Chapter 16
E non hanno torto. La carriera li preoccupa giustamente. Essi sono degli impiegati; anzi sono troppo impiegati. E la diplomazia non dovrebbe procedere alla stregua della burocrazia. La promozione e il trasloco degli agenti diplomatici dovrebbero essere soggetti a ben diverse leggi da quelle che regolano la promozione e il trasloco di altri impiegati dello Stato. Non può un diplomatico essere, supponiamo, vice-console ad Anversa, console a San Paulo del Brasile, console generale a Costantinopoli, segretario a Tokio, come un impiegato alle imposte dirette è commesso a Sassari e ricevitore ad Otranto. L'azione del diplomatico spazia nell'ambiente in cui egli vive, e deve essere diversa a seconda dei diversi ambienti. Un console non può limitarsi nell'Argentina o nel Brasile a dare ai suoi connazionali la sua protezione nella stessa misura e nella stessa forma con le quali le dà, che so, a Londra o a Berlino. I governi, le autorità, la Giustizia, le amministrazioni offrono ben diverse garanzie nei diversi paesi, ed è assurdo che l'azione dei consoli sia limitata dagli stessi «principî stabiliti dal governo del Re» in qualunque parte del mondo si trovino. Il console deve poterne uscire da quelle trincee protocollate, e per uscirne deve conoscere intimamente l'ambiente. Ma questo non avverrà mai finchè egli sarà portato dalla sua «carriera» a considerare il posto che occupa come una posizione transitoria.
«Fra tre, fra due, fra un anno io me ne andrò»--egli pensa--e prosegue soavemente la sua via, chiudendo occhi e orecchie alle proteste che si levano intorno a lui e alle domande angosciose d'aiuto e di difesa. Se egli poi, per lunga residenza o per alto sentimento del dovere, approfondisce l'ambiente, sa trovare tutte le fila del nuovo meccanismo sociale nel quale si trova, conosce gli uomini che lo circondano, sa parlar loro, sa chiedere, concedere o volere, ecco che viene sbalestrato agli antipodi. Noi avevamo, per esempio, un funzionario pratico dell'Africa che conosceva l'Eritrea e i suoi abitanti perfettamente, che parlava l'arabo e l'amarico e lo abbiamo mandato console in.... Cina, come se i cinesi e gli abissini fossero la stessa cosa. Così, su per giù, avvengono i nostri «movimenti diplomatici.»
Gl'Inglesi invece... (È seccante dover ricorrere sempre all'esempio inglese, ma gl'Inglesi, pur troppo, anche qui, hanno un'indiscutibile superiorità). Gl'Inglesi, dicevo, per molti paesi creano dei diplomatici direi quasi specialisti. A Pechino vi sono presso la Legazione inglese numerosi studenti di cinese i quali, giunti a maturità di studio, diventano consoli inglesi disseminati nel Celeste Impero. Il presente ministro inglese a Pechino è uno degli orientalisti più stimati e le sue opere sull'antica letteratura cinese sono preziose. In molti paesi, nell'Argentina fra gli altri, alcuni consoli d'Inghilterra sono dei commercianti. Essi offrono moltissimi vantaggi: conoscenza perfetta del paese, delle sue forze economiche, della sua potenzialità produttrice, della sua potenza di consumo; poi innegabile abilità diplomatica, perchè la _ruse_ d'un commerciante non ha rivali; inamovibilità, che è garanzia di serietà, di circospezione e di pratica dell'ambiente. Infine vantaggio non minore è che gli interessi della loro nazione combinano con i loro stessi interessi; una diminuzione di prestigio è una diminuzione d'affari; la prosperità del commercio inglese è anche la loro fortuna. Essi sono mescolati alla vita sociale, la forza che deriva dalla loro autorità non rimane rinchiusa nel loro ufficio, ma irradia su tutta la vasta cerchia dei connazionali che hanno con essi affari, rapporti e contatti. Non è certo desiderabile che, per imitare gli Inglesi, i nostri consoli nei centri minori divenissero commercianti e viceversa; ma che i consoli fuori d'Europa restassero a compire la loro carriera diplomatica nel paese che essi conoscono di più, questo sì che sarebbe veramente da pretendersi.
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Col nostro sistema è chiaro che il Governo non potrà sempre avere--attraverso i suoi rappresentanti--un'idea troppo chiara dell'essenza e dell'indole di certi Governi lontani e per conseguenza della maniera di trattare efficacemente con essi.
