L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

m. 0,40 sulla fronte del quale è scritto a lettere auree:

Chapter 146,609 wordsPublic domain

EQVITI (_bus_) (C. I, L. VI, _Pars._ 4, 32098).

«Questi posti erano divisi per cunei, come risulta dalla testimonianza di Suetonio[361] già allegato di sopra. Uno dei cunei[362] era chiamato _IVNIORVM_[363]. _Equester ordo cuneum_ GERMANICI _appellavit, qui_ IUNIORUM _dicebatur_. — Questo passo dimostra che i cavalieri, senza avere forse posti _personali_, sedevano però distinti fra loro, per cariche e per dignità. Le divisioni, delle quali ho contezza, sono queste:

_a_) _iuniores_, forse quelli che attualmente prestavano servizio nelle turme equestri. Sedevano in un cuneo separato.

_b_) _decoctores_, cavalieri decaduti nel censo. Sedevano nei due ordini più alti e più lontani dall’orchestra e dall’arena.

_c_) coloro che, di origine libertina, avevano raggranellato il censo equestre. Sedevano c. s.[364].

_d_) i tribuni militari ed in genere gli ufficiali superiori delle milizie stanziate in Roma[365].

_e_) i _decemviri litibus iudicandis_[366].

_f_) _Tribuni plebis_. Forse a questa classe va riferita la glossa di Porfirio _ad Horat. Epod._ 4: _ex quattuor_ (_decim_) _autem ordinibus, quos lege Roscius Otho tr. pl. in theatro equestri ordini dedit, duo primi..... tribuniciis vacabant._ Le si riferisce senza dubbio il passo di Dione 44,4 nel quale fra gli onori decretati in favore di Cesare nell’anno 710/44 si registra: καὶ καθὲζεσθαι ἑπὶ τοῦ ἀρχικοῦ δίφρου παντακῆ πλὴν ἐν ταῖς πανηγύρεσιν..... τότε γὰρ ἐπῒ τε τοῦ δημαρχικοῦ βάθρου καὶ μετὰ τῶν ἀεὶ δημαρχούντων Θεὰσθαι ἔλαβεν.

«A tutte queste classi di _magistratus ordinis equestris_ allude Calpurnio nei ben noti versi della settima ecloga: _Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste, — Inter foemineas spectabat turba cathedras — Nam quocumque patent sub aperto libera coelo. Aut eques aut nivei loca densavere tribuni._

«I cavalieri, a differenza dei senatori, non graffiarono il nome nel proprio loco, nemmeno in tempi di decadenza assoluta, forse perchè non ebbero posti personali. Una sola leggenda conosco che possa applicarsi agli ordini dei cavalieri: ed è incisa in un _gradino_ di marmo, spettante ad uno scalare, a lettere di forma esilarante. Dice:

ABINSTEIF. A[367] (C. I, L. VI, part. 4, n. 32098).

e lo attribuisco ai gradini equestri, perchè i senatori non sedettero mai nel marmo.

3. SACERDOTUM OMNIUM COLLEGIA. «Il testo principe intorno ai posti sacerdotali è il lamento di Arnobio 4, 35 p. 151 Hild. _Sedent in spectaculis publicis sacerdotum omnium collegia:_

_a) pontifices maximi_

_b) et maximi curiones_

_c) sedent quindecim viri laureati._

_d) et Diales cum apicibus flamines._

_e) sedent interpretes augures divinae mentis et voluntatis._

_f) nec non et castae virgines perpetui nutrices et conservatrices ignis._

«È chiaro che Arnobio non parla rigorosamente, e che è d’uopo tener conto la sua enfasi rettorica. Nondimeno tengo per certo che, nel periodo di Augusto a Claudio, questi sacerdoti abbiano indistintamente seduto _in senatu_ e che, dopo Claudio, abbiano ciascuno avuto la propria sede distinta e determinata di tanti piedi nel tale o tal altro cuneo, dell’ordine cui appartenevano. È certo parimenti che Arnobio non mentova tutti i collegi sacerdotali che avevano diritto a sedere sul podio. Abbiamo memoria e documenti per ciò che spetta _a_) agli arvali, _b_) alle vestali, _c_) al flamine diale, _d_) ai sacerdoti augustali, e, particolarmente ai soldati fluviali.

_a) Fratelli Arvali_[368].

_b) Vergini vestali_[369].

_c)_ Flamine diale. «Di costui fanno parola Arnobio, nel passo soprariferito, e, indirettamente, Suetonio[370] narrando aver l’imperatore presieduto al _certamen quinquennale assidentibus Diale sacerdote_ — cet.».

_d) Sacerdoti Augustali._ Dei posti riservati agli augustali fa menzione Tacito[371] narrando del senatus consulto per le onoranze funebri a Germanico: _honores decreti....... ut sedes curules sacerdotum augustalium locis, superque eas querceae coronae statuerentur._ E nel senatus consulto per le onoranze a Druso si ripete:[372]

VTIQUE. OMNIBVS theATRIS _sellae curules habentes drusi_ CAESARIS NOMINA I_nscripta locis augustalium ponerentur._

«Del collegio dei sodali fluviali, abbiamo indirettamente notizia da Suetonio[373].

