L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 7
Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani, discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322] miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„, derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani, non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel “puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso, diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran peccato!„
Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco diede all'_Antologia_, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori. Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare l'_imprimatur_ censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche altra cosa al Vieusseux: una _memoria_ su lo _Spasimo_ di Raffaello, che fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328] al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era “disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la _Salve regina_, non volle al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome nell'_Antologia_ non comparve mai piú.
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Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte. Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de' tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano, trovava l'_Antologia_ insieme con gli ostacoli da superare molti elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani, fu donato all'_Antologia_ e al Vieusseux il generale Pietro Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333] com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'_Antologia_ trattò da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; con uno stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime isole„; né avrebbe scritto che “l'_antropogonia_ fu l'opera piú momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338]. Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi “virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„ e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.
Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi: “ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'_Antologia_, e però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„. Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta lire per l'associazione di un anno al _Gabinetto_, che l'amico con gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta — scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le sole cicatrici„.
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Prima che scritti del Pepe, ebbe l'_Antologia_ dall'ottobre del '24 scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. E Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346] all'_Antologia_ che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci il patrimonio dell'ingegno„.
Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti dell'_Antologia_ notavasi certa servile docilità verso i potenti; come quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi, imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori dell'apoteosi.
Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi de' romantici Carlo Botta, che pregatone dal Vieusseux prometteva[349] in quel tempo scrivere per l'_Antologia_. Prometteva “volentieri„, purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si levasse; tanto piú che l'_Antologia_, a parer suo, se ne andava “per certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] del rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue opinioni, quali che fossero, mandò varî scritti, composti per un giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici italiani, la censura vietò. E di lui nell'_Antologia_ comparve quella famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354] intorno al _Salvator Rosa_, opera di lady Morgan, a proposito della Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di “sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse stesse.
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Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza, scriveva[355] al suo _adorato Giacomino_ per parlargli di uno de' piú bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E _voleva_ ch'egli desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui. “Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca.... potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux, desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative, quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle _Operette morali_, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere qualcuna su l'_Antologia_; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina (che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel fascicolo dell'_Antologia_, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.
Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio: avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un _hermite des apenins_, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata, e la stessa _Antologia_: e poi un _cittadino dell'Arno_, lepido, epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino, il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti insieme i loro scritti avrebbero formato lo _Spettatore italiano_. Per queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli Appennini„ — scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che l'_Antologia_ sia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea dell'amico, benché la stimasse “opportunissima in sé„. Anni dopo, ritornato nel suo _deserto_, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364] al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna„. E cosí quell'_Antologia_, ch'egli stimava[365] tale da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.
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Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i lettori dell'_Antologia_ trovarono per la prima volta in fondo a un articolo[366] le tre lettere _K. X. Y._ “Il mio nome nell'_Antologia_ non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi scrissi la sigla _K. X. Y._[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto dall'amore ch'io porto all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'_Antologia_, da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia. “Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe, né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo — egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere, né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti irritava quella sua, piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia, rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'_onagro_; e il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú _bue_ del Montani ed affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui, scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava davvero.
E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'_Antologia_, ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione; perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto, come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'_Antologia_„, scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, che il Montani non si era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il Tommaséo„[379].
Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro, arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti piú disparati: e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche, politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e' trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi — scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.
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Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'_Antologia_. E il professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile, tra le non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui. Capitategli infatti tra mano _le Lettere su l'Inghilterra_, di Augusto De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza usatagli, ma piú che tutto, sollecito di far intendere che scopo dell'_Antologia_ era non tanto il far risaltare i difetti di un libro, quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco poter egli per le sue occupazioni giovare all'_Antologia_, che pur riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas point„.
[Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI (da un quadro ad olio anteriore al 1819)]
Piú operoso del Carmignani fu per l'_Antologia_ Silvestro Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha l'_Antologia_ dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria: scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, un articolo[390] su la _Teoria delle leggi della sicurezza sociale_, vólto a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391] procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu inteso da molti[392].
Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux indirizzò egli la lettera[394] su 'l _Giornale dei contadini_, piena di quella _mite sapienza_ che è frutto della virtú illuminata dall'esperienza e dal senno. Poi nell'_Antologia_ scrisse di cose agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395] — s'avanzano nella carriera che la Provvidenza ha loro tracciata; e l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa. Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi, egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.
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