L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 3
Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'_Uomo di paglia_, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo: _dare pondus idonea fumo_. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva primo di vita il _Raccoglitore_, che non aveva raccolto se non cattive satire delle cose utili; e l'_Uomo di paglia_, facendogli esequie degne del merito, lo diceva[83] morto per “fortissima gravezza di stomaco, e per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che, fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino ritrovato il _Saggiatore_, “tra i piú difficili a digerirsi„.
Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta, fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che aveva cancellato qualche frase, il _Saggiatore_ veniva fuori ogni volta piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di fondare un _Club_; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno. Sperava tuttavia il Collini,[84] che il pentimento del cavaliere inglese non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già da qualche tempo comparire, quei dell'_Uomo di paglia_ dicevano[85] il medico del _Saggiatore_ essere lo stesso che aveva curato il _Raccoglitore_. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi totalmente opposti a quelli che si manifestarono nel _Raccoglitore_, e secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa ripienezza, il povero _Saggiatore_ sembra che voglia terminare i suoi giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.
Dopo non molto finiva anche l'_Uomo di paglia_, senza maggior decoro; e con lui finivano i giornali, o piuttosto libelli, che dava allora Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non si _sapeva_ fare un giornale„[86].
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Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux, scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti, la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo, intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda e la Russia.
Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di lavoro.
Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una “miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la speranza e la costanza sono frutto in germoglio.
Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione, ritenendo per sé la direzione[89]: e per l'una cosa e per l'altra si strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R. concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suo _gabinetto_; co 'l patto però non lo chiamasse _Ateneo_: ma il Vieusseux, che piú che al nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti, tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al quale poneva nome di _Gabinetto scientifico e letterario_. E poco di poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto il _Gabinetto_; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e altri libri di consultazione.
Com'era stabilito, il _Gabinetto_ nel giorno 25 di gennaio fu aperto al pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni d'Austria e di Russia vi leggevano il _Censore_ e la _Minerva_; ma Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75 associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo Gian Pietro Vieusseux.
Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause della morte del _Saggiatore_, com'ei diceva[93], non erano nell'infante ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene diceva[94] che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra la _Biblioteca Italiana_, egli non aveva piú voluto saper di giornali); anche il Monti assentiva che nel _Saggiatore_, sotto quello del Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la distribuzione del secondo semestre del _Saggiatore_ riunito al _Gabinetto_; pieno l'anima di speranza, scriveva[95] che il suo infante “nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„ avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini, doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e quell'attesa fu tanta che il _Saggiatore_ non nacque mai piú.
Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: la _Biblioteca Italiana_. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in sostanza signore[97], un governatore austriaco che all'Austria obbediva. Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98] che mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un giornale leggibile.
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Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini? È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi, di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo giudicava[99] gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa, cosí egli per molti rispetti li trovò[100] ammirabili su tutte le nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101] “invasamento d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa, stringeva relazioni co' piú grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano, tra l'altre, la _Quarterly Review_, e meglio ancora, l'_Edinburgh Review_, ch'ei giudicava[102] il piú bel giornale che fosse mai stato fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli, ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo plaudiva al disegno del suo _fratello_, e con la sua anima ardente attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe conosciuto il Foscolo.
“Mi diverto — scriveva[103] a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e m'impegna. Ma _deficiunt vires_ per molte parti„. Guardiamo un poco a questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire, “tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quel _Parere sulla istituzione di un giornale letterario_, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore fondasse la _Biblioteca italiana_: e lo studiò e fece suoi que' pensieri per modo, che chi legga il _Progetto di giornale_ steso dal Capponi, e il _Parere_ del Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza, nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A ogni modo, la raccolta dei materiali e la corrispondenza dovevano essere in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster, e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne' letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi ristoro.
Alla stampa del giornale doveva provvedere la stamperia Fiesolana, diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suo _Gabinetto_ era cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108] al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era: _Archivio di letteratura_. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti: _Letteratura_; _Scienze Naturali_; _Appendice o Parte bibliografica_: la prima, suddivisa in tre parti, comprendeva la _letteratura estera_, l'_italiana antica_, la _contemporanea_. Poco per vero stimava si dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero, dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani lasciandole nell'oscurità. L'_antica_ voleva studiata senza pedanteria; mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia: soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo i parolai, e raccomandando i filosofi„. Per la parte che toccava della letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parola _Romanticismo_ dava “bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.
Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che “qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.
La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono il _Parere_, dato dal Foscolo: ma il _Progetto_ del Capponi, non ostante la simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza; e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati, è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore: ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo, avvezzandoli a non riguardarsi piú come individui isolati in mezzo alla società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a' piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da “consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suo _Parere_: “Ogni governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale capponiano: _Patriae sit idoneus_, bene indicava la natura e lo scopo dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva pensato.
Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co 'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto allora il Collini, promettendogli[109] sostenere, o almeno non abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la pubblicazione del _Saggiatore_.
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Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110] con lacrime. Da Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che tu creda che io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora il _piccolo uomo_ nei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo) avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112] promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e qualche altro articolo.
Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113] che i provvedimenti di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra' letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili erano i tempi, e bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di un _signore patriota_ (cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa, scriveva[115] che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.
Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore, avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi, potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava. “Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117] in un istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo, degno degli uni e degli altri„. E rimpiangendo l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.