«_Paeanisti_ (?) — Ai LOCA del collegio dei peanisti[374] si è voluto riferire[375] questo brano d’iscrizione trovata circa dieci anni or sono[376] nel cimitero di s. Agnese, sulla via Nomentana:

[Illustrazione: Iscrizione]

«Ed infatti quella cifra dei quattro piedi e la menzione dei _cunei fenestrarum_ non disconverrebbero ad un rescritto di concessioni di posti dell’anfiteatro. Ma prescindendo dalla difficoltà di spiegare come i peanisti abbiano potuto _extruere_ cosa alcuna nell’anfiteatro, il confronto del libello greco con il rescritto di Severo, benchè ambedue mutili, mi induce a credere trattarsi piuttosto di qualche contravvenzione alle leggi promulgate da Severo e Caracalla circa gli edificî e le _insulae_ della città[377] — per es. la sporgenza abusiva di un meniano in area pubblica: — contravvenzione per la quale sarà stata richiesta e concessa la condonazione.

4. LEGATI-HOSPITES. «La maggior parte delle memorie lasciate dagli scrittori sui posti propri degli ambasciatori e rappresentanti diplomatici si riferisce al teatro. _Romae legatos liberarum sociarumque gentium vetuit in orchestra considere, quum quosdam etiam libertini generis mitti deprehendisset_[378].

«A questa legge si fecero eccezioni continue. Claudio permise ai legati dei Parti, degli Armeni e dei Germani di sedere _in senatu_ cioè nell’orchestra[379]. Sotto Nerone avvenne qualche cosa di simile, se pure Tacito non confonda i suoi due ambasciatori frisî Verrito e Malorige con gli ambasciatori germani di Suetonio[380]: Traiano τοὺς πρεσβευτὰς τοὺς παρὰ τῶν βασιλέων ἀφικρομένους ἐν τῷ βουλευτικῷ θεάσασθαι ἐποίει[381].

«Anche nei giuochi gladiatorî ebbero ab antico sede onorevolissima. Agli ambasciatori marsigliesi, venuti in Roma dopo l’incendio gallico _locus spectaculorum in senatu datus_ (est)[382]. Finalmente sappiamo l’istesso essere avvenuto nel circo _quodam autem muneris die Parthorum obsides, tunc primum missos, per arenam mediam ad spectaculum induxit, superque se subsellio secundo collocavit_[383]. A questa classe di persone riferisco due epigrafi dei sedili del Colosseo. La prima, appartenente al primo secolo, dice:

_hos_]PITIB[_us_ (C. I, L. VI, parte 4, 32098 (_e_))

«La seconda è ripetuta su due gradini, grezzi nella superficie, con lettere dei tempi Severiani:

_l_ GADITANORVM _m_ GADITAN_orum_ (C. I, L. _ib_.).

«Ambedue questi sedili sono degni di osservazione, perchè conservano la famosa linea di divisione. Nel primo è segnata 4 centimetri all’infuori, cioè a sinistra, della lettera G: nel secondo 2 centimetri _all’infuori_ della stessa lettera.

5. PRETEXTATI. «Il _senatus consulto_ augusteo rilegò i pretestati in un cuneo del teatro: _praetextatis cuneum suum assignavit_. Chi sa che non sia questo il _cuneus iuniorum_ del quale abbiamo parlato di sopra. Di questo gruppo è rimasto documento epigrafico nel Colosseo. Sulla fronte di un sedile è scritto con lettere della buona epoca[384]:

ETEXT VIIIS (C. I, L. VI, p. 4, 32098 _c_).

6. PAEDAGOGI. «Questi due marmi, prosegue il ch.o Lanciani, confermano egregiamente la sentenza, aver Tito o Domiziano seguito alla lettera i regolamenti augustei nella divisione dei posti anfiteatrali.

_paedagogis p_ VERO _um_ (C. I. L, part. 4, 32098, _d_).

7. APPARITORES MAGISTRATUUM PUBLICORUM POPULI ROMANI. «Dalla narrazione di Tacito[385] riferibile all’anno 819/66 — _liberto et accusatori_ (Publii Galli eq. r.) _locus in theatro inter viatores tribunicios datur_ — con molta probabilità si può argomentare che gli _apparitores_ dei diversi magistrati, cioè gli _scribae, lictores, viatores, praecones_, secondo le loro rispettive decurie avessero posti fissi nel teatro[386].

8. POPULARIA (loca). «La plebe fu divisa per tribù e per istato civile. Della divisione per tribù negli spettacoli si hanno memorie fino dagli antichissimi tempi di Roma. Essa fu fomentata dall’abuso dell’_ambitus tribuarius_ e degli _spectacula tributim data_ per parte di chi cercava, acquistare sul pubblico influenza all’approssimarsi delle elezioni: _in circo totas tabernas tribulium causa comparare_. Si consultino Cicerone, _Vatin._ 15, 37; _Mur._ 34, 72; Orelli, _Ind. leg._ p. 286; _hanc autem_ (plebem) _tributim divisa loca occupasse tempore Ciceronis et Dionysii, ipsorum verba sat certo testantur: ad Severi usque tempora, an idem mos manserit, incertum est_[387]. Io credo che il costume fosse serbato anche nei tempi imperiali: in primo luogo perchè non v’era ragione di rinunciare ad una misura così semplice e così opportuna a disciplinare quelle folle tremende: in secondo luogo, perchè, della continuazione del costume, mi sembra trovare documento nella _basis magna marmorea litteris magnis_ scoperta sulla fine del quattrocento _in angulo circi maximi_ versus templum Herculis victoris in foro Boario et Tiberim_ dedicata a Traiano, nell’anno 103, dalle

TRIBVS . [=XXXV] QVOD . LIBERALITATE OPTIMI . PRINCIPIS COMMODA . EARVM . ETIAM LOCORUM . ADIECTIONE AMPLIATA . SINT

(C. I. L. VI, 955).

