L'anima, la natura e la saggezza

Part 21

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L’ampiezza del problema è grande, poichè il poeta è rappresentativo. Egli sta fra gli uomini parziali quale un uomo completo, e informa noi non della sua ricchezza ma della comune ricchezza. Il giovane riverisce gli uomini di genio perchè, per dire il vero, essi sono più lui stesso di quanto sia egli stesso. Essi ricevono dall’anima come egli pure riceve, ma essi ricevono di più. La natura esalta la sua bellezza agli occhi degli uomini che amano, con la credenza che allo stesso tempo il poeta contempla le sue parvenze. Egli è isolato fra i suoi contemporanei dalla verità e dall’arte, ma v’è nelle sue imprese questo confortevole pensiero, che queste attireranno tardi o tosto tutti gli uomini. Poichè tutti gli uomini traggono vita dal vero e giacciono bisognosi di espressione. Nell’amore, nell’arte, nell’avarizia, nella politica, nel lavoro, nel giuoco, noi cerchiamo di pronunciare il nostro doloroso segreto. L’uomo è solo una metà di se stesso, l’altra metà è la sua espressione.

Nonostante questa necessità di aprire la propria anima, è rara l’espressione adeguata al caso. Io non so perchè noi abbisognamo di un interprete; ma la grande maggioranza degli uomini pare esser composta di minorenni, che non sono ancora entrati in possesso dei loro beni, o di muti, che non possono ripetere la conversazione avuta con la natura. Non vi è uomo che non veda un’utilità supersensuale nel sole, nelle stelle, nella terra e nell’acqua. Queste cose esistono e, secondo lui, attendono per render all’uomo un servizio determinato. Ma vi è qualche ostacolo o qualche eccesso di accidia nella nostra costituzione, che non permette ad esse di produrre il dovuto effetto. Le impressioni della natura cadono su di noi troppo debolmente per far di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe penetrare. Ogni uomo dovrebbe esser tanto artista da poter narrare nella conversazione ciò che gli è accaduto. Ancora, nella nostra esperienza, i raggi od i contatti hanno forza sufficiente per giungere ai sensi, ma non sufficiente per penetrare nel vivo, ed obbligarci alla riproduzione di essi nel discorso. Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in bilancio, è l’uomo senza impedimento, che vede e maneggia ciò che gli altri sognano, che attraversa l’intiera graduazione dell’esperienza, ed è il rappresentante dell’uomo, in virtù d’esser il più ampio potere che dà e riceve.

L’Universo ha tre figli, nati allo stesso tempo, che riappaiono sotto nomi differenti, in ogni sistema di pensiero, siano essi chiamati causa, azione od effetto; o più poeticamente, Giove, Plutone, Nettuno; o teologicamente, il Padre, lo Spirito Santo, il Figlio; e che chiameremo qui: il Conoscitore, il Facitore, il Dicitore. Questi rappresentano rispettivamente l’amore del vero, l’amore del bene, l’amore del bello. Questi tre sono uguali. Ciascuno di loro è, ciò che è essenziale, cosicchè non può essere sorpassato od analizzato; e ciascuno dei tre ha in sè il potere degli altri latente, oltre il suo proprio potere manifesto.

Il poeta è il Dicitore, colui che denomina e rappresenta il bello. Egli è un sovrano e sta nel centro. Poichè il mondo non è dipinto, nè adornato, ma è bello fin dal principio; e Dio non ha creato delle cose belle, ma la Bellezza stessa è la creatrice dell’Universo. Però il poeta non è un’autorità ammessa, ma è imperatore per suo proprio diritto. La critica è infestata da una tendenza materialistica, che afferma essere l’abilità manuale e l’attività il primo merito di tutti gli uomini, e disprezza coloro che dicono e non fanno, dimenticando che alcuni uomini, cioè i poeti, sono naturali dicitori, mandati in questo mondo a cura dell’espressione, e li confonde con coloro che abbandonano il loro campo, che è l’azione, per imitare i dicitori. Ma le parole d’Omero sono così care ed ammirevoli per Omero, come le vittorie di Agamennone lo sono per Agamennone. Il poeta non attende l’eroe od il saggio, ma come essi per prima cosa agiscono e pensano, così egli per prima cosa scrive ciò che egli vuole e ciò che deve essere detto, riputando gli altri, sebbene primari, secondari e servitori rispetto a lui e come persone in posa o modelli nello studio del pittore o come assistenti che portano materiali di costruzione all’architetto.

