L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 27
Or di che mai la _Voce_ di Modena non sente terrore o nol finge? Chi venisse, e dicesse: non temete, o povero gregge, che al padre vostro è piaciuto dotarvi del regno[1395]: ogni valle innalzata e sarà umiliato ogni monte[1396]: noi aspettiamo la consolazione d'Israello[1397]: la _Voce della Verità_ griderebbe che cotesti sono proclami e congiure. Non già ch'io voglia porre comparazioni tra le umane cose e le divine: ma intendo accennare quanto antico vezzo sia questo zelo calunnioso, che crea coll'interpretazione i delitti, ch'esaspera le ire, che sull'innocente indifeso vilmente s'avventa, e un colpo solo non basta alla paurosa sua rabbia, e una feroce necessità gli comanda sopraggiungere all'ingiustizia l'oltraggio, e mescere all'impudenza del bugiardo la viltà dell'ipocrita. Or che disse alla donna convinta di fallo il re mansueto? S'altri non ti condanna, né io vorrò condannarti[1398]. E questi zelanti, a colui che da nessuno è accusato, a colui che da' principi vigilanti ed amici dell'autorità propria ha protezione e rispetto, che dicono? Se nessuno ti condanna, e io ad accusare son pronto, pronto ad imaginare la colpa, a provocare la pena, ad aggravarla di nuove provocazioni e di scherni. E costoro di religione ci parlano! E vogliono pace! E tacciano d'_immoralità_ ordini interi di cittadini! E sprezzano _la parte deteriore del popolo_; essi, volgo dei pensanti, e sentina del cristianesimo, e feccia di fiele!
Questa Voce che a Dio s'immedesima, perché Dio solo è verità[1399], rinnovella le calunnie dei nemici al nome cristiano che dicevano concitatori della città[1400] gli uomini al vero devoti, e vociferavano, e gettavan polvere in aria[1401] gridando vendetta. Questa _Voce di Verità_ osa asseverare che G. Pietro Vieusseux prestava _i suoi tipi_ ad uno sciocco, come lo chiamarono, bullettino escito nel marzo dell'anno che l'_Antologia_ fu soppressa: e non sa che G. P. Vieusseux non ebbe mai _tipi suoi_, non sa che le indagini in Toscana fatte a scoprire l'autore di quella stupida impertinenza non osarono pur rivolgersi al direttore dell'_Antologia_; non vede che tra quel bullettino e la _Voce della Verità_ la fratellanza della goffaggine è tanta da dovere ogni uomo di senno sospettar piuttosto essere cotesto scritto modenese fattura che fiorentina.
Nessuna cosa è nascosta che non debba essere rivelata[1402]: e verrà giorno che le mene segrete, e le sozze vie per le quali ai vostri fini v'ingegnate di giungere, saranno palesi al mondo, o bugiardi: e sarà chiaro allora quali sono i nemici veri de' _governi_, quali le illusioni _politiche_, e quali coloro che a _sostenersi credono necessaria la guerra_.
Ora ecco nuove congiure tramate da G. P. Vieusseux.
