L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 22

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Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti. Anche dopo soppressa l'_Antologia_, anche dopo dileguati i timori che potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo chiamava[1319] il bali Sanminiatelli), non ristette la colonia di Modena dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320] intorno all'amico poche parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera, non mancarono i compilatori della _Voce della Verità_ dal fare i loro commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„), dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un cattolico, per esser la sua religione dichiarata _purissima_ da un ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa, il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per compimento dei funerali„.

A sí goffa calunnia rispose[1322] il Vieusseux una breve e dignitosa risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro giornale. La inserirono[1324] essi, non senza però dire innanzi, che troppo strano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325] che il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur confessando la sua molta stima per la _Voce della Verità_, ch'egli non era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora, pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326] scritta, com'essi dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„, dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.

* * *

Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicare _l'Indicatore bibliografico_, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327] il Giordani — se c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoro per tale; ché sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parola _giornale_ impauriva di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò allora il Vieusseux compilare una raccolta di _Opuscoli scientifici e letterarî_, ridando cosí la vita alla collezione[1328] nel 1807 intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini il _manifesto_[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi, scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non facilmente e non di frequente conciliabili„.

Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il divieto poteva, al dire[1330] del Padre Mauro, apparire fondato “sopra motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare alla luce molte materie della natura stessa di quelle solite inserirsi nella cessata _Antologia_„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua collezione, innanzi di approvare il _Manifesto_ presentato.

Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente consentissero), si rivolse[1331] al Corsini, con la speranza di ottenere da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co 'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese deliberazioni, tra le quali era questa,[1332] notevolissima, con che si interdiva comprendere nella divisata raccolta, le _corrispondenze_, che troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessata _Antologia_, e potevano farlo considerare come una continuazione di questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplice _manifesto_ comparisse alla luce.

Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 una _circolare a' varî corrispondenti_[1333], nella quale rammentando i propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie, vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e del _Giornale agrario_.

Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettare _tempi migliori_; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al solo _Giornale agrario_ e al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.

Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per la Toscana. Gli avevano tolta l'_Antologia_, gli avevano _tutto_ negato; ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il fermo volere.

_Il progresso delle scienze lettere ed arti_, fondato[1334] nel '32 dal Ricciardi co 'l proposito[1335] (non nuovo per vero a chi abbia seguito la storia che dell'_Antologia_ sono venuto facendo) di “esporre all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte racchiudeva„, e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; il _Progresso_ traeva stentata la vita. Modesto confessava[1336] il Ricciardi mancare a lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché fosse opera, se non da reggere il confronto con l'_Antologia_, certo non disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337] che in esso valevano le sole notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338] composto di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.

Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile — scriveva[1339] al Tommaséo — perché il _Progresso_ acquisti riputazione; bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che prova, tra le altre cose, come il Vieusseux, non potendo per sé, senza invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di aiutare perché altri facesse.

Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e divulgatore del _Progresso_, il vedere la guerra che que' di Modena gli avevano già mosso contro. Caduta l'_Antologia_, la _Voce della Verità_ aveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti il _Constitutionel_ asserito[1340] che, pubblicandosi in Napoli un giornale letterario, il _Progresso_, “compilato con molto ingegno da giovani scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa la _tendenza_; la _Voce della Verità_, co 'l sistema felicemente adottato per l'_Antologia_, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo, e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito, Giuseppe Ricciardi assicurava[1342] al Vieusseux, “essersi riportate al Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolata _Il Progresso_, altro non è che una succursale della _Giovine Italia_„„.

Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività al _Giornale Agrario_ e al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi pubblicamente, non solo divulgando il _Progresso_ e facendosi, com'egli diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio, sentí rinascere in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344] infatti al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'_Antologia_. E vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento una _Rassegna trimestrale_, con gli articoli migliori attinti agli altri giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345] il progetto al padre Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio, il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui, piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini, fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo di _Rassegna_, “rifletta — soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.

Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovo _Progetto_ e la _Supplica_[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza portarono la soppressione dell'_Antologia_! oso lusingarmi però non mi fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R. obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito onorevole e felice...„.

Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al granduca, era di una _Rassegna italiana_: diceva in esso, che il piano e l'andamento dell'_Antologia_ potevano bensí migliorarsi, ma che il titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale, non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e preoccupazione municipale, _fosse_ tanto franca e indipendente da potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente importanti... e _fosse_, quanto piú _sarebbe_ possibile, lo specchio veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.

Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347] il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'_Antologia_. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„. Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo di _Antologia_„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo: “Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene intendeva che l'ex direttore dell'_Antologia_ avrebbe considerato le scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva proprio nel segno, quando affermava che “la _Rassegna_ non sarebbe altro che l'_Antologia_ perfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un giornale _filosofico_, _dedicato al progresso_, chiedere licenza di restare sempre lo stesso Vieusseux di prima, _coerente con i suoi antecedenti_; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No, no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.

Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini, francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere qualunque passo su questo riguardo„.

* * *

Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano state impedite. Ora l'_Amico della Gioventú_, la _Voce della Ragione_ e la _Voce della Verità_, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto all'impotenza il Vieusseux.

Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura del processo nel '33 fatto da loro all'_Antologia_ e al suo direttore, due anni di poi in certi loro _pensieri_, che con la usata eleganza chiamavano _di circostanza_, e via via comparvero su 'l foglio modenese, dopo parlato[1348] di _guerra_, di _sommosse_, di _governi stabiliti_ e di _religione_, come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano i _proclami_ di Gian Pietro Vieusseux.

A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in cui gli giunse la _Voce della Verità_, si recò[1349] dal presidente del Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo. “Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux accusato di fare _proclami_. Riconoscete dunque la mia innocenza lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva giustizia) ad approvare la protesta[1350] che il Vieusseux presentava: e il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la riprodussero.[1351]

Chi fosse l'autor de' _pensieri_, non è difficile imaginare: era il Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352] al Capponi: “sento da Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non osò lasciar ristampare la mia protesta sul _Progresso_„. Ma se al _Progresso_ non fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il sapere[1353] che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoi _Pensieri_, aggiungeva una nota[1354] “in risposta alla _protesta_ pubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro l'uso che qui si è fatto della parola _Proclami_„: nella qual nota, dopo rammentato che il Maroncelli aveva definita l'_Antologia sorella del Conciliatore_, e il _Conciliatore_ una _congiura_, affermava che l'_Antologia_ “ha _proclamato_ cogli elogi dell'illegittimità, colle apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte; ha _proclamato_ colle lezioni del gius penale _Benthamico_, e coi corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo, ecc. ecc.; ha _proclamato_ prestando i suoi _tipi_ al famoso bollettino del 28 marzo 1833; _proclama_ tuttavia, facendosi propagatrice, per l'Italia superiore, del _Progresso_ di Napoli, il di cui fondatore guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo; _proclama_ coi manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delle _letture popolari_ e dei _manuali d'educazione_...; e cosí, per fino la _soppracarta stampata_ della _protesta_ contro l'uso ingiusto della parola _proclami_, è un vero e real proclama dell'_Antologia_, espresso colla lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire dell'_Antologia_ stessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece della parola _proclami_, dovevo mettere _congiure_....„.

Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava una _congiura_ la diffusione del _Giornale agrario_, de' manuali dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario geografico del Repetti![1355] E non contento di asserire falsità manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale diceva[1356] invece, che il _Conciliatore_ fu dagli Austriaci detto una congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.

* * *

Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357] nel quale dopo affermato che al foglio di Modena era serbato “superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu inspiratore degno l'autore dei _Pifferi di montagna_, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare questa mia parola alla _Voce_ vostra, eccheggiar tutta dal primo all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio„.

Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo scriveva[1358] al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della risposta alla _Voce_. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359] dicendogli, che la replica alla _Voce_ gli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360] al Vieusseux: “egli ha fatto opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva meglio. Bravo e caro uomo!„.