Poichè la poesia fu scritta tutta prima dei tempi, ogni qualvolta noi siamo così splendidamente organizzati da poter penetrare in quella regione dove l’aria è musica, udiamo armoniosi gorgheggi, che tentiamo di scrivere; ma poichè perdiamo di tanto in tanto una parola od un verso noi lo sostituiamo con qualcosa di nostro, e trascriviamo erroneamente il poema. Gli uomini di udito più delicato, scrivono queste cadenze più fedelmente, e queste trascrizioni, sebbene imperfette, divengono i canti delle nazioni. Perchè la natura è veramente bella come è buona o conforme a ragione, e tanto deve apparire quanto deve essere fatta o conosciuta. Le parole ed i fatti sono modi completamente indifferenti dell’energia divina. Le parole sono anche azioni, e le azioni sono una specie di parole.

Il segno ed il riconoscimento del poeta sta in ciò, che egli annunzia ciò che nessun uomo ha predetto. Egli è il vero e l’unico dottore; egli sa e dice; egli è l’unico che dice le novità, perchè egli fu presente ed edotto delle apparizioni, che egli descrive. Egli è un contemplatore delle idee, ed un enunziatore delle cose necessarie e causali. Noi ora non parliamo degli uomini che hanno un talento poetico e dell’abilità nel fare il verso, ma del vero poeta. Io presi parte l’altro giorno ad una conversazione riguardante un recente scrittore di liriche, un uomo di mente sottile, il cui cervello pareva essere una piccola cassa armonica piena di note e di ritmi delicati, e la cui abilità e maestrìa di stile non potevamo sufficientemente lodare. Ma quando sorse la questione se egli non fosse solo un lirico, ma un poeta, noi fummo obbligati a confessar essere lui semplicemente un contemporaneo, non un uomo eterno. Egli infatti non emerge al disopra delle nostre basse limitazioni, come un Chimborazo sotto l’equatore, innalzandosi da una base torrida e passando, a misura che si innalza, per tutti i climi del mondo, attraverso a zone di vegetazione di ogni latitudine; ma egli è come il giardino pittoresco di una casa moderna, adornato di fontane e di statue, con uomini e donne bene educati, che stanno in piedi o seggono lungo i viali e le terrazze. Noi udiamo attraverso tutta la sua musica variata, il vecchio tono della vita convenzionale. I nostri poeti sono uomini di talento che cantano, non i figli della musica. L’argomento è secondario, il compimento dei versi è primario.

