L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 2

Chapter 23,649 wordsPublic domain

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé stesso di uscir dal giornale; e sebbene il Monti tentava fargli mutar pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi, si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„. Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire, nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome, quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi, che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per occupare degnamente l'officio di _direttore_: gli mancavano la sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi articoli erano “indegni di venire in luce nella sua preclarissima _Biblioteca_„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo scritto gli elogi dell'_Iliade_ del Monti, e lui renitente spronava a lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32]. Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli uomini che primi avevano scritto nella _Biblioteca_, e davano speranza di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dalla _Biblioteca italiana_, quelli che le avevano dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34] s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di pace, null'altro mostra, pur troppo, se non la dolorosa verità di quelle accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel giornale che fosse “successore legittimo alla _Biblioteca italiana_„, e la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era “unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo _Spettatore_; e si poneva quasi di fronte alla _Biblioteca_. Vi comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai, e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto che parve[38] compromettere i buoni successi della _Biblioteca italiana_. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin l'arbitrio di “mutare a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi, e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla _Biblioteca_, irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo _Spettatore_ gli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure, secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il _foglio azzurro_. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale farà assai male alla _Biblioteca italiana_, ma non durerà piú di un anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che accrescere, la potenza de' dominatori: era un attentato, al quale l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando affermava[44] che nella _Biblioteca italiana_ avevano combattuto le nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora, perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare, e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena, morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'_Amico d'Italia_ comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola Bologna mensilmente dava una _Nuova collezione di opuscoli scientifici e letterarî_, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di piú studiavansi con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma, dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla (anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi, con ripugnanza accettò e “per creanza„ la _patente_ in cui era dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il _Giornale Arcadico_. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di _Arcadico_? Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica, avversaria de' litigi„; e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo: “battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne' soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli scriveva, de' compilatori del _Giornale Arcadico_ poteva dirsi con piú ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

* * *

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno Stato assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo, dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha opere periodiche„, diceva la _Biblioteca_[53] di Milano; e diceva il vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il _nuovo_ di Pisa ancora non era sorto. A un _Giornale di letteratura e belle arti_, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del '16. Nel '16 un _Giornale di scienze ed arti_, che doveva servire di “comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56] “frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per titolo al giornale _Il Saggiatore_, e fece il programma. Del tentativo, come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola, e dopo il pranzo. Cosí il nostro _Saggiatore_ sarà mangiato e digerito: se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale intitolato il _Parasito_ o l'_Assaggia minestre_. Io frequenterò poco questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a' letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„; e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e arcirettorico„; e quel che è peggio, la _Biblioteca italiana_ pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era da sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro giornale intitolato il _Saggiatore_: e il Collini, dolente[63] che la _Biblioteca_ avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche _acerbità_, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga, consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato. Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la _Biblioteca italiana_ avesse già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel suo proposito di _rinvoltarsi nella toga_, senza aver fatto altro che incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che la _Biblioteca italiana_ chiamava “ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro giornaletto; e i compilatori[67] fecero al Collini il brutto servigio di pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava per nome il _Raccoglitore_; e il primo numero compariva nel 31 di marzo del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto dantesco: _tutte le raccoglie_. Non sarà male fermarci su queste cose, che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e insieme morali, della Toscana. I compilatori del _Raccoglitore_, in un _Manifesto unico_ che voglio in parte riferire, annunciavano al pubblico: “Saranno inserite nel _Raccoglitore_ tutte le notizie mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi, come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti.... Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio di _libri nuovi_, il Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi aveva timore, ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68] se il _Raccoglitore_ “avesse a che fare col _Saggiatore_„; e se per chi scriveva vi fosse “nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone, si diceva[69]: “Signor _Raccoglitore_, ho sentito dire che voi siate un vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali...., m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„. A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori del _Raccoglitore_ non hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò del _Raccoglitore_ sopra i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71] aver dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione del Cioni il primo numero del _Saggiatore_ venne al mondo con la data del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi; e il motto: _Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic animum perspicuis cedere_: doveva escire una volta per settimana, e i compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„. E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio; come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al cielo è nato il _Saggiatore_ — strideva la _granata_[73] — Vero è che a chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue...., e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro il _Saggiatore_), e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. Il _Raccoglitore_ era un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali privati„[74], senza risparmiare neppur le donne[75]: ma con tutti i propositi buoni, il _Saggiatore_ era anch'esso ben misera cosa. Ne sono usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76] al Capponi, “l'uno peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo aver letto tutti i numeri del _Saggiatore_, diceva[77] che vi era qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che il _Saggiatore_ rifuggiva dagli scandali, tanto che quei del _Raccoglitore_ dicevano[78] ch'esso non stimava di sua convenienza “abbassarsi a ribattere i colpi della _granata_„; ma in difesa del _Saggiatore_ (com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali nascituri: il _Vagliatore_ e il _Volante_. “Al primo — dicevano quei della _granata_[79] — daremo parte della nostra spazzatura....; al secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci mancherà una pertica per arrivarlo„. Il _Volante_ moriva prima ancora che aprisse gli occhi alla luce: ma il _Vagliatore_ uscí nel 30 di giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “_ti conviene schiarar_„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80] — di rispondere al _Raccoglitore_ illustrandone il bello e il buono...., non senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità della sua spazzatura„. Quei della _granata_ potevano tuttavia stimarsi felici; ché il _Vagliatore_ si agitava, con intenzioni tutt'altro che buone pe 'l povero _Saggiatore_. “Ho letto il _Saggiatore_ — diceva[81] — e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo cuoco. Ho una servicciuola....„[82].