L'Argentina vista come è

Chapter 11

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Il domatore tocca con la mano carezzevole il collo dell'animale, che dà un balzo, fremendo, quasi pieno di orrore e di disgusto più che di paura; il disgusto di un sovrano prigioniero che si senta toccare da mano plebea. I lacci si tendono nello sforzo unito dei sei uomini; in questo momento la sella scivola dolcemente sulla groppa del cavallo. L'animale si getta a terra in un parossismo di furore.

Gli uomini gli si precipitano addosso. È una lotta di pochi istanti, dopo la quale il cavallo scalpitando si leva in piedi, completamente bardato, il suo muso sporco di polvere e di sangue è ingabbiato nell'immonda testiera dal largo morso e all'addome è accinghiato strettamente il _recado_ variopinto. Ma ha un'aria così minacciosa, con la criniera eretta, gli occhi ardenti, le narici aperte e sbuffanti, che gli uomini rinculano in giro come i _capeadores_ intorno al toro ferito che si risolleva muggendo. Non hanno però abbandonato le redini, e cautamente, con l'aiuto di cavalli addestrati, vecchi complici che lo sospingono, è condotto all'aperto.

Allora, lentamente, con un fare noncurante e dinoccolato, il giovane indiano si appressa alla bestia. Dà una calma occhiata investigatrice alle fibbie e ai nodi della bardatura, si stringe sui fianchi l'alta cintura ornata d'argento e poi risolutamente balza in sella d'un colpo afferrandosi alla criniera.

Il cavallo resta per un momento immobile, come stordito da tanto ardire, con i garetti tesi, i muscoli contratti. Quindi si solleva sulle zampe posteriori e si rovescia a terra. Dopo un istante fra i folti nembi di polverone si vede il cavallo di nuovo in piedi scalpitante. Spicca salti terribili, furibondo, ma sulla sua groppa rimane l'uomo, curvo sulla criniera, impavido, saldo. Improvvisamente il cavallo prende la fuga e si allontana in un galoppo infernale verso l'orizzonte infinito, che il miraggio abbellisce di tremuli laghi sui quali i lontani boschetti di eucaliptus si specchiano nitidamente.

Pochi minuti dopo torna al piccolo galoppo, tutto intriso di schiuma, con gli occhi smorti e la bocca insanguinata, umile, obbediente alla volontà di quel fanciullo attaccato alla sua groppa: domato.

Povero sovrano della prateria! Chi sa che non sarà proprio lui a ricondurmi tra qualche mese--attaccato ad una modesta vettura di piazza--all'imbarco sulle banchine del Porto Madero!

* * *

Abbiamo continuato il nostro giro per l'estancia, sotto un sole torrido che accecava e stordiva. Ed ho un ricordo vago di quella corsa per prati senza fine. Rammento delle grandi tettoie presso un boschetto, sotto le quali ingrassano dei buoi colossali e delle pecore che sembrano enormi batuffoli di lana bianca, destinati a figurare in non so quale esposizione di bestiame: e delle scuderie divise in _boxes_, dai quali sporgono le teste di nobilissimi cavalli inglesi la cui genealogia mi veniva illustrata da un _trainer_, inglese puro sangue anche lui, che da venti anni è nell'Argentina e non parla spagnuolo. «Non parlo _ancora_ castigliano, _not yet_»--mi ha detto flemmaticamente.

--Oh!--ho risposto--è questione di tempo!

Rammento un _toril_ dove sultaneggiano dei tori mastodontici venuti dall'Inghilterra, i quali hanno ai loro ordini servi e scudieri; rammento numerose famiglie di struzzi che fuggivano davanti al nostro galoppo, simili a gruppi di piccoli cammelli con due sole gambe.

Dopo sei ore di cavallo ho cominciato ad accorgermi che la sella indigena è deplorevolmente incomoda; che il sole del gennaio sud-americano dà dei punti a quello del nostro agosto; che la pianura sconfinata ha--come il mare--le sue attrattive, ma che qualche gruppo d'alberi--come un po' di terraferma in navigazione--sarebbero d'una comodità indiscutibile.

