Chapter 14
È tutto un altro sistema d'educazione che ci vuole. L'insegnamento buono per l'Italia è falso, falsissimo per l'estero; esso trova nell'ambiente una opposizione che bisogna vincere, invece di trovarvi un aiuto, una più grande scuola di perfezionamento. Occorre ben altrimenti colpire le fantasie dei bambini, parlare alle loro piccole anime ed accenderle di entusiasmo e di fierezza. Bisognerebbe mostrar loro sempre le superbe vedute delle nostre città, dei nostri monumenti, le pitture storiche, in modo teatrale. I bimbi, come i vecchi, non credono che quello che vedono.
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Sarebbe possibile alla Collettività Italiana l'istituzione di queste grandi scuole, il cui programma ideale abbiamo rapidamente tracciato?
Sì, con un po' più di unione, con un po' più di concordia e d'amore. Ma il Governo italiano non dovrebbe rimanere estraneo all'iniziativa ed alla organizzazione di queste scuole italiane. Soltanto a questa condizione tacerebbero le antiche rivalità. Intorno alla sua opera tutti si unirebbero fraternamente. Occorre che una voce potente e paterna chiami i dispersi, concilî i dissidenti, plachi le ire, e questa non può essere che una voce che viene dalla Patria. Troppo tempo il Governo ha trascurato ed abbandonato quelle nostre colonie lasciando crescere le discordie, permettendo soprusi, sordo ai reclami, impassibile di fronte alle ingiustizie. Curando le scuole, che sono il vivaio degli uomini, avrà giovato a tutto un avvenire e si sarà fatto perdonare il passato.
La Collettività Italiana di Buenos Aires, che ha saputo adunare tanti milioni di capitale per la Società di beneficenza dell'Ospedale, farebbe altrettanto, e più, per le scuole, quando rimanesse persuasa che educare italianamente i figli è altrettanto necessario del curare i malati. L'azione del Governo dovrebbe essere più che altro morale: coordinare le forze e usarne con illuminata sapienza. Santa opera di pacificazione e di previdenza che non dovrebbe destare laggiù sospetti e gelosie.
L'Argentina potrà facilmente persuadersi che l'Italia non vuol certamente toglierle i suoi nuovi cittadini, ma vuole soltanto esserne amata perchè ne è madre.
NELLE CAMPAGNE ARGENTINE: "PEONI" E "MEDIERI".
[Dal _Corriere della Sera_ del 15 agosto 1902.]
La nostra emigrazione è nella massima parte composta di agricoltori, e l'agricoltura forma la più grande risorsa presente e futura della Repubblica Argentina. Lasciamo dunque un poco, lettore mio, le città con i loro governi, le loro amministrazioni, i loro tribunali, le loro collettività straniere--e relative associazioni--lasciamo la vita «civile» fra le passeggiate, le _avenidas_, i _clubs_, le bische, i teatri, gl'ippodromi che conosciamo già abbastanza e andiamo in cerca di tutti quei nostri connazionali che non si vedono nei grandi centri perchè lavorano dispersi per i campi, che non danno nell'occhio perchè sono umili, attaccati alla terra e del colore della terra. Essi sono la maggioranza. Sono essi che empiono le navi partenti dai nostri porti. La parola «emigranti» evoca alla nostra mente la loro folla misera e forte. Sono essi che i nuovi paesi invitano, perchè essi sono la ricchezza, l'unica vera ricchezza. Eppure sono gli ultimi ad essere visti da chi arriva laggiù, perchè al primo momento si scorge solo una folla di affaristi, di politicanti, di banchieri, di commercianti, d'industriali, di borsisti. Sono la maggioranza, ma le loro voci lontane non si odono; essi vengono gettati sui campi come si getta il seme. Il loro còmpito principale è quello di dare il frutto, darlo per tutti, e, se ne avanza, anche per loro.
