinque milioni di franchi--così ripartiti:

Dalle imprese ferroviarie 17 milioni e mezzo, dalle Banche 3 milioni, da varie imprese 2 milioni, dalle finanze governative per interessi del debito pubblico 24 milioni.

L'esportazione supererà quest'anno l'importazione, si calcola, di circa cinquanta milioni di _pesos_. È chiaro che questo _superavit_ attivo è insufficiente alla benchè minima capitalizzazione; gli sforzi della produzione sono fiaccati.

Ma noi non abbiamo veduto che la supremazia finanziaria inglese; vi è anche la supremazia commerciale. Le ferrovie hanno concessioni di leghe di territorî lungo il loro svolgimento. Nelle regioni più fertili abbondano le _estancias_ inglesi. I prodotti di queste _estancias_, per la facilità dei trasporti e per i favori di cui godono, vengono ad avere una posizione privilegiata sui mercati.

Oltre agli estancieros vi sono i commercianti inglesi, importatori ed esportatori. Per quel sentimento di unione e solidarietà che è una delle più invidiabili caratteristiche inglesi, ed anche in forza di quella massima inglese che _the onesty is the best policy_--l'onestà è la miglior politica--questi commercianti godono presso gl'istituti bancarî inglesi di un credito illimitato. E, data la forza delle Banche inglesi, questi commercianti sono d'una potenza enorme. La concorrenza con loro è impossibile. Il commercio va scivolando nelle loro mani. I soli scambi con l'Inghilterra si aggirano sui sessanta milioni annui di _pesos_ oro, cioè sui trecento milioni di franchi all'anno!

* * *

Concludendo: guadagna davvero chi ha saputo ed ha avuto i mezzi di fare.

LE NOSTRE LETTERE DALL'ARGENTINA. CONTINUANDO....

[Dal _Corriere della Sera_ del 23 maggio 1902.]

Le prime lettere dall'Argentina, pubblicate nel _Corriere_, hanno suscitato polemiche che l'amico lettore non ha forse dimenticato. Sono stato accusato di malignità, di menzogna e di peggio.

Al momento di continuare la pubblicazione delle «lettere argentine», nelle quali riassumo la imparziale osservazione dei fatti, permettetemi di parlarvi un poco delle pubblicazioni passate, per le quali tanti attacchi feroci e ingiusti mi sono stati mossi.

Non è per difendere me; no, è per difendere la verità.

Qualunque sdegno di uomo offeso, qualsiasi legittima indignazione di onest'uomo attaccato ingiustamente, qualsiasi scatto d'amor proprio dolorosamente ferito sono ben poca cosa di fronte alla rivolta impetuosa che divampa nell'animo di chi, conoscendo il vero, lo vede calpestato, nascosto, lo sente negare senza pudore e senza vergogna. E specialmente quando questa verità si riferisce a sofferenze, lotte, dolori, miserie e lacrime di tanti e tanti nostri fratelli!

Qui la questione personale passa in seconda linea. Non vengo a parlarvi della guerra sleale che mi è stata mossa, degli ostacoli frapposti alla mia strada, delle ire e degli odî suscitati contro di me, come delle minaccie e degli insulti che ne sono stati le conseguenze, delle calunnie basse e ridicole con le quali si è aizzato contro di me il furore della folla argentina, come per porre un supremo ostacolo al compimento del mio dovere. Tutto ciò non interessa che me, al più. Voglio invece parlarvi di quanto ho scritto, che è la verità; e la verità interessa tutti.