Però non è il metro, ma l’argomento degno del metro, che fa d’un poema un pensiero così appassionato e vivo, che, come lo spirito di una pianta o di un animale, ha un’architettura sua propria, ed adorna la natura con nuove cose. Il pensiero e la forma sono uguali nell’ordine del tempo, ma nell’ordine della genesi il pensiero è anteriore alla forma. Il poeta ha un nuovo pensiero: egli ha una completa nuova conoscenza da sviluppare; egli ci dirà come essa venne a lui, e tutti gli uomini saranno partecipi della sua fortuna. L’esperienza di ogni nuova età richiede una nuova confessione, ed il mondo sembra attendere sempre il suo poeta. Mi ricordo, quando ero giovane, quanto fui commosso un mattino dalla notizia che il genio era apparso in un giovane, che mi sedeva vicino a tavola. Egli aveva lasciato il suo lavoro, ed era andato vagando nessuno sapeva dove, ed aveva scritto centinaia di righe, ma non poteva dire se ciò che era in lui fosse ciò che aveva scritto: egli poteva dire nulla senonchè tutto era cambiato — l’uomo, la bestia, il cielo, la terra, il mare. Come ascoltavamo felici! e quanto credulmente! La società sembrava essere compromessa. Noi sedevamo nell’aurora di un giorno, che doveva spegnere tutte le stelle. Boston sembrava essere a distanza doppia e più di quanto fosse la notte anteriore. Roma (che cosa era Roma?), Plutarco e Shakespeare erano sbiaditi e di Omero non si doveva neppur più parlare. È già molto sapere che la poesia è stata scritta oggi stesso, sotto lo stesso tetto, vicino a voi. Come?! Quel meraviglioso spirito non è spirato! Questi momenti granitici sono ancora lucenti ed animati! Io avevo immaginato che tutti gli oracoli fossero silenziosi, e che la natura avesse spento i suoi fuochi; ed ecco! tutta la notte, da ogni poro, queste belle aurore brillarono. Ciascuno ha qualche interesse nell’avvento del poeta, e nessuno sa quanto ciò possa toccarlo da vicino. Noi sappiamo che il segreto del mondo è profondo, ma noi non sappiamo chi o che cosa ci servirà da interprete. Una passeggiata in montagna, una fisionomia nuova, una nuova persona, può mettere la chiave nelle nostre mani. Naturalmente il valore del genio per noi sta nella veracità delle sue relazioni. Il talento può scherzare e fingere; il genio realizza ed aggiunge. Il genere umano, tanto se ne è servito per comprendere se stesso e le sue opere, che la più avanzata sentinella sul monte annunzia le sue novelle. Esse arrecano la più veritiera parola mai pronunziata, e la frase sarà la più propizia, la più musicale, la più infallibile voce del mondo, in quel dato momento.

Tutto ciò che noi chiamiamo storia sacra, afferma che la nascita di un poeta è l’evento principale nella cronologia. L’uomo così sovente ingannato, ancora attende la venuta di un fratello che possa saldamente avvincerlo ad una verità, fintantochè non l’abbia fatta sua. Con quale gioia io m’appresto a leggere un poema, nel quale io confido come in un’ispirazione! Ed ora le mie catene debbono essere infrante; io salirò sopra quelle nuvole e quell’aria opaca in cui vivo, — opaca anche se pare trasparente — e dal cielo della verità vedrò e comprenderò le mie relazioni. Ciò riconcilierà me con la vita, e rinnoverà la natura il vedere delle inezie animate da una tendenza, ed il sapere ciò che sto facendo. La vita non sarà più un frastuono, io potrò vedere uomini e donne, e conoscere i segni per mezzo dei quali essi possono essere riconosciuti dai pazzi e dai demoni. Questo giorno sarà migliore del giorno della mia nascita, in quello io divenni animale: in questo io sono condotto nella pura scienza. Tale è la speranza, ma il godimento è posposto. Più spesso accade che quest’uomo alato, che dovrebbe portarmi in cielo, mi butta nelle nebbie, poi salta e folleggia di nuvola in nuvola, affermando ancora che egli è diretto verso il cielo; ed io essendo novizio, sono tardo nell’osservare che egli non conosce le vie del cielo; ma che vuole soltanto che io ammiri la sua abilità nell’innalzarsi, come fa un uccello od un pesce volante, dal terreno o dall’acqua; ma costui non abiterà mai la volta del cielo, che tutto penetra, tutto nutre e tutto vede. Io ricado tosto e nuovamente nei miei vecchi cantucci e conduco la stessa precedente vita di esagerazioni, avendo perduta la mia fede nella possibilità di una guida che possa condurmi ove io vorrei andare.

