L'anima, la natura e la saggezza
Part 11
Se però, per il soverchio contatto con gli oggetti materiali, l’anima fosse grossolana, e ponesse le sue soddisfazioni nel corpo, essa raccoglierebbe null’altro che dolore; essendo il corpo incapace di compiere la promessa che la bellezza pone; ma, se seguendo le visioni e gli incitamenti che la bellezza reca alla sua mente, l’anima passa attraverso il corpo, e si volge ad ammirare i tratti del carattere, e se gli amanti si contemplano nei loro discorsi e nelle loro azioni, allora essi penetrano nel vero tempio della bellezza, più e più ne infiammano il loro amore, e con questo, spegnendo le basse affezioni, come il sole spegne il fuoco brillante sul focolare, essi diventano puri e santi. Dalla conversazione di ciò che è per se stesso eccellente, magnanimo e giusto, l’amante viene ad un più vivo amore per queste nobili cose, e ad una più rapida intelligenza di esse. Allora egli dall’amarle in una sola persona passa ad amarle in tutte, e così quell’anima bella è soltanto la porta per la quale egli entra nel mondo di tutte le anime nobili e pure. Nella società particolare della sua compagna egli acquista una percezione più chiara di qualsiasi macchia, di qualsiasi guasto, che la bellezza di lei abbia contratto da questo mondo, e può indicarli con mutua gioia, poichè essi sono ora in condizione di additare senza offesa i reciproci difetti ed i reciproci torti e di soccorrersi vicendevolmente onde emendarsi. E, osservando in molte anime i tratti della divina beltà, e separando in ogni anima ciò che è divino dal marchio contratto nel mondo, l’amante ascende, attraverso a questa scala di anime create, alla più alta bellezza, all’amore ed alla conoscenza della Divinità.
Gli uomini di tutte le età veramente saggi qualcosa di simile ci hanno detto riguardo all’amore. La dottrina non è vecchia, ma nemmeno è nuova. Se Platone, Plutarco ed Apuleio l’hanno insegnata, così han fatto Petrarca, Michelangelo e Milton. Essa attende una sanzione più profonda come opposizione e biasimo a quella prudenza sotterranea che presiede ai matrimoni, fatta di parole che si volgono al mondo superiore, mentre un occhio è eternamente fisso alla cantina; cosicchè i più gravi discorsi hanno sapore di prosciutto e di tinozza. Peggio ancora, quando il ceffo di questo sensualismo s’insinua nell’educazione delle giovani donne, e avvizzisce le speranze e gli affetti della natura umana, insegnando che il matrimonio non significa altro che «buona massaia», e che la vita della donna non ha altro scopo.
Ma questo sogno di amore, sebbene bello, è solamente una scena della nostra commedia. Nella processione dell’anima dall’interno all’esterno, essa allarga sempre i suoi circoli, come la pietra gettata nello stagno o la luce derivante da un’orbita. I raggi dell’anima illuminano prima le cose più vicine, ogni utensile e ogni giocattolo, le nutrici ed i servi, la casa, il cortile ed i viandanti, il cerchio delle conoscenze famigliari, poi la politica, la geografia, la storia. Ma per necessità della nostra costituzione le cose si adunano sempre secondo leggi più alte e più segrete. La vicinanza, la dimensione, i numeri, le abitudini, le persone, pérdono gradatamente il loro potere su di noi. La causa e l’effetto, l’affinità reale, il desiderio di armonia fra l’anima e la circostanza, l’istinto progressivo idealizzante, predominano più tardi, ed il ritorno dalle relazioni più elevate a quelle più basse diviene impossibile. Così perfino l’amore, che è la deificazione delle persone, deve divenire ogni giorno più impersonale. Di ciò non si ha indizio al suo nascere. Il giovane e la ragazza che si guardano attraverso alle camere affollate, con occhi pieni di muta intelligenza, poco pensano ai frutti preziosi, che dopo lungo tempo verranno da questo nuovo stimolo completamente esterno. L’opera della vegetazione s’inizia a tutta prima coll’irritabilità della corteccia e dei germogli. Dallo scambio di sguardi, essi passano ad atti di cortesia, di galanteria, di poi alla fiera passione, al fidanzamento ed infine al matrimonio. La passione contempla l’oggetto suo come una perfetta unità. L’anima è interamente incorporata ed il corpo è interamente spiritualizzato.
