L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 23
Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne ringraziò[1361] il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi: e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni, avutane conoscenza, aveva esclamato: _a questo scritto non si risponde_.
Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre Mauro, facendo in una _nota_[1362] le sue “osservazioni rispettose„ allo scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'_Antologia_„. Considerato anche, essere il nome istesso del Tommaséo tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e “affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.
Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando che la _Voce_ non tacerebbe. I redattori stamparono[1363] infatti, com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„. Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364] nel '41 al Vieusseux, riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365] una fierissima lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese. Se non che, il principe di Canosa affermò[1366] che “chi pettinò cosí bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che “non si mescolò in quella contesa„, ma “un giovine redattore del foglio, il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.
Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa, che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367] al Tommaséo. “Dunque — incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo, villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc. _è un villano, cacciato di Napoli e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto?_ Cosí voi, volgo non _dei pensanti_ ma della canaglia settaria, sentina non _del Cristianesimo_ ma del sansimonianismo, e feccia non _del fiele_ ma delle cloache tutte dell'universo mondo, lo qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal gazzetta dell'Italia Centrale _La Voce della Verità_„. E di questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo, aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„. Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséo _bestialissimo_„ o “_piú che bestialissimo_„, perch'egli si era dichiarato “protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'_Antologia_ di Firenze, di quella _Antologia_, che attraverso la sua innocenza _battesimale_ pretesa, non poté non eccitare per la soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano, sebbene indulgentissimo„.
Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille della _Voce della Verità_, rispose con un secondo opuscolo[1368] il Tommaséo; non per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva: “chi loro non garba, paragonano al _ladro_, al _tagliaborse_, all'_assassino_; e gli danno lo _stilo_, il _coltello_, il _pugnale_, il _nappo del tossico_.... e lo chiamano a _partecipanza_ (nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) a _partecipanza_ lo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere _vituperato_, e parla di _pantano_, e di _sozzura_ e di _mondezzaio_, ha nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.
Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú oltre a risposta: ma que' della _Voce_, tenacemente fedeli al proposito di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davano _impaccio_ al Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella delle dita„; replicavano[1369] ancora per dire che, viaggiando il Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad educare i suoi figli secondo le sue “capziose norme„, promettendo a quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora che gli _antologisti_ con le loro dottrine sovvertivano i popoli, congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben indiavolati e disperatissimi„.
Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova risposta.[1371] Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua “piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetida _Antologia_„, e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo, tutto scritto per glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'_Antologia_ e il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti: il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia, traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse, anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372] alla presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo della _Voce della Verità_, firmato _Imparzialità_, che serviva di “confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso autore di quel libello„.[1373]
Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come mai, pur dopo soppressa l'_Antologia_, cosí brutale durasse la guerra contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera potenza, un _secondo granduca_.
Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e ben chiaro i compilatori della _Voce_ lo dissero. Dissero[1374]: “se al cadere dell'_Antologia_ il suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi grideremo, e grideremo senza cessare„.
Senza la sua _Antologia_, e senza speranza di poter ridare la vita a questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375] “a tutti i mezzi di materiale coercizione„; per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la sua _Antologia_; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri, quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per mantenere l'equilibrio!„.
Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux ben potè senza superbia affermare[1377] che la guerra mossagli contro, era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben potè con grande compiacimento vedere che la sua _Antologia_ non aveva invano vissuto per dodici anni.
Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi in Abruzzo fondare un giornale co 'l titolo di _Antologia abruzzese_, il ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e volle che si chiamasse _Filologia Abruzzese_[1378]. E dieci anni dopo soppressa l'_Antologia_, mentre la _Voce della Verità_ aveva da poco miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379] la traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto si compiaceva, scrivendo[1380] che un monumento elevato in Francia al giornale che era stato _la grande impresa della sua vita_, sarebbe una cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli articoli da stampare.
L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è senza grande significato.
Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far risorgere la sua _Antologia_: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in Torino l'_Antologia italiana_, il Vieusseux ripensò al titolo di _Fenice_; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo, chiedeva[1381] al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„ contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che meditavano due giornali diversi. E persuase a' primi a offrire i loro scritti alla _Patria_; e si scusò[1382] co' secondi di non potere, quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “_Fenice_, come terreno neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti giornali„.
Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno del 1847 divulgò il _Manifesto_,[1383] nel quale tra l'altre cose ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'_Antologia_: “la _Fenice_ sarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384] dal consigliere Giuseppe Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno Lombardo-Veneto fu conosciuto il _manifesto_ del Vieusseux, bandirono contro la _Fenice_ non nata ancora, decreto di proibizione: ciò che indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma. D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera, e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della nazione, fecero certo il Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848 il Vieusseux mandò a' suoi amici una _circolare_[1385] con la quale, esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.
Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni, il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quella _circolare_, pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre in atto la sua speranza!
Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio al suo giornale il titolo di _Nuova Antologia_; sentendo[1386] egli “l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate dell'_Antologia_, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.
Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la vita dell'_Antologia_, e che la vita dell'_Antologia_ è gran parte della vita intellettuale non solo toscana ma italiana in que' dodici anni; quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria; non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387] Pietro Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta Italia!„
DOCUMENTI
APPENDICE I (pag. 52).
_Contratto stipulato tra G. P. Vieusseux e il dott. Gaetano Cioni per la pubblicazione dell'_“Antologia„.
“Nous soussignés sommes convenus de former une société pour la publication du nouveau journal intitulé _Antologia_, au clauses et conditions suivantes;
_Art._ 1. M.r Vieusseux fournira le local et les élements du journal: il fera toutes les avances nécessaires et aura toute la direction financière de l'affaire — il se concertera avec M.r Cioni pour le choix et la classification des materiaux, pour le choix des traducteurs employés, et pour l'imprimerie.
_Art._ 2. M.r Cioni se charge spécialement de la revue des traductions provenants de traducteurs qui n'inspireroient pas assez de confiance: il se charge également de la sourveillance de tout le détail de l'imprimerie et de la correction des épreuves; il se charge enfin de la correspondance italienne relative à la propagation du journal. A cet effet M.r Vieusseux lui menagera dans sa maison un local convenable où il pourra travailler tranquillement.
_Art._ 3. MM.rs Cioni et Vieusseux feront conjointement les demandes nécessaires auprès de censeur. Ils se reuniront au reste une ou plusieurs fois la semaine à jours et heures déterminés pour discuter sur les objets essentiels, indépendamment des communications journalières qui auront lieu par suite de la proximité des doux cabinets de travail.
_Art._ 4. M.r Cioni, ayant le temps de traduire, sera considéré comme traducteur, et comme tel recevra l'indemnité accordée aux autres personnes employées par la société.
_Art._ 5. Les bénéfices nets, déduction faite de tous les frais et de l'intérêt de 6% des avances réelles de M.r Vieusseux, seront reparties comme suite: Un tiers pour M.r Cioni; deux tiers pour M.r Vieusseux. Si avant le 31 décembre de chaque année M.r Vieusseux se trouvera avoir encaissé outre ses déboursés de quoi faire une répartition a M.r Cioni, il s'y prêtera avec plaisir, mais seulement dans ce cas.
_Art._ 6. Le premier numero du journal devant paroitre dans le courant de janvier prochain, toute la comptabilité de cette société datera de cette époque. M.r Vieusseux dressera le premier bilan le 31 septembre 1821.
_Art._ 7. La presente société durera au moins pendant tout le 1821, et ensuite aussi long-temps que MM.rs Cioni et Vieusseux trouveront leurs convenances réciproques. Le cas de mort de l'un d'eux la dissout de fait pour Cioni et de droit pour ses ayant cause. La convenance cessant pour les parties contractantes, la dissolution de la société sera décidée par écrit en se prévenant réciproquement six mois à l'avance.
_Art._ 8. Toute difficulté qui pourroit s'élever sera applainée par le moyen d'arbitres.
