L'Argentina vista come è

Chapter 2

Chapter 23,614 wordsPublic domain

La più grande caratteristica di Buenos Aires è quella di non avere nessuna caratteristica. Buenos Aires è un po' di tutto. Un Santos Dumont capitato qui, supponiamo, con la macchina per volare, si troverebbe estremamente imbarazzato a giudicare, dall'alto, in quale paese del mondo il vento, o il motore, lo avessero condotto.

Sulla piana e sterminata distesa di case vedrebbe delle guglie tedesche ornate di trafori in ferro, come certi tetti della vecchia Norimberga, vicino a basse terrazze candide e disordinate ricordanti Cadice! Scorgerebbe le cinque cupolette tradizionali di una chiesa russa e più lontano due campanili spagnuoli: e cupole italiane gettanti la loro ombra sopra le _mansardes_ di un casamento parigino: e palmizi come alla Favorita e platani come all'«Avenue des Champs-Elisées.» Volta a volta si crederebbe arrivato in tutti i paesi d'Europa, l'infelice aereonauta!

Buenos Aires si può dire infatti una specie di campionario di capitali europee; nemmeno la più piccola sfumatura di colore locale. Vien quasi voglia di chiedere, come _er re de Spagna portoghese_ dei sonetti di Pascarella:

_Ma st'America c'è? ne sete certo?_

Si esce da una brutta copia di «boulevard» parigino--chè tale è l'_Avenida de Mayo_, la principale via della città--e si trova nella «Plaza de la Victoria», un perfetto _square_ londinese, ombroso e verde con la sua fontana che getta acqua nei giorni solenni, e il suo bravo monumento equestre, una specie di «cavallo di spade», rappresentante il generale Belgrano. Di fronte al generale biancheggia quel curioso obelisco celebre sotto il nome di «Piramide de Mayo», eretto per «perpetuar el glorioso pronunciamiento de independencia», funzione che esso, per quanto composto di stucco, compie coscienziosamente da novant'anni. È il capolavoro d'un povero mastro muratore italiano, un certo Podestà, divenuto architetto per bisogno. Si sa, l'italiano

_Er talentaccio suo se l'ariggira._

L'opera dell'oscuro nostro compatriotta è ingabbiata da un'armatura costellata da lampadine elettriche che si accendono nelle sere di festa: una volta all'anno si dà al tutto una buona mano di vernice. Questo è il più antico e il più sacro monumento della Repubblica Argentina, intorno al quale si compiono le cerimonie patriottiche e le dimostrazioni; mèta dei corteggi e dei pellegrinaggi, tribuna dell'eloquenza commemorativa.

La manìa d'ingombrare i monumenti con il permanente preparativo della luminaria è generale. L'illuminazione pare considerata qui come una cosa importante, indispensabile, che bisogna aver sempre pronta sotto mano per ogni circostanza. Oh! «sangre español!» Anche la cattedrale, per esempio, che sta nello stesso _square_ incastonata fra un paio di Banche, ha i capitelli e le colonne del suo brutto portico corinzio percorsi da grossi tubi di gas neri che sembrano fasce di lutto.

Eppure--chi lo direbbe?--questa chiesa, e i suoi tubi, formano l'orgoglio dei bonearensi. Un ex-ministro argentino, grande uomo, celebre per aver mangiato molti milioni sulle opere di salubrità durante l'indimenticabile presidenza di Juarez Celman, davanti al Pantheon a Roma, esclamò: «Muy bonito, si, però, nuestra catedral es mas bella y grandiosa!» Egli di tali sue impressioni geniali ha composto dapprima delle corrispondenze europee al più diffuso giornale di qui, la _Prensa_, e poi anche un libro, dove ha trovato modo di dichiarare che San Pietro e i Palazzi vaticani con le relative loggie e musei non valgono la Galleria delle Macchine dell'Esposizione di Parigi. Davanti alle Pinacoteche fiorentine ha avuto questa meditazione: Quanti milioni gettati via, mentre oggi la fotografia rende così bene la verità della vita!

Sembrano scherzi, ma no, si tratta di cose scritte, e soprattutto lette, sul serio. L'ottimo ex-ministro rispecchia abbastanza fedelmente l'opinione dei suoi concittadini. Qui si pensa così della nostra arte, delle nostre grandezze, delle nostre glorie!