È necessario che non solo sia conosciuta, ma creduta. Pensate che ora, mentre ben trentatre Società operaie dell'Argentina lanciano agli operai italiani un manifesto esponendo la loro miseria coi dati ufficialmente riconosciuti esatti, continuano a salpare per quella Repubblica nostre navi cariche d'emigranti, i quali vanno con la credula mente piena di errori e l'anima piena di sogni; e proprio in questo momento un _maggior numero_ di disgraziati lascia l'Argentina in cerca di pane; pensate a questa enormità, che mentre migliaia di persone, le quali hanno vissuto laggiù, che parlano la lingua del paese, che conoscono l'ambiente, si riducono ad abbracciare la più disperata delle risoluzioni: la fuga, altre migliaia di persone ignoranti di tutto, ossia in condizione di enorme inferiorità, si dirigono ciecamente verso quella terra che li affascina. L'umile posizione che questi allucinati abbandonano in Patria e che ad essi sembra misera di fronte alla fortuna che sognano, diviene precisamente la mèta agognata dalla triste e disfatta folla dei disillusi fuggitivi. E chi può fuggire è pur sempre fortunato! Quanti non ne hanno più la forza; oh! quando la miseria pone il piede sul vinto non se lo lascia facilmente sfuggire! _Dodicimila e quattrocentosessantotto_ emigranti hanno lasciato l'Argentina nel solo mese di marzo, e dodicimiladuecento ottantatre vi hanno approdato! Pensate a queste cifre, e ditemi se non è necessario e urgente che la verità sia nota. Tutti questi nostri emigranti partirebbero forse se conoscessero niente altro che le cifre dei rimpatri? Non cadrebbe la benda dai loro occhi? Il tacere è un delitto.

* * *

Le prime «lettere argentine» sono state conosciute nella Repubblica per mezzo dei telegrammi dall'Italia diretti al giornale _La Prensa_. Quando vi avrò detto che questi telegrammi, che poi altri giornali hanno riportato, avevano dei titoli di questo genere: _Insultos à los Argentinos_. _Nuevas apreciaciones injuriosas_. _Un enemigo de l'Argentina_. _Opiniones falseadas_, ecc., vi avrò dato un'idea del modo antipatico col quale le mie lettere sono state portate a conoscenza del pubblico.

L'opera mia dunque è stata giudicata laggiù sulla base di questi documenti: ebbene, con tutto ciò la stampa indipendente si è schierata tutta dalla mia parte. E fra la stampa indipendente debbo notare prima di tutto la stampa estera.

La _Patria degli Italiani_ ha dichiarato che quanto avevo detto era una verità nota e ripetuta, e quando il testo delle lettere è giunto, lo ha integralmente riportato. _The Standard_, organo della Colonia inglese, ha detto fra l'altro:

«Queste corrispondenze potranno fare più bene della malsana massa di altre pubblicazioni la cui schifosa adulazione eccita sospetti. Siccome il paese è commercialmente, politicamente e socialmente malato, il Barzini fa bene a dirlo, dissipando così malintesi e disperdendo illusioni. Noi non crediamo che abbia calcato le ombre, poichè queste crescono invece di diminuire; l'incauto emigrante che crede di trovare integrità di governo e di giustizia è messo in guardia. Togliendo di mezzo le false idee, egli ci rende un buon servizio. I nostri migliori amici non sono quelli che ci adulano, e la stampa indigena dovrebbe porsi bene in mente ciò nel pesare il valore delle opinioni del Barzini.»

_Le Courrier de la Plata_, giornale della collettività francese, conclude così un articolo sulla questione, dopo avere accennato agli errori dei Governi, ai furti ufficiali, ai _deficit_ dei bilanci, e agli altri mali che rendono la situazione sempre peggiore e che compromettono gravemente tutte le speranze fondate sull'avvenire argentino:

«Le ragioni che il Barzini invoca non sono che troppo fondate, e i giornali del paese che le discutono l'accusano solo di esagerazione.

«Non si gridi al partito preso di malevolenza! Gli articoli del _Corriere della Sera_ segnalando il male, rendono un vero servizio alla Repubblica. Il giorno in cui si terrà conto di questi consigli e in cui si cambierà strada, le profezie favorevoli espresse dal signor Martinez nelle sue conferenze, si convertiranno in una realtà.»

Il _Correo Español_, organo della importante Colonia spagnuola, dopo aver riportato i telegrammi della _Prensa_, accompagnandoli con apprezzamenti lusinghieri per il _Corriere_, aggiunge, rivolgendosi alla stampa argentina:

«Potrebbero i giornali indignati, con la mano sul cuore, affermare che sono falsi questi giudizî?

