L'Argentina vista come è

Chapter 12

Chapter 123,412 wordsPublic domain

L'emigrazione nostra, così com'è, fa pensare all'esportazione d'una materia prima destinata ad essere trasformata ed adoperata. Subisce tutte le influenze senza resistere perchè è ignorante, cioè debole, e miserrima, cioè disarmata. In queste condizioni appena giunge ad immettersi nella nuova società, ne occupa l'infimo posto, ossia il più disprezzato. Laggiù nella scala delle posizioni sociali vi è un gradino di più, in basso: dopo il povero viene l'immigrante. Esso è più povero del povero nella conoscenza dell'ambiente e delle condizioni della sua nuova vita. Esso non potrà elevarsi che col lavoro, la sobrietà ed il risparmio. Questo significa che sarà costretto ad una vita di sacrificî, di gretterie e di umiliazioni, la quale, in mezzo al lusso dell'ambiente argentino e alla grandiosità dissipatrice dei «figli del paese», formerà un contrasto stridente che porrà l'emigrante sotto una luce ancora più dispregevole.

Osserviamo un emigrante qualunque, un emigrante «tipo»--piemontese o calabrese, poco importa--che arriva dal suo campo in cerca della fortuna. È umile per necessità, timido per ignoranza, si presta ad essere sfruttato e malmenato in silenzio perchè non conosce i suoi diritti--del resto comprende ben presto che il reclamare per i torti ricevuti è inutile, se non rovinoso, e che egli è solo e abbandonato.--Egli ammira tutto perchè nulla ha visto mai. Ciò che è diverso per lui è migliore. Conserverà della Patria una nostalgia istintiva, l'amore per i luoghi ove si è nati, quell'amore che il tempo ed i ricordi rendono sempre più dolce: amerà ricordarla, ma più andrà avanti con gli anni e meno conoscerà la vera grandezza e le glorie del suo Paese, perchè nella sua mente l'idea della Madre Patria non sarà altro che l'idea del suo passato. Vedrà lontano una casupola, un villaggio, una valletta; la sua casa, il suo villaggio, la sua valle. Quella è l'Italia; tutto il resto è vago, incompreso, indefinito. Talvolta si accorge che la sua qualità di straniero lo esclude da mille benefizî, lo priva di garanzie e di diritti; si trova come un veltro estraneo alla muta che lo guarda bieca e ringhiosa intorno alla _curée_. Allora, raramente, ma non troppo, e se i suoi mezzi e la sua posizione lo permettono, cerca di cambiar manto, di rendersi più simile che sia possibile ai fortunati, cerca di cancellare le traccie di italianità che gli sono rimaste, e comincia dal modificare il proprio nome. Si chiama Chiesa si cambia in Iglesia; se si chiama Speroni si trasforma in Espuelas; e si vede così un Montagna divenire _señor_ Montaña, un Bibolini cambiarsi in Bibolian.--Disgraziatamente non mancano esempî!

Questo emigrante sarà doppiamente prezioso per il paese che lo acquista, ma quale sostegno potrà essere al nostro prestigio nazionale?

Quanto dico è amaro a dirsi, ma più amaro ancora a tacersi. Del resto, la causa di questi mali è qui, è in Italia, ed in Italia soltanto può esservi la cura.

L'animo del nostro paese è rimasto estraneo all'emigrazione; questa non rappresenta l'espansione d'un organismo esuberante di vitalità, ma piuttosto un male specializzato d'una sua parte. Essa non ci ha preoccupato che di tanto in tanto per un sentimento umanitario, e niente più. Non abbiamo pensato a sorreggerla, a dirigerla, a illuminarla. L'emigrazione nostra è come sangue vivo sgorgante dalla piaga incurata della nostra miseria e della nostra ignoranza. La piaga è vecchia e non ci dà dolore, e poco ci curiamo se questo po' di sangue nostro cade, si disperde, va a male. Non abbiamo veduto tutto il buono e tutto il cattivo che dalla nostra emigrazione poteva venire. Ben altrimenti dovevamo invigilarla e proteggerla, farle sentire lo sguardo della Madre Patria fiso sopra di lei; darle un ampio stato maggiore d'intelligenti.

