Chapter 15
Il colono non riceve il titolo di proprietà della terra comperata che quando ha compìto l'ultimo versamento; è questo che rende la sua posizione sempre incerta. Finchè i raccolti sono buoni egli può cavarsela, consacrando tutto il suo lavoro al pagamento delle rate. È una vita di sacrificio e di privazioni, ma è nei limiti del possibile; e in fondo ad essa egli vede la liberazione, il possesso incontrastato, il principio della prosperità tanto sognata. Ma i raccolti non sono sempre buoni; vi sono le cavallette, la tormenta, la siccità che arrivano con una periodicità spaventosa ed annientano di colpo le messi di un'annata; e tutto può essere perduto, perchè se anche egli non viene scacciato dalla terra, l'accumularsi dei pagamenti e le necessità di contrarre debiti lo rendono indefinitivamente schiavo del venditore. A meno che non venga l'annata d'oro, ben rara purtroppo. «Per il colono»--scriveva nel febbraio la _Patria degli Italiani_--«il lavoro è un giuoco nel quale contro nove probabilità di veder completamente frustrate le fatiche d'un anno, una sola gli permette qualche benefizio; ed anche questa abbandonata al capriccio della fortuna.... Una volta tanto, quando meno ci si pensa, ecco che un flagello rovina il raccolto degli Stati Uniti e della Russia, il frumento, il lino diventano rari sui mercati di consumo, l'Europa è costretta a provvedersene a qualunque prezzo, e paga i cereali a peso d'oro; allora esce finalmente dalla ruota della lotteria il numero atteso dagli agricoltori, il ricavo del raccolto paga tutte le spese e tutte le usure.»
Come si vede, la situazione dei coloni, date le condizioni di vendita, che sono generali, è ben difficile. A tutto questo si aggiungono bene spesso gli inganni e le frodi nel contratto--che la Giustizia lascia impuniti--nei lacci dei quali cadono facilmente i nostri poveri contadini, che non meritano in verità, specialmente all'estero, la loro tradizionale fama di scaltri.
Avviene spesso che il contratto di vendita risulta nullo perchè il venditore non aveva alcun diritto di proprietà sulla terra venduta. Le cause per contestazione di proprietà sono comunissime nell'Argentina, anche a causa della mancanza d'un catasto completo e regolare, che rende spesso impossibile di constatare l'autenticità d'un titolo di proprietà.
La vendita al _remate_ di terreni per parte di gente che non vi aveva alcun diritto prese all'epoca delle speculazioni uno sviluppo fantastico. Bastava un po' di _réclame_ sui giornali, si stampavano piante immaginarie di terreni, divisi in lotti, e si _rematava_. I compratori pagavano una caparra per avere un titolo che naturalmente non valeva nulla. Con questo sistema vennero _rematadi_ non pochi pantani della provincia di Buenos Aires--specialmente vicino alla Plata--passandoli per splendidi appezzamenti di terra. Si è _rematado_ anche il letto del Paranà. Una Società per azioni, la «Colonizadora Popular», il cui gerente è fuggito a New York, una grande Società che possedeva persino dei piccoli vapori sul Rio della Plata e sul Paranà, vendette, senza mai sognarsi d'averne il diritto, una straordinaria quantità di terreni al nord, si può dire quasi tutto il Chaco Australe, frodando un tre milioni di pesos che, manco a dirlo, erano in gran parte italiani.
Ma anche ora che è passata la febbre dell'oro, pare che le vendite all'usanza della «Colonizadora Popular» non siano passate di moda, se si crede ad un articolo della _Patria_ del 16 aprile, col quale s'invocano provvedimenti contro certi _rematadores_ che mettono all'asta dei terreni, intascano la loro quota e lasciano ai compratori la soddisfazione di constatare, dopo qualche tempo, che l'asta non era regolare.