Ma lasciando queste vittime della vanità, osserviamo, con nuova speranza, come la natura con più degno impulso abbia assicurato la fedeltà del poeta al suo ufficio di nunzio e di affermatore per mezzo della bellezza delle cose, bellezza che diviene nuova e più alta quando è espressa. La Natura offre a lui le sue creature come pitture parlanti. L’oggetto usato come tipo, acquista un secondo e maraviglioso valore, di gran lunga più alto dell’antico; allo stesso modo che una semplice corda tesa della nave, diviene musicale nella brezza, se avvicinate ad essa il vostro orecchio. «Cose più eccellenti di qualsiasi imagine — dice Jamblichus — sono espresse attraverso le imagini». Le cose possono usarsi come simboli, perchè la natura è un simbolo nel complesso ed in ogni parte. Ogni linea che possiamo disegnare sulla sabbia ha espressione, e non vi è alcun corpo senza il suo spirito o genio. Ogni forma è uno sforzo del carattere; ogni condizione uno sforzo della qualità della vita; ogni armonia, della salute; e, per questa ragione, una percezione di bellezza dovrebbe essere corrispondente o propria solo al buono. Il bello riposa sulle basi del necessario. L’anima fa il corpo, insegna il saggio Spencer: «Come ogni spirito, esso è il più puro, ed ha in sè la più celestiale luce, e tende ad abitare nel più bel corpo, ed esso più vagamente adorna con gioconda grazia ed amabile sguardo. Poichè dall’anima il corpo forma prende, perchè l’anima è forma e produce il corpo».

Qui ci troviamo, subitamente, non nei piacevoli passi di una speculazione critica, ma in un luogo sacro, e dovremmo avanzare molto prudentemente e reverentemente. Noi siamo davanti al secreto del mondo, là dove l’Essere passa nell’Apparenza, e l’Unità nella Varietà.

L’Universo è l’esternarsi dell’anima. Ovunque vi è la vita, quella vi si precipita attorno. La nostra scienza è sensuale, e perciò superficiale. Noi trattiamo sensualmente la terra ed i corpi celesti; la fisica e la chimica, come se essi fossero auto-esistenti; ma questi sono il seguito di quell’Essere che noi possediamo. «Il potente Cielo — disse Proclo — mostra nelle sue trasfigurazioni chiare immagini dello splendore delle percezioni intellettuali, essendo mosse in unisono con gli invisibili periodi delle nature intellettuali». Perciò la scienza va sempre unita alla giusta elevatezza dell’uomo, procedendo in un con la religione e la metafisica; o lo stato della scienza è un indice della nostra auto-conoscenza. Siccome ogni cosa nella natura risponde ad un potere morale, se un fenomeno qualsiasi rimane oscuro ed incomprensibile, si è perchè la corrispondente facoltà dell’osservatore non è ancora attiva.

Non v’è da meravigliarsi adunque se queste acque sono così profonde, che noi ci soffermiamo con un sentimento religioso. La bellezza della favola prova al poeta ed agli altri l’importanza del senso, o se volete, ogni uomo è poeta tanto da essere sensibile a questi fascini della natura; poichè tutti gli uomini posseggono i pensieri, dei quali l’Universo è la celebrazione. Io trovo che il fascino risiede nel simbolo. Chi ama la natura? Chi non la ama? Sono soltanto i poeti e gli uomini raffinati e côlti che vivono con essa? No, bensì anche i cacciatori, i coltivatori, i domestici ed i macellai, sebbene essi dimostrino il loro attaccamento alla natura con la scelta della loro vita e non con la scelta delle loro parole. Lo scrittore si domanda che cosa può trovare il cocchiere od il cacciatore nelle carrozze, nei cavalli e nei cani; non certo qualità superficiali. Quando parlate con lui egli considera queste cose così poco come voi le considerate; ma la sua adorazione è simpatica; egli non ha definizioni: ma egli è comandato per natura, dal potere vivente che egli sente esser là presente. Nessuna imitazione o rappresentazione di queste cose lo accontenterebbero; egli ama la forza del suo vento del nord, della pioggia, della pietra, del legno e del ferro. Una bellezza inesplicabile è più cara di una bellezza che noi possiamo osservare fino alla fine. Il simbolo è la natura, la natura che conferma il soprannaturale, il corpo inondato dalla vita, che egli adora con riti ruvidi ma sinceri.

