Chapter 10
Poi, Mercedes. Una stazione più grande delle altre circondata da colossali eucaliptus neri, dalle foglie inquiete perennemente come quelle dei nostri pioppi. All'uscita, delle vetture in fila che ricordano le nostre antiche diligenze, dei ragazzi creoli che si precipitano sulle valigie, dei _cocheros_ che offrono il loro _coche_ anche per l'indomani, per il dopodomani, per qualsiasi tempo e momento, per la città e per il campo. Poi una cittadina dalle vie ampie e sterrate e dalle case minuscole e bianche. Finalmente l'albergo, un antico albergo, con le camere a pianterreno in giro a un _patio_ fresco e delizioso tutto ornato di piante. Quest'antica architettura _criolla_ dà alla casa una dolce aria d'intimità. È una delle cose migliori che la Spagna abbia lasciato quaggiù; ed è una cosa araba!
Alla mattina alle cinque un _coche_ mi portava a gran trotto verso San Jacinto, una delle più belle _estancie_ della Repubblica.
* * *
Un viaggio delizioso. L'aria fresca del mattino mi batteva in faccia nell'impeto della corsa portandosi via tutte le tristezze che la città lascia sempre addosso.
La campagna si svolgeva intorno a me, tutta piana come un mare. Sulla cima delle alte erbe la brezza spingeva verdi ondate, che fuggivano via rincorrendosi con allegro fruscìo. Intorno intorno si levavano isole di eucaliptus, di pioppi americani, di acacie, che ombreggiavano i _puestos_, le capanne dei pastori. Sul verde mandrie di buoi, mandrie di cavalli, mandrie di pecore, di guanachi, di nandù, tutta una popolazione pascolante, sparsa e immobile da far credere che fosse cresciuta su dalla terra come i cardi giganteschi che costellavano i pascoli.
Da ogni parte recinti di fil di ferro: centinaia di miglia di filo di ferro--d'_alambrado_, come si dice qui--che sostituiscono la nostra bella siepe. L'_alambrado_ e il primo lavoro umano sui campi vergini, è la presa di possesso. Molte proprietà non consistono ancora che in terra selvaggia e _alambrado_ tutt'intorno.
Questo recinto raddoppia il valore della terra; in alcuni luoghi il recinto costa più della terra a cui serve da limite. Il ministro d'agricoltura diceva giorni sono ad un amico che il filo di ferro dei campi argentini basterebbe a pagare i debiti provinciali, ciò che significa che è un valore fantastico.
L'aria era piena d'un festoso pispiglio d'uccelli che a nuvole si levavano al passaggio della vettura, e in tale quantità da mandare in visibilio un cacciatore. _Viudes_ dal petto rosso come un rosolaccio, canarini che si confondono con le stoppie giallastre, pernici dal volo rumoroso, gabbiani di terra schiamazzanti, e fenicotteri e trampolieri d'ogni razza immobili sull'orlo dei fossati e dei pantani, gru in fila come soldati, ferme sopra una zampa e meditative, grosse cicogne dall'elegante volo dritto e lento, civette che a gruppi di tre o quattro corrono a posarsi in cima ai pali dell'_alambrado_ per inchinarsi grottescamente quasi salutando chi passa, aironi dal ciuffo, neri e bianchi da sembrare in marsina. E tutto un mondo di uccellini che non conoscono ancora la persecuzione e non temono l'uomo, che si allontanano quanto basta per non rimaner schiacciati, che si posano a sciami, come le mosche, sulle pazienti schiene dei buoi e delle pecore per nettare il becco sul pelo lucido o per cercare i semi rimasti fra la lana. Vi è tanta cacciagione che la caccia è quasi sconosciuta. In alcuni luoghi le _martinette_--specie di pernici--sono uccise dal _gaucho_ a colpi di bastone; il fucile è inutile.
La via correva dritta fra due recinti di filo di ferro, interminabile, grandissima, accidentata, piena di erbe e di sterpi, di viottoli, di fossi, di pozze. Le vie nell'Argentina non sono--quando ci sono--che striscie di campagna, sulle quali è permesso di passare. La vettura al gran trotto dei suoi quattro cavalli tirava dritto su tutte le asperità della via, a urtoni, sobbalzando, inclinandosi dalle parti, dandomi la perfetta illusione di viaggiare sopra un affusto d'artiglieria lanciato alla posizione.