Basta, per accorgersene, paragonare l'azione del Governo nostro presso quello argentino in certi casi, e quella del Governo inglese in casi analoghi (e perdonatemi se torno in ballo con gl'Inglesi). Una volta--sono molti anni, ma chi ha avuto contatti col mondo diplomatico a Buenos Aires lo rammenta bene--venne da un _caudillo_ della provincia della capitale ammazzato per questioni d'interesse un suddito inglese. Alle domande di giustizia, il Governo argentino rispose con promesse che restarono allo stato di promesse. Alle proteste del ministro inglese non rispose più nulla, aspettando dal tempo il benefico oblìo. Allora il Governo inglese fece affiggere in tutte le stazioni ferroviarie e in tutti i porti del Regno Unito un avviso che diceva presso a poco così: «Il Governo di S. M. la Regina rende noto che nella Repubblica argentina la vita non è garantita». Era il momento della grande emigrazione e il principio delle grandi imprese: il Governo argentino, informato dal suo ministro a Londra, si allarmò e domandò lo stracciamento degli avvisi. Fu risposto che questo sarebbe avvenuto soltanto dopo la punizione dell'assassino del suddito inglese. L'assassino fu preso e condannato subito.
Gl'Inglesi sono il popolo più odiato nell'Argentina--basti il dire che laggiù la parola _inglese_ significa creditore--ma anche il più rispettato, perchè si sa che chi fa un torto ad un inglese è punito. Soltanto ultimamente, nel mese d'aprile, è avvenuto un fatto che sembra faccia eccezione. Il figlio d'un commissario di polizia, con la complicità d'un agente, ha assassinato in modo vile e orribile un giovane inglese, un tale Barnett. Vi è stato un periodo d'indecisione perchè l'assassino gode altissime influenze, ma il contegno della diplomazia inglese è stato così risoluto, che finalmente s'è iniziato il procedimento penale contro il colpevole. È vero che a questo ha contribuito anche il contegno energico e minaccioso di tutta la stampa inglese. Il _Times_, dopo d'avere esposto le condizioni della giustizia argentina, è giunto, in un recentissimo articolo, ad invocare nientemeno che un'azione unita delle Potenze per garantire la vita, i beni e la libertà dei rispettivi sudditi nell'Argentina.
E noi? Ah! quanto lunga, dolorosa, raccapricciante sarebbe la storia dei delitti impuniti nei quali la vittima è stata italiana. Intiere famiglie italiane sono state assassinate proprio mentre noi palpitavamo tutti per la sorte di miss Stone, ignari dei tragici avvenimenti che facevano scorrere lontano, in luoghi quasi ignorati, il sangue nostro.
Un altro esempio che dimostra come, in virtù della sua diplomazia, il Governo inglese--per dirla con l'espressiva frase popolare--conosca i suoi polli. Una colonia di gallesi stabilitasi da 28 anni nel Chobut, ha protestato presso il Governo patrio contro molte ingiustizie delle quali era vittima. In simili casi noi scambiamo dei telegrammi col Governo argentino,--se non ci limitiamo ai colloquî col suo rappresentante in Roma--riceviamo le abituali e recise smentite accompagnate da commoventi assicurazioni d'amicizia e di simpatia e ci dichiariamo contentoni. Il Governo inglese conosce il valore di certe assicurazioni ufficiali. È più pratico: esso ha inviato una Commissione d'inchiesta a vedere e riferire. La Commissione è giunta alla chetichella, evitando ogni contatto con le autorità per non intralciare l'azione del suo Governo, e si è messa al lavoro. Ha constatato delle cose da far fremere d'indignazione ogni buona anima anglo-sassone, ed ha riferito. Il Governo inglese ha offerto a quei coloni delle terre al Canadà. In un momento, per pubblica sottoscrizione, a Londra, si sono raccolte ottantamila lire per le spese di viaggio, ed ultimamente i gallesi del Chobut sono tornati a rifugiarsi ancora all'ombra protettrice dell'_Union Jack_. Tutto questo è passato senza che venisse scambiata col Governo argentino la minima nota, che avrebbe procurato o bugie o inutile tensione di rapporti.
Così pure l'Inghilterra ha agito per la chiusura dei suoi porti al bestiame argentino, in seguito alla tentata introduzione in Inghilterra di buoi argentini affetti d'afta epizootica. Ogni tanto il Governo della Repubblica dichiara che l'afta non c'è più; il Governo inglese, per conto suo, rinnova un'inchiesta presso gli _estancieros_ inglesi, in conseguenza della quale i porti seguitano a essere chiusi.