«Si sa in qual modo avvenisse cotesta _locorum adiectio_ dal c. 5 del panegirico di Plinio. Poco prima dell’anno 100 Traiano fece demolire la tribuna imperiale, cedendone l’area al popolo. Quest’area era capace di cinquemila posti, dal che risulta che il _cubiculum principis_ era vasto due volte più dei nostri teatri della Scala, di S. Carlo, ecc. La plebe di ciascuna tribù fu suddivisa per istato civile; i coniugati da una banda, le donne (e forse i celibi) dall’altra.

_a_) _Maritis a plebe proprios ordines assignavit_[388], la quale misura sembra allo Hübner essere conseguenza delle leggi _iulia de adulteriis_ dell’anno 757/4, e _papia poppea_ dell’anno 762/9 e degli editti contro il celibato, emessi dopo la vittoria di Azio[389]. Ho già notato che cotesta separazione degli ammogliati dagli scapoli, ebbe vigore soltanto _inter popularia_ non mai per gli ordini senatori ed equestri. Gli ammogliati delle trentacinque tribù sedettero fra l’ultima fila dei cavalieri ed il _maenianum summum in ligneis, ubi pulla sordida veste — inter foemineas sedebat turba cathedras._

_b_) «Anticamente le donne sole non erano escluse dal consorzio comune: _antiquitus solebant mulieres cum viris omnibus interesse spectaculis indifferenter_ come dice lo scoliaste di Giovenale[390]. Il costume durava al tempo di Silla[391], di Cicerone[392] e di Ovidio[393], benchè da alcune frasi del poeta possa dedursi che le donne scompagnate occupavano già per abitudine il portico in cima ai sedili: _Sic ego marmorei respexi summa theatri. — Eligis e multis unde dolere velis_[394]. Augusto rese obbligatorio e legittimo il loro isolamento: _Foeminis ne gladiatores quidem, quos promiscue spectari solemne olim erat, nisi ex superiore loco spectare concessit..... Athletarum vero spectaculo;_ prosegue Suetonio: _muliebre sexus omne adeo summovit, ut pontificalibus ludis pugilum par postulatum distulerit in sequentis diei matutinum tempus, edixeritque — mulieres ante horam quintam venire in theatrum non placere._

«L’usanza di Roma divenne generale, almeno nelle regioni italiche: e gli altissimi sedili dei teatri furono chiamati _muliebri_. Cf. l’iscrizione di Terni ap. Orelli 3279: OPVS . THEATRI . PERFECT . IN . MVLIEBRIB . AERAMENTIS . ADORNAVER.

_c_) «Dai citati versi di Calpurnio, sulla _sordida turba pulla veste_, arguisco che anche gli scapoli debbono essere stati rilegati lassù; e mi sembra che a questa speciale classe accennino gli scrittori, usando la voce _pullati_. Stazio, _silv._ 1, 6, 43, parlando delle largizioni di Domiziano, conferma indirettamente questa triplice divisione: _una vescitur omnis ordo mensa: parvi, femina, plebes, eques, senatus._

9. MILITARI. «È ragionevole il credere che i gregarî dei corpi di milizia stanziati in Roma, i pretoriani, gli urbani, i peregrini, i vigili, i misenati, i ravennati, ecc. avessero posto fisso nell’anfiteatro, come lo avevano senza dubbio negli altri luoghi di spettacolo. Cf. il _militem secrevit a populo_ del regolamento di Augusto. I _corporis custodes_, gli _equites singulares_ avranno forse avuto una distinzione speciale.

«Le epigrafi dei sedili fin qui citate sono quelle che possono con probabilità o con certezza attribuirsi ad un dato ordine o gruppo di spettatori, ma non sono tutte». Fin qui l’illustre Lanciani.

Le sigle ed i numeri, d’epoca buona, che si leggono sulla fronte di altri gradini marmorei, li riporteremo nell’Appendice II.

* * *

Il _Curiosum urbis_ ci assicura che nell’Anfiteatro Flavio v’erano 87,000 posti, _loca: Regio_ III. _Isis et Serapis. Continet Monetam, Amphitheatrum qui continet loca [=LXXXVII]_. — Questo stesso leggesi nel _De Regionibus_, il quale in altro non differisce dal _Curiosum_ se non in questo: che nel primo il numero dei posti vien indicato in cifre, mentre nel secondo s’indica in lettere. _Regio_ III. _Isis et Serapis. Cont. Monetam. Anphit..... qui capit octoginta septem millia._ — Pomponio Leto nel suo _Vittore_ ritiene la stessa cifra. Fra gli scrittori moderni poi ve n’è chi diminuisce d’assai la capacità dell’Anfiteatro.

