L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 12

Chapter 123,666 wordsPublic domain

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo _commentario_ delle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'_Antologia_ Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati. Né tacque l'_Antologia_, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

* * *

Maggiore sviluppo ebbero nell'_Antologia_ le cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senza risalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'_Antologia_ consentire. E ad abbattere l'edificio della _Proposta_ scrisse[665] nell'_Antologia_ Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nella _Proposta_, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la _Biblioteca italiana_ con acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dalla filosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669] “meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'_Antologia_ è da lui[672] contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco Poggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'_Antologia_ si riconoscessero[677] i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella _Proposta_, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'_Antologia_ definito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una sola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'_Antologia_: “I nostri posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682] che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683] il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra _Monna Proposta_ e il _vero Ser Frullone_„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'_Antologia_ trattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686] che _Italiana_ si chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altri toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'_Italiana_.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'_Antologia_ (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva sempre _lustri_, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “_lustri_ certamente è un illustre vocabolo — diceva[689] il Tommaséo — ma né anche _anni_, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'_Antologia_ con rara imparzialità loda[690] nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'_Antologia_ fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.

* * *

Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'_Antologia_: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696] il romanticismo “una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'_Antologia_ nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'_Antologia_ poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il _Buondelmonte_ del Fores, come anni innanzi nel _Conciliatore_ il Berchet la _Narcisa_. Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705] il Montani, proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708] che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un _ricettario tragico_ infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico si _potesse_ dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni di giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'_Antologia_ fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di nuovo il Montani a difendere l'_audace scuola_ assalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudente consiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il _popolo_ manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'_Antologia_, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milanese _Conciliatore_, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'_Antologia_ rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che parlavano.... nel _Conciliatore_ di riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'_espressione della società_„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.

Non _classica_ dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'_Antologia_ la nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo _tutta italiana_, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'_Antologia_ si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lo studio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728] egli delle _memorie_ del Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'_Antologia_ rappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'_Antologia_ infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione del _Prigioniero di Chillon_, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734] l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuore umano: e altrove il Leoni reca[735] tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni all'_Antologia_ ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'_Antologia_ dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del _Journal des savants_; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741] al nome: “_intelligenti pauca_„. Ha[742] l'_Antologia_ notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.

Bene dunque può dirsi che l'_Antologia_, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745] dell'_Hernani_, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel _Fausto_ fare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'_Antologia_ fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'_Antologia_: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla _Divina Commedia_: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: _Non uomo, uomo già fui_„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnava l'_Antologia_: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.

Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'_Antologia_ di correre dietro alle _servilità forestiere_, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'_Antologia_ dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'_Antologia_ reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.