* * *

Lasciato lo _square_ dall'obelisco patriottico per entrare in certe vie laterali, pare trovarsi nella _City_, parlo della City londinese, col suo asfalto, le sue Banche, le sue agenzie e la sua folla. _Calle Reconquista_ somiglia a Lombard Street. Banco di Londra e Rio della Plata, Banco di Londra e Brasile, Banco britannico dell'America del Sud, poi Banco Anglo-Argentino, e lì presso il «River Plate Trust», la «Loan y Agency Comp.», e la «New Zealand and River Plate Lond Mortgage Comp.», e la Società Ipotecaria Inglese, una quantità d'istituti finanziarî inglesi fra i quali le altre Banche francesi, spagnuole, tedesche, argentine e italiane, stentano a formare la maggioranza numerica. Biondi commessi in soprabito e cilindro, con le cartelle dei valori sotto il braccio, vi vengono addosso, vi urtano e si allontanano gettandovi un frettoloso: «I beg your pardon!»--Si odono dei rapidi: «Good morning!»--«Good bye!»--«Come è l'apertura del London Exchange?»--«All right!»

Qui le mani inglesi manipolano le finanze della Repubblica. Gl'inglesi sono i veri padroni dell'Argentina; essi hanno tutte le ferrovie, il porto, le opere colossali dell'acqua potabile, i _trams_, tutte le principali imprese; un investimento di un seicentocinquanta milioni di franchi, senza contare i prestiti allo Stato. La capitale finanziaria dell'Argentina è Londra. Dal London Exchange viene tutti i giorni la parola d'ordine. Nei nebbiosi dintorni della Mansion House può decretarsi la sorte di questo Stato, che esiste solo in grazia dei capitali inglesi e delle braccia italiane.

Gl'inglesi a Buenos Aires formano proprio l'«imperium in impero», anzi direi meglio l'«imperium in... repubblica.» Essi formano una potenza a loro. Vivono completamente separati. Chiusi gli ufficî, alla sera, essi corrono alla stazione del «Retiro», e i «dinner trains», pronti per loro, li portano a Belgrano e a Flores, ameni quartieri pieni di giardini e di villette inglesi, che rammentano vivamente i gentili e melanconici sobborghi aristocratici di Londra. A traverso le cancellate dei parchi, profumati da superbe magnolie fiorite, i passanti possono seguire le partite di _lawn-tennis_, di _cricket_, di _foot-ball_ che si svolgono sull'erba dei prati; e alla sera, dalle verande aperte, intravvedono il pranzo di famiglia, silenzioso e cerimonioso come in pieno West-End; un'eletta raccolta di _gentlemen_ in abito da società e di _ladies_ in _décolletée_. Oh! Quell'abito! Vi sono degli inglesi che vivono all'interno, in _estancie_ lontane dal consorzio umano, soli, nella pampa, e che si mettono in frack per andare a tavola!

Quando gl'inglesi hanno voglia d'un po' di spettacolo, si fanno concedere il Teatro dell'Opera, vi mettono in scena una produzione inglese, e loro se la recitano, se la cantano, se la ballano e se l'applaudiscono, infischiandosene del mondo intero. Giusto adesso essi danno all'Opera un'operetta popolare inglese, il «San Toy», nella quale si possono ammirare delle rispettabili _ladies_ che ballano il passo a due con pudibonda grazia, e delle venerande _misses_ dagli occhiali e i denti rilegati in oro, le quali, vestite da cinesi, cantano:

«Siamo le mogli dell'Imperator! «Ma qualche volta facciamo del... flirt!...»

Lettori, fuggiamo!

* * *

Due quadri a ponente della City si trova una via che per il suo aspetto ricorda il Corso di Roma: è la Calle Florida, il centro dell'eleganza bonearense. I lettori comprenderanno il significato di quei «due quadri a ponente». Essi sanno bene come Buenos Aires sia--a somiglianza di tutte le città moderne--costruita a quadrigliato; le strade, tutte eguali in modo desolante, s'intersecano ad angolo retto, alla stessa distanza, formando dei quadri: una cosa più noiosa della nebbia. Il quadro è la base delle distanze, l'unità di misura: gl'indirizzi vengono indicati così: tanti quadri a destra e tanti a sinistra e siete arrivato. Par di camminare sopra una scacchiera; infatti per andare alla Posta io debbo fare il «salto del cavallo»; per andare alla Banca marcio come la «torre», sempre dritto; e vado al _club_ seguendo le regole dell'«alfiere». Roba da diventar matto, anzi... scacco matto!