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È inutile continuare il paragone tra l'opera della nostra diplomazia in America e l'opera delle altre. Per ragioni che non dipendono certamente nè dalla volontà, nè dalla qualità dei nostri rappresentanti, ma da tutto un sistema sbagliato, la nostra diplomazia, almeno laggiù, non risponde a tutti i suoi scopi.
Essa ha una missione che è politica, economica ed umanitaria; ebbene, noi laggiù siamo poco temuti e poco rispettati, poco tutelati e poco difesi.
Questa è l'amara verità.
CONCLUDENDO SULL'ARGENTINA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 5 settembre 1902.]
Scrivendo le mie prime lettere dell'Argentina, non avrei creduto di dover intrattenere in seguito il lettore così a lungo sulle cose di quella Repubblica. Intendevo di tracciare rapidamente, come meglio potevo, la fisionomia di quel paese dove tanti italiani vivono, riportare semplicemente le impressioni di quello strano stato di cose osservato con occhio italiano. Ma le prime pubblicazioni assunsero un carattere per me assolutamente inaspettato: quello di rivelazioni.
Le brevi e presto spente polemiche sollevate in quel momento, dimostrarono che quanto scrivevo riusciva per molti nuovo. Ho creduto mio dovere d'offrire i più ampi particolari, di non attenermi più alla semplice esposizione delle mie osservazioni personali, ma dimostrare, con la maggiore larghezza di prove, fatti e documenti, la verità.
Scrivendo da laggiù, tutto mi potevo immaginare, fuori che di dire cose nuove per noi. Non riportavo certo delle storie segrete: chi vive e chi ha vissuto nell'Argentina le conosce bene pur troppo. Si tratta di una situazione nota a milioni di persone, della quale centinaia di giornali locali scrivono ampiamente e uomini politici discutono; si tratta di fatti tangibili, controllati da tutto un popolo, i quali possono essere giudicati in un modo o in un altro, a seconda la coscienza o l'abitudine, ma che sono fatti; si tratta di tutta la vita speciale d'un paese, per un buon terzo di sangue italiano, e nella quale nulla v'è di misterioso e di celato. E noi, noi italiani che più di ogni altro popolo avevamo il diritto ed il dovere di sapere tutto, noi, nella maggioranza, ne sapevamo poco o nulla.
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Questo fatto ci condanna. Noi possiamo gridare contro le ingiustizie e contro gli inganni che così spesso attendono i nostri poveri emigranti, ma non potremo con questo toglierci di dosso la parte di responsabilità che noi abbiamo di quei mali. La nostra colpa si chiama indifferenza.
Da trent'anni la nostra emigrazione si dirige nelle regioni del Sud-America, attiratavi in tutti i modi, e noi non abbiamo quasi sentito il bisogno di sapere esattamente che cosa avvenisse di questo torrente di popolo che abbandonava la patria. Qualche voce onesta si è levata di tanto in tanto a denunziare delle infamie di cui sono vittime i nostri emigranti, ma s'è spenta senza lasciare una eco lunga e profonda nella coscienza pubblica. Si è trovato che l'emigrazione era una necessità, un bisogno, come una valvola di sicurezza che ci salvava dai pericoli della sovrapopolazione, e questa constatazione ha servito troppo di scusa alla nostra indifferenza. E quando, dopo tanti anni, abbiamo pensato ai nostri emigranti, non abbiamo visto che le miserie della loro partenza; e non spingendo lo sguardo più lontano del mare abbiamo rese migliori le condizioni del loro viaggio, senza por mente che il viaggio è niente, è il brevissimo esordio delle loro sofferenze, è la soglia della loro nuova vita, una soglia che può essere indifferentemente rude o levigata.
Di quei paesi e della vita che vi si svolge noi abbiamo avute relazioni interessate--sulle quali è degno sorvolare--le quali non ci hanno mostrato che i lati belli e seducenti. Abbiamo visto le ricchezze e abbiamo visto i progressi, e ce ne siamo accontentati, senza domandare quanto queste bellezze costavano del nostro sangue. Non abbiamo domandato le tavole della mortalità, non abbiamo visto i caduti dell'immenso esercito nostro, che ha traversato a squadre l'Atlantico per combattere silenzioso, sotto altra bandiera, la più disperata battaglia.