«L'affermazione li lascerebbe a molto mal partito, poichè essi ci presentano con tinte molto più oscure la situazione del paese, e ci presentano quadri terrorizzanti sulla situazione dei lavoratori nella Repubblica, come pure ci descrivono lo stato economico della Nazione, che attribuiscono al Governo, alla sua mancanza di tatto, ai suoi abusi e alla totale corruzione dei poteri pubblici.»

Tralascio tutti gli altri giornali stranieri, che ripetono le stesse cose. Gli apprezzamenti concordi di tanti giornali che rappresentano collettività diverse, cioè interessi diversi e diverse tendenze, spesso in opposizione fra di loro, sono una prova luminosa che le verità da me affermate sono proprio di quelle inconfutabili. E ciò prova inoltre che la necessità di propalare il vero è egualmente, imperiosamente sentita da tutti gli stranieri che vivono nell'Argentina, i quali sono precisamente le prime vittime dei malanni del paese.

Ma anche fra gli argentini stessi abbondano uomini imparziali che l'amore per la verità e per il bene spinge valorosamente contro la turbolenta corrente del malinteso orgoglio di razza ed il cieco _chauvinisme_ della massa _criolla_. Non tutta la stampa indigena si è unita al coro d'insulti contro il _Corriere_ e contro di me.

Un importante giornale argentino, _El Municipio_, con un articolo intitolato: _Un corrispondente italiano che ardisce di dire la verità_, ha per il primo levato la sua voce serena sul tumulto degli improperî. Esso ha scritto:

«Nelle sue corrispondenze il Barzini si occupa della crisi argentina, e per studiarla ed esporre le sue cause ed i suoi effetti, ha il coraggio di dire la verità intiera, portando alla superficie il fango sociale e amministrativo.

«Non vediamo ragioni per censurare il Barzini per aver detto la verità, questa verità nuda che la stampa argentina dovrebbe proclamare ad alta voce.

«Malgrado gli attacchi anche grossolani, dei quali è oggetto il menzionato corrispondente, dichiariamo che il Barzini merita il nostro più alto concetto di considerazione e stima, per la sua autorità, perla sua franchezza, per la sua indipendenza.

«Molto vale chi, come lui, ha saputo sottrarsi all'atmosfera di corruzione che asfissia la maggior parte dei rappresentanti dell'opinione pubblica, e trasmette alla penna le sue osservazioni ed i suoi studî con l'impulso della sua coscienza e di profondi sentimenti d'imparzialità e di giustizia.

«Si protesta contro lo specchio che denuncia le nostre deformità, ma non si protesta contro la nostra bruttura. Che colpa ha la macchina fotografica di prendere un brutto ritratto se non è migliore l'originale? Dicendo ciò che ha detto, il Barzini non ha fatto che trasmettere alla carta delle verità.

«Non c'è nè cortesia, nè coltura in un popolo che s'infuria contro un uomo solo, un ospite che dovrebbe venir circondato di rispetto perchè ha coscienza del suo dovere, e lo compie.»

Mi dispiace d'intrattenere il lettore sopra cose che sembrano personali; ma di fronte alle accuse di malevolenza, di esagerazione e di falsità, con le quali si è tentato di togliere ogni valore a ciò che ho scritto, io ho più che il diritto, il dovere di difendere con me il lavoro mio.

* * *

In riassunto, che ho detto nelle prime «lettere argentine?» Che vi è una crisi spaventosa. Ebbene, oggi il Commissariato generale per l'emigrazione comunica ufficialmente le stesse notizie sulla crisi, sconsigliando l'emigrazione perchè vi sono ora centoventimila disoccupati nell'Argentina. Ho detto che Buenos Aires ha una vita artificiosa che assorbe le ricchezze del paese e che inutilizza quasi un quarto della popolazione. Ed ecco che cosa dice nel numero del 2 marzo un giornale argentino su questo argomento:

«Si sta facendo una vera mistificazione della prosperità del paese, prendendo come base dello stato economico e sociale della Repubblica la metropoli argentina.