Calle Florida dunque è la via dello _chic_; lì sono i negozî più ricchi, i _bars_ e i caffè più in voga, lì gli eleganti portano a spasso le loro cravatte e le eleganti le loro ultime _toilettes_ parigine. Calle Florida è tributaria in tutto a Parigi; sì, dall'epoca della penultima Esposizione mondiale. Da allora Parigi--unica fra le città europee--gode della stima presso gli argentini. Il «hijo del pais»--il figlio del paese--quando vuol visitare il nostro vecchio ed arretrato continente non ha altra mèta che Montmartre; esplora il «Moulin Rouge», lascia i suoi _pesos_ nei dintorni della place Blanche, e ritorna in patria completamente soddisfatto. A Parigi vivono sempre degli argentini, il cui numero varia anche a seconda della situazione politica; in certe circostanze, per esempio, quando c'è la minaccia d'una guerra col Cile, il viaggiare esercita qui un'attrattiva irresistibile.

Parigi è l'unico termine di paragone con Buenos Aires; giorni sono, al «Grand Prix» di trentamila _pesos_ all'Ippodromo, un diplomatico--che potrebbe anche essere italiano--diceva ad una signora argentina moglie del direttore d'uno dei migliori giornali bonearensi, accennando all'elegante concorso: È un bellissimo spettacolo che forse nemmeno da noi è dato di vedere spesso! La dama si volse sdegnosamente rispondendo: «Sappiate, signore, che soltanto a Buenos Aires e a Parigi si può ammirare una simile cosa!» Poche signore bonearensi avrebbero dato altra risposta. Parigi è nella loro mente il compendio di tutto il bello e di tutto il buono che possegga l'Europa.

Esse non hanno altra ambizione che di rassomigliare a delle parigine. Tutte, senza eccezione, cominciano col trasformare la loro bruna carnagione con l'impiego, senza economia, di tutte le colorazioni che la chimica ha escogitato a questo scopo, dal bianco per il collo al rosato per le gote, dal carminio per le labbra al livido per gli occhi; s'inondano di profumi; s'abbigliano con quanto la moda _boulevardière_ lancia di più vivace e di più ardito. E riescono nel loro intento. Lo straniero che non è ancora al corrente della strana manìa universale, rimane _choqué_ del gran numero di... parigine che vede.

Alla sera tutto questo mondo si ritrova nel parco di Palermo sulle verdi rive del Rio della Plata; lungo le avenide, bordate di palme rigogliose, gli equipaggi sontuosi sfilano lasciando fra i pedoni una scìa d'ammirazione e di maldicenza. Al di là del parco, delle villette e dei giardini si seguono; nel silenzio della campagna, la vita tumultuosa si spegne. La pampa incomincia; essa porta l'infinita e squallida uniformità della pianura fino alla città: Buenos Aires è come un'isola circondata da questo oceano erboso. Nulla viene a rompere la linea sterminata dell'orizzonte, fuori degli innumerevoli elevatori a vento dei pozzi artesiani, grandi ruote a palette sopra armature d'acciaio, che fanno pensare a scheletri di fuochi d'artificio rimasti da un immenso e misterioso festival.