Nulla abbiamo saputo, nella nostra maggioranza, dei tranelli, dei soprusi, delle violenze e delle ingiustizie che tanto spesso attendono i nostri lavoratori--come potevamo porgere aiuto, tutela e difesa? Le cose americane ci sono sembrate tanto lontane, che non ci hanno interessato che vagamente, come curiosità. Così abbiamo lasciato che quei mali crescessero, ingigantissero, divenissero endemici, pressochè incurabili.
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Non possiamo pensare seriamente a rimediare al passato: siamo costretti ad assistere allo spettacolo di tanti dolori e tanta miseria impotenti a portarvi sollievo. Molta parte di tante sciagure è dovuta a cause sulle quali noi non possiamo nulla. Il Governo argentino ha il diritto pieno di essere cattivo o pessimo, di fare debiti e d'imporre gravami al popolo, di reggersi come meglio crede, di ruinare o no le finanze del paese.
Ma il passato può servirci di scuola per l'avvenire. La crisi argentina, per quanto grave, volgerà ad una soluzione; quel Governo--che già ha destinato non lievi fondi per la propaganda all'estero in favore dell'emigrazione--aprirà alla colonizzazione nuovi territorî non ancora sfruttati: la corrente emigratoria si riformerà, e fino ad una nuova crisi le cose cammineranno bene (bene nel senso generale dell'economia pubblica, intendiamoci).
Ebbene, profittiamo di questa sosta per preparare la nostra emigrazione. Facciamo in modo che le illusioni scompaiano dalla fantasia delle nostre masse prima che queste si muovano di casa, prima che la stessa dolorosa e irreparabile realtà laggiù venga con le lacrime più amare a lavar via i loro sogni. Che emigrino, ma emigrino armate e pronte. Che sappiano tutto dall'A alla Zeta, che conoscano il buono e il cattivo, che possano agire con la loro mente e con il loro criterio illuminati dalla piena conoscenza delle cose, che conoscano i sentieri della riuscita e anche i precipizî che li costeggiano, le trappole che vi sono tese, le imboscate preparate. Allora solo avremo un'emigrazione forte, cosciente, utile a sè e alla patria.
In questa santa propaganda sta il nostro primo dovere: ma non basta. Regoliamo la nostra emigrazione. Prima che essa si muova pretendiamo di sapere dove andrà e che lavoro le è riserbato; domandiamo delle garanzie. Se per la colonizzazione d'un nuovo territorio occorrono cinquantamila lavoratori, ci siano note le condizioni del lavoro e le forme di contratto. L'emigrante partendo deve potersi dire, supponiamo: Vado nella tal regione, avrò tanta terra, a questi patti, che mi convengono. Gli emigranti meridionali potranno scegliere le regioni più calde, quelli dell'alta Italia le temperate. Tutto questo non può avvenire laggiù dove gli emigranti appena sbarcati si agglomerano nell'attesa che si disponga di loro, ignari di tutto, nell'impossibilità materiale, una volta disseminati per la Repubblica, di reagire, di protestare, di far ascoltare la propria voce.
E quando è giunto sul posto l'emigrante non deve essere abbandonato dalla vigile tutela della Patria, l'osservanza dei patti deve venir controllata con i mezzi più rapidi, più serî e più discreti.
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Guardiamo l'emigrazione sotto il suo vero aspetto. Non si tratta già di zavorra che noi gettiamo per andar più leggeri, come una comoda teoria vuol far credere. Non si tratta di poveraglia della quale dobbiamo essere felici di disfarci, ringraziando quei paesi che le offrono la tradizionale «ospitalità generosa», come si ha il coraggio anche oggi di ripetere da certuni. No, no, la cosa è, grazie a Dio, molto più degna: si tratta in fondo di domanda di mano d'opera da parte dei nuovi paesi, e da parte nostra. È un commercio di forze, nobili forze dalle quali tutto scaturisce; forze motrici della civiltà. Noi non siamo affatto costretti a gettarle via; la sovrabbondanza di mano d'opera in Italia non è assoluta, ma relativa alla penuria che altri ne hanno. Tanto è vero che la corrente emigratrice subisce variazioni d'importanza non tanto per mutamenti di condizioni nostre quanto per mutamenti di quelle dei nuovi paesi, e le statistiche dell'emigrazione nell'Argentina lo dicono; se l'Argentina non migliorerà la sua situazione, vedrà che la nostra «zavorra» può anche restare a casa. V'è domanda e offerta; possiamo dunque trattare.