Fra questi noto Leon Home, il quale nel suo _Lexique de Topographie Romaine_[395] scrive: «L’ensemble de la _cavea_ qui pouvait contener de 50,000 a 55,000 personnes. Le chiffre des Regionales — 87,000 — est évidemment très exagéré». L’Huelsen, prendendo occasione dalla scoperta del Vaglieri, (la quale consiste in aver questi riconosciuto che in alcuni luoghi, ove le tavole degli Arvali sono intiere ed hanno il margine antico, il testo finora creduto intiero non lo è, perchè la scrittura fu continuata sul margine di un’altra tavola attigua), conchiude che il Colosseo non poteva contenere più di quaranta o quarantacinque mila spettatori seduti; e dice che, calcolando che gli spettatori _pullati_[396] fossero altri cinque mila, non si oltrepasserebbe in nessun modo il numero di 50,000 persone. Però osserva che, almeno nell’epoca buona, non fu assegnato nell’Anfiteatro un posto _ad hominem_, ma che si assegnò alle corporazioni, ai sodalizi, ai collegi sacerdotali, un certo numero di piedi di spazio rispettivamente, lasciandosi ai singoli membri dei collegi stessi il diritto di accordarsi fra loro sulla distribuzione di detto spazio. Sicchè se su piedi 5-5/16, che erano degli Arvali[397], si fossero voluti adagiare due soli sacerdoti, oppure starvi tre alla stretta, ciò non riguardava affatto l’officiale incaricato della distribuzione dei posti[398].

Ammessa l’opinione del ch.º Huelsen apparisce chiaro che se (specialmente in caso di spettacoli straordinarî) la curiosità avesse fatto occupare disagiatamente a due persone il posto designato per una, si sarebbe raddoppiato il numero degli spettatori; ossia l’Anfiteatro sarebbe stato materialmente capace di circa 100,000 persone. La cifra pertanto indicata dai Regionarî non è assolutamente esagerata, molto più se si rifletta che il Codice Vaticano _n._ 3227 del _Curiosum_, invece di _loca_ [=LXXXVII] ha: _capet loca LXXVII_.

Dai portici del piano terreno dell’Anfiteatro si accedeva ai varî ordini di gradi per passaggi e scale diverse[399]. In ogni quadrante dell’ovale dal secondo giro (2) del portico esterno tre passaggi (3) immettevano nell’ambulacro (6) sottoposto all’_iter_ della _praecinctio_ della gradinata dei cavalieri: da quest’ambulacro, per quattro scale (8), si saliva alla gradinata del podio, e per mezzo di dodici passaggi si giungeva all’ambulacro (9), dal quale si ascendeva al ripiano dei _subsellia_.

Inoltre dallo stesso secondo giro (2) del portico esterno, quattro scale (5) ad una branca conducevano all’ambulacro, nel quale s’aprivano i vomitorî della gradinata dei cavalieri; ed altre cinque scale (4) a due branche menavano ai piani superiori, vale a dire alla _media cavea_, alla _summa_ ed al portico. Con tal sistema l’immensa folla degli spettatori era ripartita in modo, che questa poteva discendere ed uscire dall’Anfiteatro senza confusione e disordine.

Ora, a compire la descrizione dell’interno dell’Anfiteatro Flavio, mi resta a parlare del velario.

Lo scopo del velario già l’enunciammo[400]: esso serviva a riparare gli spettatori dagli ardenti raggi solari. Plinio[401], dopo aver narrato delle vele di vario colore adoperate nelle flotte di Alessandro Magno, e di quelle purpuree che avea la nave con cui M. Antonio andò ad Azio con Cleopatra, dice: «_Postea in theatris tantum umbram facere_»; le quali parole c’insegnano che, abbandonato nelle navi l’uso di vele colorate, passarono queste a far ombra ai teatri. Anche Lucrezio fa menzione di siffatto lusso nei velarî:

«Et vulgo faciunt id lutea intenta theatris Per malos vulgata trabesque trementia flutant»[402].

Il primo che introdusse la tela da navi colorata nei teatri fu, per testimonianza di Plinio[403], Q. Catulo, allorquando dedicò il Campidoglio. Questa tela parve troppo rozza a Lentulo Spinter, e nei giuochi apollinari, come scrive il citato autore, usò per primo nel teatro vele di finissimo lino: «_Carbasina deinde vela primus in theatro duxisse traditur Lentulus Spinter apollinaribus ludis_»[404]. Ed infine lo stesso Plinio ci attesta che Nerone adornò le vele con ricami d’oro: _Vela nuper colore caeli stellata per rudentes, terra etiam in amphitheatris principis Neronis rubente_»[405].

Sembra che i velarî ordinariamente s’incominciassero a stendere in primavera. L’apprendiamo da due AVVISI, scoperti in Pompei, scritti in caratteri rossi, nel primo dei quali Numerio Popidio Rufo notificava al pubblico che egli il 29 d’Ottobre avrebbe dato in quella città una caccia, e che il 29 di Aprile l’anfiteatro sarebbe stato coperto con velario. L’altro _avviso_ fu scoperto sulla _Via degli Augustali_[406].

Relativamente alla struttura del velario, non s’ha a credere che questa sia una cosa tanto facile ad immaginarsi come comunemente si ritiene. Fino a pensare che vi dovè essere un’armatura, probabilmente di corde, costituita da duecento quaranta raggi, che partendo dalle travi verticali andassero a rannodarsi ad un ovale centrale più o meno ampio, non vi si trova difficoltà. Ma se si rifletta che il peso dei canapi, delle carrucole, delle tende e delle corde che servivano per tirarle, avrebbe fatto necessariamente calare, e non poco, l’ovale centrale, e fatto rimanere il velario pendente in basso, producendo un pessimo effetto ed una disgustosa soffocazione negli spettatori del _portico_; siamo costretti a ricercar il modo con cui avranno gli antichi cercato di evitare quello sconcio.