Ma la fatica, il caldo e la sella incomoda ho presto dimenticato laggiù nel fresco _patio_ della villetta rosa, dondolandomi nell'amaca. E pensando alla vita della prateria ho provato una grande compassione per me stesso che andavo a rituffarmi nella vita sociale, laggiù a Buenos Aires.

Bella cosa esser _gaucho_! Perchè, vedete, il cavallo selvaggio, il toro furioso, la tormenta della Pampa, il sole tropicale sono tutte cose pericolose, non c'è dubbio; ma, non è forse peggio, qualche volta, quel mostro che chiamiamo... «il nostro simile?»

IL LAVORO ITALIANO NELL'ARGENTINA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 29 giugno 1902.]

In una voluminosa pubblicazione, edita or sono tre anni per cura d'un Comitato della «Camera Italiana di Commercio» di Buenos Aires, pubblicazione di carattere ufficiale che è una specie di bilancio dell'opera nostra nell'Argentina, al capitolo dell'industria si legge:

«E _noi_ (italiani) cerca questa ospite terra, alle _nostre_ braccia si apre, e il _nostro_ sudore domanda per fecondarsi. _Noi_ abbiamo steso per tutte le linee di ferro; _noi_ strappati i metalli alle vene delle roccie; _noi_ staccati i marmi e i graniti dalle montagne e svelti i tronchi dalle radici; _noi_ innalzate al cielo le moli dei palazzi e dei tempî; _noi_ addolciti i costumi, infiorata la vita; dischiuse le intelligenze. Che ci manca? Il coraggio di dire di noi ciò che è nel pensiero di tutti e sulle labbra di molti!»

Sante parole!

Ebbene, abbiamolo una buona volta questo coraggio della verità, senza trepidare per suscettibilità offese e per risentimenti sollevati. Che è mai «nel pensiero di tutti e sulle labbra di molti?»

È che noi italiani siamo le api operaie di quel grande alveare; è che l'Argentina esiste e vive in virtù del lavoro italiano. Senza di noi non avrebbe produzione, non avrebbe nè agricoltura, nè industria, non avrebbe teatri, palazzi, porti, ferrovie. È il lavoro dei nostri connazionali che ha veramente creato l'Argentina d'oggi, la quale senza di esso non avrebbe nessuna potenza economica, come un Guatemala od una Bolivia qualunque.

* * *

Giungendo a Buenos Aires i grandi piroscafi transatlantici s'inoltrano lentamente in un canale lungo ventun chilometri, scavato nel fondo del torbido Rio della Plata e segnato sulle acque agitate con centinaia di boe e segnali luminosi. Chi ha tracciato questo solco colossale nel letto del fiume? Degli operai genovesi. S'incontrano rimorchiatori che trascinano affannosamente le navi all'entrata del porto. Le loro piccole ciurme sono italiane. Ogni tanto i piroscafi passano rasente a dalle enormi draghe. Chi sono quegli operai che le manovrano lavorando sotto al sole cocente, in mezzo al frastuono degli immani macchinarî? Sono italiani: ecco, riconoscono la bandiera della patria a poppa della nave che passa, si sollevano dal lavoro, guardano pensosamente, e salutano. Si appressa un vaporino, una scala è gettata e compare il pilota sul ponte. È italiano.

Si arriva al porto--la cui grandezza stona, in questi tempi di crisi, con la pace che vi regna, ora che le settantasette gru idrauliche sugli enormi scali sono in troppa parte inoperose. Chi ha fondato, costruito, eretto, armato, montato tutto questo? Operai italiani. Il granito delle grandi pareli dei bacini e dei _docks_ viene dal Tandil, dove braccia italiane lo strappano alle colline, lo spezzano, lo sagomano, lo trasportano. Laggiù fra le lontane solitudini migliaia d'italiani, riuniti in poveri villaggi, lavorano le cave di granito che italiani hanno scoperto: e il rombo del loro lavoro echeggia per le valli deserte--quando una crisi politica o economica non li snida e non li ricaccia affamati, come nel novanta e come adesso, nella mandria immensa dei senza lavoro!

Dal ponte della nave ormeggiata l'occhio spazia sulla città, i cui mille pinnacoli, cupole, campanili si ergono sulla moltitudine dei tetti. Tutto ciò che si vede è stato fatto da braccia italiane. Il lavoro materiale italiano entra in proporzione del _novantasei per cento_ su quanto si fa laggiù.