L’intimità e il mistero di questo attaccamento conduce gli uomini di ogni classe all’uso di emblemi. Le scuole dei poeti e dei filosofi non sono maggiormente ebbre dei loro simboli di quanto lo sia la plebaglia dei suoi. Computate il valore dei distintivi e degli emblemi nei nostri partiti politici. Guardate la grande palla che essi fanno rotolare da Baltimora a Bunker Hill! Nelle processioni politiche, Lowell va con un remo, Lynn con una scarpa, e Salem con un bastimento. Guardate il barile di Sidro, la capanna del legnaiuolo, il bastone di noce, il palmizio, e tutti i distintivi del partito. Vedete il potere degli emblemi nazionali, delle stelle, dei gigli, dei leopardi. Una mezza luna, un leone, un’aquila od altro, che vennero in onore Dio sa come, sopra un vecchio straccio di lana, svolazzante al vento, sopra un forte, all’estremità della terra, farà circolare più veloce il sangue sotto la più rude e la più convenzionale esteriorità.

Gli uomini s’immaginano d’odiare la poesia, eppure essi sono tutti poeti e mistici!

Oltre questa universalità del linguaggio simbolico, noi siamo informati della divinità di questo uso superiore delle cose (dacchè il mondo è un tempio le cui mura sono ricoperte di emblemi, pitture e comandamenti della deità) in ciò, che non vi è nessun fatto naturale che non porti l’intiero senso della natura, e la distinzione che noi facciamo di eventi e di affari, di alto e basso, di onesto e vile, scompaiono quando la natura è usata come simbolo. Il pensiero rende tutte le cose atte all’uso. Il vocabolario di un uomo omnisciente conterrebbe parole ed imagini, escluse dalla conversazione educata. Ciò che sarebbe basso, o perfino osceno all’osceno, diviene illustre se espresso in una nuova relazione di pensiero. La pietà dei profeti Ebrei purifica la loro grossolanità. La circoncisione è un esempio del potere della poesia di innalzare il basso e l’inverecondo. — Le cose piccole e vili servono così bene come i grandi simboli. Più basso è il tipo, per mezzo del quale una legge è espressa, e più pungente essa è, più a lungo dura nella memoria degli uomini; appunto come noi scegliamo talora la più piccola cassetta per portare qualche utile strumento. Semplici elenchi di parole divengono suggestivi per una mente eccitata e fantastica; così si racconta che Lord Chatham fosse abituato a leggere il dizionario di Baily quando si preparava a parlare in Parlamento. La più povera esperienza è ricca abbastanza per tutti i propositi del pensiero da esprimere. Perchè ambire ad una conoscenza di fatti nuovi? Il Giorno e la Notte, la casa ed il giardino, pochi libri e poche azioni, ci servono così bene come ci servirebbero tutti i commerci e tutti gli spettacoli. Noi siamo lungi dall’avere esaurito il significato dei pochi simboli che usiamo. Noi possiamo ritornare al loro uso ancora con una terribile semplicità. Non vi è bisogno che un poema sia lungo. Ogni parola fu una volta un poema. Ogni nuova relazione è una nuova parola. Anche noi usiamo difetti e deformità per iscopi sacri, esprimendo così il nostro convincimento che i mali del mondo sono tali solamente agli occhi dei cattivi. Nella vecchia mitologia, osservano gli studiosi di mitologia, dei difetti sono ascritti alle nature divine; Vulcano fu zoppo, Cupido fu cieco, e simili, e ciò per significare esuberanza.