Per ottenere lo scopo, si dovea far sì che l’ovale, e quindi i raggi fossero, per quanto era fisicamente possibile, orizzontalmente tesi: in questo caso le tende, attaccate per un capo all’ovale e fissato per l’altro al disopra dell’attico del porticato, avrebbero formato un dolce padiglione dall’alto in basso, producendo un gradevole effetto.

Questa tensione (che dovea essere fortissima, a cagione del non intercedere tra il piano delle _testate_ delle travi e quello dell’attico del colonnato spazio maggiore di tre metri) non si sarebbe potuta ottenere che per mezzo di verricelli, i quali agissero su ciascuno dei duecento quaranta raggi.

Il Canina saggiamente opinò che alle travi esterne ne corrispondessero altre all’interno dell’edificio, onde ottenere maggiore resistenza. Erano esse necessariamente collegate insieme per mezzo di traverse, formando tutto un sistema. Ce l’assicura Calpurnio: «Vidimus in coelum trabibus spectacula TEXTIS»:

«Coronato di travi _in un conteste_ Vidi il superbo Anfiteatro al cielo Surgere. . . . . . . . . . . . . . »

traduce il Biondi.

Alle _testate_ delle travi interne erano fissate robuste carrucole, a fin di mandare verticalmente le funi ad arrotolarsi ai verricelli orizzontali, i sostegni dei quali poggiavano sul pavimento del portico, ed erano assicurati con arpioni alla parete di perimetro dell’Anfiteatro.

È bene qui notare che le _testate_ delle travi che sostenevano il soffitto del portico e il soprapposto pavimento, oltre ad essere incassate nella cortina del muro di perimetro, poggiavano sopra solidi mensoloni; e questo dimostra che quelle _testate_ dovevano sopportare un peso maggiore di quello d’un soffitto e di un pavimento.

Sorge una difficoltà, ed è che qualora si volesse supporre l’ovale centrale non di altra materia che di canapo, sarebbe stata cosa ben difficile fargli prendere e mantenere la sua forma regolare.

A rimediare a quest’inconveniente, si potrebbe immaginare l’ovale centrale formato di una zona orizzontale di piastra metallica, di una sufficiente consistenza e del minor peso possibile; immaginandone inoltre la periferia esterna non maggiore di quanto era necessario per attaccarvi le duecento quaranta funi, e (perchè la sua massa fosse relativamente minima) composta di due fasce riunite a traliccio. A questa zona metallica si sarebbero fissati duecento quaranta anelli, onde attaccarvi gli uncini legati ai capi dei canapi. Agli anelli avrebbero fatto capo altre duecento quaranta corde che, discendendo in dolce curva fin sopra l’attico del portico, avrebbero servito di guida al distendimento e raccoglimento delle vele.

Una corona di metallo dorato, dalla quale scendessero vele cerulee ornate di auree stelle; padiglione degno dell’imponente cavea ove tutto era splendore: «_sic undique fulgor percussit_»[407], sarebbe, non v’ha dubbio, una brillante idea! Ma si sarebbe potuta attuare?... La risposta la dovrebbe dare il calcolo, al quale nè io ho tempo di consacrare, nè, credo, varrebbe la pena di consacrarvelo, restando la cosa in ogni modo nel campo delle ipotesi.

L’operazione di tendere il velario si eseguiva sul terrazzo soprapposto al portico, ed era affidata a’ soldati di marina.

Lampridio[408] scrive: «_Sane quum illi saepe pugnanti, ut deo, populus favisset, irrisum se credens, populum romanum a militibus classariis qui vela ducebant in amphitheatro interimi praeceperat_»; e questi marinai furono certamente i Misenati, perchè essi avevano il loro quartiere nella stessa regione dell’Anfiteatro. Nel _Curiosum_ e nel _De Regionibus_ leggiamo: _III Regio.... Castra Misenatium_. Preziosa indicazione topografica, la quale, mentre ci rende certi della vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro, dà pur anche valore alla scoperta di un frammento d’iscrizione, in cui si fa menzione dei _Castra Misenatium_, rinvenuto dall’Henzen tra le schede del Fea, nelle quali si attesta che il frammento _fu scoperto fuori della parte semicircolare delle terme di Tito_[409], ossia poco lungi dal nostro Anfiteatro.

La situazione del quartiere dei marinai della flotta di Ravenna (in Trastevere, presso la naumachia di Augusto, al servizio della quale erano destinati quei militi) rafforza l’argomento desunto dalla vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro Flavio, e prova che essi appunto erano i _classarii_ destinati a tendere il velario.

Nel 1776, alle radici dell’Esquilino verso il Colosseo, si rinvenne un raro _anemoscopio_ di marmo, il quale fu trasportato al Museo Vaticano, e tuttora si ammira sulla _Loggia del Belvedere._ Esso consiste in un prisma dodecagonale, largo (da faccia a faccia) m. 0,555, e alto m. 0,30: gli spigoli, formati dalle facce laterali, sono adorni di un risalto cilindrico di m. 0,03 di diametro; e sulla faccia superiore (orizzontale), ai quattro punti cardinali, sono incisi in bella paleografia le seguenti parole:

MERIDIES — SEPTENTRIO — ORIENS — OCCIDENS. (V. _Fig. 3ª_).

