L'Argentina vista come è

Chapter 3

Chapter 33,360 wordsPublic domain

Le camerate sono silenziose. Lì cercano rifugio i solitarî: coloro che vogliono nascondere il dolore. Dalle fessure delle pareti sconnesse entra sibilando il vento, questo freddo e polveroso _pampero_, e l'edificio ne è scosso. Nella penombra s'intravvedono delle figure umane immobili, sedute o distese sugli immondi tavolacci. Nel vedere entrare un estraneo, gli uomini si levano lentamente in piedi con impacciato rispetto. Nella loro paziente aspettativa, l'arrivo d'un estraneo porta sempre un po' di speranza. Un pover'uomo tiene in braccio un bambino evidentemente malato. Il piccino abbandona la testa sulla spalla del padre, respira affannosamente e chiede da bere con voce lamentosa. L'uomo è un meridionale muratore; interrogato sul suo piccino, risponde:

--La notte fa freddo qui, s'è perduto il nostro bagaglio e non abbiamo di che coprirci... Tanti bambini sono malati!

--Come s'è perduto il vostro bagaglio?

--Non lo so: veniamo da Salerno: all'imbarco un signore ha domandato a me e ad alcuni miei compagni le ricevute del bagaglio. Arrivati qua, non abbiamo trovato più niente.

--E non avete più le ricevute?

--No, niente!

Si tratta di uno dei soliti furti agli emigranti. Alcuni di questi poveretti sono stati derubati a bordo; per essi i compagni di viaggio hanno raccolto fra loro delle piccole somme, offrendo quel poco che potevano. E questi poveri parlano della loro elemosina con una semplicità sublime.

* * *

La sera scende triste su questo luogo di miserie. Essa, come una vecchiaja quotidiana, porta tutta la melanconia, la stanchezza, il disinganno della giornata trascorsa. Il magro pasto--un pezzetto di _puchero_ galleggiante in acqua sporca che dovrebbe essere brodo, e un pezzo di pane--è divorato in silenzio. I quattro cinque impiegati dell'«Oficina de Trabajo» se ne vanno; un «vigilante» indiano, legittimo discendente degli antichi _timbues_, e ora rappresentante il potere esecutivo, gira i cortili ispezionando; il direttore del ricovero, cioè dell'Hôtel, un ometto calvo, barbuto e mellifluo, succhia il _mate_ sulla porta del suo ufficio e sorveglia distrattamente lo sfilare degli emigranti che entrano nelle loro camerate. Si accendono qua e là delle lampade alla cui luce rossastra la scena prende un aspetto sinistro.

Nell'oscurità si è spenta ogni gaiezza. Nessuno più ride o canta, non si parla nemmeno: si bisbiglia. La notte è scesa anche negli animi. Pare che la speranza non sia visibile che alla luce del sole. Se un chiarore improvviso diradasse queste ombre non si scorgerebbero che volti mesti, pensosi, attoniti o piangenti. In un angolo lontano la fisarmonica riprende sottovoce, timidamente il suo suono asmatico e singhiozzante. Il legittimo discendente degli antichi _timbues_ la fa tacere. Nelle camerate si dorme o si sospira.

Nel fetido cortile a pozzo, divenuto deserto, il pompiere di guardia si arrotola una sigaretta e se l'accende. La penombra lascia appena scorgere tutt'intorno dei cartelli con la scritta: _Es prohibido fumar_.

Dalla vicina stazione del Retiro arrivano gli urli laceranti delle sirene. Il rumore della città, come il muggito d'un mare, viene ad infrangersi contro queste solitudini tetre. È l'ora in cui Buenos Aires comincia a divertirsi. L'orizzonte è tutto rischiarato dal crepuscolo livido della luce elettrica.

