L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 6

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Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande: e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani, che _soli_ avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto l'_Antologia_ si levasse.

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Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237] aver egli speranza che in breve l'_Antologia_ diverrebbe “tutta nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„; pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'_Antologia_ come “una collezione nazionale„. Primo rispose all'invito con un giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che, fin dal gennaio del '22, diede all'_Antologia_ Emmanuele Repetti[240]; ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto, tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242]. Di pratiche agrarie scrisse nell'_Antologia_, anch'egli tra' primi, Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa, per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí co 'l Vieusseux, che pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per vero gran cosa.

Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'_Antologia_ in Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una _memoria_ diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere, rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a' leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi, divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250], che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere, si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove scriverebbe per l'_Antologia_, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze. “Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui, sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'_Antologia_. Fin da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva a piene mani raccolto nel _Conciliatore_ lombardo. “A' miei occhi — egli scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente — disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de' vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine l'_Antologia_„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli, che il Pieri diceva _testa avventata_, si dava interamente allo studio della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era che dell'_Antologia_ il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi scritti[258], e che la fortuna dell'_Antologia_ dovevasi a lui in buona parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In quelle sue _riviste_ egli scorreva dieci, venti scritti per volta, venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante, indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano. Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel povero _Paul Louis_ Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente: diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse. Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262], postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264] certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'_Antologia_, è molto contenta ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto nell'_Antologia_, e vorrei che su le _Passeggiate_, senza complimenti, dicesse _tutta la verità_....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani, vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non so dove questo diavolo d'uomo (_ce diable d'homme_) vada a pescare tutto ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue _riviste letterarie_„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi all'_Antologia_ alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

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Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'_Antologia_ Tommaso Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio, Federico Del Rosso[271], professore di pandette e gius canonico in Pisa. Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta _de' padri e delle madri di famiglia_, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual cosa Luigi Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'_Antologia_, e di talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel _Saggio di una storia universale_ dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone _Chiare fresche e dolci acque_.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de' vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'_Antologia_ il maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le conosceva senza neppur riguardarle[283].

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Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato, e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me — scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto, non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la _imboccatura_ degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle differenze d'origine di condizioni e di idee: se in altri scorgeva comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la sua _Storia_ lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò le altre volte: ma il suo nome nell'_Antologia_ rincontrasi raro. Piú operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu aiutato da lui: e operoso per l'_Antologia_, fin dal marzo, fu il dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288] trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse Raffaello.[289] Piú sollecito l'altro ogni due o tre mesi diede notizie copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'_Antologia_ nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati, i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché, senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe nell'agosto il primo scritto di Pietro Capei[296], che sempre trattò le cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per mezzo dell'_Antologia_ fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il Romagnosi nell'_Antologia_ amicamente indirizza cinque lettere[299], ove espone le idee capitali della sua _Introduzione allo studio del Diritto pubblico universale_; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come “esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle cose umane„.

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Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare “all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei “dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, _quando ego te aspiciam!_„. E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare, vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro! Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe, si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'_Antologia_ il decimo volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente, anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del _suo_ Pindemonte, e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non sanno, è che _gratis_ usava de' libri del _Gabinetto_, e _gratis_ riceveva l'_Antologia_. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era, forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli chiamava[313] _complimento_ a Monsignor Toschi: e anch'egli come il Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia, “nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux lo pregò di onorare del suo nome l'_Antologia_, nel primo suo scritto pubblicamente chiamava[316] _felice_ e _fortunatissima_ la Toscana. Piú o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317] dell'_Antologia_ e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta di prosatori italiani, e per l'_Antologia_ molte cose prometteva di suo. “Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene — scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'_Antologia_. Vorrei che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per l'_Antologia_ e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'_Antologia_ di Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si conosce del ben dire e del buon pensare„.