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L'emigrante che sbarca col solo patrimonio delle sue braccia è un _peon_. Il _peon_--italianizzato in _peone_--è l'essere più umile che esista. È qualche cosa meno di un uomo: è una macchina da lavoro della forza d'un uomo. Il peone fa di tutto: è facchino, manuale, spazzino. Vive alla giornata, oggi trasporta le pietre nei cantieri, domani trasporta i covoni sui campi. Gira sempre in traccia di lavoro; passa da colonia a colonia, da provincia a provincia, ben felice quando un'occupazione lunga lo fissa in qualche parte. Viaggia quasi sempre a piedi come l'Ebreo Errante, ma senza le scarpe leggendarie, perchè le sue si logorano.
Durante i lavori della campagna trova facilmente a vendere le sue braccia, se però qualche flagello non ha distrutto i raccolti. Quando sulle grandi aie le trebbiatrici rumorose ed ansimanti divorano i covoni, ed il frumento scorre via dal loro fianco come un liquido d'oro, una folla d'uomini s'affatica intorno alle macchine, porge loro i bocconi, raccoglie il grano nei sacchi che poi trasporta sui carri enormi. Sono centinaia di peoni. Da dove vengono? Nessuno si cura di saperlo; nessuno domanda il loro nome. Giungono a branchi, attirati dal frumento come le formiche. Sono accettati fino a che ve n'è bisogno; vengono contati e distribuiti al lavoro sotto la sorveglianza di _capataz_. Ricevono un nutrimento che varia--a seconda dei luoghi--ma che è invariabilmente cattivo; bevono acqua calda e quasi sempre melmosa, raramente mescolata con un po' di _caña_--acquavite ricavata dalla distillazione della canna di zucchero. Il loro lavoro è aspro, terribile, sotto al sole torrido. Hanno un salario che può andare dal mezzo _peso_ al giorno fino ai due _pesos_. Quando il raccolto è cattivo, il salario diminuisce. Quest'anno un numero grandissimo di peoni lavora nelle _estancias_ per il solo cibo, ossia per il permesso di vivere.
I peoni più fortunati sono quelli che trovano un lavoro fisso; essi ricevono quindici, venti _pesos_ al mese, ed hanno il vitto.
Purtroppo non è rarissimo il caso di peoni ai quali viene rifiutata la mercede pattuita. Finito il lavoro vengono qualche volta scacciati. Si sa bene che le loro proteste non sono ascoltate.
Vivono come le bestie, dormono in molti dentro un tugurio, che nella città è una camera di _conventillo_ e in campagna una capanna od anche una semplice tettoia. Se ammalano cadono nelle mani di una _curandera_ (poter chiamare il medico nelle campagne argentine è un lusso), la quale lega loro dei nastri rossi al polso per guarirli dalla febbre palustre, cava loro qualche libbra di sangue se accusano un grande male alla testa, fanno loro ingoiare le cose più strane e repugnanti per guarirli da un po' di tutto. E muoiono così, sul loro giaciglio.
Il peone che ha una famiglia, non sempre ne è unito. È il primo consiglio che gli emigranti poveri ricevono dalle «Guide» distribuite in Italia, e dagli impiegati dell'_Hôtel de Inmigrantes_: separatevi dalla vostra famiglia; le donne trovano facilmente ad occuparsi in Buenos Aires! Ed essi e le loro donne si separano: partono alla ricerca del lavoro per vie diverse che talvolta non s'incontrano più.
Il sogno del peone è divenire _mediero_, ossia affittuario di un pezzo di terra. Talvolta riesce a mettere da parte un po' di denaro, qualche centinaio di _pesos_, realizza il suo sogno. Le economie del peone sono il risultato di una vita miserabile, sordida, piena di sacrificî inauditi, di avvilimenti e di rinuncie spesso vergognosi. Se nella patria s'imponessero questi lavoratori una parte dei sacrificî che compiono sotto la sferza del bisogno laggiù, e se dedicassero alla loro terra soltanto un po' di quelle fatiche crudeli, alle quali li costringe la necessità in America, allora l'Italia sarebbe senza dubbio il più ricco paese del mondo.
