L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Part 1

Chapter 13,589 wordsPublic domain

BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI (Serie IV — N. 11)

PAOLO PRUNAS

L'ANTOLOGIA

DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX

STORIA DI UNA RIVISTA ITALIANA

ROMA — MILANO SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI DI ALBRIGHI, SEGATI & C. 1906

PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI DI ALBRIGHI, SEGATI & C.

Città di Castello, Stabilimento S. Lapi, 1906.

A ISIDORO DEL LUNGO

_Lavoro migliore, cioè piú degno di Lei, dovrebb'essere questo, perché potessi offrirlo senza rossore. Eppure ho la ferma speranza che l'avere io in esso discorso di quel Gian Pietro Vieusseux, dal quale come altri molti ancor Ella (e con animo grato Le piacque affermarlo) riconosce “la prima occasione e l'impulso ad avere pubblicamente esercitato nella critica storica le proprie forze„, Le renda cara l'offerta._

_Firenze, 20 febbraio 1906._

_PAOLO PRUNAS._

AL LETTORE

In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si asseriva che la storia dell'_Antologia_ non piú fosse da scriversi. E l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'_Antologia_ ebbero nello svolgimento del pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne' quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come, giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo (dove spesso è discorso di una Casa d'_Est_, quasi avesse anche a esserci una Casa d'_Ovest_), d'altre cose parlando si tocca dell'_Antologia_; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„; il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo, amico carissimo suo, riconosceva[1] “non assai letteraria„; che da sé stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico il _Gabinetto_), scriveva al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola dell'_Antologia_, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche epigramma, attinti all'_Archivio_ di Firenze e altrove. Ma vegga il lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno spiritoso epigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre cose non male, nel fare menzione dell'_Antologia_ i medesimi documenti si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso), perché quantunque si citi in esso non di rado l'_Archivio_, quel libro piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci. Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che nell'_Antologia_ “si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi articoli„ diede il Mazzini all'_Antologia_; la quale il Vieusseux diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De Gubernatis afferma[2] che _un articolo del Montani_ fu “involontaria cagione che l'_Antologia_ fosse obbligata a cessare le sue pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali, alla storia dell'_Antologia_.

L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua, di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio) aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'_Antologia_; la quale in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'_Antologia_ tante cose pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano non restare) ignoti: di altri, affidandosi alla memoria, benché tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'_Antologia_ non fosse da scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie parti, e le numerose _carte_ del Vieusseux, e i suoi _appunti_ non pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo, talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'_Indice generale_ che dell'_Antologia_ nel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o segni diversi, o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de' numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti. Né _mai_ si rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa, quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani; Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho potuto rintracciare l'autore, ora tra le _carte_ del Vieusseux, ora nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare dell'_Antologia_ che insieme con le altre cose di lui si conserva nella “Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

P. P.

L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX

CAP. I.[4]

Le origini dell'_Antologia_

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suo _Progetto di giornale_. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo _Gabinetto scientifico-letterario_. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'_Antologia_. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.

“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi.... Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri di _Nostra Signora_: allora voi potrete mostrare con onore le vostre cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de' troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso, promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza prometteva molto di piú. O _paracarri_ che fuggite, se un poco di tempo vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia “non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa, sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose speranze, allucinati dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze, risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi _ristoratori dell'ordine_, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de' secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de' giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come figli„[9]. Co' re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano; a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco, da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel '15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva, senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia, opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero. Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria; confondevansi i mezzi di conquista e di resistenza: gli uni parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo; molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del '12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la “sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello; la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que' polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati, e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„. Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta che successe un giorno nella famosa _bottega_ di Demetrio? Entra un incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino, lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta disinvoltura. — “È dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore, non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia, protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare co 'l nome di _forestiere_ chi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria, accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta, alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie, in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima. Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava, ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

* * *

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario; ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano, e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in luce nella penisola[18], fondava il Saurau la _Biblioteca_, rivista che nelle idee come nel nome prometteva essere _italiana_. E ne facevano fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19] che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile era che il giornale combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione, confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai — scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho scritto l'Italia _sfortunata_, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva la Lombardia e la Venezia.