* * *

Alcuni emigranti hanno qui dei parenti o degli amici: possono trovare consiglio e appoggio; il loro collocamento è meno difficile e meno cattivo. Altri--meridionali in gran parte--vengono in questa stagione per lavorare ai raccolti, e a febbraio tornano in Italia. Molti di essi hanno l'abitudine a tale emigrazione periodica, come le rondini; conoscono il paese, guidano gl'inesperti, si lasciano condurre a spese del Governo argentino senza spendere un _centavo_, e raggranellano qualche cosa. Gli altri, la grande massa, sono venuti qua alla cieca, con le loro famiglie, senza sapere nulla. Sono gli allucinati. La sorte che li aspetta in questo momento, in cui antichi emigranti lasciano certe regioni divenute ingrate al lavoro, può essere terribile. Un ministro argentino diceva giorni sono: «L'emigrazione è necessaria, ma, dato il momento, sono preferibili diecimila emigrati di meno che diecimila disoccupati di più!»

Dissipata un po' la diffidenza, abituale nel contadino, ho domandato a molti emigranti:--Perchè siete venuti in America?

I più rispondono:--Per tentare la sorte!--oppure:--Tanti vi hanno fatto fortuna, proviamo anche noi! Per essi l'America è una lotteria; giuocano, e mettono la vita per posta. L'idea di venire qua li prende come un'ossessione, s'impadronisce di loro per contagio. Molti vengono perchè hanno conosciuto della gente venuta prima di loro, semplicemente. Un campagnuolo veneto che emigrava, faceva gli addii; un amico gli disse:--To', voglio partire anche io!--E tutti e due con le loro donne sono venuti in America, come si fosse trattato di far due passi. Un contadino piemontese mi ha detto:--Ho emigrato perchè v'è qui mio fratello.

--Meno male! E dov'è tuo fratello?

--Non lo so. Ci scrisse tanti anni fa dalla Terra del Fuoco dove era occupato a tagliar boschi, poi non ha scritto più.

E quest'uomo, che non sa nemmeno cosa sia la Terra del Fuoco, che non conosce la sorte di suo fratello, lascia tutto e viene qua con i suoi figli, attirato dall'ignoto. Nessuno si è informato delle condizioni dell'Argentina oggi--già per molti America, Buenos Aires e Argentina sono sinonimi!--nessuno ha pensato a chiedere dei consigli alle autorità. Hanno tutti una grande diffidenza dei consigli, li ascoltano con l'aria di crederci e non crederci. La paura d'essere ingannati è caratteristica in loro; ad essa sola del resto i contadini debbono l'immeritata fama di scaltri. In ogni cosa che si dice temono un tranello. I più franchi domandano:--Ma voi che interesse avete a dirci così e così?

--Per il vostro bene!

Essi scuotono la testa increduli--e disgraziatamente non a torto--che il loro bene stia a cuore a qualcuno. Sono imbevuti di false idee leggendarie sulle favolose ricchezze del paese, la incredibile fecondità del suolo, la cortesia e bontà degli abitanti, sempre le stesse, che basterebbero da sole a provare l'esistenza di agenti catechizzatori.

Bisognerebbe ricercarne alcuni dopo un anno di America e rimandarli al paese nativo a narrare sinceramente le loro avventure. Sarebbe il miglior rimedio contro questa emigrazione cieca e disordinata, senza organizzazione, senza guida, senza protezione, che è per la Madre Patria un grande dolore, e una ancora più grande umiliazione!

LA CRISI ARGENTINA--TROPPA BUENOS AIRES.

[Dal _Corriere della Sera_ del 14 gennaio 1902.]

Buenos Aires, dicembre 1901.

L'Argentina è in preda ad una grave crisi; crisi di tale estensione che parlare di essa significa parlare di tutto. L'intera vita della Repubblica ne è affetta. Non è la malattia d'un organo; è la malattia dell'organismo. Ne soffrono tutti: è come se l'aria a poco a poco fosse divenuta meno respirabile; i ricchi come i poveri sentono l'affanno della soffocazione.

