L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 15

Chapter 153,651 wordsPublic domain

Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'_Antologia_ dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva dal _Globe_ tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'_Antologia_ con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora, un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971] l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è _un vero danno_, perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.

A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'_Antologia_ senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi il Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.

E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e che l'_Antologia_ pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima l'_Antologia_ proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979] nell'_Antologia_ e creato la Società toscana di geografia, ho già parlato a suo luogo. Prima l'_Antologia_ reca saggi di poesia popolare, e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come “prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.

Prima del pari l'_Antologia_ lamentava[983] non avere l'Italia una legge che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai di Firenze cimentarsi a stampare la _Geografia universale_ del Pagnozzi: e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai di reprimere l'iniqua licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né piccolo merito è questo per l'_Antologia_, quando si pensi che appunto in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.

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A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'_Antologia_ lo Zannoni, segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca, soleva chiamarsi _accademico valdarnese_; il Botta ed il Pieri nemici a' romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux, sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome di _statistica_„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze politiche ed economiche, e chiamava il XIX un _secolo da ragazzi_. Scrivevano nell'_Antologia_ il pio Lambruschini e il Giordani non pio; il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni; chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava l'Italia repubblica indivisibile.

Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'_Antologia_ era un “giornale eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi, e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli, che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'_Antologia_ cose le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità: esempio non inutile alla povera Italia.

L'_Antologia_ non era un giornale né di partito né di municipio: e in ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de' suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero utili o dannosi al benessere universale; accolse l'_Antologia_ uno scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say, intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' suoi amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi, perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.

Voleva[996] il Vieusseux che l'_Antologia_ rappresentasse “lo stato e i desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'_Antologia_ rifletteva da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto), lodava[998] l'_Antologia_ la _Società italiana delle scienze_ residente in Modena; il _Giornale di scienze e lettere_[999] delle provincie venete; e ricordava via via i lavori dell'_Accademia di scienze_ e della _Società agraria_ di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la _Nuova Società di scienze naturali_ in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari l'_Indicatore genovese_ e il _Progresso_[1004] di Napoli: e fondandosi in Roma un nuovo giornale, il _Discernitore_, certo alludendo alle parole con che dalla _Biblioteca Italiana_ era stata accolta in su 'l nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile. E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.

In somma, mentre la _Biblioteca Italiana_ cercava troppo sovente avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il _Giornale Arcadico_ non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie romane, e il _Giornale de' letterati_ non era se non lo strumento di una combriccola di professori pisani; l'_Antologia_ si levava non già come cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.

Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando un articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'_Antologia_: la quale, co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza. Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su la _Proposta_ del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo, com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso Montani inserito nell'_Antologia_) lo chiamava “gran testa„ e “anima vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion, pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.

Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva l'_Antologia_ il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le opinioni di alcuni scrittori dell'_Antologia_ da altri scrittori suoi contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'_Antologia_ numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017] l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]

Certo all'_Antologia_ non mancano errori[1021], fra tanti giudizi su cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'_Antologia_ fornire esempi preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'_Antologia_ tra le debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi. L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della _Biblioteca_ di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa, scriveva[1027]: “la verità vada innanzi a tutto„. Le quali parole ben potrebbe l'_Antologia_ tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza vanto immodesto.

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A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028] l'_Antologia_, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„, incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033] “giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'_Antologia_ Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034] giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe' versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'_Antologia_ alle prime fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, dicendo[1036] che dava di sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per quella _Battaglia di Benevento_, squillo annunciatore di altre e non lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'_Antologia_ consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno de' giovani con tanta disinteressata giustizia promuova e indovini; chi ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel farsi editori diventano mercanti.

Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne meritarono l'_Antologia_ ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux — pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux aprisse le pagine dell'_Antologia_: godeva[1048] il Tommaséo nel confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze; godeva[1049] di avere, scrivendo nell'_Antologia_, educato sé stesso, e giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu, sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare — scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'_Antologia_ ha, infino da' miei primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux, doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'_Antologie_ et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.

Cosí l'_Antologia_, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti venivansi mutuamente educando.

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Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'_Antologia_ non trattò ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne, ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo: che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura, sulle scienze,... allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza„. Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente assalire gli scrittori della _Biblioteca italiana_, in una nota[1054] non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle sue origini l'_Antologia_, la quale, procedendo per gradi, si venne però co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'_Antologia_ era “particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto vero dell'_Antologia_. È scientifica quando non può essere politica; cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de' recenti pensatori„.

Non con intenti letterarî per certo l'_Antologia_ pubblicava[1057] come “primizie di nuovi canti nazionali„ pe 'l fatto d'armi nella spedizione di Tripoli, i sonetti del Bertolotti e del marchese di Negro (per altra cosa che per i versi meritamente famoso), e l'ode del Borghi, il quale cantava:

Oh alfin la gloria nostra torni a brillar qual era, e i tiranni vedran l'ultima sera.