[Illustrazione: _Fig. 3.ª_]

Nel centro v’è un foro circolare del diametro di m. 0,045: in esso fu introdotta l’asta della banderuola, e tuttora si vede l’impiombatura che la fissava. Dal residuo dell’asta che rimane incassato nel foro, sappiamo che la grossezza di detta asta era di m. 0,025. (V. _Fig. 4ª_).

Sulle facce laterali vi sono incisi in caratteri molto spontanei, ed anche belli, i nomi dei venti (in greco ed in latino) in questo modo:

ΖΕΦΙ ΡΟΣ

FAVO NIVS (V. _Fig. 5ª_)

Questo raro istrumento trovato presso il Colosseo, appartenne alla _Mole dei Flavî_?

[Illustrazione: _Fig. 4.ª_]

Non sarebbe certo irragionevole opinare, che, sull’alto dell’Anfiteatro, vi fosse stato un _indice_ esatto dei venti per norma del comandante dei Misenati; affinchè questi, conosciuta con certezza la direzione del vento, potesse (qualora impetuoso) dar ordine o di tendere le vele soltanto da quella parte in cui rimanevano a riparo, ovvero, se già distese, ordinare di ritirare quelle che si trovavano nella direzione del vento. La forma del velario richiedeva senza dubbio una sorveglianza diligente: poichè la grande apertura centrale lasciava libero adito ai venti; e questi, se si fossero introdotti sotto il velario ed avessero invaso la parte che trovavasi di fronte, avrebbero fatto sollevare violentemente le vele, le quali, agitandosi soverchiamente, avrebbero recato non poca molestia agli spettatori e causato gravi danni. Che il vento potesse danneggiare gli edificî destinati ai pubblici spettacoli, si può ragionevolmente argomentare dalla stessa loro _struttura a cielo aperto_: e che talora il vento l’abbia realmente danneggiati, lo possiamo dedurre da Plauto, il quale nella sua commedia «_Curcullio_»[410], fa narrare alla giovane _Planesium_, ciò che a questa accadde allorquando, ancor fanciulletta, assistè agli spettacoli dionisiaci, ove aveala condotta _Archestrata_ sua nutrice. _Non appena questa avea adagiato la fanciulletta nel teatro, levossi un_ VENTO _tanto_ TURBINOSO, _che pose a soqquadro l’intiero edificio_[411].

[Illustrazione: _Fig 5.ª_]

La forma dell’_anemoscopio_ rinvenuto presso il Colosseo è adattissima per ottenere il fine sopra indicato. Occorreva infatti che il comandante avesse sott’occhio e quasi direi, stando a tavolino, la _Rosa dei venti_, e vedesse la direzione dei medesimi. Pertanto sarebbe stato necessario che il prisma dodecagonale marmoreo stasse sul terrazzo dell’Anfiteatro, nel senso del meridiano astronomico locale, e sopra un piedistallo alto 90 centimetri circa: vale a dire, collocato in modo, che, una persona in piedi, volendo, avesse potuto vedere comodamente il piano superiore dell’istrumento e leggere agevolmente i nomi dei venti incisi sulle facce laterali[412]. E perchè, guardando la faccia superiore dell’istrumento, si potesse vedere la precisa direzione del vento, io congetturo che la banderuola fosse fissata ad un cannello metallico lungo quanto l’asta; che il cannello fosse appoggiato liberamente sulla punta dell’asta, ed in basso munito di un _indice_ orizzontale, il quale, secondando il movimento della banderuola, avrebbe mostrato sul piano, la direzione del vento. La banderuola poi, avrebbe dovuto superare l’altezza dell’attico dell’Anfiteatro, affinchè potesse esser mossa liberamente da ogni vento; e la grossezza dell’asta è tale, da potersi innalzare con ogni solidità fin oltre a due metri; altezza che, aggiunta a quella del piedestallo e del prisma soprappostogli, avrebbe permesso alla banderuola di superare l’attico di un metro e mezzo almeno.

La cura di evitare la violenza molesta del vento e i danni dei quali spesso è causa, non è cosa nuova presso gli antichi. Vitruvio prescrive che nell’edificazione di una nuova città, s’abbia riguardo alla direzione dei venti; e vuole, che, costruita la cinta, nel centro dell’area da questa racchiusa, _si descriva, sopra un levigato piano di marmo_ (da lui chiamato «_marmoreum amussium_»), _orizzontalmente disposto_ (_ovvero sul suolo stesso spianato a perfezione e livellato_), _la Rosa dei venti; e ciò, a fin di stabilire la direzione delle vie e delle piazze tra l’una e l’altra regione degli otto venti principali; e per liberare da molestia i cittadini e da malanni la loro salute_[413].

In conclusione: se in tutti gli antichi teatri ed anfiteatri era cosa prudente prevenire i pericolosi effetti del vento, nell’Anfiteatro Flavio era di necessità assoluta. Se quell’immenso velario, a tant’altezza, si fosse lasciato senza sorveglianza e a discrezione dei venti, si sarebbe facilmente potuto ivi verificare il fatto immaginato da Plauto: «_Exoritur ventus: turbo: spectacula ibi ruunt_». Questa necessità evidente, e la prudenza degli antichi, specialmente nelle cose pubbliche, mi hanno indotto a congetturare che quell’_anemoscopio_ rinvenuto in prossimità del Colosseo, sia appartenuto alla _Mole Vespasianea_ per la sorveglianza del velario. E la mia congettura trova appoggio nella bella paleografia delle quattro parole incise sulla faccia superiore dell’_anemoscopio_; paleografia che, per la forma e regolarità delle lettere, può convenire benissimo all’età dei Flavî. Anche le lettere dei nomi dei venti, si potrebbero forse riportare a quei tempi; perchè, quantunque siano state eseguite con minor cura e con una paleografia che tende al corsivo, pur nondimeno sono di buona forma. Chè se taluno volesse ritenere quei caratteri per un’opera posteriore all’età dei Flavî, non credo che potrebbe farli discendere più giù degli inizi del secolo terzo; ed in questo caso si dovrebbe conchiudere, che i nomi dei venti furono incisi ai tempi dei grandi restauri fatti da Eliogabalo e Severo Alessandro nel nostro Anfiteatro.