Il vento sollevava la giubba del _cochero_ lasciandomi scorgere il suo grosso coltellaccio _gaucho_ dal manico d'argento cesellato, infilato alla cintura sulle reni, e la rivoltella sul fianco. Ma il mio uomo aveva una faccia bonaria d'indio mansueto che contrastava singolarmente col suo armamento. Si volgeva ogni tanto a darmi delle indicazioni minuziose, pensando forse che più le indicazioni sono minute e più la mancia invece è grossa.
--_Este puesto se llama La Bella!_
--Perbacco!
--_Si, señor, y aquel humo blanco_ è un treno della ferrovia del Pacifico.
--Guarda, guarda! E San Jacinto?
--Ci siamo da un'ora sui terreni dell'_estancia_; San Jacinto è a dodici leghe, _señor_!
* * *
Dodici leghe, s'intende dodici leghe quadrate. La lega è venticinque chilometri quadrati. Questa forma l'unità di misura delle grandi proprietà. Dodici leghe vuol dire 300 km. q. Ma un'_estancia_ di dodici leghe non è una grande _estancia_. Il proprietario di San Jacinto, un argentino dei più ricchi, possiede ancora un'_estancia_ di ventotto leghe, un'altra di sessanta leghe, un'altra nel sud, di cento, e infine una piccola e miserabile proprietà di nove leghe. Egli è il sovrano di un regno di cinquemiladuecentoventicinque chilometri quadrati. Non è facile il farsi un'idea esatta di queste proprietà. Si viaggia per giorni sempre sulle terre d'uno stesso padrone, talvolta. Per girare tutta l'_estancia_ di San Jacinto ci vogliono quattro giorni di cavallo, e qui i cavalli non vanno che al galoppo. Pochi proprietarî al mondo possono aver la soddisfazione di constatare, girando l'occhio sull'orizzonte senza confine: È tutto mio!
Un'_estancia_ è un piccolo Stato con governo assoluto. Il _mayordomo_ è il governatore generale; il _capataz_--colui che trasmette gli ordini--è il primo ministro; i _gauchi_ e i pastori sono i reggenti e i commissarî delle piccole provincie. Il popolo poi, numeroso, buono, pacifico, un popolo ideale che si lascia mungere, vendere e ammazzare senza una protesta, è formato dalle mandrie innumerevoli. San Jacinto ha centodiecimila abitanti: trentamila buoi, sessantamila pecore, ventimila cavalli, senza contare qualche centinaio di cavalli da corsa allevati con tutte le cure, che formano la nobiltà. Vi sono pure delle classi elette anche fra i bovini e gli ovini, discendenti d'illustri famiglie inglesi, che vivono fra le comodità e gli agi; ma di fronte alla vera nobiltà dei cavalli non possono considerarsi che come dei _parvenus_! formano la grassa borghesia. E non manca neppure l'elemento sovversivo, senza dimora fissa, insofferente dei freni governativi e che dove arriva distrugge. È rappresentato dagli struzzi americani, i nandù, che fuggono rapidamente di fronte alle autorità costituite. Ma ciò non toglie che all'epoca buona per la riscossione dei tributi non vengano tutti regolarmente pelati delle loro belle piume. E tornano poi nudi alla loro vita sovversiva, con l'aria spaventata di grossi tacchini fuggiti dalle mani del cuoco.
Il guanaco, questo curioso campione della fauna americana, grande come un puledro, mezzo pecora e mezzo dromedario, è il filosofo della razza ruminante. Vive sempre solo, osservando freddamente il mondo dall'alto del suo lungo collo flessuoso che par fatto apposta per dominare la pianura, per porre gli occhi in vedetta di fronte all'immensa distesa della Pampa. Nulla lo scuote dalla sua vita pensosa. Se l'uomo l'avvicina, non fugge; lo guarda venire, freddo, immobile, indifferente; poi quando se lo vede da presso, improvvisamente gli lancia uno sputo rumoroso dalle narici, aperte in mira come le bocche d'un fucile da caccia. Non è certo una difesa; è un segno di disprezzo. Il grande filosofo guanaco pensa: Tu, o uomo, mangerai le mie costolette, è indubitabile, ma io ti disprezzo profondamente, ed eccone la prova. E mentre il re della creazione se ne va tutto umiliato, il superbo animale torna a piombarsi negli abissi ignoti delle sue meditazioni di bestia riflessiva.
