L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 17
“L'_Antologia_ — ben disse[1118] il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole patrie “seminate — al dire[1119] del Ciampi — in Italia come i cocomeri per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'_Antologia_ esce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.
Anche parlando del _Giornale agrario_, il Lambruschini affermava[1120] ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il Tommaséo proponeva[1121] che i dotti italiani ora in una, ora in altra città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un perfezionamento fecondo di quelle idee “dalla nazionale divisione quasi lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere nato — scriveva[1122] il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani — esclamava[1123] — vogliate bene esser certi che l'_Antologia_ è affatto esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.
Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo: tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne; pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori e piú fruttuosi avvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano invece all'Italia.
Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli, al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno solo.
CAP. V.
La fine e la fortuna dell'_Antologia_
Alcuni giudizî dati su l'_Antologia_. — I propositi del Vieusseux dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi all'_Antologia_. — La _Voce della Verità_ e gli altri giornali avversi. — La soppressione dell'_Antologia_. — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna dell'_Antologia_.
Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'_Antologia_, non potrà lo studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi scriveva[1124] da Liverpool, che l'_Antologia_ era il giornale “piú italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in quelle provincie: il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo dell'_Antologia_, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'_Antologia_ — diceva[1128] il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri grandi. Un piemontese mi disse che l'_Antologia_ gli aveva fatto passare piú notti _insonni_: e un napoletano mi disse che la lettura dell'_Antologia_ gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me impiegato nel leggere qualche articolo dell'_Antologia_. Questo è il solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia ambascia, e perciò Dio ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.
Lodi non meno grandi l'_Antologia_ riscoteva da scrittori stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la _Rivista Enciclopedica_, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú indipendente„. Tra gl'Inglesi, la _Monthly Review_ affermava[1133] che “non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134] “eccellente„ l'_Antologia_.
Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da' compilatori del _Giornale Arcadico_, i quali, al dire[1135] del Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno strumento della _civilizzazione_ e del perfezionamento dell'uomo„; modestamente e con sincerità inusitata il Vieusseux confessava[1136] alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli “altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri qualche cosa di buono da imitare o emulare.
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Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si accingeva a compilare l'_Antologia_, mutandola però in qualche parte. Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento: infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'_Indicatore lombardo_, era sorta l'_Antologia straniera_ in Torino: e per questa ragione il Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia; in modo — come diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'_Antologia_ d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.
Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si unirono a' vecchi scrittori dell'_Antologia_, la quale in tal modo pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la _Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi_. È posteriore a questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.
Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il Bianchetti “degno dell'_Antologia_„, e desiderava che uno scrittore “sí _lucido_ ed elegante e utile e di _pratica_ utilità„ ne divenisse assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux proponeva[1145] al Bianchetti la compilazione non solo di un _bollettino_ economico, morale e statistico delle provincie Venete, ma delle _Lettere_ di un _Romito dell'Appennino_, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al Leopardi e al Brighenti.
Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre infatti mandava[1147] co 'l titolo di _Romito Patrofilo_ la prima lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il _Romito_ a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l _manifesto_ dell'_Antologia_ del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste _lettere_..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra _beata_ Toscana non si lasciano stampare„. Invano il Vieusseux gli scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera, perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose: “quando chiedo un favore per l'_Antologia_, non chiedo a nome de' miei interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione, che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.
A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato, perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa. Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose politiche ed economiche onorare l'_Antologia_. Alle quali cortesi premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di che il Vieusseux lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che non gli parevano esse “il genere dell'_Antologia_„, il Vieusseux replicava[1156]: “... l'_Antologia_ non è circoscritta in un genere speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama “vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito rispondeva il Carrer, dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata, “era cosa ambita meglio che desiderata„.
A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso all'_Antologia_ loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.
Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere l'opera propria piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32 creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l titolo di _corrispondenze e notizie epilogate_: parte che a Gino Capponi sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„
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Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'_Indicatore Livornese_: e già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del _Giovanni da Procida_ un ballo da darsi alla _Pergola_, ne fu interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto dubbî, la sua scontentezza. Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio 1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un “nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„: e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.
Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era che quell'attentato fosse instigato “dalla Corte di Vienna e particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta sperimentava i rigori di una politica nuova.
Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere, rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla. Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva; insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie, leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone nella battaglia di Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia bandirebbe il principio del _non intervento_, consecrando l'opera della Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.
Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da poco ritornato in Firenze, gli ufficiali del secondo reggimento offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi all'Italia, e fu cantata la _Marsigliese_. Que' canti e que' brindisi, che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto “lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano ormai divenuto vassallo.
La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana. Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone Werklein perché il fiero piacentino fosse da lui “bene accolto, e ben trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare l'apatica sua debolezza.
Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare di lui nell'_Antologia_, fu vietato perfino dare alla luce un suo discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]: “Dopo l'abolizione della corda non può sapersi piú una verità„. Dopo non molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare la presa deliberazione[1178].
In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia, co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano era venuto via via distruggendo quel _paradiso terrestre_ nel quale l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza del _benigno_ governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era anch'essa divenuta un luogo di pena.
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De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú acerbi della censura.
Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate, che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che, co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.