Si passano i limiti del verosimile. Una forma di frode abbastanza ripetuta è questa: un uomo influente, amico del Governo, compera un terreno nazionale da pagarsi in tempo determinato, ordinariamente dieci anni. Subito _remata_. La terra subisce il solito processo di rincarimento e in ultimo viene venduta ai coloni, i quali la coltivano, la fecondano del loro sudore e pagano le annualità pattuite. Ma l'amico del Governo, che ha intascato un bel capitale, dimentica di pagare la terra allo Stato. Passa il tempo stabilito e il contratto suo è nullo. Lo Stato torna padrone e sequestra la terra. I contratti dei coloni sono nulli; la terra è mal venduta; i loro _bolletti provvisorî_ valgono un bel niente. Essi sono spodestati. La loro terra appartiene ad un altro concessionario, il quale li scaccia.
Qualche volta è successo--e non certo raramente--che il venditore accende un'ipoteca sui fondi venduti ai coloni, sapientemente profittando del fatto che i coloni hanno titolo di proprietà soltanto alla fine dei pagamenti. Ritira le quote annuali dai coloni e se ne va in pace. I poveri contadini si veggono ritolta la proprietà loro o debbono assoggettarsi a pagare l'ipoteca, ossia a ricominciare da capo.
Un argentino ricchissimo, che aveva mal comperato certi terreni in San Vicente, nella provincia di Santa Fè, pensò di rifarsi vendendoli a dei coloni italiani. Nell'affare figurò un agente, il quale cedette i lotti ai coloni a rate annuali e passò gl'incassi all'argentino ricchissimo--il fatto è ben noto in tutta la provincia. I veri proprietarî, dopo alcuni anni, fecero un processo ai coloni e ottennero di sloggiarli tutti quanti. Alcuni di quegli infelici preferirono pagare di nuovo, ma dovettero pagare il doppio, poichè il terreno, dopo sette anni del loro lavoro, aveva raddoppiato di prezzo. Essi così pagarono tre volte la terra. Cito questo caso, perchè l'argentino in questione ha occupato un'altissima posizione nel governo della provincia di Santa Fè ed è fra i più reputati uomini politici: lo chiamano l'_honrado tirano_--il tiranno onesto. Questo dimostra che fare di queste cose non è in fondo un gran male laggiù. È un po' di _viveza_.
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È impossibile enumerare tutte le infamie di questo genere delle quali sono vittime i nostri coloni. Il male è che il cattivo esempio viene dall'alto. Cito fra molti un fatto--che posso documentare--avvenuto recentemente a Yeruà. Il Governo argentino ha venduto dei terreni a coloni italiani, pagamento rateale a dieci anni. Quando mancano gli ultimi pagamenti, gl'incaricati della riscossione si rifiutano di ricevere il denaro per poter così mantenere non definitivo e illegale il possesso. E sapete perchè? Per poter cedere una parte di quelle terre già pagate, sacrosantamente pagate, ad una Compagnia ferroviaria.
Tra errori e frodi, non è esagerato l'asserire che più del sessanta per cento dei contratti di vendita di terre è di validità non accertata. La colonia Cello, la colonia Josefina, la colonia Santarita, sono state pagate interamente due volte; anzi molto di più, perchè nel nuovo pagamento si è tenuto largamente conto dell'aumento del valore.
Non è facile immaginare quale sia questo aumento, talvolta. Il colono prende possesso d'una terra vergine, e la terra ha bisogno di lunghe, pazienti e faticose cure prima di schiudersi alla fecondità. Il colono deve circondarla di recinti, deve costruirvi la casa, scavare i pozzi, tracciare le strade, allevare gli animali da lavoro, dissodare la terra, a più riprese sconvolgerla tutta. Soltanto dopo varî anni egli raccoglie i frutti del suo assiduo lavoro. Nei primi anni le sementi si perdono; i cardi e gli sterpi sotterrati dall'aratro tornano a sollevare i loro steli tenaci fra le zolle, soffocando il frumento: bisogna schiacciarli di nuovo sotto i colpi degli attrezzi campestri, come serpentacci, fino a che si ritirano dai campi coltivati, vinti e dispersi. Ebbene, è proprio in questo momento, quando il colono sta per ritrarre i primi frutti del suo lavoro, che egli--nei casi troppo soventi di mala vendita--si vede scacciato. Egli deve abbandonare la terra «con tutto quanto vi è piantato, edificato e inchiodato»--come è detto nei contratti di vendita. E deve abbandonare anche il raccolto, perchè questa specie di sfratto laggiù compare, come una mala pianta, quando le messi maturano.