Dalla Germania, dall'Inghilterra emigrano masse di giovani che escono da scuole create apposta per aprire gli occhi, che si sparpagliano per il mondo a battere sempre nuove vie per dove in breve s'incanalano i commerci delle loro patrie, delle quali così s'aumenta il prestigio e la potenza ovunque. Nuove regioni sono sondate, studiate, e ad esse dirette le masse emigratrici nella proporzione e nella composizione necessarie.

I rarissimi giovani colti frammisti all'emigrazione italiana, non partono ordinariamente--salvo onorevoli eccezioni--che quando vedono fallito l'ultimo tentativo per ottenere un umile impiego, sia pure a mille e cento. Vanno senza idee, senza progetti, senza appoggi e senza mezzi, travolti nel turbine della miseria, e privi perciò di quella grande forza che è l'indipendenza. Talvolta cadono per non rialzarsi più, talora invece riescono a formarsi una posizione; ma imparano laggiù, alla scuola della vita, quanto il paese nativo non s'è curato d'insegnar loro, ed è naturale che si modifichino, che si adattino all'ambiente; non possono serbarsi italianamente puri, e nello istesso tempo lottare per il pane in un ambiente dove sentono l'ostilità mordente, sorda, continua e tenace contro lo straniero.

Nessun uomo può rinunziare allo spirito di conservazione. L'emigrazione italiana ha perciò poche guide e pochi esempî, e viene a mancare così di quella mirabile coesione che è la caratteristica di altre emigrazioni.

Aggiungete la impunità che la cattiva giustizia assicura così spesso al «figlio del paese» quando commette reati a danno d'italiani--i quali sopportano tutto in espiazione di quel peccato originale che è l'essere _gringo_--aggiungete l'inazione diplomatica che lascia i nostri connazionali esposti all'arbitrio, al sopruso e alla brutalità, ed avrete un'idea della posizione forzatamente umile dell'emigrato italiano.

È per questo che noi laggiù non abbiamo sempre troppa fierezza, e non facciamo mostra di un'eccessiva dignità nazionale. Un anno e mezzo fa, poco tempo dopo che al Brasile si era data una sanguinosa caccia all'Italiano--pagata poi con un po' di denaro, senza nessuna soddisfazione per la bandiera italiana che la folla aveva oltraggiato trascinandola nel fango--il Presidente del Brasile, Campos Salles, si è recato a Buenos Aires. Moltissime Società italiane con bandiera e musica andarono a riceverlo, qualcuna di quelle Società diede persino feste in suo onore, e alla sera le facciate delle sedi sociali furono illuminate. Un ricco signore italiano giunse persino ad offrire la sua casa per ospitarvi il Presidente brasiliano, offerta che, si capisce, venne senza indugio accettata. E come questo, troppi altri «omaggi» inconsiderati rendiamo. In tutto ciò vi è molta ingenuità, molta incoscienza, desiderio di far cosa gradita, entusiasmo impulsivo e incoerente. Siamo latini anche noi; una bandiera spiegata e un festone di lampadine elettriche bastano spesso a farci gridare evviva. C'è il buon cuore, il cuore italiano, perchè con quello si nasce e si muore, ma non c'è il carattere italiano, perchè il carattere si forma; e, disgraziatamente, in Italia non è popolarizzato il mistero della sua formazione. Le nostre masse povere che emigrano sono moralmente amorfe.

* * *

I danni che a noi derivano da questa emigrazione sono materiali e morali. I materiali: l'Italia che ha nell'Argentina più d'un milione dei suoi figli--ossia un quarto della popolazione della Repubblica--non contando i loro discendenti, non occupa nell'importazione di quel paese che il quarto posto, e il settimo nell'esportazione. I danni morali sono molto più gravi: laggiù si giudica del nostro paese in base all'emigrazione.