È la rimozione ed il distacco dalla vita di Dio che fa le cose brutte, ed il poeta che riattacca le cose alla natura ed al tutto — (riattaccando anche le cose artificiali e le violazioni della natura alla natura, per una visione più profonda) dispone molto facilmente dei più sgradevoli fatti. I lettori di poesia vedono la fattoria del villaggio e la ferrovia, e immaginano che la poesia del paesaggio sia scomparsa; poichè queste forme d’arte non sono ancora consacrate nella loro lettura; ma il poeta le vede cadere nel grande ordine non meno che l’alveare o la tela geometrica del ragno. La Natura le adotta molto presto nei suoi circoli vitali, ed essa ama il lungo treno fuggente, come una cosa sua. Inoltre per una mente equilibrata non importa quante invenzioni meccaniche voi mostriate! Anche se ne aggiungerete dei milioni, naturalmente i fatti della meccanica non hanno guadagnato un dramma di peso. Il fatto spirituale rimane inalterabile per mezzo di molti o di pochi particolari; così come nessuna montagna è d’altezza abbastanza elevata da rompere la curva della sfera. Un astuto ragazzo di campagna va in città per la prima volta, ed il compiangente cittadino non è soddisfatto della sua poca meraviglia. Non è che egli non veda tutte le belle cose, e non sappia che egli non ne vide mai di così belle prima, ma egli dispone di esse tanto facilmente quanto il poeta della sua ferrovia. Il principale valore del fatto nuovo è di innalzare il grande e costante fatto della vita, che può rimpicciolire ogni e qualsiasi circostanza, e per il quale i pendagli di conchiglie degli Indiani ed il commercio d’America sono la stessa cosa.

Il mondo essendo sottoposto alla mente come un verbo e come un nome, il poeta è colui che lo può esprimere. Poichè, sebbene la vita sia grande ed affascini ed assorba, e sebbene tutti gli uomini siano conscii dei simboli attraverso i quali essa è mentovata, pure essi non possono usarli. Noi siamo simboli e dimoriamo nei simboli; operai, lavoro, parole e cose, nascita e morte, tutti sono emblemi; ma noi simpatizziamo con i simboli, ed essendo infatuati dell’utilità economica delle cose, noi ignoriamo che essi sono pensieri. Il poeta, per mezzo di un’ulteriore percezione intellettuale, dà loro un potere che fa dimenticare il loro vecchio uso, e che dà gli occhi e la parola ad ogni oggetto muto ed inanimato. Egli scopre l’indipendenza del pensiero dal simbolo, la stabilità di quello, l’accidentalità e la fugacità di questo. Come gli occhi di Linceo — si disse — vedevano attraverso la terra, così il poeta trasforma il mondo in un cristallo, e ci mostra tutte le cose nelle loro varietà, e nel loro procedere. Poichè, per mezzo della percezione più sottile, egli si trova d’un passo più vicino alle cose, ed osserva il loro flusso o la loro metamorfosi, percepisce la multiformità del pensiero; vede che dentro la forma di qualsiasi individuo vi è una forza che lo spinge verso una forma più alta; e seguendo coi suoi occhi la vita, usa la forma che esprime quella vita, e così il suo discorso scorre con lo scorrere della natura. Tutti i fatti dell’economia animale, del sesso, del nutrimento, della gestazione, della nascita, dello sviluppo, sono simboli del passaggio del mondo nell’anima dell’uomo, per sopportare un mutamento e riapparire poi un fatto nuovo e più alto. Egli usa delle forme corrispondenti alla vita e non alla forma. Questa è la vera scienza. Il poeta solo conosce l’astronomia, la chimica, la vegetazione, la vitalità; però egli non si ferma su questi fatti, ma li usa come segni. Egli sa perchè i campi dello spazio furono seminati con quei fiori che chiamiamo soli, lune e stelle; egli sa perchè la grande profondità è adorna di animali, di uomini, e di dèi; perchè, in ogni parola che egli dice, egli cavalca su di essi, come corsieri del pensiero.