L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
Part 11
Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala, come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e divertente degli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co' suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva vivacemente ripetere[586] che avrebbe assai di buon grado patteggiato co 'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo, “disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588], atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e adirarsi[589] con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in previsione della morte tribolare[590] il Niccolini perché nel fargli l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591] “il piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore Poerio, uscito or ora stanco da una casa da giuoco. Vedo il Forti, che discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il toscano non c'è divario d'eleganza„[592].
Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città — scriveva[593] nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale, meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594] che Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro Manzoni?[595] La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe accolto da lui.
È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni compare in quella sala; tutti lo accolgono con grandi ovazioni, e tutti gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda, ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de' principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.
* * *
Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio — diceva[596] il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede, _tour à tour_ piacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna (non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„ Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598] “piú cara di qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o apparizioni fugaci, parve[599] in un certo tempo al Vieusseux che fosse divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze nel palazzo Buondelmonti preferiva talvolta restarsene in casa “colla sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601] il Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!„. Egli però _sapeva_ richiamare ben presto gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima, allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.
Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte; piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante: “ricordatevi — scriveva[602] agli amici il Giordani in una breve corsa alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux — sospirava[603] — non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli — scriveva[604] lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suo _club_ dei sabati„: e il Leopardi affermava[605] ch'egli non vedeva altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le lagrime agli occhi — scriveva[606] al Vieusseux — quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito — egli diceva[607] — or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„. Rimpiangeva[608] Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove altre volte in lieta e scelta compagnia _aveva_ passato alcune serate, le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu felice — scriveva[609] al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad entrambi. “Il buon Vieusseux! — esclamava[610] — Quanto e con quanta gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.
Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611] a' suoi cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata, meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'_Antologia_ è fatta parola[612] di una gita a Meleto, e di un'altra[613] al monte Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614] una visita co 'l Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615] il Pieri — “veramente assai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa d'Albany che riceveva, adorna del suo “gran _fichu_ di _linon_ alla Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati, distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente paragonabile, devo, risalendo con la memoria a una piú antica Firenze, ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera: devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera si adunavano nel _Caffé Fiorio_ da prima, e poi nel _Caffé di Piemonte_, disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617]; ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una fucina, per breve tempo si preparò il _Conciliatore_, e tutte vi arsero le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e gl'intendimenti civili.
“In questa sera veramente invernale — scriveva[618] Mario Pieri — che bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini, ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de' libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica, si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la stampa gli articoli suoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima della versione della _Pulzella d'Orléans_, “grazioso lavoro e tutto naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come latinamente dovesse dirsi _Gonfaloniere_, essendo l'ora già tarda il Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620] dell'_Antologia_. Racconta[621] il Capponi, che solo a porre in carta ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie del Colletta, e dell'_Antologia_, sarebbe stata la piú efficace delle sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva, Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli contro questo epigramma[623]:
In ogni opera sua vero ed espresso Sempre il buon dipintor pinge sé stesso. Vedete un poco il professor Rosini Come dipinge i birri e i birichini.
Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta prendere parte a quelle adunanze, e che l'_Antologia_ giudicò[624] “il piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la Palli improvvisare[625] prima in versi sciolti italiani una scena tra Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un suo scherzo poetico intitolato _l'amore cappuccino_, volle anche recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta, che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti. Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626] il Pieri, “da far morire di noia un povero cristiano„.
Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche volta tollerare, tutto questo non era granché bello, né molto istruttivo per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627] di varî canti della _Divina Commedia_: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non leggiero dimenticata.
Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania, dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di ognuno? Ragionavano — dice[628] il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come lupi a presepi, senza avere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre sotto la presidenza di un delegato politico„[631].
In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — un _amico_ del Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si valse per essere _spia_ — parlavano di materie “politiche o letterarie, o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere che la grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.
Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633] il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò era messe feconda che arricchiva l'_Antologia_. Ma ciò che è piú, e che piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze, che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano tra parti divise l'idea della patria.
CAP. IV.
Il contenuto dell'_Antologia_
Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'_Antologia_. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.
Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.
Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'_Antologia_, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'_Antologia_, “l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.
Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'_Arcadico_ di Roma; di cose d'erudizione l'_Antologia_ è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'_Antologia_ gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'_Antologia_ onorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639] all'_Antologia_: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644] Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.