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Il _mediero_ prende in affitto una o due _concessioni_ (la concessione è un quadrato di 860 metri di lato). Si fabbrica con le sue mani una capanna di legno e di fango seccato a mattoni, ricoperta di una lastra di zinco o di paglia. L'abitazione di terra è tradizionale; vi sono città come Mendoza, per esempio, che sono quasi interamente costruite così. Non è raro, viaggiando per la campagna, di vedere dentro un ristretto recinto dei cavalli che corrono per tutti i versi spaventati da gridi e da colpi di frusta. Lo strano torneo dura delle ore, e non è facile capire a prima vista che quelle brave bestie con i loro nobili caracollamenti hanno il modesto ufficio d'impastare il fango per costruirne delle case.
La vita del mediero è meno incerta di quella del peone, ma non meno dura. Egli vive isolato in mezzo alla sterminata pianura. Spesso il centro di popolazione più vicino dista delle leghe. Una visita del medico costa venti _pesos_ alla lega (50 lire). In caso di malattia ogni cura efficace è impossibile. Nell'estate, quando il grande calore corrompe l'acqua dei pozzi, il tifo ed il vaiolo mietono intere famiglie. In quella triste stagione è comune il vedere attaccato alla porta delle casupole un cencio nero, che si agita al vento tropicale soffiante dal Brasile e dal Paraguay caldo come il soffio d'una fornace. Quel cencio nero che sembra un uccellaccio di malaugurio agonizzante, significa che la morte è passata da lì: è il segno del lutto. La durezza delle condizioni fatte dal proprietario costringe il mediero a coltivare molta più terra di quanto sarebbe in grado di fare. Questo rende i lavori campestri eccessivamente faticosi. Il padrone sfrutta il mediero, e questi sfrutta la terra. La coltivazione si riduce allo strappare al suolo quanto più prodotto è possibile col minimo di lavoro, in proporzione alla superficie. Una famiglia normale coltiva circa cento ettari di terra. Le operazioni campestri debbono ridursi a due sole, per mancanza di tempo e di forza: la semina e la raccolta. La terra non sente la cura continua, operosa, della mano dell'uomo; non viene rinvigorita dalle concimazioni, nè liberata dalle male erbe. Si spossa rapidamente; dopo otto dieci anni, la sua forza produttrice declina rapidamente. L'uomo è costretto ad abbandonarla; essa ritorna pascolo; il deserto la invade di nuovo. Il proprietario è molto ricco, e poco gl'importa di sostituire l'agricoltura con la pastorizia nelle terre sfruttate; ma il mediero, salvo casi non troppo comuni, è sempre povero. Esso abbandona i campi ingrati in cerca di nuovo lavoro, ma con molto coraggio e molte illusioni di meno. È incalcolabile il numero di medieri che in quest'anno di misero raccolto sono tornati ad essere peoni. Ricordo d'averne incontrati tanti e tanti nelle colonie di Santa Fè e di Rosario, tragiche figure di affamati. Sono venute le annate di buon raccolto, ma essi non hanno potuto profittare della prosperità. La ricchezza strappata alla terra con tanta fatica, è passata per le loro mani senza lasciarvi nulla, mentre intorno a loro si sono andati arrotondando dei patrimonî. È necessario fermarci ad illustrare brevemente lo sfruttamento del quale è vittima la grande massa di questi poveri lavoratori dei campi.
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La condizione più comune fatta dai proprietarî ai medieri è quella detta della terzeria. Il mediero deve mettere del proprio gli attrezzi da lavoro--che in una coltivazione estensiva consistono in macchine agricole che rappresentano un discreto capitale--deve mettere gli animali da lavoro, e infine le sementi; e deve consegnare al padrone una quantità del prodotto totale variante dal 25 al 30%. Questa parte del prodotto deve essere posta in sacchi nuovi, e portata a spese del mediero fino sui vagoni della più vicina stazione ferroviaria.