Il Governo nostro ha compreso vagamente questo quando, sulla fine dello scorso anno, ha proposto al Governo Argentino di fare un esperimento di emigrazione scelta per la colonizzazione, sotto date condizioni, cominciando con alcune centinaia di lavoratori. Era un principio d'interessamento. Ma il Governo argentino, che incondizionatamente ha ricevuto l'anno passato trentun mila emigranti italiani, ha evitato ogni trattativa declinando l'offerta. Bisognava impedire l'emigrazione incondizionata, e si sarebbe venuti a trattative. Noi non conosciamo che due estreme misure in fatto d'emigrazione, egualmente cattive: o proibirla assolutamente per un dato paese, o permetterla senza limiti, senza freni e senza misura. Per l'emigrazione in certi Stati dovremmo porre delle condizioni. Se esse non vengono accettate vorrà dire: o che non v'è richiesta di lavoro--e allora è sempre bene che gli emigranti non partano--; o che non ve alcuna intenzione di garantire gli emigranti degli abusi, le frodi, le violenze e le ingiustizie--e allora è egualmente bene che gli emigranti non partano, per risparmiarsi inevitabili dolori e disinganni, o che si dirigano altrove, dove i loro diritti siano meglio riconosciuti e più rispettati.
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È bene che l'opinione pubblica in Italia cominci ad interessarsi seriamente a quanto avviene al di là dell'Atlantico. Al Governo argentino è mancato assolutamente finora il controllo dell'opinione straniera, e questo controllo potrà migliorare molte cose più di tutte le diplomazie riunite.
Il popolo argentino tiene immensamente all'apparenza. «Il nostro ideale non consiste nell'acquistare valore»--ha scritto un uomo politico argentino, Agostino Alvarez--«ma nell'acquistare importanza». È una caratteristica tutta spagnuola questa, di coprire fieramente con un bel mantello tutte le proprie macchie e le proprie miserie. Sempre negli scritti e nei discorsi traspare il pensiero: Che si direbbe all'estero se si sapesse che....? L'«estero» è per loro come l'opinione pubblica per un privato. Quanta gente non fa del male non perchè non ne avrebbe voglia, ma perchè ha paura che si sappia? Così gli argentini agirebbero forse meglio se sapessero di essere osservati. E a noi importerà poco che il bene venga consigliato dall'orgoglio e dall'amor proprio piuttosto che dalla convinzione, purchè il bene venga.
È così vero questo, che ora, in seguito a pubblicazioni sulle cose argentine fatte dalla parte più seria ed autorevole dalla stampa inglese, pubblicazioni nelle quali la Giustizia, le amministrazioni, il Governo, le finanze dell'Argentina venivano crudamente descritti, sono cominciate laggiù serie discussioni sopra nuove e importanti riforme.
Le riforme forse non verranno, ma se ne parla, e questo per l'Argentina è già un bel risultato dovuto tutto al controllo dell'opinione pubblica straniera, che per gli argentini è una cosa tanto nuova quanto fastidiosa.
Noi più degli inglesi abbiamo interesse, non solo, ma dovere di tenerci informati delle faccende argentine. Essi vigilano i loro capitali; noi abbiamo da vigilare i nostri fratelli. La differenza è infinita. Le disgrazie inglesi nell'Argentina sono scritte in belle cifre al «dare» del libro mastro: non esiste cifra che possa segnare il valore di tutti i dolori, le angoscie, le disperazioni, le lagrime e il sangue, che formano la somma delle disgrazie nostre.
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Se potessi esser certo di aver col mio povero lavoro contribuito a fare una parte minima di bene, io mi sentirei felice. Ma i mali sono tanto vasti, profondi ed antichi, che io, ponendo oggi la parola «fine» a questa mia rapida esposizione delle cose argentine, non posso sottrarmi a quel senso di amarezza e di sconforto che accascia chi sente d'aver compito un lavoro inutile, e s'accorge della sproporzione immensa fra le proprie forze e lo scopo che si era prefisso.
FINE.
LIRE VNA.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state conservate, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
Pag. 14 - Oh! «sangre español! [espanol]» Pag. 56 - a Buenos Aires un vero _atelier_ [_ateliér_] con Pag. 76 - _La Libertad_ [_Liberdad_] di Pag. 117 - da due giorni non mangiano [mangiamo] Pag. 120 - Non v'è un solo fenomeno [fenonemo] della multipla Pag. 126 - dei ragazzi [regazzi] creoli che si precipitano Pag. 170 - Ma dall'84 [dal'84] comincia
Grafie alternative mantenute:
compito / compìto seguito / seguìto uffici / ufficî
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