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Ecco perchè anche il _colono_ come il _mediero_--del quale il lettore conosce la triste esistenza--si trovano costretti a sfruttare ad oltranza la terra, ripetendo senza posa le colture che offrono prodotti di più facile smercio e di maggiore profitto, come il grano, il lino e il mais, senza mai concederle una rotazione che significherebbe perdita di tempo e di denaro, senza mai rinnovarle i sali sottratti dalla vegetazione, senza mai darle riposo.
La terra s'impoverisce rapidamente. La vita media d'una colonia non supera i venticinque anni. La crisi agricola, in molte delle più antiche colonie argentine, diviene endemica. Entre Rios e Santa Fè declinano. Si leggono nei giornali argentini delle descrizioni desolanti di miserie profonde. Se il colono fosse lasciato libero del suo campo, senza l'oppressione d'uno sfruttamento così grave, non basterebbero certo le cavallette del Chaco a rodere in due anni la prosperità della campagna argentina. È che i disastri agrarî trovano tanto la terra quanto i suoi lavoratori immiseriti, incapaci a resistere.
La _Patria_ del 15 gennaio esponeva crudamente questa situazione. «Chi fa le spese è il lavoro»--scriveva.--«In definitiva, o i coloni debbono morir di fame per fare le spese ai proprietarî di terre e ai capitalisti, ovvero debbono rendersi insolvibili verso chi somministra loro le sussistenze; tutto il meccanismo dell'economia rurale non ha che uno scopo solo: impinguare la scarsella ai latifondisti ed alle imprese di colonizzazione.»
C'è di che far molto meditare gli organizzatori infaticabili dei nostri scioperi agrarî!
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Ora il Governo argentino, per compensare la diminuzione costante della produzione agricola, intende di dare un nuovo grande impulso alla colonizzazione nel Sud. Ma nessuna prosperità durevole sarà possibile, se la terra non verrà distribuita direttamente ai coltivatori, evitando ogni intermediario. Ma, ahimè! l'affarismo e la speculazione già cominciano a stendere i loro tentacoli sitibondi lungo i tracciati delle nuove ferrovie del Sud...
Nell'Argentina vi sono sopra a duecentomila disoccupati, in parte coltivatori, che hanno disertato i campi resi infecondi. Con questa massa di lavoratori pratici del paese è possibile al Governo argentino di tentare un vastissimo esperimento di colonizzazione, prima di stimolare ciecamente nuova emigrazione italiana, che potrebbe ritrovare laggiù antichi dolori e disinganni.
È la minore garanzia che possiamo pretendere contro lo sfruttamento della nostra emigrazione lavoratrice.
LA TUTELA DELLA MADRE PATRIA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 31 agosto 1902.]
Un console italiano, rappresentante la nostra diplomazia in una delle principalissime città della Repubblica Argentina,--città dove vivono non meno di quarantamila nostri connazionali--ha inviato una bella mattina la lettera seguente alla _Patria degli Italiani_. È il grido d'un buon burocratico che trova il suo tavolo troppo ingombro di lavoro, e che invoca la meritata tranquillità:
«Nell'interesse e per norma dei nostri connazionali i quali avessero reclami da sporgere per fatti dell'autorità da cui si ritenessero lesi, sarò grato se vorrete pubblicare il seguente avviso:
«Giusta i principî stabiliti dal Governo del Re, i regî sudditi, i quali si ritengono lesi nei loro diritti da qualche autorità locale, dovranno _prima di tutto_--e fondandosi nelle garanzie loro accordate dalle costituzioni argentine--rivolgersi successivamente, se necessario, a _tutte_ le autorità superiori a quella dalla quale furono danneggiati, fornendo ad esse le prove convincenti dei fatti asseriti».
