L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 19
Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che, sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con dignità d'anima e di parole, come l'_Antologia_ da dodici anni gli costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche famiglie di compositori e legatori, oltre che di vivere per il bene degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era, “l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue intenzioni verrebbe resa giustizia.
Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„, dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo _consolarono_ e gli crebbero _le piú care speranze_.
Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux, scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, _benché buona_, la digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire l'_Antologia_; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare la revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse, ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.
L'avere egli infatti stimata _buona_ la digressione con che nel proemio all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux: “Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de' lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente; iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de' suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la tranquillità pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte; avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza, delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed affetto....„.
Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.
Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire. Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da' piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, non fa d'uopo di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli diceva[1213]: “meglio qualche cosa che _nulla_. Oh quel nulla è brutto — ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico, se non tutto, almen qualche cosa„.
Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo _Spasimo_ inciso dal Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.
Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que' fascicoli, perché la doppia censura del Bernardini e del Corsini aveva spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio, intitolato _Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal Cavalier M. Tenore_, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume; dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore: e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del Petrarca _Il bel paese_, con quel che segue, parve a lui pericolo grave. Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que' _ladri governatori e la canaglia de'_ corrotti patrizi levarono gran rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase: “Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59, ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio, perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su l'_Educatore del povero_: ma fu per intero soppresso; e si cancellarono fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece correggere: “ben conosciuto in Toscana„.
Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la _Voce della Ragione_ qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul _Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo_, il quale era già annunziato nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato _L'Educazione del povero_, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto indispensabile di soffocare nella culla„.
Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò modo la _Voce della Verità_ di fare i suoi commenti a quel poco che dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato. Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al giornale, era Luigi Leoni[1217], impiegato granducale in Follonica con sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'_Antologia_ il primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel compilare le _riviste_. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito “parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.
Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della _Voce della Verità_, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo toscano a sopprimere l'_Antologia_[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani sentirono _pietà della Grecia_, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo. Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (_il Regno Lombardo-Veneto_)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è visto, al Censore, uno _scrupoloso, anzi sospettoso, esame_ di tutte le _non appropriate posizioni di termini e di frasi_; aveva, ciò che piú monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„ l'_Antologia_: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta meraviglia stizzosa.
Parlando del poema di Angelo Curti su _Pietro di Russia_, il Leoni scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro significato di quelle parole!
Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'_Antologia_ fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere, “Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il quale contiene tanti errori di lingua, e non corrisponde in niente alle mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera, francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai avuto l'intenzione di offendere le persone — l'_Antologia_ non mira che ai principî e alle cose„.
Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno non voglio, ma certo è che la frase _l'Imperator delle Russie potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere_, è significativa non poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, _La Voce della Verità_ (o come la chiamavano i nostri, _La tromba della bugia_), pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: _Ciò che ho appreso dall'ultimo fascicolo dell'Antologia._
Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo dell'_Antologia_ io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo che piú m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama a cui _era_ salita l'_Antologia_,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L. un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A. Curti, intitolato _Pietro di Russia_) parlate di Pietro, di Federico, di Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa, esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de' lavori specialmente poetici: “_Farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione_„. Se il signor L. non vuole consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„... “Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori dell'_Antologia_, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che la prima è tutta pratica, e potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche diatriba del _Costituzionale_, o di altri _hujuscemodi_, che: L'_Austria facendo sembiante di governare_ il Regno Lombardo Veneto, _domina su tutta l'Italia_. Questa è una falsità manifesta: ma non importa. Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie all'_Antologia_, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania, e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive Pausania) sentirono _pietà della Grecia_, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (_il regno lombardo-veneto_)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito. _Quod erat faciendum_„.
Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229] a Giuliano Ricci: “ciò non mi spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'_Antologia_ sarebbe soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi, piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.
Il giorno stesso in cui giunse in Firenze la _Voce della Verità_, l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come la _Voce_ consigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore. Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza prove asserito: io no 'l credo, e in séguito ne addurrò le ragioni. Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in Firenze della _Voce della Verità_, e i risentimenti de' due ambasciatori e il decreto granducale che soppresse l'_Antologia_ (26 marzo), troppo bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da' loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'_Archivio_ in Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano, che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.
Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230] al Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo l'unica sua guarentigia contro le imputazioni della _Voce_, nel caso che il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone “ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroni aveva “assoluto bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e sottoporlo a un interrogatorio.
Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231] pregava il Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'_Antologia_, o ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali. Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„ avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le vie della persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi, come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di Napoleone I in Parigi.