Il debito pubblico è difficile a precisarsi; si conta a miliardi, non a centinaia di milioni; cioè ammonta a una cifra spaventosa rispetto alla popolazione del paese. L'alto cambio sull'oro rende gravosissimo il pagamento degli interessi dei prestiti esteri, il quale pagamento, del resto, non è regolare che sui preventivi. Ordinariamente si pagano questi interessi con nuovi prestiti a breve scadenza. Si allarga il male. Il dissesto è generale. Agli impiegati ora si paga lo stipendio se si può. Vi sono degli impiegati che debbono avere fino a tre mesi di stipendio. Le somme dovute dallo Stato a privati--riconosciute con regolari mandati di pagamento--non vengono pagate. Occorrono pressioni, inframmettenze extra-legali, _pots de vin_. Questa ritrosia del Governo al pagamento dei debiti ha persino fatto sorgere un nuovo mestiere: quello di _tramitador_. Il _tramitador_ è una persona che vende la sua influenza; egli s'incarica di far pagare dalla tesoreria i mandati di pagamento dei clienti, e si prende perciò il venti o il trenta per cento sulle somme. L'immoralità diventa abituale. Non basterebbe un libro ad enumerare le mangerie, i furti, le irregolarità che si verificano abitualmente nelle amministrazioni del Governo argentino, ai quali si deve non poco l'aggravamento della situazione generale.

Passando dallo Stato alle altre amministrazioni pubbliche si trovano gli stessi mali nella stessa proporzione. La Municipalità di Buenos Aires naviga in pessime acque. Il Governo ha dovuto creare una specie di Comitato amministratore per evitarle il fallimento. Naturalmente anche qui gli impiegati non sono pagati. Non è molto che gli spazzini pubblici hanno fatto una dimostrazione ostile alla Intendenza municipale--brandendo le scope--per reclamare il pagamento degli stipendî arretrati. I maestri non sono meglio trattati degli spazzini. Immaginate da questi indici la miseria che si nasconde sotto la splendida vernice di questa grande Metropoli.

Vi sono migliaia e migliaia di persone in assoluta miseria. Al Consolato d'Italia è una processione continua di sventurati che vanno a domandare l'elemosina dei dieci e dei venti _centavos_ per mangiare. Il minimo numero di disoccupati è calcolato a quarantamila; ma sono certamente di più.

L'industria langue, il commercio è arenato. La media totale degli affari commerciali è diminuita della metà. Avvengono dei fallimenti per milioni; cadono dei colossi. La somma dei fallimenti arriva a circa venti milioni di franchi al mese. A questa statistica fa riscontro quella dei suicidî. Uno dei più forti commercianti stranieri, interrogato sulla gravità della crisi, mi ha detto:--La crisi è tale che non potrebbe essere di più!--Un altro commerciante, alla stessa domanda, mi ha risposto:--Immaginate che in seguito ad un male non curato sopravvenga la cancrena. Ebbene, la crisi del novantuno era il male; quella di oggi è la cancrena!

Questa è la situazione descritta in poche parole. Il male è tanto più grave in quanto che è profondo. Le cause sono molte; recenti e lontane, passeggiere e durevoli. Le lontane e le durevoli sono le principali, e perciò la guarigione è difficile.

* * *

Una delle cause della crisi è l'accentramento a Buenos Aires di grande parte della vita argentina. Questa Repubblica dà l'idea d'un mostro che abbia un corpo piccolo e debole, ed una grande, smisurata testa. La popolazione della capitale è di più che 800,000 abitanti, e tutto il resto dello Stato non ha nemmeno quattro milioni. La sproporzione è enorme.

In un paese che, come l'Argentina, non ha altra vera ricchezza che la produzione agricola, che non possiede o quasi industrie, questa mostruosa capitale tanto popolata significa non solo che un'infinità di gente è completamente sottratta all'unico lavoro proficuo--quello dei campi--ma che tutta questa gente vive interamente alle spalle degli altri, e di una vita enormemente dispendiosa. Buenos Aires assorbe troppe risorse argentine. È un lusso, una «spesa di rappresentanza» che solo potrebbe permettersi un ricco popolo di cento milioni d'uomini.

