L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 10

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Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno. Della qual reverente condiscendenza è prova l'_Antologia_ tuttaquanta, ov'egli piú volte dichiarava[527] accogliere scritti in diversa parte autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de' collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E quando il Botta ebbe qualche timore[529] che agli scritti suoi potesse qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530] oltre l'usato severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava, per dirla con sue parole, _lo spirito filosofico_ degli scritti, e il fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessuno _mai_ avrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle dottrine conformi a' _lumi_ del secolo, e in ispecial modo _a' bisogni dell'Italia_; se nel difendere una particolare opinione non vi si fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile — diceva[532] a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col sistema dell'_Antologia_, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò del _Benedetto_: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse gli articoli del Manuzzi[533] su 'l Cesari, ch'egli “non voleva[534] ammettere nell'_Antologia_„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi — scriveva[535] al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí, contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote, perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità confessava[536] quanto a rendere piú degna dell'Italia l'_Antologia_ si adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui “lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.

Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe offeso quello ch'egli diceva[537] “il _suo_ amor proprio antologico„; cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre — scriveva[538] al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita da altra persona, potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione: ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese poco nota, candidamente riconosceva[539] doversi egli limitare a considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e intellettuali di un lettore non dotto dell'_Antologia_; rileggendolo poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540] i suoi “cari amici„ dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue “ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua insufficienza. Ma voleva tuttavia _egli solo_ dirigere il suo giornale; intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che l'esperienza di piú anni poteva _sola_ far apprezzare.

Con questo buon senso che ho detto, e con la pratica della vita, e con l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]: “Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non corrisponde all'importanza dell'argomento: egli è buono, ma potrebbe essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi. Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate, che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso) un'altra volta diceva[542] al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de' due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte dell'_Antologia_ uno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico, meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo; sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere, un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può convenire all'_Antologia_. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo, vi lasciate abbagliare dalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'_Osservatore Veneziano_, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come l'_Antologia_, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo. Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio, _que vous avez traité un peu legérement...._„

Ammiratore non stupido dell'ingegno e non ombroso malignamente, benché non fornito di soda educazione letteraria, sapeva tuttavia, per una, direi quasi, luce serena d'intelligenza, conoscere gli errori; gli errori non solo, ma gli uomini e le armi adatte a combatterli. Indovinando, da un motto solo talvolta, la disposizione degli animi, e la forza, e la varia qualità degl'ingegni, a tale affidava lavori che certo non avrebbe ad altri commesso: e quando Giuseppe Salvagnoli pedantescamente assalse gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni, al Tommaséo, che pur voleva preparare[543] un articolo, non diede il suo assenso il Vieusseux. “Non ho voluto — scriveva[544] al Mayer — che il Tommaséo gli rispondesse nell'_Antologia_ perché sotto la sua penna la cosa sarebbe degenerata in polemica„: e la risposta affidò al Mayer, piú sereno, piú mite; né volle tuttavia, pubblicarla, innanzi che i due fratelli Salvagnoli ne fossero stati avvertiti[545].

In somma, il Vieusseux faceva anche in questo come il buon medico, che nella cura pon mente all'età, alla complessione de' suoi infermi. Egli, che aveva l'arte di trascegliere gli scrittori, aveva anche il buon senso di ripartire secondo le varie loro tendenze i lavori; l'intuito di ciò che i tempi permettevano manifestare o tacere. Pronto sempre a rendere, entro i limiti del possibile, giustizia a ciascuno, e tanto moderato tuttavia da non darsi intero a un'idea letteraria o politica; sapendo stare sapientemente _in dimidio rerum_, e portando sempre una parola di pace; con finissimo tatto riusciva, fra tante difficoltà create dalle pretese e vanità letterarie, a mantenere un meraviglioso equilibrio; e quel che è piú, a far concorrere a un'opera comune tanti ingegni per attitudini e per valore contrarî, piú che dissimili. Non pensando egli come l'Acerbi[546], che gli scrittori di un giornale non dovessero “mai riunirsi, anzi neppur conoscersi„, perché non come l'Acerbi stimava i letterati “sublime canaglia„, al suo giornale provvedeva non solo co 'l rispettarli fin nelle debolezze, ma piú e meglio con li adunare familiarmente dintorno a sé. In quel _Gabinetto_, in quella sala dove soleva ricevere, ei dava la vita all'_Antologia_: ivi idee nuove destavansi e opinioni diverse venivano a riscontro; e quel rincontrarsi dissipava un gran numero di pregiudizi e di animosità, e se non sempre conciliava gli avversi, spesso però ne ammansiva piú d'uno o li rendeva tra loro tollerabili almeno.

CAP. III.

Le conversazioni nel _Gabinetto scientifico letterario_ di G. P. Vieusseux

Io non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieti certo di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di speranze animose.

Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura, a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que' molti _Reading Rooms_ in Londra e quello del Galignani in Parigi. E quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a imitazione di quello, non simili certamente.

Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie, dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e l'ultima stanza, sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande con sopravi le piú recenti pubblicazioni.

In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da stabilirsi, teneva le sue adunanze[548] la Società medica fiorentina fondata nel '22, a similitudine[549] di quella del Vieusseux letteraria, dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale, un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux, uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551] egli la Società de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica) non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro disposizione.

Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori; desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.

Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552] al Vieusseux da Marcantonio Jullien, direttore della _Rivista Enciclopedica_: ecco, tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano, rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli raccomanda[553] l'amico Stendhal: ecco il Fauriel, “uomo dotto, amabile, e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci prometteva[555] scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine ancora, che onorato con una speciale adunanza[556] dottamente parlava de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei, della nuova scuola storica tedesca, e della sua _Storia del Diritto Romano nel Medio Evo_. Quarantadue persone fecero festa[558] al celebre fisiologo Edwards, e al Ministro di Prussia barone Carlo de Martens, e al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in quella sala echeggiò[559] la voce del celebre viaggiatore Guglielmo Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561] fare del tavolino sedile; e quella[562] di Duvergier di Hauranne, e di St. Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.

Rammentava[563] il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli, allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564] dal Vieusseux conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo incitare alla stampa della sua _Storia_ di Firenze. E in quella sala con grandi feste fu accolto[565] S. E. Falck, ambasciatore d'Olanda in Londra; e il Michelet, raccomandato[566] al Vieusseux dall'Edwards perché gli facesse conoscere _gli amici_ del gabinetto; e Augusto Platen, con molte lodi presentato[567] da Niccolò Puccini. I quali stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui, furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile, esempio di cordiale ospitalità del pensiero.

E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando del _Progresso_, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi. Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí detto _mondo elegante_), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa; pareva che avesse l'istinto di ricevere, di guidare la conversazione; e soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio eloquente„.[569] È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici. Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570] del Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto, sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si stizzí del giudizio dato dall'_Antologia_ su la sua _Monaca_) il ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacemente chiamava[571] “il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere, né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famoso _Veltro_ dantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il Guerrazzi, che vi apprendeva[574] “a pesare, comecchè giovine, ognuno„; e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice Bellotti[576].

E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in contemplazione„ del quale fu fatta[578] un'adunanza che riuscí “numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo dell'arcadico — come lo definiva[581] il Vieusseux — il bello ideale di quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale confessava[582] che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non pubblicare “per rispetto al pudore„[583].