Nel 1855 Buenos Aires non era che una ben misera città, fangosa e sporca. Le case piccole, basse, primitive, costruite senza calce con informi mattoni e fango, non avevano altro di buono che il _patio_: cioè a dire che la parte migliore della casa era fuori di casa. Persino l'abitazione del dittatore Rosas, che per venti anni ha imperato sull'Argentina, non era che una misera stamberga che fino a due anni fa si poteva vedere ancora in piedi ma pencolante, come quelle vecchie case inglesi dell'epoca d'Elisabetta, in Holborn, che tanto piacevano a Dickens.

In quell'epoca circa giunse laggiù il primo architetto. Era italiano, milanese. Poi altri lo seguirono. A questi nostri compatriotti si debbono le pi ime costruzioni civili di Buenos Aires. Già le braccia italiane giungevano in numero sufficiente per eseguire i loro progetti. Sorsero i primi palazzi, e poi dei teatri, degli ospedali, delle scuole. Braccia italiane costruirono senza posa. Da quell'anno sono state erette più di cinquantamila case; ossia tutta la città è rinata dalle sue maceriuzze fangose. E, se non in ogni costruzione è entrata la mente italiana, certo tutte sono dovute al lavoro materiale di quelle macchine umane che noi esportiamo gratis. E là ne abbiamo mandato per un valore di forse sette miliardi, se è giusto il calcolo degli americani del nord che attribuiscono ad ogni emigrante il valore di mille dollari.

Se per un miracolo tutto ciò che è prodotto dal lavoro italiano potesse scorgersi, assumesse un colore speciale, rosso, supponiamo, si vedrebbe Buenos Aires tutta intera, dal fiume ai campi dell'ovest, imporporarsi come sotto il riflesso d'un incendio sterminato. Da lì il colore di fuoco serpeggerebbe lungo tutte le ferrovie, lungo i fiumi, accenderebbe i battelli che li percorrono, e le città che toccano, i canali che vanno a irrigare le arse pianure di Cordoba e di Mendoza e di San Juan: si propagherebbe allargandosi per i campi di Santa Fè, di Rosario, di Buenos Aires, di Entre Rio, e giù al sud tingerebbe Bahia Blanca e il suo grande porto militare che il talento italiano ha ideato e braccia italiane hanno costruito. Non una città, non una colonia sfuggirebbero.

Non so se mai si farà una carta geografica che mostri il lavoro dei popoli, come si fanno le carte idrografiche per indicare l'altezza delle pioggie nei differenti paesi, e le carte etnografiche che mostrano le varie razze umane sparse pel mondo. Certo è che su questa carta l'Argentina tutta, dal Chaco alla Terra del Fuoco e dalla Cordigliera delle Ande al Plata, dovrebbe essere dipinta del colore indicato nel margine da queste parole: Lavoro italiano!

* * *

L'Argentina non aveva agricoltura prima che i coloni italiani andassero a dissodarne le sconfinate pianure. La Spagna, all'epoca della sua dominazione, forniva le farine; poi le fornì il Cile. «In gran parte la ragione di tale trascuratezza--dice un culto studioso della materia, Giacomo Grippa, in una monografia comparsa nel libro di cui ho parlato in principio--è da cercarsi nella indolenza degli abitanti, che non cedette a nessun tentativo che si facesse per scuoterla.» L'agricoltura argentina, che forma la principale ricchezza del paese, è un prodigio italiano. Si pensi che i campi di Santa Fè, di Cordoba e di Entre Rios, da dove questi prodotti vengono, erano _pampas_, pianura selvaggia, senz'acqua, coperta da vegetazione sterposa, da cardi, da cactus, e che sono i nostri contadini che l'hanno resa fertile, con anni e anni di lavoro assiduo tenace. Si pensi che la conquista di tanto territorio è costata tanto sacrificio di vite italiane, quanto nessuna guerra nostra.