Il mediero si pone generalmente al lavoro senza capitali o con capitali insufficienti. Le macchine e il resto deve acquistarli a credito; deve anche acquistare le prime sementi. Tutto questo o gli viene anticipato dal proprietario, oppure fornito da un _almacenero_. In tutti e due i casi i prezzi sono gravati inumanamente. L'ombra di questo debito si proietta su tutte le prime annate di lavoro, durante le quali è necessario eseguire opere preparatorie, come la scavazione dei pozzi, la costruzione delle stalle e dell'abitazione, e il frutto della terra è minimo. Il mediero ha bisogno di farsi anticipare il vitto fino ai primi raccolti. Nulla di più facile: egli ha offerte da tutte le parti: vi saranno i prodotti che pagheranno tutto. I commercianti delle campagne, tenitori di strani magazzini dove si trova di tutto, dalla trebbiatrice alla pasta da minestra e dal grano ai cappelli, si affrettano a divenire creditori, e porre così una specie d'ipoteca sul lavoro del mediero. L'agricoltore è quasi sempre ignaro dei prezzi; la sua diffidenza è dissipata presto dall'apparente fiducia di cui è fatto segno. Egli non si accorge che non è a lui che si presta, ma alla terra. Se il raccolto si presenta bene, egli vede aumentarsi il debito; quando passa per il _pueblo_ (piccolo centro) viene assediato d'offerte dal suo fornitore; gli si imbottisce il carro di stoffe per le sue donne, di conserve alimentari, di un po' di tutto. Egli è sedotto da questa effimera abbondanza. Si abitua a non misurare più le sue forze, fino al momento che il debito non lo ha ridotto allo stato di strumento facitore di ricchezza; egli come una pompa assorbe dalla terra i suoi tesori per dissetare avide bocche.
Nei tempi del raccolto, che richiede grande rapidità per non compromettere il prodotto, egli non può bastare da solo con la sua famiglia a compire i lavori campestri sulle grandi estensioni che è costretto a coltivare; ha bisogno di peoni, le cui mercedi sono a suo carico. Le spese aumentano. Le distanze poi rendono qualche volta disastroso il trasporto. Tutte queste difficoltà sono superate quando la terra vergine compensa ad usura i suoi sudori. Ma allorchè sopraggiunge la cattiva annata, quando dal Gran Chaco, che sembra la misteriosa patria dei flagelli, vengono i nuvoli di cavallette e si rovesciano sui suoi campi, quando la tormenta li inonda di sabbia arida, quando la siccità li brucia, oppure quando la terra stanca e spossata dallo sfruttamento continuo rifiuta i suoi doni, allora la miseria terribile sopraggiunge. Tutti gli uccelli di rapina piombano sulla casa del mediero. Egli è vittima di tutti gli agguati legali e non legali, di tutte le infamie. Se il paese traversa economicamente un periodo critico, come ora, i creditori sono inesorabili. L'agricoltore paga mille per uno. I suoi attrezzi, i suoi bestiami, il suo grano sono sequestrati, la sua casa saccheggiata. Queste operazioni si compiono alla prima alba, come i delitti, perchè nessuna opposizione sia possibile. La legge non lo consente, ma lo consentono dei giudici, e basta.
Il mediero ritorna più miserabile di quel che non fosse prima, poichè spesse volte alla sua miseria materiale si aggiunge una ben più grave miseria morale. Il suo lavoro non è stato continuo; egli non si è occupato delle coltivazioni di frutta, di erbaggi, di ortaggi, i cui prodotti non poteva smerciare facilmente data la distanza dei mercati, e che richiedevano lunghe cure prima della produzione, lenta ed aleatoria. Nessun affetto alla terra lo portava ad arricchirla di vigne e di frutteti, che richiedono un capitale non piccolo, e che avrebbe potuto abbandonare forse da un momento all'altro prima di ricavarne i frutti. Egli non voleva che il guadagno immediato, il più gran guadagno. Grano, mais, lino, ecco le tre uniche coltivazioni, le più semplici. Tra il faticoso lavoro dell'aratura e quello tremendo del raccolto passavano lunghi mesi di ozio assoluto, d'inazione bruta. Il paziente lavoro di tutti i giorni non ha più tenuto occupato il suo spirito; dalla fatica bestiale passava alla disoccupazione ancora più bestiale. L'aspettativa fatalistica del raccolto lo ha reso apatico; è divenuto mezzo _gaucho_ nell'anima, stemprato e stanco; senza il sollievo ed il conforto di una vita civile ha perduto la grande forza della volontà, si arrende alla sciagura, cede, è vinto.