Così vivono la loro libera vita gli animali della prateria. Essi sarebbero ben fieri se sapessero di formare la più grande risorsa della Repubblica Argentina, e se sapessero di essere quasi ventitre volte più numerosi degli uomini.
Centodiecimila animali in una sola _estancia_; questo dà un'idea dell'importanza degli allevamenti argentini, e anche della poca divisione della proprietà. La pastorizia è l'unica industria veramente argentina, e forse la più lucrosa perchè richiede il _minimum_ di lavoro, e perchè le crisi e le tariffe non hanno una influenza diretta sul suo sviluppo. Le bestie tranquillamente s'ingrassano e si riproducono sotto qualunque governo, e persino durante le rivoluzioni. I loro nemici sono soltanto la siccità che le affama e l'inondazione che le affoga. Nel '900 nella provincia di Buenos Aires sono morti affogati sopra a mezzo milione di capi di bestiame.
La concorrenza degli allevatori nord-americani ed australiani ha indotto i principali estancieri argentini a modificare i loro antichi sistemi. Gli allevamenti si fanno ora non più sulla terra vergine, ma su quella per molti anni solcata dall'aratro perchè l'erba vi è più molle e più folta. Parte delle _estancie_ perciò sono date in affitto o a mezzadria per la lavorazione. Questa temporaneità del lavoro campestre, sia detto di passaggio, non giova certo all'avvenire dell'agricoltura in varie provincie, al quale avvenire è intimamente legata la sorte di tanti nostri emigranti. Fortunatamente l'allevamento, migliorandosi la terra, ha bisogno di meno spazio. Oggi si comprende poi che la qualità ha maggior valore della quantità. S'introducono a migliaia i riproduttori inglesi e si studia di migliorare le ossute e cotennose razze criolle con l'incrocio dei _shorthorns_, dei _durhams_, degli _herefords_ per i bovini, degli _hampshires_, dei _leycesters_, dei _rambouillets_, dei _lincolns_ per gli ovini, e delle migliori razze di cavalli da corsa, da tiro, da sella e da lavoro.
L'esportazione di bestiame ha raggiunto una media di mezzo milione circa d'animali all'anno. Parola d'onore, di fronte a questa cifra ci sarebbe da stupire della crisi argentina e delle profonde miserie di quella Repubblica, se non si conoscesse che razza d'amministrazioni pubbliche vi sono, che governi si succedono al potere, e che giustizia vi regna.
Uno studioso di scienze economiche che conosce profondamente le finanze della Repubblica, mi diceva un giorno: Se si fosse dovuto studiare a bella posta uno speciale sistema di governo e di finanza per rovinare questo paese, non si poteva far di meglio che applicare i sistemi che sono stati applicati!
* * *
San Jacinto è arrivato improvvisamente, tanto più che tali profonde meditazioni politico-finanziarie mi avevano conciliato un sonno non meno profondo. Mi sono svegliato all'ombra di enormi eucaliptus fiancheggianti un bel viale. Da una parte, fra i tronchi, vedevo una distesa di giardino, fra il cui verde appariva una villetta rosa, una di quelle villette americane basse e irregolari, così simpatiche e ospitali con le loro verande, le loro balaustrate fiorite e i loro _patios_ freschi come cortiletti di convento. Come certe fonti pare che invitino a bere, così queste case _criolle_ pare che invitino ad entrare. Fra gli alberi, lontano, gruppi di casette, anch'esse color rosa, scuderie a fascie rosse e bianche, tettoie, una chiesuola dal campanile acuminato. Due _gauchi_ a cavallo hanno traversato galoppando il viale, lontano, fra nembi di polverone.
Un gentiluomo in _reding-dress_ seguito da due grossi mastini inglesi è comparso sul viale al rumore della vettura, e mi è venuto incontro sorridendo. Era il capo dell'_estancia_, il governatore generale di San Jacinto e del suo popolo mansueto.
Io lo credevo un estanciero _criollo_; e immaginino i lettori la mia gioia quando mi sono sentito dare il benvenuto nel più puro idioma bolognese. Ci siamo salutati con effusione.
