L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 18

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Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno — aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano, altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta, barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri si sarebbero fatti associati all'_Antologia_, ne smettevano il pensiero: de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32 Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„. E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino, era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il Vieusseux pubblicare nella _Gazzetta di Mantova_ una lettera con che sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia, l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che egli “aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare l'_Antologia_ fiorentina„.

Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le accuse de' compilatori del _Nuovo Giornale Ligustico_, quando, asserito che nell'_Antologia_ anco la novella letteraria parla “di politica e di guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'_Antologia_ si era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto perché le am_assero_ i compilatori.... ma sí perché _fosse_ maggiore il numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore, rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a certi argomenti i collaboratori dell'_Antologia_; ma per un bisogno invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno, da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide, cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal _Giornale Ligustico_ richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e dell'onore„.

Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.

Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi parlando del Canosa, ch'egli chiamava “feroce cannibale„, scriveva[1188] da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla _pubblicità dei giudizî_ mi verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo, continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di C[_anosa_] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare. Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco. Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„. Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro, i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti (inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di vivere in Toscana, e di essere governati dalle leggi di quel Grande che essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse, oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.

Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, _La Voce della Verità_, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio con scrittovi sopra _non commovebitur_); la _Voce della Verità_, uscito appena il fascicolo dell'_Antologia_, tra scherzosa e biliosa ribatteva[1191] in un articolo intitolato “_All'“Antologia„ di Firenze_„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i poveri redattori della _Voce della Verità_; e mi è stato detto da tanti, che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere nell'articolo del signor Marzucchi, _Voce della Verità_ né in maiuscolo, né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che avevano “con evidente calunnia attribuito all'_Antologia_ un animo sí cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia: l'_Antologia_ non è liberalesca: l'_Antologia_ è realista. E se alcuno nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'_Antologia_ si fa gloria di vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per dovere e per inclinazione. Dunque l'_Antologia_ non è liberalesca: dunque l'_Antologia_ è realista..... È vero che anche quest'ultimo fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le buone massime per diffonderle piú agevolmente„.

Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una _Risposta ad una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832_, nella quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel “liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello “chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con un “_già c'intendete_„, che mi fa pensare a quel minaccioso _lei c'intende_ del bravo a don Abbondio.

Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce, il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han torto. Perché non sono scesi a rispondere alla _sostanza_ del mio articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far nominare da tutti chi non ho nominato„.

Di lí a poco, l'_Antologia_ pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre il terzo articolo del Tommaséo su la _Storia_ del Balbo: e fu questo occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a' compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle dottrine„, che credettero non poterne tacere “senza ripudiare i principî del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare _La Voce della Ragione_„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo “alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati, perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione: essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento abbondante degli uomini„.

Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la _Voce della Ragione_ levasse tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità, quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso quell'introduzione alla _Storia_ del Balbo? È un uomo di grande criterio e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a' generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra diventava sempre piú viva e piú fosca.

Un altro giornale, l'_Amico della Gioventú_, di fresco uscito alla luce, e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a quell'ipocrita [l'_Antologia_]„: se non che, trattenuto dalla riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita _Voce della Ragione_„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'_Antologia_„.

Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano, tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare. Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai “grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle sorti dell'_Antologia_. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza che questa aperta pugna della _Voce della Ragione_ ne fa concepire, che fiaccato alfine possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro “il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„, degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai traditori, guerra„.

È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce molesta dell'_Antologia_ o di punire severamente il suo direttore. Io non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole _Voce della Ragione_ e all'_Amico della Gioventú_: ma ben so che il 1º febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'_Antologia_ già da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di rendere il Governo toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una “stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure che a questo riguardo si prenderebbero„.

De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo, scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane, conservò l'anima _intemerata_, e con virtuosa rassegnazione sopportò _le ingiustizie e la povertà_: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio era succeduto a quel canto, che risonando _sempre_ in ogni anima, risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del _tedesco, per la lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza_„.

Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di “stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di sfuggita, che l'intero fascicolo era stato _proibito_ dall'Austria, era un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche. Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.

Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore dell'_Antologia_.

Ricevuta la _memoria_ del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî di lui politici e religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux, “con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove aberrazioni di simil specie„.

Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani (e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo) si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative, affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli articoli ne' quali _ex professo_ o anche quelli ne' quali per incidenza _riconosciuta non colposa_, come di passaggio si trattasse delle materie inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi procedere “con piú franchezza„, purché non si discendesse “a una critica acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„. Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„ l'_Antologia_; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso, esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate....„.

Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que' “ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.

Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana, difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i ministri toscani del mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva, senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco innanzi, l'_Amico della Gioventú_, con chiara allusione all'_Antologia_, aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a “distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii della _Voce della Ragione_. Ma piú chiaramente e malignamente, a proposito di uno scritto del Libri su la _Rivista Europea_, la _Voce della Verità_ sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe l'_Antologia_... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto), dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente _straniera_?„.