Gli Argentini stimano la Spagna perchè ne sono figli, l'Inghilterra perchè ne sono debitori, la Francia perchè ne sono satelliti, la Germania perchè ne sono clienti, gli Stati Uniti perchè ne sono ammiratori e imitatori. Dell'Italia sanno poco (la coltura storica e artistica non è in verità il loro forte), fuorchè essa manda laggiù bastimenti carichi di suoi figli, attivi, infaticabili, preziosi, sì, ma poveri e umili, due qualità straordinariamente disprezzabili, specialmente in un paese dove il denaro e l'orgoglio sono tutto. L'Italia è generalmente raffigurata dalla massa _criolla_ come un paese di affamati, saturo di popolazione--quasi una piccola Cina--che ha bisogno di tendere la mano alla ricca e progredita America. Basta vedere le allegorie politiche dei giornali illustrati, nelle quali v'entri l'Italia, per capire, niente altro che dal gesto di magnifica protezione dell'Argentina verso l'Italia più piccina di lei, quale è il pensiero di quella gente, sui rapporti dei due paesi.

Ricordo che un giorno il direttore del più popolare giornale della sera, parlando con me di politica europea, mi sosteneva col massimo convincimento che l'Italia deve l'essersi salvata dalla crisi economica, di recente e dolorosa memoria, precisamente all'... Argentina. L'Argentina ci avrebbe salvato prima portandoci via dei disoccupati e degli affamati che avrebbero fatto la rivoluzione, poi economicamente con i... risparmî mandati a casa dagli emigranti e con lo sbocco dato ai nostri prodotti. L'egregio direttore ripeteva ciò che in più occasioni aveva scritto e ciò che la massa dei suoi lettori pensa.

Un giovanotto della migliore società bonearense, di ritorno da un viaggio in Europa, o meglio a Parigi, rispondendo ad un amico mio che gli vantava la vita napoletana, al sentire la parola _paseos_--passeggi--esclamò, con un sorriso indescrivibile:

--_Caramba, me abria gustado ver los napolitanos in coche!_--Perbacco, mi sarebbe piaciuto vedere dei napoletani in carrozza!

Un altro aneddoto ancora più caratteristico. Il figlio d'un ministro argentino si trovava a Napoli con un amico italiano, ora stimatissimo professore di latino a Buenos Aires, e passeggiando per la città, meravigliato del concorso elegante, esclamò:--Ma qua sono tutti stranieri!--L'amico rispose distrattamente che ci sono sempre molti stranieri a Napoli. Alia sera, al San Carlo, il figlio del ministro non si era ancora seduto nella sua poltrona, che girando lo sguardo sorpreso intorno alla sala ripetè:

--_Però todos, todos estranjeros!_

--Ah, no!--rispose l'amico comprendendo finalmente--sono napoletani, tutti napoletani, che Dio ti benedica!

La sua mente non concepiva dei napoletani in abito nero e delle napoletane in _décolletée_ e brillanti, riuniti in una splendida sala da teatro. Per lui, come per la maggiorità de' suoi concittadini, «napolitano» era quasi sinonimo di venditore ambulante, di lustrascarpe e di spazzaturaio.

È facile immaginare quanto questa, diciamo così, poca considerazione dei nativi contribuisca a deprimere maggiormente il morale del nostro emigrante. L'Argentino, per la sua natura spagnolesca--che sotto certi aspetti può anche avere alcunchè di simpatico--è superlativamente orgoglioso, e convinto della sua indiscutibile superiorità sopra tutti gli altri umani dell'universo--ed è abituato a sentirselo dire. Anche nelle sue dimostrazioni di amicizia e di simpatia vi è sempre un'aria di degnazione, di protezione; nella sua cordialità c'è della benevolenza; si pone a _vos ordenes_ per una forma di squisita e cavalleresca educazione, ma non riconosce nè _ordenes_ nè _deseos_ se la sua vanità non è solleticata; egli può concedere, mai cedere. Nelle transazioni fra uno straniero e un «figlio del paese» vi è sempre il carattere di transazioni fra inferiore e superiore, anche se avvolti nel velo soave di una educazione inappuntabile. Per di più, se gli argentini colti, quelli che formano la minoranza dirigente, sentono nella prosperità in cui vivono i vantaggi incalcolabili della nostra emigrazione, e la desiderano e la provocano, la massa povera _criolla_, quella che vive disseminata nella campagna, ne sente invece i danni. Una volta era padrona della Pampa, che la nutriva senza la dolorosa necessità del lavoro. Ora, dove è l'italiano _enlazare_ un bue diventa un furto; il colono difende i frutti del suo lavoro, e il _gaucho_ è costretto per vivere a lavorare nell'_estancias_ qualche mese dell'anno; ciò offende la sua dignità. Egli ha rancore contro il _gringo_, e di quando in quando all'occasione si vendica a colpi di rivoltella, troppo spesso impunito.