«Il suo puro ed eloquente sangue parlava sulle sue guancie, così vivamente agitato, che si sarebbe detto che il suo corpo pensasse». Romeo, morto, dovrebbe esser posto fra piccole stelle onde ingentilire il cielo. La vita, in questa coppia, non vuole altro, non domanda altro che Giulietta e Romeo. La notte, il giorno, gli studi, il talento, i regni, la religione, sono tutti contenuti in questa forma piena dell’anima, in questa anima che è tutta forma. Gli amanti si deliziano di carezze, di confessioni d’amore, di sguardi. Quando sono soli, ciascuno si bea con la rievocata immagine dell’altro. Vede quell’altro la stessa stella, la stessa tenera nube che io vedo, o legge lo stesso libro e prova la stessa sensazione che innonda me di piacere? Essi giudicano ed esaminano la loro affezione e avendo insieme tutte le grandiose prosperità, gli amici, le opportunità, la proprietà, esultano nello scoprire che essi darebbero volentieri e lietamente questi beni come riscatto del caro amato capo, di cui un solo capello non sarà mai strappato. Ma il pericolo, il dolore e la pena giungono ad essi, come a tutti gli altri. L’amore intercede e stringe patti con il Potere Eterno onde proteggere questo caro compagno. L’unione che si è così effettuata, e che accresce d’un nuovo valore ogni atomo della natura, (poichè essa trasmuta ogni filo di tutta la tela della relazione in un raggio d’oro, e immerge l’anima in un elemento nuovo e più dolce), è ancora uno stato temporaneo. Non sempre i fiori, le perle, la poesia, le dichiarazioni d’amore, e perfino il santuario in un cuore altrui, possono soddisfare l’anima spaventevole che abita la nostra argilla; essa si solleva alfine da queste tenerezze, si arma, ed aspira a scopi vasti e universali. L’anima che è nell’anima di ciascuno, agognando una beatitudine perfetta, scopre incongruenze, difetti, e mancanza di perfezione nella condotta dell’altra. Da ciò sorgono la sorpresa, la disputa ed il dolore. Pure ciò che trasse questi due esseri l’uno verso l’altro, furono segni di bellezza, segni di virtù; e queste virtù vi sono ancora per quanto oscurate. Esse appaiono e riappaiono, e continuano ad attrarre, ma la considerazione si volge, abbandona il segno e si attacca alla sostanza. Ciò ristora l’affezione ferita. In questo frattempo, mentre la vita scorre, essa sperimenta un giuoco di mutamenti e di combinazioni in tutti i possibili atteggiamenti dei coniugi, estorce le risorse di ciascuno di essi, e li rende reciprocamente edotti della loro forza e della loro debolezza. Perchè l’indole ed il fine di questa relazione è che essi rappresentino l’uno all’altro la razza umana. Tutto ciò che vi è al mondo, che è conosciuto o che dovrebbe esserlo, è sapientemente inoculato nel tessuto dell’uomo e della donna.
«_La persona che l’amore ci dà,_ _Come la manna, ha in sè il gusto di tutte le cose_».
Il mondo gira e le circostanze variano d’ora in ora. Gli angeli che abitano questo tempio del corpo, appaiono alle finestre, come anche vi appaiono i gnomi ed i vizi. I coniugi sono uniti dalle loro virtù: se esiste in loro la virtù, tutti i vizi sono riconosciuti come tali; ed essi li confessano e li fuggono. Il loro amore ardente d’una volta, col tempo s’acqueta nel loro petto, e perdendo in violenza guadagna in estensione, e l’accordo diviene perfetto. Essi si rassegnano, senza lagno, ai buoni uffici che reciprocamente sono col tempo obbligati a compiere, e trasmutano la passione, che prima non poteva perdere di vista l’oggetto amato, in un giocondo progresso dei loro disegni, siano essi presenti od assenti. Alla fine essi scoprono che tutto ciò che in principio li attirò, vale a dire gli adorati lineamenti, il magico giuoco degli incanti, era caduco, aveva un fine previsto, come l’impalcatura che servì a costrurre la casa; e la purificazione dell’intelletto e del cuore, d’anno in anno, è il vero matrimonio, preveduto e preparato dal principio, a loro insaputa. Se io prendo in esame lo scopo per il quale due persone, un uomo ed una donna, dotati di qualità differenti e relative, si racchiudono in una sola casa, per trascorrere in società nuziale quaranta o cinquant’anni, non mi meraviglio della forza con la quale il cuore profetizza questa crisi fin dalla prima infanzia; della bellezza con cui gli istinti infiorano l’alcova nuziale, nè dell’emularsi della natura, dell’intelligenza e dell’arte per portare doni e melodie all’epitalamio.
Così noi siamo spinti verso un amore, che non conosce sesso, persona o parzialità, ma che cerca la virtù e la sapienza ovunque, allo scopo di aumentare l’una e l’altra. Noi siamo per natura osservatori e per questo atti ad apprendere. Questo è il nostro stato permanente. Ma spesso siamo indotti a sentire che i nostri affetti sono solo i veli di una notte. Sebbene lentamente e con dolore gli oggetti delle affezioni mutino come mutano gli oggetti del pensiero, pure vi sono dei momenti in cui le affezioni regolano ed assorbono l’uomo, e fanno dipendere la sua felicità da una o più persone. Ma in istato di sanità lo spirito ricompare di nuovo, con la sua volta imponente, rifulgente di luci immutabili e gli ardenti amori ed i timori, che passarono sopra come nubi, perdono il loro carattere finito, s’uniscono con Dio, per raggiungere la loro propria perfezione. Noi però non dobbiamo temere di perdere qualche cosa con il progresso dell’anima; in essa possiamo confidare sino alla fine; poichè le cose che hanno la bellezza e il fascino di queste relazioni d’amore, possono esser seguite e supplite soltanto da cose più belle e per sempre.
SESTO SAGGIO
AMICIZIA
Noi possediamo molto maggior bontà di quanto non si dica. Nonostante tutto l’egoismo che, come i venti dell’est, gela il mondo, l’intera famiglia umana è immersa nell’elemento d’amore come in un etere delicato. Quante persone non incontriamo nelle case, persone alle quali noi appena parliamo, e che pure onoriamo e che ci onorano! Quante ne vediamo nella strada od in chiesa e che silenziosamente ma cordialmente siamo lieti di incontrare! Leggete il linguaggio di questi raggi erranti dell’occhio: il cuore sa farlo.
L’effetto della largizione di questa affettività umana è una certa cordiale letizia. In poesia e nel linguaggio comune i moti di benevolenza e di compiacenza che sono sentiti verso gli altri, vengono paragonati agli effetti materiali del fuoco; queste irradiazioni interne sono altrettanto rapide però, anzi molto più rapide e più attive e più rallegranti. Esse, dal più alto grado dell’amore appassionato fino al più basso gradino della buona volontà, compongono la dolcezza della vita.
I nostri poteri intellettuali ed attivi aumentano con le nostre affezioni. Lo scolaro si siede per iscrivere, e tutti i suoi anni di meditazione non gli forniscono un solo pensiero capace di una felice espressione; ma se scrive una lettera ad un amico immediatamente legioni di pensieri gentili si levano da ogni parte con elette parole. Guardate in qualsiasi casa, dove dimorano la virtù ed il rispetto, quale palpito determini l’approssimarsi di uno straniero. — Uno straniero a noi raccomandato è atteso ed annunciato, ed una inquietudine che ha del piacere e del dolore invade tutti i cuori della famiglia. Il suo arrivo arreca quasi affanno ai buoni cuori, che vorrebbero dargli il benvenuto. La casa è spolverata, tutte le cose ritornano a posto loro, la vecchia giubba è cambiata con una nuova, e gli ospiti preparano un pranzo, se lo possono. Altri ci parlano di questo straniero raccomandato; e solo il buono ed il nuovo è udito da noi. Egli ci rappresenta l’umanità. Egli è ciò che noi desideriamo. Avendolo imaginato e vivificato, ci domandiamo come staremo in conversazione e in relazione con tale uomo, e siamo agitati da un vago timore. La stessa idea rialza la conversazione allorchè siamo con lui; infatti conversiamo meglio del solito, disponiamo d’una fantasia più viva, d’una memoria più ricca, ed il demonio del nostro mutismo ci abbandona per quel momento. Per lunghe ore possiamo rivelare una serie di comunicazioni sincere, graziose, ricche, tratte dalla più antica e più segreta esperienza, cosicchè quelli dei nostri familiari, che ci seggono vicino, proveranno una grata sorpresa per questa nostra insolita facondia. Ma così tosto come lo straniero incomincia a frammettere nella conversazione le sue preferenze, le sue definizioni, le sue debolezze, tutto è finito. Egli ha udito il principio, la fine ed il meglio di ciò che egli udrà da noi. Egli non è più uno straniero ora. La volgarità, l’ignoranza, ed i preconcetti sono vecchie conoscenze. Quando egli ritornerà, potrà avere l’ordine nella casa, il vestito nuovo ed il pranzo, — ma non il battito del cuore e le corrispondenze dell’anima.
Questi tratti d’affezione, che riaccendono di nuovo per me un mondo giovane sono graditi. Un giusto e fermo accordo di due, in un pensiero, in un sentimento, è delizioso. Come sono belli, nel loro avvicinarsi a questo cuore palpitante, i passi e gli aspetti dell’essere sincero e favorito da natura! Nel momento che noi lasciamo libero corso ai nostri affetti, la terra soggiace a metamorfosi; non c’è più inverno e non c’è più notte; tutte le tragedie, tutti gli affanni svaniscono, — e così tutti i doveri: nulla riempie l’eternità che trascorre, se non le forme raggianti delle persone amate. Sia l’anima persuasa che in qualche luogo dell’universo troverà la sua compagna, e sarà contenta ed allegra in solitudine per mille anni. Mi svegliai stamane con un divoto ringraziamento per i miei amici, i vecchi ed i nuovi. Non chiamerò io Iddio, il Bello, che giornalmente si rivela a me coi suoi doni? Io sfuggo la società, prediligo la solitudine, eppure non sono così ingrato da non vedere l’uomo saggio, il cortese, il magnanimo, quando di tempo in tempo passano davanti alla mia porta. Chi mi ode, chi mi capisce, diviene mio, diviene un possesso mio per sempre. Nè la natura è così povera che essa non mi dia talvolta questa gioia, e così intesso trame sociali mie proprie, e una nuova tela di relazioni; e allo stesso modo che molti pensieri successivi si sostanziano, così poco a poco io mi troverò in un mondo nuovo, di mia propria creazione, e non sarò più uno straniero o un pellegrino in un globo tradizionale. I miei amici vengono a me non cercati. Il grande Iddio me li diede. Per il più antico diritto, per la divina affinità della virtù con se stessa, io li trovo, o meglio non io ma la Divinità che è in me e che è in essi, la quale deride e abbatte i vigorosi baluardi del carattere individuale, delle relazioni, dell’età, del sesso, della circostanza, e fa di molti individui uno solo. Alti ringraziamenti vi debbo, eccellenti amatori, che rivelate a me nuove e nobili profondità del mondo e ampliate il significato di tutti i miei pensieri. Voi non siete rigide ed intirizzite persone, ma una nuova poesia di Dio — poesia senza impedimenti — siete inno, ode, epopea, ancora fluente e non già rappresa nei libri morti con annotazioni e glossario, ma siete Apollo e siete le Muse ancora inneggianti. E queste creature si separeranno da me o da qualcuna di loro? Io non lo so, ma non lo temo; perchè la mia relazione con esse è così pura, che noi ci teniamo uniti per semplice affinità; ed il Genio della mia vita è così socievole, che eserciterà la sua energia su chiunque sia nobile al pari di questi uomini e di queste donne, ed ovunque io sia.
Io confesso su questo punto un’estrema tenerezza naturale. È quasi pericoloso per me «il sorbire il dolce veleno del vino male usato» delle affezioni. Una nuova persona per me è un grande evento e mi impedisce di dormire. Io ho per l’addietro molto fantasticato intorno a due o tre persone che mi hanno dato delle ore deliziose; ma la gioia finì col declinar del giorno; essa non produsse alcun frutto; il mio pensiero non nacque da essa e la mia attività fu di poco modificata. Io debbo provare orgoglio per le buone doti del mio amico, come se fossero mie, e debbo provare come un selvaggio, delicato, palpitante senso di proprietà su le sue virtù. Io sento tanta gioia quando egli è lodato, quanta ne prova l’amante per gli applausi diretti alla sua fidanzata. Noi superstimiamo la coscienza del nostro amico. La sua bontà ci sembra migliore della nostra, la sua natura più bella, le sue tentazioni minori. La nostra fantasia innalza ogni cosa che è sua — il suo nome, il suo corpo, il suo vestito, i suoi libri, ed i suoi istrumenti. Il nostro stesso pensiero ci suona nuovo è più ampio dalla sua bocca.
Ed ancora la sistola e la diastola del cuore non sono senza analogia con il flusso ed il riflusso dell’amore. L’amicizia come l’immortalità dell’anima, è troppo nobile per essere creduta. L’amante contemplando la sua donna, dubita che essa non sia veramente quale egli la adora; e nelle auree ore dell’amicizia noi siamo sorpresi da ombre di sospetto e di miscredenza. Noi dubitiamo di donare al nostro eroe le virtù delle quali egli risplende, e di adorare poi la forma che noi abbiamo destinata per divina abitazione di esse. A rigor di termini, l’anima non rispetta gli uomini come rispetta se stessa. A rigor di scienza tutte le persone soggiacciono alla stessa condizione di un’infinita lontananza. Temeremo noi di intiepidire l’amor nostro coll’affrontare il fatto e col ricercare le fondamenta metafisiche di questo tempio Eliseo? Non sarò io un essere così reale come le cose che vedo? Se lo sono, non temerò di conoscerle per ciò che esse realmente sono. La loro essenza non è meno bella della loro apparenza, sebbene abbisognino organi più delicati per la percezione di quella. La radice della pianta non è spregevole per la scienza, anche se per fare dei mazzi e dei festoni noi tagliamo corto lo stelo. Io devo tuttavia tentare l’esposizione di un fatto ardito fra queste piacevoli fantasie, anche se esso apparirà nel nostro banchetto, come una mummia egiziana. Un uomo che sta stretto al suo pensiero, _concepisce di se idee grandiose_.
Egli è conscio di un successo universale, anche se conquistato con uniformi e particolari sconfitte. Nè preferenza, nè poteri, nè oro, nè forza, possono stargli a pari. Io non posso fare a meno di confidare più nella mia povertà che nella vostra ricchezza. Non posso rendere la vostra conoscenza equivalente alla mia. Solo la stella rifulge; il pianeta ha una debole luce, come quella della luna. Io sento ciò che voi dite delle ammirevoli doti e del provato carattere della persona che lodate, ma ben vedo che nonostante i suoi mantelli purpurei, non mi piacerà, a meno che egli sia un povero Greco, quale io sono. Io non posso negare, o amico, che l’immensa ombra del Fenomeno copre anche te, nella sua immensità screziata e variopinta, anche te, comparato col quale ogni altra cosa è ombra. Tu non sei l’_Essere_ come la Verità è, come la Giustizia è; tu non sei la mia anima, ma una pittura ed una effigie di essa. Tu venisti a me tardi, eppure tu riprendi già il tuo cappello ed il tuo mantello. Forse che l’anima non produce amici, come l’albero produce foglie; e come l’albero con la germinazione di nuove gemme esclude le vecchie foglie, così l’anima non esclude i vecchi amici? La legge della natura è un’eterna alternativa. Ogni stato elettrico presuppone il suo contrario. L’anima si attornia di amici al fine di poter penetrare in una più grande conoscenza di sè o in una maggiore solitudine; e procede da sola per un tempo, onde innalzare la sua condotta o la sua società. Questo metodo si delinea in tutta la storia delle nostre relazioni personali. Sempre l’istinto dell’affezione nutre la speranza di unirsi coi nostri simili, e sempre il vigile senso dell’isolamento ci richiama. Così ogni uomo passa la sua vita ricercando l’amicizia; eppure se egli tenesse presente il suo vero sentimento potrebbe scrivere una lettera come questa ad ogni nuovo candidato del suo amore.
«Caro amico,
«Se io fossi sicuro di te, sicuro della tua capacità, sicuro che le nostre tendenze s’incontrassero, io prenderei in considerazione il tuo andare e venire. Io non sono molto saggio; il mio amore è facilmente conquistabile; io rispetto il tuo spirito; esso non è ancora stato da me scandagliato; pure non oso presumere in te una perfetta intelligenza del mio essere, e così tu mi sei un delizioso tormento. Tuo per sempre o giammai».
Pure questi piaceri inquieti e queste pene raffinate sono idonei per il nostro desiderio di cose nuove e non per la vita. Essi non debbon venire coltivati, perchè sarebbe un tessere una tela di ragno e non una stoffa. Le nostre amicizie si volgono a rapide e povere conclusioni perchè noi le abbiamo intessute di vino e di sogni anzichè della solida fibra del cuore umano! Le leggi dell’amicizia sono grandi, austere ed eterne, fatte con la stessa trama delle leggi della natura e della morale. Ma noi abbiamo aspirato ad un rapido e piccolo beneficio, per suggere una subitanea dolcezza. Noi strappiamo nel giardino di Dio il frutto lento, che abbisogna di molti estati e di molti inverni per maturare. Noi cerchiamo il nostro amico non religiosamente, ma con una passione adulterata, che vorrebbe appropriare lui a noi stessi. Invano. Noi siamo imbevuti d’un sottile antagonismo che, non appena c’incontriamo con lui, comincia a farci beffe e a tradurre tutta la nostra poesia in una prosa scipita. Quasi tutti gli uomini s’abbassano coll’incontrarsi. Ogni associazione deve essere un compromesso e, ciò che è peggio, il vero fiore e l’aroma di ogni bella natura scompare tosto che esse si avvicinano l’un l’altra. Quale perpetua delusione è la società attuale, anche quella dei virtuosi e dei favoriti! Dopo che gli incontri sono avvenuti in seguito a lunga preparazione, noi dobbiamo essere afflitti da saluti avversi, da improvvise ed inopportune apatie, da epilessie di spirito e di senso nei bei giorni dell’amicizia e del pensiero. Le nostre facoltà non ci rappresentano il vero e ciascuno si ristora con la solitudine.
Io dovrei essere uguale in ogni relazione. Non ha importanza il numero dei miei amici e la soddisfazione che io posso trovare nel conversare con essi, se uno solo v’è con cui io non sia uguale. Se io mi sono ritratto da una contesa, perchè impari, istantaneamente la gioia ch’io posso provare in tutto il resto diviene meschina e pusillanime. Io detesterei me stesso se allora io facessi degli altri miei amici il mio rifugio. «Il valente guerriero rinomato per le battaglie, vinto una volta dopo cento vittorie, è cancellato dal libro dell’onore e tutto il resto per cui egli faticò vien dimenticato».
La nostra impazienza è così acerbamente ripresa. Il timore e l’apatia sono un arrendevole riparo, nel quale un delicato organismo viene protetto da un prematuro germogliare. Esso si perderebbe, se conoscesse se stesso, prima che qualcuna delle anime migliori fosse matura abbastanza per comprenderlo ed affermarlo. Rispetta la lentezza della natura che indurisce il rubino in un milione d’anni e opera nell’infinita estensione del tempo, in cui le Alpi e le Ande vanno e vengono come arcobaleni! Il buon genio della nostra vita non ha paradiso che sia ricompensa della nostra precipitazione. L’amore che è l’essenza di Dio non esiste per la vanità, ma per il totale valore dell’uomo. Non si abbia nei nostri rapporti una fanciullesca voluttà, ma la dignità più austera, ed avviciniamo i nostri amici con un’audace fiducia nella lealtà dei loro cuori e nella saggia ed indistruttibile liberalità dei loro propositi.
Poichè è impossibile sottrarsi al fascino di questo argomento io tralascio per poco ogni considerazione intorno ai subordinati benefici sociali, per parlare di questa elevata e sacra relazione, che è una specie di assoluto e che abbandona il dubbio e comune linguaggio dell’amore tanto il suo è più puro e più divino.