«Tutto è una mistificazione.

«La grandiosità della capitale contrasta con l'esistenza miserabile che trascinano le provincie, e poi la sua vita di lavoro e di attività non è propria, perchè capitali, braccia, intelligenze e sforzi sono genuinamente stranieri, si debbono al capitale inglese, al braccio italiano, alla iniziativa degli uomini di tutte le nazioni che sono venuti a popolare questa terra, a convertire in fertili pianure le deserte _pampas_, ad ammassare col sudore della loro fronte le basi del presente e a marcarci la via dell'avvenire.

«Gli ospiti illustri che arrivano a Buenos Aires dovrebbero essere strappati dall'aspetto seducente della metropoli, e condotti nelle provincie, perchè possano formarsi un concetto esatto di ciò che è la Repubblica Argentina, politicamente, socialmente, economicamente; si dovrebbe far loro percorrere la campagna e mostrar loro la miseria che vi domina, la fame che fa bagnare di lacrime le misere abitazioni, l'abbandono che regna nelle amministrazioni.

«Bisognerebbe indicar loro la verità, e la verità non si rivela nelle immense _avenues_, nei superbi palazzi, nei comodi alberghi, nell'ambiente aristocratico dei _clubs_, fra lo sciampagna e i doppieri.

«Passino i limiti della capitale federale gli stranieri che ci visitano, se vogliono studiare il vero aspetto nazionale, se vogliono convincersi che questo è un paese senza libertà, senza morale, senza amministrazione e senza giustizia.»

Ho scritto che il così detto _Hôtel de inmigrantes_, dove albergano i nostri poveri connazionali che sbarcano laggiù in cerca di lavoro, è un immondo lazzaretto della miseria, lurido come un canile. Il giornale _La Nacion_ un mese dopo scriveva:

«Non si può negare che a bella prima l'_Hôtel de inmigrantes_ col suo corteggio di casettaccie e di capannette deve dare ai nuovi arrivati un'idea abbastanza sfavorevole dell'ospitalità argentina. Le deficienze dell'immondo padiglione possono essere praticamente comprovate anno per anno da migliaia di ospiti. Sarebbe da desiderarsi che il Governo d'un paese come il nostro, dove noi ci stanchiamo a furia di predicare la necessità di fomentare l'immigrazione, cominciasse ad albergarla meglio.»

Non basta. La _Prensa_, il 27 dello scorso marzo, scrive:

«Dice un rapporto tecnico che l'_Hôtel_ si trova in uno stato di distruzione tale che riesce impossibile mantenerlo in piedi senza far tali spese da essere equivalenti al costo d'un altro edificio nuovo. Le conclusioni del rapporto non lasciano luogo al dubbio: l'edificio sta nel suo ultimo periodo e minaccia di cadere.»

Infine ho parlato di volo della sistematica irregolarità amministrativa e della profonda immoralità politica. Si è gridato al calunniatore! Ma ecco qua che cosa scrive recentemente un giornale argentino, intorno a questo doloroso argomento:

«Lo spettacolo che offre in questi momenti la politica militante è tale da irritare le anime più placide e far vergognare le persone meno suscettibili ai vituperî della morale. Mai questo paese ha conosciuto una decadenza simile alla presente. I governanti non si occupano che di ripartire le rendite pubbliche, gran parte delle quali sono aggiudicate al proselite e al favorito. Domina in assoluto la preoccupazione assorbente del traffico dei posti pubblici.»

E ancora:

«Nulla è al suo posto. Nell'ordine politico, economico, finanziario tutto è fuori della sua orbita. La nazione precipita nel sentiero che conduce al disastro. La corruzione domina con impudenza e con ostentazione: la inettitudine si fa infermità cronica nelle alte sfere governative, e la decomposizione avanza senza incontrare ostacoli.

«La frode elettorale eretta a sistema è fonte e germe di tutti i mali. Il personale delle amministrazioni, composto dei premiati nello _sport_ politico, inocula nell'ingranaggio amministrativo il virus della decomposizione. La somma dei mali costumi forma una quantità voluminosa di elementi funesti... ecc.»