* * *

Dal lato opposto della città gli eleganti non vanno mai. Vi è la Boca del Riachuelo, uno strano rione, un paese quasi, dalle piccole case di legno, di ferro zincato, di casse da petrolio; qualche volta anche di mattoni. Dalle vie sterrate, sulle quali il vento solleva il polverone a vortici, si scorgono piccoli recinti pieni d'immondizie, depositi di vecchi cerchi di botte, di mobili a pezzi, di cenci, di roba d'ogni genere raccolta certamente per la strada e radunata non si sa perchè, forse per quella strana manìa collezionista che accompagna talvolta la miseria. In alcuni cortiletti al piede di alberi rachitici bruciati dal sole, vegetano pomodori ed erbaccie fra i quali razzolano i polli. In certi punti il terreno è paludoso; le vie sboccano in veri pantani. Qui le case sono costruite sopra palizzate, come quelle dei villaggi lacustri; l'acqua marcisce intorno alle abitazioni, tutta coperta da muffe verdi. In alcune strade meno frequentate pascolano liberamente dei buoi, che gettano al vento il loro muggito lamentoso. Per ogni dove piccoli negozî oscuri di _almacen_ dove si vende di tutto; povere mostre polverose coperte di mosche; osterie dalle quali esce il tanfo caldo del vino come dalla bocca d'un ubbriaco; loschi caffè dove non si prende il caffè...

La Boca migliora in prossimità del fiume; vi si vedono dei grandi depositi di legname e di ferro, delle agenzie, degli ufficî. I caseggiati si serrano uno contro l'altro in disordine, come se si affollassero verso lo scalo per osservare curiosamente le golette, i brigantini, i trealberi, i velieri d'ogni forma che ancora preferiscono dar fondo al Riachuelo per antica consuetudine.

La Boca del Riachuelo è genovese. Qui l'aspro dialetto ligure è la lingua comune. I genovesi sono pressochè i soli italiani che vivano riuniti in Buenos Aires, che abbiano formato una comunità separata, e che s'impongano talvolta anche alle autorità ora per avere una «Calle Ministro Brin», ora per reclamare il diritto ad un corpo di pompieri speciale, italiano. Sono marinai e figli di marinai, gente che vive sempre del mare; scaricatori, piloti, battellieri, qualche armatore di velieri: alcuni passati poi al commercio e divenuti grossisti, almacenieri; e osti e mestieranti. Solo gli arricchiti lasciano la Boca.

Tutti gli altri italiani--ve ne sono più di duecentomila in Buenos Aires--vivono dispersi per l'immensa città. Oh! ma non è difficile trovarli!

I venditori ambulanti che trascinano la loro triste vita sui marciapiedi sono tutti italiani. Questo si dice ufficialmente avere in mano il piccolo commercio. Sono italiani i terrazzieri che scavano le fogne, i lastricatori delle vie, i muratori arrampicati sui ponti, tutti coloro che compiono i lavori più rudi, gli operai in genere. Basta correre là donde viene il batter d'un martello, dove stridono delle macchine, dove romba un lavoro qualunque esso sia, dove si fatica, per trovare gl'italiani. Non v'è pietra, si può dire, che non sia stata messa a posto da mani italiane; dalle mani italiane è uscita la Buenos Aires d'oggi con i suoi casamenti tedeschi e francesi e le sue ville inglesi.

No, non è difficile trovarli i nostri connazionali! Fra i palazzi sontuosi, anche nelle più belle _calles_ e _avenidas_--con quella promiscuità che caratterizza questo _caos_ che è Buenos Aires--vi sono delle porticine ai cui stipiti la miseria ha lasciato la sua sudicia traccia. Sono gl'ingressi ai _conventillos_, le case immonde dove vivono ammassati i poveri. Anche lì si parla italiano!

Fortunatamente vi sono palazzi e ville abitati da molti connazionali nostri, e ciò conforta. Ma lì, lettori miei, normalmente non si parla più italiano; la nostra lingua vi è bandita.

Lì generalmente «se habla la lengua del pais!...»

GLI ALLUCINATI.

[Dal _Corriere della Sera_ del 13 gennaio 1902.]

Buenos Aires, dicembre 1901.

Vengono e vengono gli allucinati, sempre, a migliaia e migliaia, tutti i giorni. Essi seguono follemente il loro miraggio, abbacinati; non sanno nulla, fuori che questa è la terra dove «si fa fortuna»; ignoranti e incoscienti, senza volontà e senza idee, spinti da una forza misteriosa e mostruosa, quasi un esercito di ipnotizzati, attirati da questa terra come i vascelli dall'isola fatata nella leggenda araba.