Questa è la sorte disgraziatamente comune a tanti nostri emigranti, ma non a tutti, per fortuna. Vi sono alcuni proprietarî (molto pochi in verità) che fanno ai loro medieri patti più umani, che forniscono loro una parte degli attrezzi, un carro, i cavalli, oppure che stabiliscono il rimborso onestamente. Vi sono agricoltori che riescono a mantenersi con le loro forze, che vivono sempre nel sacrificio della più stretta economia, che dopo varî anni di lavoro giungono a capitalizzare due, tre, quattromila pesos, sottraendoli all'ingordigia delittuosa dei soliti uccelli di rapina. Essi, al primo rallentarsi della produzione, cercano altri campi per loro conto, e divengono _coloni_.
Il _colono_ rappresenta l'ultima trasformazione dell'emigrante. Diventando _colono_, lo straniero cessa virtualmente d'essere straniero, perchè si attacca definitivamente alla terra. Il colono è la vera forza.
Fare d'ogni emigrato agricoltore un colono, questo è il problema che la Repubblica Argentina s'impone; ma la sua soluzione finora non fu cercata che fra i miraggi della teoria.
I coloni e la colonizzazione c'interessano vivamente perchè sopra essi si basa l'avvenire della nostra emigrazione, non solo, ma bensì l'avvenire stesso dell'Argentina, e non sarà discaro al lettore che ad essi dedichiamo la lettera seguente.
NELLE CAMPAGNE ARGENTINE: I "COLONI".
[Dal _Corriere della Sera_ del 24 agosto 1902.]
Nell'Argentina vi sono circa ottocentomila chilometri quadrati di terra coltivabile, dei quali appena quarantacinquemila sono lavorati. Questa è una grande seduzione per le masse che emigrano. La conquista sembra semplice; quella terra non aspetta che il lavoro per profondere i suoi tesori immensi, ecco le braccia, noi ne abbiamo.
Ma l'emigrante, il quale giunge laggiù attratto dal miraggio d'una prosperità che appare certa, il quale sogna di divenire proprietario--per il diritto che dà il lavoro--di una terra che ora è abbandonata, selvaggia e infruttifera, si accorge ben presto che la realtà è ben diversa dai bei sogni che hanno confortato il suo distacco dalla Patria.
Ecco ciò che egli trova:
Della grande superficie di terra disponibile soltanto una parte ben piccola è accessibile, ossia solo quelle terre i cui prodotti possono essere trasportati, o potranno essere trasportati in un futuro non eccessivamente remoto. A dieci leghe da una ferrovia o da un fiume navigabile il prezzo del trasporto assorbe il valore del prodotto; da lì incomincia la sterminata zona della terra inutile, sulla quale non è possibile che la vita selvaggia, senza contatti con l'umanità, vita che è inaccettabile se ad essa non si dà la speranza di un limite. Vi sono terre non attraversate presentemente da strade ferrate, ma che lo saranno probabilmente. Qui la vita selvaggia è affrontabile, perchè vi è la probabilità di uscirne presto. In fondo tutti questi calcoli di tempo non debbono sorpassare i limiti della vita umana; si ha un bel predire un fulgido, favoloso avvenire nelle età future: questo non ci commuove come la speranza della più modesta agiatezza balenataci nella mente quale compenso al nostro lavoro.
La terra aperta al fecondo lavoro dell'uomo si riduce dunque ad un tredicesimo circa di tutta la terra coltivabile, ad un quarantaduesimo della superficie totale della Repubblica. Orbene, questa terra in massima parte non è più libera, ed ha un costo che la speculazione ha reso esagerato.