Una parentesi: le parole in corsivo sono sottolineate nel testo originale. E continuiamo:
«Solo nel caso, non presumibile, che la suprema autorità locale siasi negata di far giustizia, od abbia indiscutibilmente violata quest'ultima, i regî sudditi potranno far ricorso all'intervento dell'autorità consolare, provando:
«1.º Che il reclamante ha diritto all'invocata protezione consolare, per avere egli il possesso attuale della nazionalità italiana, e per la regolarità della propria situazione di fronte alle leggi della Patria.
«2.º Che il reclamo è basato sulla realtà dei fatti, i quali perciò debbono essere provati, e che esso abbia fondamento giuridico; giacchè non tutti i danni sono suscettibili di risarcimento.
«3.º Che vi sia stato--ciò che non deve supporsi--un diniego od una patente violazione di giustizia da parte delle supreme autorità locali.
«È pero lasciato al prudente criterio di equità del Regio Console il giudicare, caso per caso, della opportunità o meno di interporre fin da principio, in favore dei reclamanti, il proprio intervento _ufficioso_, allo scopo di conseguire eque transazioni ed amichevoli componimenti.
«Gradisca, ecc.».
Questo significa semplicemente, nell'Argentina, che i Consolati sono inutili. Supponete un caso pratico, prendiamo un esempio nella piccola cronaca di tutti i giorni: un soldato di polizia per distrarsi consegna un colpo di daga ad un _gringo_. Il poveraccio non può correre dal Console, da colui che dovrebbe rappresentare la tutela, la protezione della sua patria. No, deve «prima di tutto, fondandosi nelle garanzie accordate dalle costituzioni argentine, rivolgersi _successivamente a tutte le autorità superiori_, ecc.». Dunque egli si fonda sulle garanzie e corre--se può--dall'ufficiale di polizia; se non giova va dal commissario; non basta? e allora protesta presso il «jefe politico»; se l'alto funzionario non gli bada si reca dal ministro della provincia; se il ministro gli nega giustizia si presenta al governatore; il governatore lo manda al diavolo? allora va dal ministro della giustizia del Governo federale; se questi rifiuta di accogliere il reclamo, il poveraccio bussa alla porta del Presidente e gli racconta il fatto. È da notarsi intanto che il regio suddito--per usare il termine burocratico--si sarebbe dovuto trascinare appresso, sempre, i testimonî e i periti, o almeno le perizie, perchè bisogna «fornire a tutte le autorità le prove convincenti dei fatti asseriti». Il Presidente non gli dà retta neanche lui, «ciò non deve supporsi»--dice il nostro console--ma supponiamolo, che la verosimiglianza ci guadagna, e allora il regio suddito--o i suoi discendenti perchè nel frattempo saranno passati tanti anni!--trovandosi in perfetta regola con le emanazioni consolari, ricorre al Console. La cosa è semplicissima; egli non ha che a «provare di avere il possesso attuale della nazionalità italiana e di dimostrare la regolarità della propria situazione di fronte alle leggi italiane»; poi passa a dimostrare che «il reclamo è basato sulla realtà di fatti, i quali debbono perciò essere provati» e fa una breve dissertazione giuridica sul giuridico fondamento. In ultimo non ha che da provare il diniego o la violazione di giustizia--e che sia «patente»--da parte delle supreme autorità locali, e il Console finalmente inizia i passi necessarî per ottenere la riparazione.
Ebbene, tutto questo è una burla feroce in un paese dove la giustizia è quello che è, dove l'abuso e il sopruso sono moneta corrente, e dove il delitto, specialmente se è a danno di stranieri, rimane così spesso impunito. Quale difesa porge l'Italia a quei suoi figli lontani? quale protezione? Il comunicato del Console in questione ce lo dice. Non è colpa nostra se i legami fra la Madre Patria e gli emigrati si spezzano così facilmente?