Dall'agricoltura sono nate le industrie, con le quali il paese si è emancipato dall'estero per alcuni prodotti di prima necessità. E gli iniziatori dell'industria argentina sono quasi tutti italiani. Perchè, vedete, si potranno trovare dei _figli del paese_ concessionarî di lavori, intraprenditori, impresarî; talvolta commercianti; rarissimamente industriali; operai mai.

La coltura estensiva richiedeva macchine. Qualche povero fabbro italiano audace e volonteroso tentò di copiare le macchine straniere che capitavano nelle sue mani per le riparazioni. Riuscì. La sua fucina si ampliò a poco a poco, divenne officina, divenne fonderia. Dopo una lotta lenta, assidua e tenace come il battere del suo martello, vide il suo stabilimento aumentare, ed ergersi le ciminiere fumanti nel cielo; udì sempre più prepotente intorno a lui lo strepito infernale e divino del lavoro. Trovò imitatori: altri stabilimenti sorsero. Gli opificî fondati da italiani producono i tre quinti del totale lavoro del ferro in tutta la Repubblica. O meglio producevano, perchè ora tanti forni sono spenti, tante macchine immote, tante officine silenziose.

Altre industrie affini a quella del ferro sono sorte per opera d'italiani: fabbriche di mulini, di bilancie, di oggetti d'ogni metallo. L'industria dei metalli è quasi tutta italiana.

E qui un'osservazione, per dissipare un pregiudizio molto diffuso e dannoso. Le fabbriche e le imprese dovute alla iniziativa e al lavoro italiani non possono chiamarsi italiane che impropriamente, perchè il capitale che ne è l'anima si è formato laggiù, vi è radicato profondamente, è argentino, là si sviluppa e lascia tutti i suoi frutti. Disgraziatamente la mente che ha ideato e diretto il lavoro produttore, e le braccia che lo hanno eseguito, che sono italiane, non possono considerarsi che come apparecchi e macchine di precisione la cui provenienza è indifferente per la nazionalità dell'impresa. È necessario por mente a questo per non cadere in errore nell'apprezzare il _valore_ dal punto di vista nostro, di quanto vado nominando come italiano. Quando si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa inglese o tedesca, per esempio, s'intende che il capitale che li anima sta di casa a Londra o ad Amburgo, dove vanno gl'interessi e dove s'accumula la riserva. Quando invece si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa italiana, s'intende--salvo qualche rarissima eccezione--che noi in Italia non ci abbiamo a veder niente affatto, ma che solo è nato nel nostro paese l'uomo che ne ha avuto l'idea e il coraggio, la perseveranza e la sapienza d'attuarla.

È il capitale che dà la nazionalità all'impresa.

In tutte quelle industrie che si dicono italiane, perchè fondate, dirette, amministrate e lavorate da italiani, il carattere d'italianità è assolutamente transitorio; dipende spesso dalla vita d'un uomo. A poco a poco, per cessione o per eredità, passano _tutte_ in mani straniere--che spessissimo sono quelle dei figli--e di nostro non resta che la mano d'opera, la forza motrice. È poco. La mano d'opera è come il vomero dell'aratro che umile e basso si nasconde nel lavoro assiduo e passa ovunque sconvolgendo e fecondando, e che poi non è nulla di fronte al valore della terra e del grano. E poco monta che sia stato forgiato di ferro italiano o di ferro cinese.

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Continuiamo la nostra rivista del lavoro.

La pastorizia--che, dopo l'agricoltura, è la più grande fonte di produzione--ha fatto sorgere altre industrie, per opera sempre d'italiani. A due fabbriche italiane il popolo deve una parte delle sue vestimenta di lana. Un opificio fornisce anche di quei _ponchos_ caratteristici, mezzo mantelli e mezzo scialli, che una volta le donne tessevano nei _ranchos_ solitarî. Due fabbriche italiane trasformano la lana in cappelli, dai più rozzi ai più eleganti, e coprono quasi tutte le teste della Repubblica, anche quelle degli eleganti che non comprano nulla se il negoziante non giura loro che ciò che vende viene direttamente da Parigi.

Le pelli si esportavano semplicemente secche o salate; gl'italiani hanno introdotto l'arte del conciare. La conceria ha fatto sorgere le fabbriche di selle e di scarpe e sono gl'italiani che le hanno create e che vi lavorano.

