L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 8

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Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini, che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane. Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di argomenti storici e civili. _Sensista_ in filosofia, voleva[401] “dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e pensando[402] che la scienza del Diritto altro non fosse se non “una filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici, cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi scritti suoi quasi meravigliosa„.

Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito: disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure, l'_Antologia_ ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura; quello famoso, tra gli altri, su' _Dubbi ai romantici_[407], che parve a torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero, non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi imitatori de' gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili; e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse alla natura e a' bisogni del popolo italiano.

Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'_Antologia_ però lo pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'_Antologia_; il Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle _Instituzioni civili_ provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.

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Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se non uno _spillatico_ che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva molto al _nome_ e bastava a poco piú che alle _spille_„. Costretto a campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per l'_Antologia_: e cosí a ventott'anni diede il primo suo scritto[409], e de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú “religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare — com'egli diceva[411] — _il brutto traviamento_, è l'elogio migliore che dell'_Antologia_ e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.

Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò nell'_Antologia_ anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il quale vi parlò poi[414] di quel _Nuovo dizionario militare_, costato a lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra gli scrittori dell'_Antologia_ il professore Celso Marzucchi, cui dopo breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili; e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della _Biblioteca italiana_ il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'_Antologia_ il primo scritto[417] Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose ragiona della navigazione a vapore e de' _velociferi_.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta, che piacque, fu riprodotto[420] nell'_Antologia_, e all'_Antologia_ il Mazzini inviò allora quell'articolo famoso _D'una letteratura europea_, scritto per combattere “i _Monarchici_ delle lettere„[421]. Il Giordani e il Montani _non volevano sentirne parlare_[422]; ma il Vieusseux, al quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi l'_universo concentrico_; l'articolo vale meglio che non promette questo principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso, chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'_Antologia_„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel “giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l _Giornale Ligustico_, che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427] “sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui parve[429] che il Mazzini _onorasse_ l'_Antologia_; meglio Michele Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da lui ebbe ancora uno scritto su 'l _Dramma storico_[432]; e Urbano Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe' suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida parve, benché di sensi italiani, l'_Antologia_; e corse per altre vie al suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e dello svolgersi dell'_Antologia_. Che numero grande di scrittori, e quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne' primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano ancora dato risposta.

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Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'_Antologia_ accoglieva in sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama. Già nel 1824 la _Rivista Enciclopedica_ affermava[434] che per il senno e le sollecitudini del Vieusseux l'_Antologia_ acquistava “ogni mese piú e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella _Rivista Europea_ giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il _Giornale Arcadico_, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare all'_Antologia_ i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'_Antologia_ avesse preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438] desideroso che nell'_Antologia_ fossero giudicate con tutta la sincerità e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'_Amore_, “avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia nell'_Antologia_„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana l'_Antologia_; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di stampare _egli_ solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente sapesse dire, farebbe la storia dell'_Antologia_ in modo degno.

Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi: asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia, commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un anno[445].

Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E io qui non penso all'_Edinburgh Review_ o alla _Quarterly Review_, ricche di dodici mila associati; né al _Blackwood's Edinburgh Magazine_, del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla _Biblioteca italiana_, che nel primo suo anno di vita contava già millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748 lire: penso al _Giornale arcadico_, che già ne' primi tempi aveva 240 associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma l'_Antologia_ ne' tempi suoi piú felici non raggiunse _mai_ un'edizione di ottocento esemplari, non contò _mai_ piú di 530 associati. “L'_Antologia_ — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti — l'_Antologia_, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli copie 5!!„.

Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale. Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per l'interesse, ma _per amore della sua creazione, per amor della patria_.

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Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux) per cui sempre pochi furono all'_Antologia_ i soscrittori, era il doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere certi _mai_ di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo — pur troppo è vero che l'_Antologia_, nell'Italia Austriaca, non prende. È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' _fiori_ che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono, dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'_Antologia_ s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non paga, è per voi come se leggere non sapesse„.

Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che l'_Antologia_ è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere, i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni; ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'_Antologia_ ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'_Antologia_ — annunciava[454] al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo giornale....„.

Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova, il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra' quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi, parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua verga censoria io _lo amo_ e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli riprodurlo nell'_Indicatore Lombardo_, la censura aveva creduto opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia, liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a inganni[463].

Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili erano quelle che toccavano di politica e di _diffusione dei lumi_) il buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a troppi padroni usare riguardi.

Già nel primo anno dell'_Antologia_, ristampando il Piatti la _Storia Civile del Regno di Napoli_ di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'_imprimatur_ al _Ditirambo_ del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí “morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo, prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux parlare con lode de' lavori per _motuproprio_ del granduca intrapresi nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il Vieusseux diceva che nell'_Antologia_ si parlerebbe di quanto poteva giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'_Antologia_ nel _publico_ insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.

Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste) creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai sconsolante„.

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