Egli diffonde per Italia il _Progresso_, giornale di Napoli, dalla censura napoletana approvato; lo diffonde in paesi soggetti a censura; diffonde un giornale al quale il nuovo direttore fu scelto dal governo di Napoli stesso; diffonde un giornale in cui scrivono il Liberatore, direttor d'altri annali, cosa in tutto regia, e il Iannelli e il Tenore e il Galluppi e l'Avellino e il Capocci e il Delle Chiaje e il Galanti e il Gräberg e l'Ab. Iorio ed il Muzzarelli prelato romano. Egli diffonde (e le sue lettere, spaventevole audacia! lo dicono in istampa) diffonde un giornale agrario, un dizionario geografico, e alcuni libri d'educazione che sono già nel commercio di tutta Italia: tra' quali è un manuale di Ferrante Aporti, sacerdote, che primo in Italia fondò le scuole infantili, e al santo ministero consacrò l'ingegno e la vita; e n'ebbe dal governo austriaco lode e ringraziamenti e sussidî. Ma il governo austriaco, secondo la Voce di Modena, è nemico de' governi stabiliti, amico alle _leve antipatiche_. E perché il sacerdote Aporti istituí certe scuole della Domenica nelle quali non insegnare opera servile (come sarebbe le magnifiche imbandigioni de' ricchi cui molti servi lavorano nelle feste solenni; o quale l'opera del cocchiere che nei dí delle feste solenni conduce i ricchi alla chiesa di Dio), ma ad insegnare i principî teorici di certe arti ai giovanetti che, dopo le pratiche della religione, rimangono il resto della giornata oziosi; per questo un altro giornale s'arma contro il buon sacerdote di zelo farisaico, e parla come scriba non com'uomo che di ciò fare abbia potestà[1403], e mentisce alla parola di Cristo: non l'uomo per il sabbato, ma il sabbato è fatto per l'uomo[1404]. Chi è della terra, parla linguaggio di terra[1405]: chi d'odio si pasce odio riceve. Cristo comanda: non dite falsa testimonianza: e costoro mentono. Cristo: amate i nemici, e costoro le inimicizie fomentano, accattano, creano. Cristo e i suoi promettono parole di vita[1406], e costoro gioire nelle imagini di prigioni e di morte; e il pensiero d'un uomo che soffre, rasserena la torba anima loro, li fa faceti. _Pieni di malizia, di contenzione, di dolo, di malignità, sussurroni, detrattori, lanciatori di contumelie, superbi, inventori del male, senza misericordia, senz'affetto._
E a costoro io volgo sí dure parole, perché costoro dello scandalo esultano, e gridano col preside iniquo: non sai tu ch'io ho potestà di farti del male?[1407] A costoro io volgo dure parole, perché il servo spietato al conservo suo, Dio punisce d'inesorabile pena; perché Gesú non contr'altri che contro i falsi zelatori alzò sdegnoso la voce.[1408] Io parlo con indegno e senz'ira, con fiducia e senza terrore la parola del vero: e dico a quei della _Voce_ che in sí misero modo infamaron se stessi: voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi. Dico: voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi. Dico: siete empi perché rinnegate la carità. Sia permesso a G. P. Vieusseux (e sarà, spero, dalla equità del governo Toscano) dichiarare nel suo rinato giornale le opinioni proprie e degli amici suoi, dire i suoi desiderî, come onesti, come sacri ad ogni innocua verità; sia permesso smentire co' fatti le vostre fallacie. Allora parlate, allora fatevi censori della censura italiana, insultatori di tutti i governi italici, allora infangatevi di delazione, e di bile abbeveratevi a piacer vostro.
E queste cose io scrivo lontano da G. P. Vieusseux, e di mio libero moto, professando apertamente ch'io l'amo; ma che non l'affetto, sí l'amore della giustizia mi fa parlare. E la mia parola è credibile; perch'ha in sé il suggello della sua verità. E voi, se siete cristiani, fate echeggiare questa mia parola alla _Voce_ vostra, echeggiar tutta del primo all'ultimo accento. Poi rispondete: e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio.
Parigi, nell'aprile del 1835.
N. TOMMASÉO.
_Dai tipi di Pihan Delaforest_ (Morinval)„.
APPENDICE XIX (pag. 364).
_Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a Niccolò Tommaséo._
“13 maggio 1835.
Ricevo le copie del vostro scritto alla _Voce della Verità_. Mio buon amico, io vi ringrazio quanto piú so e posso per il sentimento di vera amicizia e di dignità che ha dettato quell'eloquente discorso. A pena l'ho avuto letto sono andato alla Presidenza del Buon Governo ove ne ho lasciata una copia pel Presidente Bologna. Un'altra ho portata al P. Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare colla stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi, e come semplice _ristampa_. Egli la trasmetterà a Palazzo Vecchio. _Il va sans dire_ che la mia domanda non sarà accolta con favore, ma pure è opportuna perché prova ch'io sono sempre coerente con me medesimo, ed il medesimo Segretario Fabbroni m'ha detto: _a questo scritto non si risponde_. Un'altra copia assicurata in una stecca, resta in lettura al _Gabinetto_. Suppongo che a Modena l'avete mandata direttamente. Ora sentiremo ciò che diranno quei furfanti: immensa sarà la loro rabbia, ma impotente. Del resto, tutto considerato, il Governo toscano vi fa buona figura: voglio sperare che questo scritto verrà letto da S. A.; ma non mi lusingo che possa impegnarlo a lasciarmi ricominciare un giornale — anzi, ho molte cose che mi provano che piú che mai non si vuole ch'io ne faccia uno; tra le altre cose so positivamente che si cerca uno che voglia intraprenderlo; potrei anche nominar la persona che dovrebbe dirigerlo. Brav'uomo, ma senza energia, senza quella cognizione e sopra tutto quell'esperienza degli uomini e delle cose, senza della quale non si fa un giornale in nessun paese del mondo, e particolarmente in Italia„.