Sempre troviamo gl'italiani come iniziatori d'industrie, le quali utilizzano ciò che una volta si gettava via, che traggono ricchezze dal niente, che aumentano enormemente la produttività dal paese. Se non hanno un gran posto nelle statistiche dell'esportazione, servono a limitare grandemente l'imposta che l'Argentina paga all'estero sotto forma di compere. Vi sono industrie che in una nazione sono quello che la buona massaia è nella casa: fanno economia di tutto, raccolgono ciò che viene abbandonato, lo trasformano, l'utilizzano; e il loro lavoro continuo e silenzioso, spesso inapprezzato, alla fine raddoppia l'attivo. Dal grasso degli animali, una volta abbandonato insieme alla carne--non si prendevano che le ossa, il cuoio e le corna--ora si toglie la stearina, la margarina, l'oleina. Furono italiani i primi ad usufruire delle carni istituendo i _saladeri_ dove a migliaia al giorno si macellano i buoi, la cui carne salata, il _tasaio_, viene esportato in grandissima quantità, mentre le altre parti degli animali si trasformano in olio, in colla, in cuoio. Profittando della stearina a buon mercato, degli industriali italiani hanno fondato una fabbrica di fiammiferi che produce centocinquanta milioni di scatole all'anno emancipando completamente il paese da quella importazione.

Si può giurare che non esiste un ramo d'attività che non si debba all'iniziativa italiana. Coltivata la terra e ottenuto il grano, gl'italiani crearono i primi molini. Ottenuto il granoturco, crearono le distillerie. Ottenuto il riso crearono le fabbriche di amido. L'uva era stata dichiarata di coltivazione impossibile in questa terra piana come un mare: la vite non verdeggia che sui colli. Essi cercarono lontano, ai piedi delle Ande, le colline e vi piantarono il prezioso arbusto. Vi mancava l'acqua; laggiù non cade la pioggia--i temporali umidi dell'Atlantico lasciano l'acqua lungo la immensa traversata della Pampa--ed essi chiusero la strada ai fiumicelli che scendono dai ghiacciai per le paurose gole della Cordigliera e irrigarono con le loro acque trecentomila ettari di terra. Una sola casa vinicola italiana di Mendoza produceva quarantacinquemila ettolitri di vino all'anno. Dico «produceva» perchè la crisi argentina ha travolto anch'essa nel turbine disastroso, gettandola a terra con altri colossi.

Anche nelle imprese d'iniziativa straniera, nelle ferrovie inglesi, nelle officine elettriche tedesche, per tutto, entra sempre il lavoro italiano. La mano italiana con la sapienza e la pazienza del ragno tesse e ritesse la tela della ricchezza argentina, che i turbini politici ed economici lacerano via--e noi sappiamo come.

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Ecco che cosa è il lavoro italiano! Ma noi possiamo essere orgogliosi di ben altro! Noi abbiamo portato in parte i germi della coltura intellettuale nell'Argentina; è un lavoro che non si ricorda e non si vuol ricordare. Adesso l'emigrazione intellettuale è preclusa dall'Argentina (come l'emigrazione dei malati o degli storpî o dei vecchi) per mezzo d'un feroce protezionismo che impone la così detta «rivalidazione delle lauree straniere»--della quale parleremo in seguito--che si risolve in un vero sfratto ai laureati stranieri. Ma se l'Argentina ha laureati suoi da proteggere, molto lo deve all'Italia.

