L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 4

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Ciò che piú _spaventava_ il Capponi era, a sua confessione[118], “il Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta “l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo vinse che gli parve[119] né anco poter piú pensare al giornale; tanto trovava mutata la situazion delle cose! Certo, la _presidenza del Buon Governo_ aveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima: oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la politica, non erano davvero tali da _spaventare_ un animo che meno del Capponi fosse stato dubitoso e sottile.

Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far dimenticare: un _alberetto della libertà_, presso la fonte della piazza non chiamata allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi: “_Piccolo son, ma crescerò sull'Arno_„[120]: e di giacobino ardente convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie. Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, _segretarii di Stato_, erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando, spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo toscano dormiva il suo sonno tranquillo.

Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie, chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa, Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i muscoli tra rivi di sangue[124].

Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di “legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza, non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî, si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso _pensare_ ed _agire_: vi si leggevano libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il _Gabinetto_ del Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli spettacoli della _Pergola_, ma di politica. Bastava non gridar troppo forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129] ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare, e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa, per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse, si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci. Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine, comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„ che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„ di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„. “Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

[Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX (da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)]

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo — scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il vostro paese _Italia_...., e date mano a rendergli tutti quei servigi che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita; assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani, promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la pubblicazione, e lo incitava all'impresa.

Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di Nuovo ridavano la vita al vecchio _Giornale dei letterati_: eppure, il conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io _era_ volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma “venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore; e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una “pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un tratto a sedere su 'l letto, e _Lei vuol fare un giornale a Firenze?_, esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa, giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche, creava la sua _Rivista Enciclopedica_, qualche difficoltà pure a lui senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a tutto questo.

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Con una _circolare_[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux, ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani; raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo: _Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in italiano_. E pochi giorni dopo, un _manifesto_ indicava la natura e lo scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto; che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux al suo giornale il titolo di _Antologia_; forse non gli era ignoto che, co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata. L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole traduzioni, senza accennare che neppur _qualche volta_ avrebbe accolto articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel _manifesto_ affermava, ch'ei non avesse _mai_ avuta l'intenzione di fare un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi, fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143] avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali stranieri.

L'_Antologia_, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un _Proemio_ di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori, senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della _Rivista enciclopedica_. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro giornale[145], que' dell'_Antologia_ dichiaravano preferire quelli scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale, per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele Leoni, il _Discorso_ all'Accademia francese, e le _Riflessioni_ intorno all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier; alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla _Rivista enciclopedica_, traduceva[149] l'articolo su la _Raccolta_ di elogi storici dal Cuvier detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il _Discorso_[150] del prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan: Ferdinando Orlandini le _Lettere_ su l'economia[152] di S. James, e i ragguagli bibliografici[153] dalla _Rivista enciclopedica_. E dalla stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della _Maria Stuarda_ dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'_Antologia_ attingeva, era la _Rivista_ parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante nell'_Antologia_ perché comprendeva gli articoli originali. Anche in questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi; quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua _Rivista enciclopedica_; questa, a sua volta venuta in fama, il Vieusseux tolse a modello per fondare la sua _Antologia_.

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Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il giudizio della _Biblioteca italiana_[156]. Dopo avere affermato che in Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente maligno, diceva bensí che il _Gabinetto letterario_ era “il piú ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi, “veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era “pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine proporzioni). In una nota poi biasimava il _Proemio_, “di 9 (_sic_) meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella _Biblioteca_: “l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'_Antologia_, sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano, di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per essere quello a cui mirava.