Buenos Aires occupa più di diciottomila ettari, ossia supera Parigi di settimila e Berlino di seimila e trecento ettari. Ha edifici grandiosi, grandi _boulevards_, parchi, ha centoquaranta chilometri di pavimentazione in legno, un porto che è unico nel suo genere, un impianto d'acqua potabile che è fra i primi del mondo, dei servizî pubblici straordinarî. L'esistenza di questa città è un fenomeno puramente americano, di quelli che sfuggono in parte alla nostra analisi.

La Buenos Aires d'oggi è sorta sull'antica città così, come un'impresa, come una speculazione ben lanciata, in forza di uno di quegli inesplicabili delirî collettivi che afferrano talvolta i popoli davanti alla prospettiva della rapida ricchezza. L'Argentina appariva il paese incantato che avrebbe pagato tutto e tutti, e la sua prosperità avvenire venne ipotecata in una febbre di affari, i quali non avevano altra base che delle speranze assurde. Le fonti della prosperità vennero trascurate per delle speculazioni fantastiche: l'Argentina vera fu perduta di vista.

Il credito illimitato apriva le Banche a tutti. Si creavano delle fortune in poche ore. Si costruiva, si costruiva come se l'Europa intera avesse dovuto rovesciarsi qua. I terreni aumentavano di valore fino all'incredibile. L'affarismo escogitava delle imprese favolose. Si arrivò a costruire qui vicino una città, La Plata, i cui terreni furono pagati fino a 150 volte il costo attuale. Ora La Plata è morta, e si visita come Pompei. I capitali e le braccia stranieri affluivano attratti da rimunerazioni enormi. L'oro correva a rivi. Il Rio della Plata meritava il suo nome. La disonestà trionfava. S'ipotecava per centomila lo stabile che valeva mille. Ogni sentimento d'onestà, di giustizia, di dignità, d'amor patrio erano travolti dalla febbre della ricchezza. I governanti arricchivano e lasciavano arricchire le loro clientele.

La _corrida_, come fu chiamata, cioè la corsa di depositanti alle Banche, cominciò nel 1890 e finì nel 1891 col fallimento generale. Le Banche argentine fallirono. Il Banco della Provincia di Buenos Aires fallì per due miliardi. Era il terzo istituto di credito del mondo--prima di divenirne il primo istituto di.... discredito. Centinaia di milioni di sudati risparmî dei nostri emigranti furono perduti.

In quel violento, turbinoso accentramento d'affari e di lavoro si formò la Buenos Aires d'oggi, che così cara costa alla Repubblica. Alla sua vita manca la base.

Gl'interessi della capitale sono in contrapposizione a quelli delle provincie. Con ciò che è costato l'abbellimento, il lusso e la comodità di Buenos Aires, l'Argentina poteva mettersi comodamente in condizioni da vincere in tempo la concorrenza di quei paesi che hanno la stessa sua produzione: gli Stati Uniti, il Canadà, l'Australia, e fra poco si potrà aggiungere la Siberia.

Invece all'Argentina manca il primo elemento di successo, che sarebbe una viabilità a buon mercato e facile. La canalizzazione delle acque, la navigazione dei grandi fiumi che vengono tutti a riunirsi, come le stecche di un ventaglio, all'immenso Rio della Plata, hanno uno sviluppo insufficientissimo. Le ferrovie, tutte in mano di Compagnie inglesi, per il costo esagerato dei noli rappresentano uno sfruttamento rovinoso per il produttore. Le ferrovie hanno poi una sfera limitata d'azione lungo il loro percorso, tanto più ristretta quanto più elevato è il costo dei trasporti; e non esistono strade. Se si esce da Buenos Aires non si trovano comunicazioni. Tempo fa i soldati della guarnigione per recarsi ad un nuovo campo di manovre, qui vicino, smarrirono la strada. Dai grandi _boulevards_ in asfalto illuminati a luce elettrica si passa al niente.