Florence, 15 novembre 1820
G. P. VIEUSSEUX — G. CIONI„
APPENDICE II (pag. 138).
Da _Il Caffè di Petronio_, n. 3, 15 gennaio 1825, pag. 10.
_Interlocutori:_
EUSEBIO[1] LIMONCINO romagnolo, _garzone del caffè: poi_ TIMOTEO milanese, _stampatore: poi_ PETRONIO.[1388]
_Petr._ Sior Eusebio, cosa gh'avemio de niovo? Somio alle solite?
_Eus._ Eh lasciatemi in pace....
_Petr._ Come la crede; ma voleva dirghe, che xè arrivà el fascicolo de dicembre de l'_Antologia_.... Conoscela ela sto giornal?
_Eus._ Sí: è il piú _grosso_ d'Italia.
_Petr._ Ma ghe xè qualche articoletto che ghe despiaserà....
_Eus._ Vediamolo: già questa è giornata _climaterica_ per me.... (_legge_).
_Lim._ Sio' patron, u z'è e' cuntaden, ch'è vgnu' con la bestia, a cargar el butelli....
_Petr._ Diseghe che l'aspetta un poco.
_Eus._ Ho veduto, signor Petronio. Col tempo e con la paglia si maturano le nespole. Può darsi che il signor Rivistatore abbia a trovare chi gli dia pane per focaccia. Già è qualche tempo che l'_Antologia_ abusa un po' troppo della facoltà che abbiam tutti, di giudicare a capriccio le opere altrui. Nel particolare da voi accennatomi, questo giornale ha mancato insieme alla verità e alla....
_Lim._ Sio' patron, e' cuntaden dis ch'e' vegna a sbrigall, che l'à frezza.
_Petr._ Aspetti un poco. Un momento de riposo me piase anca a mi. Sior Eusebio: cossa vorla che ghe diga? No' bisogna riscaldarse de gnente: La botte la dà el vino che la ghà. Tutto el mondo ne rimprovera che in Italia nò se studia abastanza; che nò se dà piú in luse delle opere: e po' guai a colù che se mette in testa de pubblicar un libretto che sia bon, che tenda a un ottimo fin, castigà, e che non gh'abbia ombra de mire.... non sò se mè capissa.... Quello xè rovinà. La senta in proposito che felice arietta aveva abuo la fortuna dé combinar in un dei mi drammi per musica, che giera intitolà: _La Morte di Seneca:_
Egli è pure il felice mestiere il mestier di scrittore in Italia: un mestier d'infinito piacere; un mestiero a cui pari non è.
Dopo stenti e travagli inumani, dopo studî e fatiche diaboliche, una turba di critici insani beffe, insulti ne reca in mercè.
Che se poche ti sembrin tai scene, son talvolta, per colmo d'infamia, pronti sgherri, prigioni, e catene alle braccia, alle mani ed ai piè.
_Eus._ _L'arietta_, a dir vero, non è _felice_ come potete supporre, caro signor Petronio: tuttavolta, avete ragione a dire che contiene una buona morale al proposito nostro. Infatto ella è una cosa da non credere; che alcuni giornalisti fra noi facciano il mestiere di andare a caccia tutto giorno dei nomi di nuovi scrittori per l'utilissimo scopo di denigrarne i più meritevoli. Del rimanente, quanto all'_Antologia_ avrò luogo a parlarne fra non molto. Spero di mostrare che ella si è già allontanata del tutto dalla fama a cui la voleva innalzare il ben intenzionato Direttore, e a cui lodatamente la volgeva il chiarissimo Benci. Spero inoltre di provare al compilatore (di cui taccio il nome) ch'ei mostra saper tanto di poesia, quanto dell'arte di ordinare una battaglia: e quindi che il farsi giudice di ciò che non si conosce, è l'eccesso della....
_Lim._ Siò patron, e' cuntaden dis ch'anch l'asen s'impazienta....
_Petr._ Vegno subito — Con sò licenza.... Carico sto aseno impazientissimo....
_Eus._ Sta a vedere che l'anima di un qualche giornalista ha fatta la metempsicosi.