* * *

Dopo d’aver contemplato così minutamente questa stupenda _mole_, sorge spontaneo il desiderio di sapere chi ne fosse l’architetto. Vana speranza: il nome di questo grande giace sepolto in un oblio inesplicabile. Il silenzio dei classici e degli antichi scrittori reca veramente maraviglia! Lo stesso Marziale, che tanti epigrammi dedicò al Flavio Anfiteatro, non ne fa parola.

Chi mai fu quell’ingegno sublime che diresse questa grandiosa e sontuosa opera? È questa la domanda che in tutti i tempi, e sempre indarno, si è fatta costantemente dai dotti; questo l’oggetto perenne di congetture, questioni e dispute infruttuose. Non possediamo documento certo; e finchè questo non apparisca, l’architetto del Colosseo ci sarà sempre ignoto. Nondimeno, per ragione di storia, riporteremo qui le differenti opinioni, lasciando a ciascheduno la piena libertà di accettare quella che crederà più verisimile.

Giuseppe Antonio Guattani[414] scrive: «Gli intendenti non lasciano di censurare le parti di quest’edificio (del Colosseo), trovandovi profili inesatti, modinature cangianti di altezza, di misure e distanze non corrispondenti. Al Serlio piacquero sì poco tutte le cornici, che le chiamò tedesche(!), deducendone che l’ARCHITETTO _fu sicuramente un tedesco_». In nota poi aggiunge: «Marziale, ne fa autore un certo Rabirio, architetto della casa di Domiziano, perchè di tutta la fabbrica vorrebbe darne l’onore a quell’Augusto, il di cui pane mangiava. Ma è a tutti noto il dolce stomachevole di quel suo epigramma. Se ne fa generalmente autore un certo _Gaudenzio cristiano_, in vigore di una iscrizione (che trovasi) nel sotterraneo di S. Martina; oscura per altro, e che poco persuade».

Dalle parole del Guattani rileviamo chiaramente che il preteso architetto dell’Anfiteatro o fu un tedesco, o fu Rabirio, o, finalmente, un cristiano di nome Gaudenzio.

La prima opinione è del Serlio. Che Vespasiano si fosse servito di un tedesco, non sarebbe cosa da recar maraviglia. Le province Germaniche erano già soggette all’Impero, ed uno schiavo di quelle regioni, reso libero, potè benissimo servire l’Imperatore in qualità di architetto. L’opera di artisti liberti prestata ai reggitori dell’Impero non è una novità per gli archeologi. Ma dedurre assolutamente la nazionalità dell’architetto dalle modinature è un po’ troppo! Molto più che la fretta con cui furono eseguiti i lavori dell’Anfiteatro, tradì il pensiero dell’architetto. Forse un anacronismo trasse il Serlio a quella conclusione, credendo di vedervi rispecchiate le goffe cornici gotiche degli edifici settentrionali dell’epoca, come si suol dire, _antico-moderna_.

La seconda opinione ne fa architetto Rabirio. I sostenitori di questa s’appoggiano al LV epigramma del lib. VII di Marziale, il quale dice:

«Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri, Parrhasiam mira qui struis ante _domum_; Phidiaco si digna Jovi dare templa parabit Has petat a nostro Pisa Tonante manus».

Ma chi non vede che qui Marziale non parla dell’Anfiteatro, bensì della costruzione di una _domum_ diretta da Rabirio, il quale era architetto non di _Vespasiano_ ma di _Domiziano_? E chi ignora che quando «nell’anno 80 fu solennemente dedicato (l’Anfiteatro) esso era stato recato a compimento, salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i quali saranno stati perfezionati dal Domiziano»?[415].

La terza opinione, finalmente, sostenuta dal Marangoni e da altri scrittori, attribuisce la direzione del nostro augusto monumento ad un cristiano di nome Gaudenzio.

Il Nibby[416] dice che ai suoi tempi «i più s’inclinavano ad accettare quest’opinione». I moderni però la rigettano unanimemente.

Ciò che fece credere al Marangoni e a tutti i seguaci di quest’opinione che fosse Gaudenzio l’architetto dell’Anfiteatro Flavio, fu una lapide con iscrizione cristiana rinvenuta nel cimitero di S. Agnese[417]. Riporto qui le parole del Bellori contemporaneo della scoperta: «Non pigeat hic inscriptionem veterem advertere quae Amphitheatri Flavii architecto adscribitur, elapsis annis reperta erutaque in coemeterio divae Agnetis via Nomentana.... neque spuria reque recens, sed orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem indicant»[418].