--Domani--mi ha detto mentre mi conduceva nella casa--visiteremo l'_estancia_, nelle ore fresche del mattino. Lei cavalca?
--Come un centauro... se il cavallo è molto docile.
--Bene, allora domani all'alba in sella.
E si è allontanato per dare degli ordini. Io mi sono gettato sopra un molle _pliant_; avevo ancora negli occhi la gran luce, e tutto mi appariva avvolto del seducente velo d'una tenebre misteriosa; il silenzio assoluto e solenne della campagna sotto il sole cocente mi dava il senso d'una sordità dolcissima. Il riposo era così completo, che io l'ho assaporato lungamente, centellinando da buongustaio!
VITA MANDRIANA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 25 giugno 1902.]
San Jacinto de Mercedes.
Il mio ospite, questo estanciero bolognese che mi fa gli onori di casa della campagna americana--un simpatico tipo da romanzo, uno di quegli avventurosi eroi alla Ohnet che ritrovano in una esistenza di rude lavoro la ricchezza perduta per una gioventù spensierata e mondana--, mi dice di amare molto la sua vita di solitudine selvaggia. E io lo credo bene.
Egli ha conosciuto troppo la società per non preferire l'isolamento. Ha vissuto troppo fra gli uomini per non amare le bestie. La bestia ha sull'uomo questo vantaggio, che è infinitamente più buona. La cattiveria è una prerogativa umana, e l'uomo domina più perchè cattivo che perchè intelligente.
Basta viverla un po' questa vita dell'estancia per sentirne tutto l'incanto. Non c'è nulla: comodità poche, varietà nessuna, un orizzonte infinito e monotono, un silenzio perpetuo. È che il godimento non viene dai beni presenti, ma dai mali assenti. È un po' la gioia del perseguitato che si sente libero in un asilo tranquillo--e ogni uomo nel consorzio dei suoi simili è sempre un perseguitato più o meno.
Pensavo queste cose stamani galoppando come un pazzo per la campagna, nell'ora gloriosa dell'alba. Il primo raggio di sole dorava le cime delle alte erbe ed i calici spinosi dei cardi colossali, mentre in basso, raso terra, persistevano le ultime ombre violastre, come un rimasuglio della notte. Intorno a me si levavano a nuvoli gli uccelli schiamazzando. I cani del mio ospite mi seguivano abbaiando festosamente. Ieri mi hanno accolto ringhiando, ma, dopo avermi annusato con diffidenza e riconosciuto all'odore per un buon diavolo, hanno sollecitato le mie carezze mugolando con l'aria di chiedermi scusa. Ora sono miei grandi amici.
Disseminate per la pianura erano piccole mandrie di buoi, dalla schiena fulva e lucida, pascolanti tranquilli. Due _gauchos_ sopraggiunti di galoppo hanno cominciato a percorrere il campo mandando un grido strano, un _ahooo!_ lungo e gutturale. Li ho veduti sparire lontano, fra le erbe, con le camiciole svolazzanti nella foga della corsa come _blouses_ di fantini: poi sono tornati al loro galoppetto _criollo_, silenziosi e tranquilli.
Stavo chiedendomi la ragione di quella corsa, quando ho osservato una cosa strana. I buoi ai gridi dei due uomini hanno cessato dal pascolare, levando il muso come per ascoltar meglio; poi si sono messi in cammino, lentamente, senza fretta, da bestie che sanno il fatto loro, ruminando per non perdere il tempo. Ecco che in un minuto tutte le mandrie sono in moto, sfilano attraverso il campo da ogni parte dirette ad un punto lontano, una radura senz'erba, dove s'adunano. È una specie di _meeting_ di buoi; arrivano, si fermano placidamente e aspettano. Dopo poco tempo ve ne è una folla di migliaia.
Il mio ospite, che mi ha raggiunto, mi spiega che il luogo del convegno si chiama _rodeo_, che i buoi li si aduna per «lavorarli», ossia per scegliere i migliori, per selezionare i malati, per esaminare le loro condizioni, per esporli ai compratori. Ma nessuno potrà mai spiegare l'obbedienza spontanea di questi animali, che vivono nella completa libertà, al grido d'un uomo. È uno dei più curiosi spettacoli che io abbia mai veduto. I cavalli dei reggimenti accorrono ai segnali di tromba perchè sanno di ricevere la biada; un'obbedienza interessata. Ma al _rodeo_ queste povere bestie non ricevono nulla; per accorrervi anzi lasciano la colazione a mezzo. L'abitudine spiega poco e l'istinto meno. Cosa diamine passa per la mente d'un bue quando il _gaucho_ grida il suo _ahooo_!?