APPENDICE XX (pag. 364).
_Giudizio del R. Censore Padre Mauro Bernardini su l'opuscolo di Niccolò Tommaséo._
“_Nota._ 19 maggio 1835. Osservazioni rispettose dettatami dalla lettura.
G. P. Vieusseux si è presentato al Dipartimento per rassegnare al Signor Presidente l'inserto esemplare, uno dei pochi che ha detto essergli pervenuti da Parigi, di uno scritto del Tommaséo stampato in _quella Capitale_. È questa una filippica contro la gazzetta di Modena _La Voce della Verità_, che morse già acremente l'editore della soppressa _Antologia_, ed è per lui l'orazione _pro domo sua_. Vieusseux mi è parso, e si è tale mostrato, vago assai di questo scritto, col quale sente propugnata e difesa la sua causa dagli attacchi della _Voce della Verità_, e nel sentimento della sodisfazione, che ne prova, ha espresso il desiderio e l'idea di farne fare una ristampa con data estera, cioè coll'istessa data di Parigi. Ma se la _Voce della Verità_ ha (ed è pur troppo vero) cosí pochi riguardi per gli individui e per i Governi talvolta, se a mano rovescia taglia e fiede, è vero ancora che qualche volta dà nel segno, e impreca contro reputazioni e contro nomi già in discredito presso la massa dei buoni, e dei non malignanti, ed il suo scopo è quello in sostanza di disingannare i sedotti, e di preservare dall'inganno delle dominanti avvelenatrici dottrine gli innocenti, e i meno accorti. Lo scritto che cade sott'occhio, è foggiato con modi di prestigio e di seduzione, e mentre con esso vuole sostenersi la rettitudine delle intenzioni del già editore della _Antologia_ e mettersi nel medesimo disprezzo la Gazzetta Modenese, parmi (almeno per l'impressione che ora ne provo se la meschinità del mio giudizio non mi fa travedere) che indirettamente si trova la difesa del Vieusseux ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'_Antologia_. Per questo si citano dei nomi rispettabili, e parte dei quali invulnerati presso qualunque opinione, i cui scritti figurano già nel Giornale. Può essere che io erri, ma lo scritto del Tommaséo, nome da inspirare gran diffidenza per le conosciute sue massime novatrici in fatto di politica e di Religione, è da tenersi per periglioso, e quindi da vietarne la circolazione. È un abuso poi insopportabile quello che egli si permette delle Dottrine Evangeliche e dei tratti presi dai libri santi, e il vedersi citati gli Apostoli, e gli Evangelisti al pari degli scrittori profani, lo che spiega se non altro la minore venerazione religiosa dei banditori della Rivelazione Divina presi alla pari delli scrittori di politica, e dei filosofi. Come entrano le Verità auguste del Vangelo e degli Atti Apostolici in queste diatribe pseudo-morali fatte a sfogo di bile liberalesca, in uno scritto di domma ridondante di contumelie e di sarcasmi? La cosa è indegna, come è indegno non meno l'abuso che vi si fa dei nomi di molti dai sovrani Regnanti ed alcuni defunti. Lo scritto mi pare perciò affatto riprovevole.
BERNARDINI„.
APPENDICE XXI (pag. 365).
