L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 9
Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura (il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne' fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui); quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni, consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare, senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti suoi non diede all'_Antologia_ se non poche cose, ma non creò fastidî al Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti all'_Antologia_, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo, piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava “sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui che a sé stesso.
Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo innanzi, pubblicare un articolo su 'l _San Benedetto_ del Ricci; e sdegnato gli parlava[475] dell'_indovinare_ le voglie di chi dirigeva il giornale, o del _mestiere buffo_ dell'indovino, e della _servitú_ dell'intelletto. E il Benci stimava[476] _giustissima_ la collera del professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere, innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato, era una _imprudenza grandissima_; facendo, tra l'altre cose, sapere che il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con gli articoli suoi non pagati _peggiorato_ il giornale: e accusava il Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi, e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832 voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete esiliato dall'_Antologia_ come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.
Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a' suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.
Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de' varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici latini; l'_Antologia_ non ne parla con tanta sollecitudine quanta l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio, e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i _Discorsi sullo scrittore_, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si lagna[482] che l'_Antologia_ “quantunque si occupi spesso con molta prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo di alcune inezie nostre, non _abbia_ creduto di farne ancora parola né in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel _Caffè di Petronio_[484] un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'_Antologia_ è il giornale “piú _grosso_ d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino. Il Cesari stampa i suoi _Commentarî della vita di Tommaso Chersa_ (il buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in perpetua pace con tutti i suoi perch'era _il cappio e il concio di tutti loro_); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente questi vivrebbe _in aeternitate temporum fama rerum_, il Cesari vuol preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale si scaglia[488] prima per lettera contro quell'“opera scempiata d'un cotale che si sogna _K. X. Y._„, e contro quel “giovine abbastanza istruito ma sventato, che aspira a _clarescere magnis inimicitiis_, e che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto prudentemente sotto le tre lettere _K. X. Y._„, che tanto sa di latino da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua “religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito _K. X. Y._ per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non leggere l'_Antologia_. “Voi avrete letto nell'_Antologia_ — scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io l'abbia lette (_che non tantum abs re mea mihi est otii_); ma e' mi fu detto„.
Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821 l'università di Modena era stata chiusa _per sempre_, Geminiano Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva protestare nell'_Antologia_: ma perché il Vieusseux gli rispose che stamperebbe la sua protesta, accompagnandola però con quelle note che piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493], dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza dell'_Antologia_ consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„, e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge provvisioni di un ottimo principe„.
E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia, quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava “mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un opuscolo[496] avente per motto “_non opus est verbis sed fustibus_„, ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che calunnia “viene da _calutum_ supino di _calvo_„; perché calvo era il Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano le ingiurie, che il Corsini stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “_poema romantico_„[500] si fece poi bello miseramente.
Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio, sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella _Rivista_ un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad uno, ma a tre giusti articoli.... Voi sapevate che il mio libro combatte le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co 'l Grassi, che “_per amicizia_„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista che degli scritti di lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di novamente scrivere nell'_Antologia_, il Pieri rispose[507] con un rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî dell'_Antologia_, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri, _suoi_ dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso, “imbeccato da quei _suoi_ illustri colleghi, accusati di soverchia lungheria quei _suoi_ poveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'_Antologia_, che _gratis_ aveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508] al Pieri brevi parole, con doloroso sconforto diceva: “conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.
Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza: ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'_Iliade_ del Mancini è stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'_Iliade_!„ — scriveva[509] a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale francese[510] si disse che quella versione “altera e snatura il suo modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511] il Mancini stesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512] a quel critico della _Biblioteca italiana_ che, al dire di lui, si era “gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di quelle stanze nell'_Antologia_ pubblicasse saggi non brevi. E quando giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux gli mandò[513] innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto dell'_Antologia_. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto cortese? Eppure il Mancini rispose[514] che, pubblicando quell'articolo, “ben piú ingiuriosa della _Biblioteca italiana_ con tutte le sue impertinenze„ l'_Antologia_ sarebbe stata all'opera sua; “opera che già si legge_va_ (ne _aveva_ notizia positiva) in qualche pubblica scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onor_asse_ del suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio Aristarco perché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne' crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de' Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo) anche il Niccolini, affermando[515] che all'_Iliade_ del Mancini, “screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'_Antologia_ era un “giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una specie di _Massoneria_„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che “non voleva piú ricevere„[516] l'_Antologia_, che il Vieusseux gli mandava in dono.
Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517] delle versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518] con lo scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non meritava che il _suo_ disprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva “voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia dell'essere io stato uno dei fautori e promotori del suo stabilimento, e dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse di _tendenza_, che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„
Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti, tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519] al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi spasimi„.
Oh, que' suoi _cari amici_ ponevano a lui sempre l'obbligo di essere tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere insopportabili!
* * *
Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo di _Direttore_ piú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia, sapeva tuttavia per la temperanza del suo carattere tenersi lontano dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520] — la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo, senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalla _diffusione dei lumi_: non pensava eccitare il popolo alle armi per un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da' pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte: non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate, ottimo Vieusseux, — gli diceva[521] nell'_Antologia_ il Tommaséo — seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole, alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.
Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare, voleva[522] nel suo giornale evitate “le questioni oziose, le dispute di parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523] in somma tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524] — che gli autori si persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro; essere il _giornalismo_ una professione che conviene nobilitare con molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito affermare[525] che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era ancor nell'infanzia„.
Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere, faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non veramente importanti o urgenti per le circostanze: ritardava talora la pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526] il Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.