L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 20
Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo sollecitava[1232] dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233] il Bologna, confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„, perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberasse su 'l _quid agendum_, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere, anzi, _provano_ che gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la soppressione dell'_Antologia_ fu poi decretata da questo, quale pena all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].
Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari, Commissario di S. Croce, _invitava_[1235] il Vieusseux a recarsi alle ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con l'avvertimento salutare “... e _non manchi_„. Non mancò infatti il Vieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236] co 'l solito rifiuto. Ed è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere, e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira, “non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini, ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura, la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, _Padre Mauro_, e _S. E. Corsini_, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il _P. Mauro_, ma _S. E. Corsini_, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato„.
Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva i _Promessi Sposi_, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux, punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„, dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto, che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237] che i ministri di Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'_Antologia_.
Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238], deliberarono punire il Vieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E. Corsini annunciava[1239] al presidente del Buon Governo, che essendo stato reso conto a S. A. I. e R., che l'_Antologia_ aveva “deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte dispositiva„ della sua lettera.
Diede[1240] il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241] al cancelliere Lorenzo Tosi; e finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di sera, ebbe da lui comunicazione[1242] del rescritto sovrano che sopprimeva l'_Antologia_.
Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'_Antologia_ per poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scritto _da qualche tempo_, ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene, perché la parentesi del Tommaséo era davvero un _riavvicinamento_: riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.
Ma il piú notevole si è che nella _circolare_, dopo avere affermato che nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo, quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore, maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Stato esisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano, di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].
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Soppressa l'_Antologia_ (ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246] al granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e non lieve, ancora del cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia ringraziato il cielo — esclamava[1247] un suo nemico, Mario Pieri, poi che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'_Archivio_ (né motivo nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale sapeva[1248] la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo, e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto è sempre mirabile.
Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'_Antologia_ era stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro che se ne fece. In un _rapporto segreto_ del 28 marzo, l'ispettore di polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249] al Presidente del Buon Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per prorompere in voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Era _incendiario_ davvero quel _bollettino_[1250]: vi si diceva che il granduca aveva avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che sopprimendo l'_Antologia_, approvata dal ministro Corsini, non conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo grido non è piú di lamento, ma di _Vendetta_„.
L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa, subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso _bollettino_, e insieme i suoi complici: e da un _rapporto_ di lui, _riservatissimo_,[1251] si rileva che una tal “donna Sabina, druda di Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo, nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'_Antologia_„; e aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini — L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28 detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini — “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla primitiva ed organizzata compagnia„.
L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252] al Bologna, che il bollettino ere stato stampato “nella stamperia dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca, e prossima al caffé _Elvetico_„. “Mi si accerta — continuava — che nel ridotto dell'_Elvetico_ il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„ fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di altri sette od otto giovinastri„.
È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna, che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano “contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone _La Parisienne_. Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia, Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia, il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande rumore per la soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti. “Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e parlando della soppressione dell'_Antologia_, benché ammettesse che la tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa estremità„.
Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato S. E. Corsini?
Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia, i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:
Evviva! Evviva! Oh gioia! Il Toscano Granduca è diventato il Boia del Modenese Duca.
Un altro:[1257]
Alla mente Sovrana del sapiente Granduca di Toscana è piaciuto vietar l'_Antologia_. E la ragion qual'è? Perché, contraria ai Re, trattò con poco onore d'Austria e di Russia il sommo Imperatore. Non so chi nella testa gli ha messo questi grilli. Doveva ben riflettere che mai l'_Antologia_ non ha preso a curar degl'Imbecilli.
E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258] al Bologna: “Si è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione dell'_Elvetico_ quei giovani fanatici si sono tutti dati premura di copiare simile composizione. Eccone il testo:
_Il nuovo Teatro Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti._
AVVISO.
Si annunzia ai Fiorentini la nuova compagnia dei burattini. D'Austria l'Imperatore è il capo direttore; Francesco, l'Assistente. I ministri, il Granduca, e la sua gente sono le piú perfette care marionette. Il Pubblico a gradire si prega, e intervenire, certo che si daran tutto l'impegno di mostrarsi, quai son, teste di legno. E perché sul teatro sia comun l'allegria, daran per prima recita la soppressione dell'_Antologia_.
L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche disordine...„.[1259]
Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi, in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni “fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261] “piú specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucci egli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su l'_Antologia_ riportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti, cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.
Poco dopo soppressa l'_Antologia_, una sottoscrizione fu fatta in Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al Vieusseux “gli orfani dell'_Antologia_„ scrissero[1262] una lettera di affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva sostenuta la vita; mentre con segni chiari, ma a lui poco accetti perché nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per l'ordine del granduca; in un articolo intitolato _Quousque tandem_, sgangheratamente la _Voce della Verità_ plaudiva[1263] al principe, che aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva “sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che, allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione: _Omnes gentes, plaudite manibus_„.
Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro' de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264] tra' soscrittori “Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la soppressa _Antologia_, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano, Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio n. 260 combinando nella mia testa le idee di _Madri cinesi_, di _Cani_, di _Bambini_, e quelle dei sinonimi _Antologia, Collaboratori e Lettori inavveduti_, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere, anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensiero e nella materiale disposizione delle parole, corrispondere alle _madri Cinesi l'Antologia_, la quale accogliva in sé i cani de' _collaboratori_, traendo in inganno i _lettori inavveduti_ come _bambini_.
Non meno implacabile, la _Voce della Ragione_, temendo che per un pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti degli Amaleciti. _Percute Amalec, et demolire universa eius_„. E giorni dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266] che gli articoli dell'_Antologia_, originali, sembravano “un intrigo, un labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli occhi e imbriacavano il cervello„; che la _rivista letteraria_ era “sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i libri dei quali davano ragione„; e che l'_Antologia_ “serviva mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il che (e riprendevano una frase del _bollettino_) non pareva che fosse “_sostenere il lustro della letteratura italiana_„. “Fortunatamente — continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la questione presente si può accomodarla con le buone. L'_Antologia_, faccia il suo fagotto, e vada a _sostenere il lustro_ in qualche altra contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente, e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; la _Voce della Verità_ anderà superba del suo trionfo„.
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Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267] “la colonia degli Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia della soppressione dell'_Antologia_.