Entriamo un poco nel meccanismo della compra-vendita dei terreni. Essi appartengono in grande parte a latifondisti argentini, che sono arrivati al possesso quasi sempre o per diritto di «denuncia»--per il quale si poteva una volta divenire proprietarî delle terre denunciate allo Stato come libere--o più spesso per favoritismi, per compensi di maneggi politici, per regalìa governativa, o magari per nessun diritto. All'epoca della sanguinosa conquista, quando le misere tribù indiane furono spazzate vie dalla Pampa, enormi lotti di terre vennero cedute ai capi dell'armata e agli amici del governo. Queste terre non avevano che un valore minimo, erano pascoli brulli e selvaggi. L'emigrazione nostra, introducendo l'agricoltura, diede loro un ben maggior valore, e la terra divenne in breve oggetto della più sfrenata speculazione, i cui lucrosi compensi pagava e paga il lavoro italiano.
Il coltivatore non ha altro sogno che quello di divenire proprietario. Sfruttare questa aspirazione legittima, ecco la base della speculazione, che è sempre proceduta e procede così: Il latifondista divide la sua proprietà in porzioni che affida, al momento opportuno, alle vendite al _remate_--specie di asta pubblica. Se la corrente immigratoria è forte, e se i terreni sono facilmente accessibili, egli trova subito degli speculatori delle Società di speculatori che comperano. Spesso quelle terre, magnificate da _réclames_ veramente americane, passano da _remate_ in _remate_ aumentando straordinariamente il loro costo, senza che nessun lavoro abbia aumentato menomamente il loro valore. È il lavoro futuro che si va ipotecando. Finalmente, quando l'opportunità si presenta, la terra, divisa in piccoli lotti, passa ai coltivatori a condizioni disastrose.
Il prezzo è centuplicato, alle volte. Per esempio, leggo in una relazione pubblicata nel '91, che la colonia Pilar, comperata da un agente tedesco di nome Lehman per _seicento_ pesos boliviani, ripartita in concessioni e rivenduta, passata poi in mano dei coloni col patto di pagamenti rateali, dopo sette anni si trovò essere stata comperata per nove decimi da coloni italiani pel prezzo complessivo di _cinquantamila_ pesos.
I coloni vengono allettati alla compera con ogni mezzo. Se i compratori non accorrono si cambia nome alla colonia in vendita; una colonia che sotto il nome spagnuolo non trovava acquirenti venne chiamata Nuova Torino, e si popolò di emigrati piemontesi, contenti di trovare almeno nel nome un dolce ricordo della Patria abbandonata. Due colonie vicine, situate in terreni paludosi, trovarono presto compratori italiani quando vennero battezzate coi nomi di Umberto e Margherita. Nei cartelli _réclame_ di queste colonie erano disegnate due belle piazze, intorno alle quali dovevano sorgere le abitazioni. I poveri contadini recatisi sul posto trovarono che al posto delle piazze v'erano delle _canadas_--piccole paludi. Domandarono la rescissione dei contratti, ma il venditore rimediò creando per le due colonie un centro solo al quale dette il nome di Nuova Roma, e tutti contenti.
I cartelli _réclame_ poi sono capolavori del genere: la «pianta» delle colonie vi appare tutta verde, con belle strade bianche, divisa in quadri sui quali l'ingenua fantasia dei contadini miete messi abbondanti. Come resistere alla tentazione di comperare un pezzo di quella bella terra, quando si ha in tasca qualche migliaio di pesos, siano pure risparmiati Dio sa a costo di quanti sacrificî? Non occorre pagar subito: si paga a rate annuali. Si paga in cinque, sette, dieci anni.
Il colono viene a pagare così un prezzo enorme. Non sempre riesce a soddisfare ai suoi impegni, ed allora si vede ritolta la terra che egli ha fecondato, per la quale ha speso per anni ed anni ogni sua energia ed ogni suo pensiero, quella terra nella quale aveva riposto tutte le sue speranze. Deve abbandonarla, abbandonare la casa che bene spesso ha eretto con le sue mani, rese sapienti dalla necessità, abbandonare le messi, tutto. E si trova ricaduto nella miseria assoluta: tutto è da ricominciare.
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