* * *
Questa volta i buoi sono stati adunati per scegliere fra loro i più grassi destinati ad essere imbarcati per l'Africa Australe. I _gauchos_ a cavallo entrano fra l'enorme mandria, e col petto della cavalcatura, addestrata a tale lavoro, spingono fuori il bue scelto, che appena libero dai compagni, spaventato dagli urti, prende la fuga. Il _gaucho_ stringendolo col cavallo a destra o a sinistra ne regola la direzione; quando lo ha condotto lontano in un luogo prestabilito, lo abbandona. Il bue s'arresta, e si volge tranquillamente a vedere il suo persecutore che si allontana, mentre altri buoi sopraggiungono sbuffanti a riunirsi ad esso, formando a poco a poco la mandria dei grassi sfortunati.
Un grande bue fulvo si ribella. Balzato fuori dalla mandria, abbassa la testa pesante e fugge pazzamente, con la coda sollevata, muggendo, lasciandosi indietro l'uomo.--_El lazo! El lazo!_--gridano i _gauchos_ precipitandosi alla caccia. Il bue compie un giro cercando di raggiungere il verde pascolo, e passa vicino a noi, terribile, con la bocca aperta e bavosa, la lingua di traverso, gli occhi sanguigni. Stormiscono gli sterpi sotto i suoi passi pesanti e precipitosi, e lascia dietro di sè tutta una treccia di erbe abbassate e di cardi spezzati, come una valanga nera e ruggente. I _gauchos_ lo rincorrono, curvi sull'arcione. Agitano in aria il _lazo_ che sibila roteando. Il primo laccio è lanciato; si svolge per l'aria come un serpentello lungo e sottile, e cade sulla testa del bue. Ma il nodo scorsoio non ha fatto presa; il bue scuote il capo correndo e si libera. Un secondo laccio parte col grande nodo aperto. Il bue afferrato improvvisamente per il collo si arresta; salta con la schiena ad arco; tempesta la terra con le zampe poderose, mentre dalla gola strozzata dal laccio gli esce un ululato terribile, lungo e lamentoso. Un altro _lazo_ destramente lanciato gli afferra le zampe. Il bue cade agitandosi, si risolleva terribile, ricade. È legato da quelle sottili corde di cuoio come Gulliver dai fili dei lillipuziani. Il furore cede al terrore. Tenta di liberarsi con un ultimo supremo sforzo, e resta in ginocchio, immobile, sbuffante col pelo irto, con la testa bassa sul gran petto ansimante, la bocca bavosa, mandando ad intervalli un muggito disperato che sembra il pianto mostruoso di un gigante vinto.
A questo punto il mio amico mi grida: Guardate, guardate gli altri! e mi accenna le mandrie. Tutti i buoi assistono alla lotta, attenti come gli spettatori d'una _plaza de toros_. Non ve n'è uno che non guardi. I più lontani sollevano il muso per veder meglio, e lo appoggiano dolcemente sulla groppa del vicino. Qualcuno si fa strada a forza fra i compagni per giungere alla prima fila, e lì si arresta, col collo teso, i grandi occhi fissi, attenti e meditativi. Sotto la selva delle corna sono migliaia d'occhi curiosi, che esprimono una meraviglia calma e dignitosa. Quando il bue domato entra nella sua mandria, ancora tutto fremente, col muso rigato dal sangue che cola da un corno spezzato, i compagni lo circondano premurosamente, lo annusano, lo fiancheggiano e lo seguono, quasi per fargli coraggio, per recargli il conforto delle loro simpatie e della loro solidarietà. La povera bestia si rifugia nel centro del gruppo, accompagnata da un vero corteggio.
Nessuno ha mai pensato a studiare la vita di queste grandi società bovine: il bue sembra un animale completamente noto, e non è vero. Lasciato libero forma delle tribù, ubbidisce a dei capi, segue delle leggi che noi non conosciamo; ha delle speciali manovre d'offesa e difesa contro i nemici comuni; sottomette poi tutta la sua organizzazione sociale al supremo controllo dell'uomo per ragioni misteriose.