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Quel comunicato ha un significato molto grave, perchè non rappresenta una stranezza d'un Console originale poco scrupoloso dei suoi doveri, ma è la espressione di tutto il nostro sistema diplomatico: esso espone i «principî stabiliti dal Governo del Re», esso rappresenta lo spirito della legge, è la legge. Non è quel Console che non vuol proteggere le vittime italiane dagli abusi abitudinarî delle autorità argentine: no, è la nostra legge che non li difende, che non li ha mai difesi. Il Console del quale ho parlato non ha fatto che trascrivere quello che dicono i regolamenti diplomatici; egli è in regola. Si è visto forse assediato di proteste di nostri confratelli angariati, fra tanti gridi di aiuto non ha saputo più quali ascoltare, ed egli ha scritto quella lettera. Essa in altre parole viene a dire: Ma voi credete che io possa fare del bene? credete che io possa darvi protezione, aiuto, difesa? ah, no, voi non sapete quali sono le attribuzioni del Console: esse sono queste e queste.
È vero che «è lasciato al prudente criterio di equità del Regio Console il giudicare, caso per caso, della opportunità, o meno, di interporre il proprio intervento _ufficioso_ in favore dei reclamanti», ma quel prudente criterio è così prudente che molto di raro mette la testa fuori del Consolato, e ciò fa solo quando è impossibile farne a meno.
Da qualunque parte si vada si odono proteste contro l'inerzia dei Consoli. Sono avvenute cose incredibili, non parlando che di questi ultimi tempi; italiani vessati, truffati, angariati, feriti, assassinati senza che in nome della loro Patria si levasse nessuna fiera voce di protesta. Le autorità consolari domandano spiegazioni alle autorità argentine; queste ne danno--buone o cattive poco monta--le autorità consolari se ne dichiarano più o meno soddisfatte e ringraziano. Le vittime figurano sempre dalla parte del torto, si capisce. Un'infinità di fatti che hanno sollevato l'indignazione pubblica, sono passati, così, come le cose più naturali.
Il tredici del luglio scorso un italiano, un certo Domenico Barolo, venne arrestato senza ragione nella sua casa, a Rosario. Condottolo in istrada gli agenti estrassero le daghe e gli diedero tanti colpi di taglio e di piatto da stenderlo al suolo. Allora chiamarono una vettura e ve lo gettarono di traverso come un sacco, ponendogli i piedi sul petto. Rinvenuto, alla Commisseria, volevano fargli pagare una multa di dodici pesos, ma poi per l'intermissione d'un signore che lo conosceva venne rilasciato. Tutto questo è dettagliatamente narrato da un giornale argentino, la _Repubblica_, la quale, fatta constatare l'esattezza del racconto, inviò un redattore al Consolato italiano, accompagnato dalla stessa vittima, per fare una protesta. Lo stesso giornale riportava, dopo alcuni giorni, la notizia che le spiegazioni della polizia argentina erano state trovate soddisfacenti dal Consolato italiano. Le ferite, quell'infelice, se le sarebbe fatte da sè, cadendo. Basti il dire--osserva la _Repubblica_--che egli ha, fra le altre, varie ferite alla sommità del cranio, e per farsele sarebbe dovuto cadere replicatamente con la testa in giù e le gambe in aria, dritto come un uovo.
Di questi fatti ve ne sono a bizzeffe. Un altro, caratteristico. A Bahia Blanca, nel marzo passato, la polizia ha assalito con le armi degli operai italiani che avevano scioperato per ragioni sacrosante che abbiamo esposte in altro articolo. Vi sono stati quattro feriti, di cui uno gravemente. Nessuna guardia ferita. L'autorità consolare, dopo domandate delle spiegazioni alla polizia e fatta una specie d'indagine, ha concluso che gli operai avevano torto, che la polizia era la vittima, o poco meno, e che non si era potuto sapere il nome nemmeno di uno dei pretesi feriti. I nomi, se all'autorità preme ancora saperli, eccoli: Federico Dellepiane, Ivano Franchetti, Pasquale Severini e Pietro Giorgenti. I due primi sono stati anche imprigionati. Il ferito grave era il Dellepiane. La cosa non è un segreto--fuori che per la diplomazia, pare--poichè fu resa pubblica da una protesta, al _Jefe politico_, dei commercianti di Bahia Blanca, protesta portante quarantatre firme--fra le quali molte di argentini.
