L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 5

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“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura in que' due uomini profondamente diversa.

* * *

Nel secondo quaderno, dal _Giornale d'educazione_ di Francia l'Orlandini traduceva un _discorso_[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle _Lettere normanne_. Ma la parte maggiore era data alla _Rivista enciclopedica_: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una _notizia_[163] su 'l signor di Volney; il Giovannini, un _ragguaglio_[164] su la Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco _Kunstblatt_, di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo, composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167] al Capponi dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la _Rivista enciclopedica_, giornale notissimo. E consigliava servirsi principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'_Antologia_ venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese, intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva un _avvertimento_[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la massima adottata in su 'l nascere dell'_Antologia_, e a dar luogo anche ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori: “incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima, pervenutaci da una città di questo granducato„.

La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto volume della _Proposta_; e pur notando che il libro era “sparso di paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„. Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma “senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a ricambiarli„.

Cosí l'_Antologia_ levava la prima voce in una controversia tanto agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti irrompenti, era voce dignitosa e serena.

Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l _Viaggio in Italia_ di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a' lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.

L'_Antologia_ pigliava ardire: simile in questo all'infante che già sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese Cosimo Ridolfi, con alcuni _Pensieri intorno ai fenomeni elettromagnetici_, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di _Ellenofilo_, alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.

Né solo delle nostre produzioni l'_Antologia_ giudicava, ma già delle straniere: in un articolo[181], il Niccolini diceva franco il suo pensiero su' _Rudimenti di filosofia morale_ dello Stewart, né favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla _Storia dei Francesi_[183].

Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure l'_Antologia_ s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185] su la _Proposta_ del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'_Antologia_, tanto piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli argomenti„.

La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e diffusione de' _lumi_, prima che il suo giornale godesse generalmente di buona riputazione, e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de' governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare, prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.

Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto, erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'_I_ e l'_O_, leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due _errata-corrige_ sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli, si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli imaginava, co 'l Monti.

Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal principio, essere quello che fu piú tardi; ma aveva in sé tutte le promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.

Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta. Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de' suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano, rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si serbasse il nome di _Antologia_, cui si aggiungerebbe quello di _giornale italiano di lettere scienze ed arti_, e a lui si serbasse piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del Vieusseux.

E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua _Antologia_ mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'_Antologia_ non solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se nel mese di giugno del 1821 nella _Rivista enciclopedica_ era scritto[196] che l'_Antologia_, traducendo e pubblicando articoli stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era detto[197] che l'_Antologia_ conteneva articoli interessantissimi, e che dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.

Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva, né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi sufficiente compenso. L'_Antologia_ giungeva, è pur vero, in molti luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di libri, ed anche della sua _Antologia_, ove io pure sono associato„. E piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi: “.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di cento erano allora gli associati, e l'_Antologia_ costava all'anno 36 lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux: e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli affari, in somma, andavano cosí male, che il Vieusseux sentí in coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella pubblicazione dell'_Antologia_; non parendogli giusto che questi sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di ricavare un utile qualsiasi[200].

Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice, e tra le lacrime le sorride.

Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, voi vi siete in tal modo identificato co' vostri affari, che siete l'_Antologia_ personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze il Direttore dell'_Antologia_„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'_Antologia_, e posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole, meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta piú poesia che non in versi parecchi.

CAP. II.

Lo sviluppo dell'_Antologia_

Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'_Antologia_. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.

Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi all'_Antologia_ traduzioni da giornali stranieri, poi scritti suoi originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria, poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la _Pulzella d'Orléans_ e presentare a' Georgofili un nuovo modello d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] _il cosmopolita_. Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in numero da farne piú che un volume ha l'_Antologia_ scritti suoi (benché assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e commedie, meglio che attendere con tutto l'ardore agli studî di critica e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni. Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede all'_Antologia_ Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso; ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte: cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto. Non molto, invece, scrisse per l'_Antologia_ il Niccolini[213]; ma fu tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne' primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra _Antologia_? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su _Michelangelo_ viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de' lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220] diligente compilatore del _Bollettino scientifico_, da lui fino al '31 continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale l'essere nato marchese e di antica famiglia fu non freno ma sprone a farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi, che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„, diede anch'egli tra' primi all'_Antologia_ la sua scienza. E ne' primi numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di Castelsalvi; amico al Cuvier, che gli concesse in Parigi aprire un corso di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che desiderato, nell'_Antologia_ non appare se non solo una volta[228]. Né a lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere: “manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta qualche cosa per l'_Antologia_, che non è un cattivo giornale, e per certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una volta la sua; l'_Antologia_, che si pubblica qui, non è indegna che l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani, per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi, “obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi: “.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, e me ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della _Proposta_ con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo dell'_Antologia_ ma del tempo.

Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'_Antologia_; e delle altrui innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne propose.