* * *

La conseguenza è che certi prodotti argentini portati qui vengono a costare come i prodotti analoghi europei sbarcati e sdaziati (e i dazî sono molto forti). Il vino di Mendoza, per esempio, costa quasi come il vino italiano.

In alcuni luoghi si lasciano i raccolti sulla pianta per l'impossibilità del trasporto. Si prende ciò che necessita per l'uso locale. Un diplomatico che ha visitato l'interno recentemente, mi raccontava delle enormi quantità di grano abbandonato che marcisce nei pressi delle stazioni ferroviarie per mancanza delle grandi somme necessarie al pagamento del trasporto.

La difficoltà delle comunicazioni rende lento e poco proficuo il lavoro di colonizzazione in tanti territorî, che per la loro fertilità si presterebbero a culture fortunate, ma che si trovano situati lontani dalle linee ferroviarie. La zona sfruttata deve essere forzatamente limitata. L'Argentina non può estrinsecare tutte le sue energie. È come un albero, ricco di frutti splendidi ma posti troppo in alto per arrivarvi con le mani. E mancano le scale.

Vi sono dei prodotti necessarî, per esempio il legname da costruzione, i quali vengono importati dal Canadà, dagli Stati Uniti, e persino dalla Norvegia, e che si trovano in enorme abbondanza nel paese. Il trasporto ne è impossibile. Si è costretti a comperare ciò che si ha in casa, e che si potrebbe anche vendere.

La produzione argentina si trova perciò in condizioni d'inferiorità sui mercati; il margine di guadagno è minimo. Basta che sopravvenga un ribasso nei prezzi perchè si verifichi un ristagno disastroso, come avviene ora nel commercio della lana, la quale forma una delle più grandi produzioni del paese. Vi sono sul solo mercato di Buenos Aires dodici milioni di chili di lane giacenti.

L'Argentina, immensa e varia, avrebbe delle risorse inesauribili. Con tutte le condizioni difficili create al suo commercio, la sua esportazione ha superato, nel solo corso di quest'anno, l'importazione di circa cinquanta milioni di _pesos_ oro, ossia duecento cinquanta milioni di lire. Ma la situazione creata a questo paese è tale che tutti questi milioni di _superavit_ attivo bastano appena ad impedire un peggioramento economico. Essi tornano all'estero sotto forma di dividendi e di interessi.

* * *

È Buenos Aires il centro della rovina argentina. Essa ha stornato dai campi la ricchezza. Per un lungo e recente periodo l'affarismo ha fatto di questa città come un'immensa bisca: da ogni parte si accorreva a giuocare. Si giuocava sul valore dei terreni, degli edifici, sui prestiti, sulle azioni dei Banchi, sulle azioni delle imprese più varie e più assurde. L'enorme movimento del denaro aveva creato una prosperità favolosa, ma fittizia. Lo sperpero era enorme. Lo _standard_ di vita generale giunse ad un lusso senza riscontri. Il bisogno del lusso portò alla disonestà sistematica. Una disonestà inaudita.

Le opere pubbliche di Buenos Aires sono state pagate molto ma molto al disopra del loro valore. Centinaia d'intermediarî vi si sono arricchiti. I ministri divenivano arcimilionarî. Si davano concessioni di favore ad imprese d'ogni genere--le ferrovie, per esempio, e i lavori delle «Acque correnti»--pur di guadagnarci sopra, abbandonando così il paese, mani e piedi legati, allo sfruttamento straniero, senza speranza di redenzione. «Après nous le déluge»--pareva che dicessero, come altrettanti Re Soli, i governanti argentini!

E il «déluge» non s'è fatto aspettare. È caduto sotto forma di crisi universale. Lo stato dell'Argentina è grave, ma non disperato. Solo spaventa questo: che se la prosperità effimera creata dalla speculazione epilettica, è scomparsa, non sono però scomparsi il lusso e altri malanni che ne furono la conseguenza. I quali quando si attaccano ad un uomo come ad un popolo mettono troppe radici per guarire presto. Specialmente se non sono curati. E qui non lo sono, almeno quanto occorrerebbe.