Il giornale che parla così è la _Prensa_, il più diffuso giornale dell'Argentina. Precisamente quella _Prensa_, amico lettore, che ha dato il _la_ dell'indignazione per le mie povere lettere, le quali, con molta meno crudezza, accennavano genericamente alle stesse cose che tanto giustamente la preoccupano.

Ma c'è di più. La _Prensa_ ha inventato la _Campagna anti-argentina_! «Possiamo dire--ha scritto--che _quasi tutta la stampa europea comprese le riviste illustrate_, è compromessa in questa campagna.» Si tratta di «giudizî interessati pubblicati nei giornali più serî d'Europa, _fra i quali menzioneremo il TIMES di Londra e il TEMPS di Parigi_.» E non si salva nemmeno l'Agenzia Havas! Si capisce che è tutta propaganda cilena in questa «campagna che aprirono contro la Repubblica _quasi tutti_ i giornali europei.»

In queste ridicole accuse che insultano in blocco la migliore parte del giornalismo europeo, colpevole solo di aver raccolto un po' di verità--la quale ha pur sempre le gambe più lunghe della bugia--di quella verità che la _Prensa_ non nasconde, vi è uno strano e mostruoso miscuglio di orgoglio cieco e di palese malafede.

All'estero non si _deve_ parlare dell'Argentina se non per lodarla ed adularla ad ogni costo. È un vecchio costume, al quale il paese ha l'abitudine.

Soltanto i giornalisti argentini hanno il diritto di «osservare tutti i dettagli in relazione con la vita nazionale»--ha proclamato la _Prensa_ in un articolo insolente che era indirettamente dedicato a me. E un altro giorno, lavando la testa al _Temps_, ha ripetuto: «Noi abbiamo il diritto di tollerare i nostri errori e di accogliere gli apprezzamenti della stampa nazionale, perchè sono i nostri proprî interessi che discutiamo con l'ampio _diritto di cittadinanza_, e con il merito di provati servizî ad una nobile causa; però, quando si tratta di giornali stranieri che _debbono mantenersi estranei_ ai dettagli delle passioni delle altre nazioni, la missione del giornalismo argentino è altra...»

Ah! no!

Quando anche non fosse un diritto innegabile del giornalismo la serena critica di tutto quanto interessa l'umanità, se anche non fosse un suo sacrosanto dovere il desiderio del bene in qualsiasi luogo dove vivono uomini, e la persecuzione del male sotto tutte le latitudini e in ogni suo rifugio, anche se occorresse questo _diritto di cittadinanza_ per interessarsi a ciò che voi chiamate i _dettagli_ delle vostre passioni, ebbene noi potremmo parlare, perchè noi questo diritto di cittadinanza lo abbiamo!

Pensate che vi è più d'un milione d'italiani nell'Argentina, e che più della metà degli abitanti è di sangue italiano. Le nostre braccia sono invitate anche ora che, a centinaia di migliaia, altre braccia laggiù penzolano inerti lungo i fianchi con l'abbandono della disperazione. Abbiamo il dovere di vedere che cosa avviene di questo esercito di nostri lavoratori che abbandona la Patria per dare l'immensa sua forza ad un altro paese.

Noi abbiamo come voi, giornalisti argentini, il diritto di additare e studiare nelle loro origini e nel loro sviluppo le gravi malattie del vostro paese, perchè quanto voi, se non di più, noi ne desideriamo la guarigione.

Nessuno più sinceramente degli italiani può augurare al paese, che alcuni chiamano la Giovane Italia, quel completo risanamento morale, politico ed economico, che solo potrà sollevarlo dalle sue sciagure, e che gli darà finalmente la forza di occupare il posto che per le sue latenti energie si merita.

Purtroppo non ho ancora esposto che una parte dei mali, e prima di occuparmi diffusamente delle condizioni e dell'opera degli italiani, dovrò consacrare parecchie lettere alla descrizione talvolta dolorosa, ma sempre necessaria dell'ambiente nel quale i nostri connazionali esplicano la loro attività.