La situazione dei lavoratori italiani, specialmente nei campi, è in certo modo simile a quella degli ebrei in alcune nazioni d'Europa, i quali fanno liberamente i loro affari, ma un'ostilità blanda e latente li circonda. Alla prima occasione si sentono gridare in faccia la parola «ebreo» come un'ingiuria. Laggiù si grida: _gringo_.

L'italiano si chiama _gringo_, un vocabolo dispregiativo, che non ha la traduzione. Non se ne sa nemmeno l'origine: alcuni credono che venga da _griego_-greco. Parrebbe che una volta, in uno dei primi anni del secolo passato, sbarcasse al Plata una comitiva di cavalieri d'industria greci, che rubarono mezzo mondo e poi presero il largo. Da allora si sarebbero chiamati _griegos_ gli stranieri, quasi come per dirsi:--In guardia amico!--Da _griego gringo_; e questo appellativo è restato quasi esclusivamente sulle spalle degli Italiani. Non sono molti anni che rappresentava un'ingiuria mortale, ma poi i _gringos_ sono diventati tanti che la parola ha perduto molto dell'acerbo significato, restando una semplice espressione disprezzante, come potrebbe essere da noi il vocabolo «stranieraccio». In forma amichevole _gringo_ si cambia in _gringuito_. Spesso invece è seguito da un immondo qualificativo decentemente intraducibile e pure tanto comune laggiù, che pare non abbia altro scopo che di riportare la parola _gringo_ all'antico ingiurioso significato.

Un argentino si offende se viene chiamato _gringo_. Tutti gl'Italiani indistintamente sono _gringos_. L'appellativo è usato correntemente. Dei _gringos_ il più dispregiato è il _tano_. _Tano_ è la corruzione di «napoletano». Tutti i meridionali sono «tani». Questa parola non è molto usata nelle classi _decentes_; se ne fa abuso nel volgo, specialmente della campagna. Siccome i poveri emigranti meridionali, calabresi, abruzzesi, napoletani, siciliani, sono i più miseri e i più incolti, la parola _tano_ poco a poco è venuta a designare l'ultimo gradino dell'umiltà umana. Dire _tano_ è come dire «miserabile!» Di questa parola non esiste un vezzeggiativo in _tanito_: _tano_ è sempre dispregiativo assoluto. L'Argentino irritato vi dice in faccia _gringo_: irato vi grida _tano_. Ciò significa che le parole equivalenti a _italiano_ e _napoletano_ occupano un posto nel vocabolario delle ingiurie. E il nostro orgoglio non ne può essere lusingato.

Nel teatro _criollo_, che è una derivazione recente dell'antico teatro spagnolo, s incontra spesso il _tano_. Come in tutti i teatri primitivi i caratteri dei personaggi rimangono stereotipati attraverso le diverse commedie, formando quasi delle maschere; fra queste maschere il _tano_ fornisce il diversivo allegro: è burlato da tutti, parla a strafalcioni; è un po' il «servo sciocco» delle antiche scene italiane, ma più servo e più sciocco, per di più ladro e.... bastonato. Questo solo basterebbe a farci comprendere la strana depressione del nostro prestigio.

* * *

Fra chi è nato al di qua e chi è nato al di là dell'Atlantico v'è una barriera invisibile che l'Argentino sente e apprezza; ed attribuisce alla propria generosità e alla propria bontà il non farla sempre valere. Esso si ammira in buona fede; dice e scrive in fondo in fondo così: «tutta questa gente moriva di fame nel suo paese, è venuta qua, ed io non la scaccio; come sono buono, generoso, ospitale!» Tutti hanno interesse di ripetergli in coro «come siete buono, generoso, ospitale!»--e la barriera invisibile persiste minacciosa.