L'ARGENTINA E IL CAPITALE INGLESE.

[Dal _Corriere della Sera_ del 16 gennaio 1902.]

Buenos Aires, dicembre 1901.

L'Argentina è finanziariamente nelle mani dell'Inghilterra. Tutte le imprese più remunerative sono inglesi. Due di esse, la ferroviaria e la bancaria, rappresentano da sole i coefficienti principali dell'attivo nazionale: l'una comanda alla produzione, l'altra ai trasporti, ossia alla commerciabilità della produzione. Esserne padroni significa avere nelle mani la vita della nazione.

L'Argentina lavora per l'Inghilterra: tutta la differenza attiva fra l'esportazione e l'importazione, ossia il guadagno, va a Londra sotto varie forme. Il problema è troppo interessante per noi, che qui rappresentiamo il lavoro, per non esaminarlo con attenzione.

* * *

È nel periodo più nefasto della speculazione--giunta al parossismo sotto la presidenza di Juarez Celman--che la egemonia inglese sugli affari si affermò. Gl'inglesi hanno dimostrato una volta di più di essere degli uomini pratici. Essi hanno saputo mantenersi estranei al delirio che aveva afferrato tutti i latini arrivati qui, e profittare delle circostanze con una antiveggenza sorprendente. E prima di tutto seppero profittare ammirabilmente della corruzione governativa per ottenere concessioni di favore, le cui condizioni stupiscono profondamente chi non sa a quale punto di cecità e di, diciamo, mancanza di scrupolo erano arrivati quei governanti.

Così si formano le Compagnie ferroviarie inglesi, le quali sono oggi padrone di 12,684 chilometri di ferrovie, ossia di tutto il transito della Nazione. A queste Compagnie il Governo garantisce un minimo di utili sopra un capitale fissato, e non ha nessun diritto d'intervento se non quando l'utile risultasse superiore a un elevato per cento. La Compagnia ha mano libera su tutto, sui noli, sulle velocità, sugli orarî, sugli stipendî agli impiegati, sui movimenti del personale. Gli affari vanno benone. Vi sono delle linee che fruttano il dodici, altre il quindici, altre anche di più: i noli si mantengono fortissimi, e tuttavia il Governo non può intervenire: deve assistere indifferente a questo sfruttamento enorme della produzione. Ed ecco perchè:

Le Compagnie, oltre al capitale fissato come base per i rapporti col Governo, si sono riservate l'emissione di «titoli non commerciabili» al 4 e al 5 per cento, emissione che per una sapiente scappatoia può essere illimitata. Gl'interessi su questi titoli gravano al passivo della Compagnia e servono a ridurre gli utili alle proporzioni necessarie per togliere al Governo ogni diritto d'intervento. Così in apparenza l'utile è sempre inferiore alla percentuale sopra cui comincia la partecipazione dello Stato, ma in realtà è maggiore, perchè i possessori di questi titoli non sono che gli stessi azionisti della Compagnia.

Al Governo argentino è dunque tolto ogni e qualsiasi controllo sulle proprie ferrovie. In forza di questo stato di cose, si è potuto vedere in certe linee i noli aumentare nella proporzione da 45 a 92, e tuttavia scemare gli utili. In forza di questo stato di cose, gli stipendî agli impiegati inglesi possono arrivare a delle cifre principesche.

La produzione argentina intanto trova nei trasporti il più grave ostacolo ad uno sviluppo rapido. Le Compagnie ferroviarie se ne curano poco: esse sono in una botte di ferro.

* * *

Ma se si esamina il funzionamento delle Banche nell'Argentina, si rimane ancora più meravigliati. Leggere di cose bancarie argentine è divertente quanto il leggere dei romanzi inverosimili. C'è del fantastico.