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Quando pensiamo che la polizia nord-americana ha messo sotto sopra il mondo per una miss Stone sequestrata, con tutti i riguardi, dai briganti bulgari--la quale dopo tutto era andata a pescare la sua disgrazia con la più evangelica buona volontà--; quando pensiamo che per un missionario ammazzato, od anche minacciato, in Cina, si domandano solenni riparazioni e si muovono minacciosamente le flotte; quando pensiamo a tutto questo sentiamo la vergogna per l'abbandono in cui lasciamo i nostri compatrioti all'estero, restando indifferenti davanti ad ogni infamia, inerti e tranquilli. E poi ci stupiamo se gl'Italiani non godono di troppo prestigio al di là dell'Atlantico.
In un paese, come l'Argentina, dove gli uomini pongono bene spesso sulla bilancia della Giustizia il peso delle loro influenze e delle loro relazioni, lo straniero, che non ha nessuno di questi pesi da mettervi, trova la bilancia terribilmente difettosa. Per ridurla normale i rappresentanti del suo paese dovrebbero gravarvi quanto basta con la loro autorità. I nostri rappresentanti parlano seriamente di garanzie costituzionali argentine sulle quali ci si dovrebbe fondare, e partono in ogni questione dal principio che «non deve supporsi un diniego o una violazione di giustizia». Già, come se quella bilancia laggiù andasse bene!
Un diplomatico italiano mi disse un giorno che gli emigranti, per il solo fatto di essere andati laggiù, accettavano tutte le condizioni nelle quali si svolge la vita di quel paese, accettavano la sua giustizia, la sua amministrazione, ecc. Il ragionamento è comodo, ma è falso. Essi, poveretti, non sanno nulla di nulla; essi accettano, come la pecora, per il solo fatto che segue il gregge, accetta la forbice che la tosa o il coltello che la scanna. Ed è così che molti, troppi dei nostri rappresentanti diplomatici sentono la loro missione. È pur vero che chi di loro vuol fare non può.
Non può perchè v'è la consuetudine, v'è il precedente. Un console od un ministro italiano che prendendo a cuore una questione parlasse alto, risoluto, fieramente, non metterebbe troppo pensiero alle autorità locali, le quali potrebbero sempre dire: nella tale occasione analoga a questa si fece così e così, e foste contenti; in questa faremo lo stesso, e dovrete essere contenti. Non può perchè i casi per levare voci di protesta, per invocare a grandi gridi la giustizia sono tali e tanti, che un console coscienzioso, nell'America del Sud, non saprebbe dove cominciare, dove mettersi le mani, se non nei capelli per la disperazione. Non può perchè sa che alle spalle non ha--povero emigrato anche lui--che una ben debole protezione. Il Governo non vuole seccature, non vuole complicazioni; il diplomatico più abile è quello che dà meno noie, che solleva meno incidenti. Non bisogna essere troppo esigenti, Dio mio, bisogna contentarsi delle spiegazioni che i governi interessati hanno la bontà di fornire. Il diplomatico che ha troppi scrupoli è presto tolto di mezzo; le buone relazioni internazionali sono salve. C'è la consuetudine anche in questo: tanto che se il nostro Governo per una volta si associa alle proteste di qualche suo agente, non mette una gran soggezione, nemmeno ad un Venezuela. È una cosa così nuova! Il Governo in fondo dice ai suoi consoli e ministri quello che costoro dicono ai «regî sudditi»: Sbrigatevela da voi!
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Ed essi se la sbrigano. Cercano di tenersi amiche le autorità locali, procurano di non urtare in niente, d'andare avanti sgusciando destramente fra questione e questione, persuasi qualche volta che quella è la buona via per cementare gli accordi fra Governo e Governo, per fomentare le fratellanze. Le autorità locali ne sono _enchantées_. Così essi assicurano la tranquillità dei rapporti diplomatici e non compromettono la loro carriera.