Oh! facciamo una buona volta i calcoli di questa ospitalità generosa, vediamo da quale parte sono gli utili maggiori, immaginiamo che cosa sarebbe quel paese senza di noi, ed osserviamo ciò che è; vediamo chi crea la sua ricchezza, vediamo chi produce e chi spende, chi suda e chi gode, chi fa e chi disfà. Smettiamo di mentire, perchè la nostra dignità ne ha sofferto abbastanza.

Il nostro lavoro è richiesto: si domandano braccia.--«Che cosa guarirà mai la profonda crisi argentina?»--chiedevo un giorno al senatore Canè, uno dei più colti politici argentini.--«Non c'è che un rimedio: l'emigrazione»--mi rispose. Dunque da una parte si chiede l'emigrazione, dall'altra vi è la potenza di soddisfare la domanda. Si può ben trattare come parti contraenti, mettere delle condizioni, volere delle garanzie, pretendere un po' di giustizia per i nostri poveri connazionali, in cambio della immensa forza che noi diamo, e che noi dovremmo dirigere.

La vera Italia è sconosciuta o misconosciuta laggiù: la sua voce timida vi fu raramente udita; ascoltata mai. Il solo fatto di chiedere niente altro che il mantenimento delle calpestate promesse costituzionali, come il «diritto alla vita, all'onore, alla libertà, all'eguaglianza, alla proprietà e alla sicurezza», ci porrebbe immediatamente in una ben diversa situazione morale.

«Parla? dunque vive!»

UNIONI E SCISSIONI.

[Dal _Corriere della Sera_ del 30 luglio 1902.]

Gl'italiani al Plata sono riuniti in circa trecento associazioni diverse: il che significa che sono perfettamente disuniti.

La questione delle associazioni ha laggiù un'importanza speciale perchè da essa deriva una grande debolezza, una mancanza di coesione morale, una dispersione di forze e di ricchezze nella nostra colonia, mentre potrebbe e dovrebbe essere un elemento di unione e di potenza.

La cosa andrebbe studiata con cura. Noi abbiamo nel sangue un po' di spirito di scissione; è indubitabile. Il disaccordo non è lo stato meno normale dei nostri spiriti; la discussione ci piace. Anche quando siamo in due abbiamo sempre qualche idea altrui da combattere e qualche idea nostra da patrocinare. È un difetto latino; le nostre anime si avvolgono nell'antica toga sempre pronte all'orazione. Le discussioni sprizzano fuori dall'urto delle opinioni come le scintille dall'urto dei corpi, e noi amiamo soverchiamente queste scintille della discussione. Da questo viene il caratteristico chiacchierìo tumultuoso della nostra folla a cui si contrappone il mutismo solenne e impressionante della folla inglese, per esempio, della quale si ode il rumore, ma non la voce. Una folla anglo-sassone o teutonica agitata da un entusiasmo è unita persino nell'_evviva!_, col suo _hip, hip, urrah!_, e canta in coro. E il canto collettivo--anche quando è stonato--è il segno migliore dell'accordo.

Questo nostro spirito di scissione noi lo troviamo esagerato negli italiani all'estero, e specialmente in America. La massa della nostra emigrazione, come già abbiamo avuto occasione di rilevare, proveniente da paesi diversissimi, misera e incolta nella generalità dei casi, è nel complesso deficiente di quelle qualità che formano il carattere nazionale. Per di più la necessità del lavoro la divide: la lotta accanita per l'esistenza o per la fortuna fa di un uomo quasi l'avversario d'ogni altro uomo. Le preoccupazioni della vita attuale distolgono la mente dalle cose della patria, le cui conseguenze, del resto, non sono più immediate; la distanza e il tempo annebbiano e discolorano quanto si è lasciato indietro; sulla nuova terra altre tradizioni ed altre usanze fioriscono e fanno dimenticare le antiche; ogni cosa, insomma, concorre ad allentare i vincoli dell'unione. Infine l'allargarsi d'una nuova civiltà offre a tutte le ambizioni in concorrenza l'esca di nuovi onori, reali e fittizî.