Il cavallo è certo molto meno intelligente. Il cavallo libero ha per maggiore caratteristica la paura. È più timido di una gazzella. Non è possibile avvicinare una mandria di cavalli senza provocare ciò che qui, con un vocabolo pieno d'espressione, si chiama _disparada_. La _disparada_ è una fuga frenetica. Uno spettacolo superbo.
* * *
Quando ci siamo diretti, dopo un galoppo di qualche ora, verso la parte dell'estancia destinata all'allevamento dei cavalli, ero già prevenuto. Al nostro appressarci alla prima mandria tutti i cavalli hanno sollevato la testa nella espressione di «all'erta» con le orecchie dritte e immobili. Poi, quando siamo stati a cinquanta passi, e potevamo scorgere perfettamente le forme gentili di questi cavalli _criolli_, che pare conservino ancora un po' del sangue dei loro padri arabo-spagnoli, è avvenuta la _disparada_. Quei due o trecento cavalli si sono precipitati ad una fuga furibonda.
Andavano tutti uniti; facevano pensare ad una carica di cavalleria senza i cavalieri. Non abbiamo più veduto che una moltitudine di schiene dai lombi contratti nello sforzo d'un furioso galoppo, uno sventolamento di criniere e di code. I cavalli hanno fatto dei pazzi giri per la pianura, giri capricciosi senza ragione apparente, fino a che si sono calmati e hanno ripreso a pascolare lontano lontano.
Queste fughe di cavalli sono pericolosissime per chi si trova sulla loro strada. Il cavallo spaventato è cieco; investe qualunque ostacolo. Il _gaucho_ sorpreso da una _disparada_ non ha che una via di salvezza: fuggire nella stessa direzione; unirsi alla mandria. Succede allora talvolta che egli perde il controllo della sua cavalcatura, ripresa dall'istinto selvaggio, e deve seguire la fuga capricciosa fino alla fine, prigioniero di quell'uragano di bestie. La _disparada_ era la più terribile arma degli indiani contro le truppe argentine. All'appressarsi dei soldati adunavano tutti i loro cavalli in grandi mandrie, poi, al momento opportuno, gridando e sventolando il _poncho_ provocavano la fuga nella direzione dei nemici. Non vi era salvezza; la _disparada_ rovesciava e calpestava compagnie intere.
Nella Pampa lontana e deserta avvengono talvolta delle fughe di cavalli, causate dalle punture dei _mosquitos_. Comincia una mandria a fuggire, verso la direzione del vento, per liberarsi delle nuvole di insetti che la tormenta. Ad essa altre se ne aggiungono, ed altre ancora. Si forma un esercito di cavalli che passa come un ciclone sollevando immense colonne di polvere; lo scalpitìo, simile al brontolare lontano della bufera, si ode da lungi e il _gaucho_ che lo conosce bene fugge ventre a terra per assistere al passaggio di quella fantastica emigrazione dalla maggiore distanza possibile.
* * *
Entriamo nei _corrales_, i grandi recinti dentro i quali si chiudono i cavalli selvaggi per gettar loro il _lazo_. Un bel puledro è stato afferrato col laccio alle gambe e al collo. Sei _gauchos_ saltati di sella tentano di tenerlo fermo, tirando le corde. Il cavallo rantolante per la gola serrata s'impenna, impunta le gambe appaiate dai lacci e trascina a tratti gli uomini con un moto pauroso del collo. Il domatore, un giovane bruno i cui lineamenti tradiscono il sangue indiano, vestito nel tradizionale costume della pampa, la camiciola ricamata e il _chiripà_ rimboccato alla cintura come la vestaglia degli arabi, si appressa cautamente sostenendo l'ampio _recado_, la sella gaucha. Il _recado_ è tutto il patrimonio del _gaucho_. È formato da un po' di ogni cosa; vi è una coperta, un _poncho_, una pelle di guanaco: durante i riposi diventa letto, diventa sedile, diventa tetto. Il _recado_ è la casa dell'uomo della prateria. Ogni cura egli pone nell'abbellirlo, nell'aggiungervi ornamenti d'argento, staffe di corno intagliato, nastri colorati, fiocchi di seta; il _recado_ è il suo orgoglio.