È inutile che i giornali onesti gridino al mondo la grande crisi che affligge questo paese: essi vengono. È inutile che le ricerche imparziali facciano conoscere che nella sola città di Buenos Aires quarantamila operai almeno sono senza lavoro; che tanta parte e migliore della campagna ha perduto i raccolti, tanto che lo Stato distribuisce le sementi; che il malgoverno ha rovinato i commerci, distrutto il credito, paralizzato lo sviluppo industriale, colpito a morte la libertà e la giustizia: essi vengono. È inutile che ogni giorno le liste dei ricercati dai Consolati dimostrino la scomparsa di migliaia e migliaia di emigrati, dispersi, spariti nelle solitudini delle pampas forse, perduti in lontane _estancias_, finiti non si sa dove, non si sa come: essi vengono. È inutile che i consoli, di fronte alla immensa miseria che chiede tutti i giorni il loro aiuto, sconsiglino l'emigrazione: essi vengono. Vengono, increduli al male, quasi convinti che il volerli dissuadere significhi solo il volerli escludere dalla loro parte di fortuna, sostenuti e consigliati non si sa da quale demonio.

Ogni nave che arriva ne scarica migliaia sulle banchine del Porto Madero. Il loro numero è pubblicato vicino alle note di carico: essi sono una merce d'importazione. Dal gennaio ne sono sbarcati sessantacinquemila. Nel solo mese di ottobre sono arrivati dodicimila emigrati, dei quali diecimila italiani. In questi ultimi tre giorni sono arrivati tremila e ottocento emigrati, in gran parte nostri connazionali.

L'«Hôtel de Inmigrantes» è gremito. Il lavoro di sparpagliamento di questa gente per tutta le Repubblica procede alacremente. Annesso al ricovero per gli emigrati v'è l'«Oficina de Trabajo» che riceve le domande di mano d'opera e distribuisce il lavoro; gli emigranti con le famiglie sono trasportati sul posto del lavoro a spese dello Stato. Teoricamente l'organizzazione è bella, ma il suo funzionamento è troppo spesso inumano. I lavori per i quali si richiede la mano d'opera sono ben sovente temporanei; quando sono finiti, gli operai vengono licenziati; i miseri rimangono senza risorse in mezzo ad un paese sconosciuto, soli, inascoltati, ignorati. E non possono tornare indietro; l'emigrante può viaggiare gratis su tutte le linee della Repubblica, ma solo in una direzione: avanti, verso la periferia. L'Argentina ha bisogno di dicentrare la popolazione; la legge è sapiente, ma spietata. Giunti all'interno, gli emigranti sono praticamente prigionieri del paese. Alcuni tentano il ritorno a piedi fra disagi gravi ed anche pericoli. Non sono molti giorni che una famiglia italiana di quattro persone, fra cui una bambina, è tornata a Buenos Aires da Tucuman (milleduecento chilometri) a piedi, traversando il terribile deserto delle Salinas. Inoltre l'«Oficina de Trabajo» non si cura di esaminare le capacità degli individui per distribuirli logicamente secondo i climi o i lavori. La personalità sparisce, un emigrante vale l'altro, gli uomini diventano cose, macchine che non costano nulla e che arrivano in abbondanza. Si domandano cento uomini per il raccolto dello zucchero nel Salta o nel Chaco? Ebbene, si mandano i primi cento che capitano a compire quel lavoro al quale gl'indi stessi si rifiutano. Gli emigranti possono non accettare, è vero, ma questa povera gente sente nominare il Chaco per la prima volta!

Nell'«Hôtel de Inmigrantes» sono accampati come un'armata alla vigilia della battaglia. Il paragone viene naturale. Di fronte a tanta forza incosciente si prova quella pietà profonda che solleva la vista di soldati partenti allegramente per la guerra. Quale sorte li aspetta? Queste sono le ultime ore che trascorrono insieme: il bastimento rappresentava ancora un pezzo di patria; questo rifugio continua ancora la vita di bordo. È un immondo lazzaretto della miseria, ma li tiene uniti. Fra poco saranno dispersi a centinaia di leghe da qui e non sapranno, nemmeno vagamente, dove si troveranno. Non potranno--come il Maomettano che prega volgendosi alla Mecca--volgersi verso un punto dell'orizzonte pensando: l'Italia è là. Non ho trovato che un solo emigrante, sopra tanti che ho interrogato, capace d'indicarmi l'America sopra una carta geografica che presentavo loro!