L'onore che è più a portata di mano laggiù è dato dalla carica di presidente, di consigliere, di segretario, di qualche cosa insomma di una società italiana. Vi sono società italiane utili e benemerite della collettività, ma ve ne sono molte il cui scopo è proprio quello di fornire delle cariche sociali ai soci, un titolo onorifico da sostituire al cavalierato che il democratico regime americano non ammette. Le cariche sociali vi si cambiano a turno una volta all'anno. Così chiunque può diventare il _señor_ Presidente; il che in Republica è straordinariamente lusinghiero. Un distintivo all'occhiello, il diritto di prendere la parola in un Comizio o di mettere il proprio nome in fondo ad un manifesto, esercitano un'attrazione straordinaria.

Quando una società comincia a diventare troppo numerosa, subito la minoranza, priva di cariche sociali, si stacca in massa e fonda una nuova società. Molte associazioni italiane si riproducono per scissione, come i bacilli.

Da questa straordinaria quantità di associazioni l'unione non è certo cementata; è una fermentazione di rivalità, di antipatie, di ambizioni e anche d'interessi, un lavorìo demolitore, un indebolimento doloroso, una corrosione lenta e continua della compagine morale della nostra colonia.

Quando una gioia o un lutto della Nazione fanno battere all'unisono tutti i cuori italiani, quando giunge dalla Patria un grido d'entusiasmo o di dolore, allora si compie per un momento il miracolo dell'unione, allora tutte le bandiere, gli stendardi e i simboli degli innumerevoli gruppi italiani si vedono riuniti per le vie agitati dallo stesso fremito, in mezzo ad un popolo, un altro popolo italiano, che è mosso da uno stesso amore. Si ha in quel momento la visione rapida, di fronte all'imponenza della massa enorme, della irresistibile possanza della nostra unione. Ma è un momento! Il giorno dopo, la discordia ricomincia il suo triste lavoro di tarlo, che sgretola, polverizza e disperde l'anima italiana.

* * *

Non parliamo delle associazioni e dei circoli che hanno per scopo il divertimento; essi si comprendono; il loro moltiplicarsi o il loro diminuire non ha alcuna influenza sopra l'unione della collettività. Anzi la loro presenza è un bene perchè i nostri connazionali vi trovano un sollievo e un riposo, che senza tali _clubs_ dovrebbero cercare in ambiente straniero. Esaminiamo invece quelle associazioni il cui scopo non è il divertimento, ma l'interesse. Nella sola Buenos Aires vi sono sopra a cinquanta Società di mutuo soccorso e di previdenza.

La prima di queste società la _Unione e Benevolenza_ venne fondata nel '58. In quell'epoca la forma di mutuo soccorso s'imponeva, era l'unica garanzia per i lavoratori dispersi in un paese nuovo, e anche l'unica forma di difesa che fino allora la previdenza collettiva avesse trovato.

La scissione si è manifestata subito nella prima società, dalla quale si distaccò, tre anni dopo dalla fondazione, la _Nazionale Italiana_. E altre e altre si formarono; dalla _XX Settembre_ si stacca la _Nuova XX Settembre_. Sorgono la _Colonia Italiana_, l'_Unione Operai Italiani_, l'_Italia Unita_, la _Giovane Italia_, e nello stesso anno l'_Italia_ (senza aggettivi); più tardi la _Nuova Italia_, l'_Italia Risorta_, l'_Italia al Plata_, e--ironia dei nomi--l'_Unione Italiana_. Due società di mutuo soccorso prendono il nome di _Vittorio Emanuele II_, due di _Cavour_, due di _Umberto I_. L'associazione di mutuo soccorso _Galileo Galilei_, non è la stessa--come potrebbe credersi--della _Eppur si muove_. Una serie di associazioni si forma in nome della fratellanza: _Unione e Fratellanza_, _Progresso e Fratellanza_, _Fratellanza Artigiana_... Si formano associazioni femminili di mutuo soccorso: l'_Unione e Benevolenza femminile_, la _Margherita di Savoia_, la _Figlie d'Italia_, la _Società femminile_...