Furono italiani i primi professori che incamminarono la scuola argentina sulla via delle moderne discipline, trasformando in ateneo ciò che non era al più che un seminario. Ai principî del secolo passato l'emigrazione italiana non era composta che di esuli politici, ossia--in gran parte--di uomini intelligenti. Per molti anni la parola «emigrato» da noi non significava che «perseguitato» per l'amor di patria. Ne arrivarono laggiù di questi emigrati, ad ogni rivoluzione repressa e ad ogni congiura scoperta, come ne arrivarono a Londra: ossia dove la distanza o la libertà garantivano la vita. Da dopo il '21 gli annali dell'Università di Buenos Aires e di Cordoba cominciano a registrare nomi di professori italiani. Troviamo il fisico Carta Molina, fondatore del primo gabinetto di fisica sperimentale, poi perseguitato sotto l'accusa d'essere _unitario_ e rinchiuso per forza in un manicomio dove è morto. Troviamo il naturalista Carlo Ferraris, fondatore della prima cattedra di storia naturale e del primo museo zoologico; troviamo il fisico Massotti, fondatore del primo osservatorio astronomico, e il Moneta al quale si deve l'Ufficio delle Opere Pubbliche dello Stato, ed anche la prima carta geografica esatta del paese. Quando si è fondata una facoltà di matematica e ingegneria, i professori furono tutti quanti italiani. Arrivarono verso il '65 i professori Ströbel e Speluzzi di Milano, Rossetti, Ramorino, Luzzetti che insegnarono scienze esatte. Ora tutti sono morti, e poco si ama ricordarli. Potrei continuare a empire pagine di nomi di italiani che hanno dedicato la loro vita a mettere al corrente gli argentini delle nostre scienze e della nostra civiltà; dal prof. De Angelis, che è stato il primo a raccogliere le leggi argentine, e il primo anche a raccogliere tutti i documenti della storia di quel popolo, fino al prof. Giuseppe Tarnassi, che è il primo ad occupare la cattedra di latino all'Università di Buenos Aires, cattedra ultimamente istituita.

Se le statistiche della produzione e del commercio possono darci l'idea del valore del nostro lavoro materiale, disgraziatamente nessuna statistica può darci quella del nostro lavoro intellettuale, la cui influenza meno immediata è tanto più vasta e profonda.

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Ecco rapidamente tracciato il quadro del lavoro italiano nell'Argentina. Era necessario per comprendere quanto la situazione morale, materiale e politica dei nostri emigrati laggiù sia diversa da quella alla quale essi hanno diritto.

ERRORI E DIFETTI DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 6 luglio 1902.]

Pochi popoli pagano al mondo un tributo d'emigrazione più grave dell'italiano; e pure la nostra stessa emigrazione sembra dimostrare--contraddizione strana--che noi manchiamo delle migliori qualità di popolo emigratore.

La massa dei nostri emigranti non ha preparazione, non conosce nulla del paese dove approda, e trova tutto inaspettato; non ha coscienza della sua forza e del suo valore; non è plasmata nè da una coltura, nè da una educazione, e si forma facilmente sopra un altro stampo; ha una verginità intellettuale che la rende duttile. Per una profonda ignoranza di cui noi in Italia, purtroppo, abbiamo la colpa e la responsabilità, la massa degli emigranti non conosce nemmeno il suo stesso paese, ne ignora le glorie e le grandezze, e non può sentire perciò l'orgoglio di essere italiana, non può provare quell'infinita soddisfazione della superiorità di razza che crea le pacifiche conquiste. Di fronte ad un nuovo popolo, in un nuovo ambiente, la cui brillante appariscenza la sua semplice mente non può sondare, essa si sente inferiore; ritiene come un torto proprio l'essere diversa; ne prova umiliazione, e tende a far scomparire ogni diversità modificandosi. E tutto questo perchè la nostra è una emigrazione di braccia, un'esportazione di muscoli, e troppo poco--in proporzione--d'intelligenza. Gli intelligenti nelle masse sono come i graduati nell'esercito, una piccola minoranza che guida, non fosse altro con l'esempio, che unisce in un'azione comune. Togliete gli ufficiali ad un esercito d'eroi, ed avrete la fuga più vergognosa. L'esercito dei nostri emigranti manca di ufficiali, e si sbanda, e si arrende alla spicciolata, subito, cedendo bene spesso quell'arma potente che si chiama «dignità nazionale».

Gli apprezzamenti che vado facendo si riferiscono al complesso della nostra emigrazione, s'intende; grazie a Dio si trovano per tutto dei fieri italiani, i quali prima d'ogni altro riconosceranno la loro dolorosa impotenza di fronte alla massa. Dopo d'avere constatato i trionfi gloriosi del lavoro italiano nell'Argentina, possiamo bene rilevare spassionatamente qualche nostro difetto, nel quale si possono trovare le cause di alcuni mali della nostra emigrazione.

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