_Lettera di Niccolò Tommaséo a Marcantonio Parenti._
“A Lei, moderato e onest'uomo, invio questo scritto nel quale s'accennano le menzogne di gente divorata da zelo crudele; e non tutte. Di chi sieno i vituperî, gli uomini probi diranno. Ella, prego, dica a costoro come chiamare _infernale_ ogni cosa che loro non paia lodevole, sia peggio che farisaica arroganza; come ripetere menzogna smentita, sia stoltezza ancor piú che fallo: dica che la _certa scienza_ e _pazienza_ (come goffamente il Galvani dice) del Vieusseux nelle ciancie del Maroncelli è bugia: dica che i modi usati da costui per accennare ad un uom carcerato, foss'ancora parricida, son modi di boia e non di cristiano: dica che chiamare congiura l'_Antologia_, foss'anco rea delle colpe appostele, è abuso di nomi ridicolo: dica che il _puzzo_, il _fetore_, la _sozzura_, modi in cui quel Galvani s'avvoltola, mostrano chi egli sia: dica che piú illustri nomi e piú gravi onorarono l'_Antologia_ che la _Voce_: dica che _non curarsi di sapere_ de' fatti che possono scolpare l'uom piú reo della terra, è indegno d'accusatori, proprio di delatori: dica che gridare perché altri diffonde scritti in Italia permessi, e denunziarlo, e tremare di lui, è imbecillità, inumanità, codardia: dica che a quel miserabile io non ho dato diritto di stimar falsa la mia fede in Dio e in G. Cristo: dica che a parte alcuna i' non servo, alcuna parte non temo; che per la religione e per la verità saprò vincere e patire e morire: ch'io cito il Galvani non al giudizio di Dio (non sono tanto santo né tanto malvagio da invocare sul capo d'uomo nessuno la divina vendetta), lo cito innanzi alla sua coscienza: dica da ultimo che se la _Voce_ nella sua rabbia persiste avrà in me non un nemico ma un giudice che in capo all'anno, al semestre, al trimestre, saprà mostrare all'Italia chi son costoro che portan l'odio nel nome di Dio.[1409]
Queste parole a lei rivolgo, Signore, perché la stimo; perché credo l'autorità sua valevole a mettere vergogna in costoro; perché il loro stato mi fa non paura e non ira, ma compassione e ribrezzo.
Parigi, 4 giugno 1835.
TOMMASÉO„.
APPENDICE XXII (pag. 367).
“Addì 20 maggio 1835.
_Il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli Al Signor_ NICCOLÒ TOMMASÉO dimorante in Parigi, o altrove.
_Dunque, bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa etc. etc. etc. _è un villano, cacciato da Napoli e dalla Toscana come uomo stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?_ Cosí voi, volgo non _dei pensanti_ ma della canaglia settaria, sentina non _del Cristianesimo_ ma del Sansimonianismo, e feccia non _del fiele_ ma delle cloache tutte dell'universo mondo, la qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal Gazzetta dell'Italia centrale — _La Voce della Verità_ — di di cui avete rimessi a Modena alcuni esemplari, nel corrente mese, al meritissimo e zelantissimo Direttore della medesima. E piú, con un'impudenza e sfacciataggine consentanea all'indole degli epiteti, con cui ci gloriamo di segnalarvi nella presente lettera, avete domandato al detto ottimo Direttore di pubblicare il vostro infamissimo libello nell'onorato energico foglio che esso dirige, e che voi sí bestialmente ed assurdamente attaccate di fronte, e di cui tentate inoltre, (politicamente sacrilego) di profanarne l'intitolazione, quando avete denominato il vostro pazzo libello — _La Voce della Verità!!!_ — _
_In quanto alla gazzetta adunque da voi lacerata e vilipesa (se pure le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene a senso nostro, non lieve difetto praticata con un' _(sic)_ automa qual siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di Canosa per _un villano_, e per _un uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto_; quello che di piú, senza provocazione ha osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta — _La Voce della Verità_ — unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenza _battesimale_ pretesa, non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo._
_Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali (sebbene insultati di persona pure nelle villanie vomitate contro _La Voce della Verità_, essendo noi, da anni della medesima, continui, dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore, dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore della _Voce della Verità_, che non importerebbe prendere le difese di un esimio Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti, noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa._