L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 21
Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati una _circolare_[1268] con che li informava del non potere egli piú mandare il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269] che lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo — scriveva[1270] Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che, cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno. L'_Antologia_ non era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.
“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera — scriveva[1271] il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le transazioni, approvazioni ed emende. Si voleva morta l'_Antologia_, che rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„. Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “povera _Antologia_ — esclamava[1272] il Giordani — povera _Antologia_, ch'era pur cosí mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273] a Carlo Verga: “mi pesa che il duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe compensato il danno prodotto sopprimendo l'_Antologia_, co 'l provare che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, — chiedeva[1274] al Capponi — che il giornale dell'_Antologia_ di Firenze è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275] al Vieusseux, che letta la sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„. Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando, afflitto per la perdita dell'_Antologia_, diceva[1276] al Vieusseux: “non in questo tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti, perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277] Urbano Lampredi, che la soppressione dell'_Antologia_ gli aveva fatto provare lo stesso effetto che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In Torino il Mannu si dolse[1278] di quella perdita, come della perdita di una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279] al Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della soppressione dell'_Antologia_ — egli scriveva — mi dolgo e affliggo non tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'_Antologia_ aveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno piú chiaramente nella vostra _Antologia_ un principio di letteratura nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quanto tristo sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la gratitudine di tutti i suoi„.
Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi dell'Austria, la _Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica_ di Verona, pubblicava[1280] due lettere, e le diceva “stampate nella infelice _Antologia_ di Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma valgono un grande discorso. Con lode il _Poligrafo di Verona_ rammentava[1281] l'_Antologia_; e nella stessa Milano, il _Nuovo Ricoglitore_ scriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de' malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra letteratura„.
piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero motto. “Sapendo che tali erano le vostre intenzioni, — gli scriveva[1283] il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della soppressione dell'_Antologia_. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo avvenimento doloroso„. La _Revue des deux mondes_ infatti affermava[1284] che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena, e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello. “Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole; destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la Toscana. L'_Antologia_, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo, gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia fecondissima d'insegnamenti!„. Il _National_ giudicava[1285] “arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de' sanfedisti (_du parti-prètre_), de' quali il duca di Modena si era fatto capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286] il rescritto granducale il _Semaphor_ di Marsiglia (da que' di Modena definito[1287] “tipografia di tutte le _cartocchie_ dei fuorusciti Italiani„); e giudicava l'_Antologia_ “il solo giornale che potesse tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del dispotismo austriaco e locale„. _L'Europe Littéraire_ e _Le Temps_ parlarono[1288] anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare l'_Antologia_ “uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e la _Revue enciclopédique_[1289] notando del pari che l'_Antologia_ era “il miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione, il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su loro„.
Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto: brevemente narratolo, il _Times_[1290] non ristette dal chiamare il Vieusseux “l'ottimo direttore dell'_Antologia_„, e dal giudicarlo “un uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'_Antologia_, dopo ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe, diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe essere una iniquità atroce: eppure l'_Antologia_ è stata soppressa„,
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Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure desiderati, erano tuttavia di grande conforto al Vieusseux: ma 998 fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291] egli dunque al Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la facoltà di continuare la pubblicazione dell'_Antologia_, ma solo per reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui, in quanto que' due fascicoli avevano il _visto_ del censore; fiducioso che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita del giornale _di sua proprietà_, non gli lascierebbe sostenere la perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per l'_Antologia_, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'_Antologia_), egli lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a tutti, anche all'I. e R. Governo.
Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292] ad udienza il Vieusseux; e dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda in _quella forma_, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseux che volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò che dice di aver perduto _una proprietà_: che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice espressione, com'egli aveva promesso.
Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294] di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione; verificato però che avessero l'_imprimatur_ censorio. Il giorno 14 di maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli del gennaio, e mille copie del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio; valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376. Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che, portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi essere di lire 3369,12 soldi.
Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale, salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297] per la sua estrema rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.
Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo misteriosamente scriveva[1298] al commissario di Santo Spirito: “In questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto, in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari, per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a striscie di carta turchina...„.
Cosí finiva l'_Antologia_.
Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel tempo stesso la vita _La Rivista Enciclopedica_, ch'era stata ne' primi anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè l'_Antologia_ nacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.
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Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove in altri tempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della sua _Antologia_, che era, quale egli la voleva, _tutta nazionale_, tale da adempiere il voto unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi, ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a' loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.
Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e il _Giornale Agrario_; aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano la Polizia attendesse[1300] il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gli atti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e il Vicario Regio scriveva[1301] sollecito, ch'egli, “conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto era dalla Polizia ritenuto[1302] sempre “assai pericoloso„; e si doleva l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte, non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303] gli scrivessero con l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini gli dicesse[1304] “Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che, nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe manifestazioni imprudenti.
Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto l'_Antologia_, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305] ancora “il grande pensiero della sua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli che sentiva[1306] pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio datogli dall'amico Sismondi. Meglio che _fare il morto_, andava ripensando come potesse ridare la vita alla sua _Antologia_, come novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo stesso coraggio di prima.
Soppressa l'_Antologia_, il suo primo pensiero — confessava[1307] anni dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse il cuore di sacrificare il suo gabinetto, ch'egli credeva[1309] “sempre utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310] far rinascere in Piemonte l'_Antologia_, e con articoli e con tutti i mezzi possibili, sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo, persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro Pomba, l'_Antologia_, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo, della stima universale„.
Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux — sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa l'_Antologia_, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un giornale letterario ora che mancava all'Italia l'_Antologia_; eppure ad onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi ho detto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa onorevole, ma che pure il nome di _Antologia_ faceva troppa paura.
Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto, dell'_Indicatore bibliografico italiano_[1313]. “Impresa — diceva in esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto dell'_Antologia_, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314] al censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315] il Capponi, saputa questa notizia — allegri! Atene d'Italia! Ci rimane il _Giornale di Pisa_ (dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.
Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux ridare in Milano la vita alla sua _Antologia_: e a ciò anche il Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in lode del Governo toscano. Certo[1317] però il Vieusseux, che co 'l titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto giornale quello di _Fenice_, co 'l motto significativo:
Cosí per li gran savi si confessa che la fenice muore e poi rinasce.
E si proponeva[1318] creare un giornale “come mai _era stato_ fatto in Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato. Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.