È questa immensa ignoranza che li rende docili, sicuri e preziosi per il paese. Dove cadono si attaccano e producono, come il seme. L'idea della prosperità che verrà li rende rassegnati a tutto, come una volta l'idea del paradiso; poi, nell'ora del disinganno, sono rassegnati per abitudine. Essi formano la vera ricchezza del paese; non esiste un «hijo del pais» che coltivi la terra: per lui c'è l'impiego, l'affare, la speculazione, il giuoco. È il lavoro dello straniero--e dicendo straniero si può quasi significare italiano--che ha sviluppato le risorse della terra, che ha reso possibili le industrie, attivato il commercio, creato in mezzo secolo l'Argentina d'oggi.

Questo Governo conosce il valore inestimabile dell'emigrante, la massima dell'Alberdi «gobernar es poblar» è sempre applicata: l'emigrazione è incoraggiata con opuscoli, con pubblicazioni, con conferenze tenute all'estero e principalmente in Italia; la diminuzione dell'emigrazione ha destato allarmi, provocato provvedimenti. Eppure, questa merce umana così preziosa, è ricevuta e trattata qui con molta meno cura dell'altra merce, quella in balle! Per le casse di carta o di cotone vi sono dei grandi edifici in muratura, dei _docks_ superbi ventilati e asciutti, muniti di ascensori, ben situati sugli scali fra larghe vie in cemento. Per gli emigranti vi è una grande baracca di legno cadente e infetta, nella quale vengono condotti come mandrie all'ovile da inurbani impiegati.

* * *

L'«Hôtel» degli emigranti (lo chiamano Hôtel!) sorge su quella landa indefinibile, irregolare, fangosa, che sta fra il torbido e tempestoso Rio della Plata e la città, una striscia di terra che si direbbe la zona neutra fra il possesso delle acque e quello degli uomini. Tutto intorno dei pantani putridi coperti da una superba vegetazione acquatica mettono un po' di verde sul piano squallido e un po' di miasmi per l'aria.

L'«Hôtel», di legno, ha una forma strana, sembra un gasometro munito di finestre. Dei tetti bassi, neri e irregolari gli si aggruppano intorno. Nel mezzo all'edificio principale, al gasometro, vi è un cortiletto circolare, oscuro, umido, una specie di pozzo, sul quale si aprono le porte delle camerate. Un sistema di logore scalette di legno, che dà all'ambiente l'aspetto d'un retroscena, permette l'accesso ai piani superiori. L'acre odore dell'acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore d'umanità accatastata, di miseria.

L'infinito armento umano ha lasciato sulle cose, nell'aria, per ogni dove le sue tracce. Le pietre delle soglie sono consunte; gli angoli sono smussati, scavati, allisciati e anneriti dalle centinaia di migliaia di mani che vi hanno strisciato su. Più in alto, all'altezza dei volti, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi d'amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è la nave; il loro pensiero guarda indietro!

Il cortile, l'andito, gli spiazzi fra le baracche, le quali circondano l'edificio a gasometro, sono affollati d'emigranti. Vestono gli abiti migliori, messi il giorno dell'arrivo per un curioso sentimento di dignità. Alcuni, sdraiati rinfusamente sui sacchi dei loro cenci, sonnecchiano o pensano; altri passeggiano a gruppi discutendo, si affollano alla porta dell'«Oficina de Trabajo» col cappello in mano, rispettosamente: altri giuocano; delle ragazze si pettinano l'una con l'altra; dei bambini macilenti giuocano sul pavimento gridando; delle donne allattano. V'è il disordine triste d'un bivacco zingaresco: si grida, si ride, si canta e si piange. Ma i più restano immobili e silenziosi, stupiditi, indifferenti, stanchi, con gli occhi senza sguardo, aspettando. La nostalgia li afferra, quella nostalgia istintiva della bestia catturata, un torpore doloroso. Sulle faccie sono i segni non dubbî d'un viaggio penoso, in alcuni occhi brilla la febbre.

Ma ecco che si sente il suono d'un organetto, di quella fisarmonica che è l'istrumento prediletto dei nostri contadini; molti fanno cerchio, qualcuno balla. Una donna singhiozza.