La paleografia di questa lapide, la quale, come dice il Muratori, _già esisteva presso Pietro da Cortona e schedis Ptolomaeis_, ci riporterebbe (secondo il Nibby)[419] al secolo V dell’êra volgare; ed il Nibby stesso aggiunge che l’iscrizione non dichiara che Gaudenzio fosse l’architetto, ma che solo si può dedurre aver Gaudenzio lavorato in quest’Anfiteatro. Detta epigrafe non è stata mai pubblicata conforme all’originale. Il Marangoni, il Visconti, il Marucchi, ecc., ce la presentano in caratteri comuni di stampa; e benchè l’abbiano riprodotta esattamente riguardo alla disposizione delle parole, sono stati inesatti riguardo ai segni, i quali dal Marangoni e dal Marucchi furono espressi tondi, e dal Visconti in forma di lunghi apici. L’Aringhi, il Venuti, il Nibby, il P. Scaglia ed i recenti Bollandisti la riproducono altri in caratteri comuni di stampa (come il Nibby, il Venuti ed i Bollandisti), altri in un _fac-simile_ arbitrario (come l’Aringhi ed il P. Scaglia); ma tutti inesattamente in quanto alla disposizione delle parole. Solo l’Aringhi ed il P. Scaglia esprimono con più verità degli altri la forma degli apici.

[Illustrazione: Fig. 6.ª]

Ora avendo io fortunatamente saputo essersene testè fatto un calco dal Sig. Attilio Menazzi (una copia del quale si conserva nell’Accademia di S. Luca) ed avendone potuto avere una fotografia, posso presentare l’iscrizione nella sua reale genuinità. (Vedi _Fig. 6ª_).

Nel Gori[420] leggo: «Una lapide marmorea, rinvenuta nelle catacombe di S. Agnese lungo la via Nomentana, parlando in nome di un Gaudenzio costruttore di un teatro del crudele Vespasiano, e che in luogo di essere premiato dalla città da lui nobilitata col detto monumento, fu condannato a morte pella sua religione cristiana, indusse nel Marangoni l’opinione che fosse costui l’architetto del Colosseo. Ma in primo luogo la paleografia irregolare e scorretta di quest’iscrizione che ho nuovamente copiata nel sotterraneo di S. Martina, indica chiaramente che non è dell’epoca di Vespasiano o de’ suoi figli, ma sibbene del V secolo riproduzione forse di qualche leggenda popolare contraria alla _verità storica_ (sic); giacchè Vespasiano punì i giudei per la loro ribellione, non perseguitò mai i cristiani, nemici naturali degli ebrei. In secondo luogo in detta iscrizione si parla non dell’Anfiteatro Flavio, ma di un _teatro_ costrutto da Vespasiano (?) _non si sa_ in quale città».

Il Marangoni[421], dal canto suo, ragiona così: «Ella è cosa di riflessione, come, essendo l’opera di questo Anfiteatro così eccellente per l’architettura, e di ammirabil lavoro, e giudicata da Marziale molto più pregevole di tutte le più celebrate maraviglie del mondo, nè egli nè altri scrittori di quel secolo e de’ susseguenti abbiano fatta memoria del suo ingegnosissimo architetto. Marziale stesso, che visse nei tempi di Vespasiano, di Tito e di Domiziano, celebra con elogio ben singolare quella di Rabirio, architetto di Domiziano, per la fabbrica di un palagio sul Palatino, dicendo che avendola eretta emulatrice del cielo conveniva dirsi che la di lui mente avesse penetrato il cielo e compresa la nobiltà e bellezza degli astri, avendo fabbricata una casa ad essi somigliantissima[422]. Or quanto più degnamente, e con tutta giustizia, avrebbe dovuto immortalare il nome e la memoria dell’architetto di questa grande ed ammirabile opera dell’Anfiteatro, uomo senza dubbio a quei giorni celebratissimo, ed anche da sè conosciuto. Siami pertanto lecito di attribuire questo silenzio all’odio di questo ed altri scrittori Gentili di que’ secoli, che alla cristiana religione portavano, invidiando sì bella gloria al grande architetto dell’Anfiteatro, per essere egli Cristiano, e per tal cagione ancora martire di Gesù Cristo.

La congettura (prosegue) sembrami non mal fondata sopra un’antica iscrizione in marmo, della lunghezza di sette palmi e poco più di uno largo, che serbasi nella Confessione della chiesa di santa Martina alle radici del Campidoglio....

Le lettere di questa lapide non sono di eccellente scultura, benchè fatte in tempo di Vespasiano, in cui fiorivano in Roma le buone arti; e molte parole di essa non sono staccate: ma ciò non dee recar maraviglia, posciachè non poterono i fedeli, fra le loro angustie, fare scolpire questa iscrizione da qualche eccellente maestro gentile; e perciò anche quasi tutti i monumenti cimiteriali sono per lo più di cattivi o non ben formati caratteri, quantunque siano de’ tempi migliori. Di questa iscrizione non fece memoria Marsilio Onorato, ecc....».

Il tenore dell’epigrafe già noi l’abbiamo veduto. Qui basterà riportarne la traduzione, che lo stesso Marangoni[423] fa nella nostra _italiana favella_:

«Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele? Premiato sei colla morte, o Gaudenzio. Gioisci, Roma, ove all’autore di tua gloria Promise quegli, ma ogni premio ti dà Cristo Che altro teatro ti preparò nel cielo».

«Quivi (continua lo stesso Marangoni)[424], si pone la parola _theatrum_ per contrapposto all’Anfiteatro, poichè ne’ teatri si rappresentavano cose gioconde e dilettevoli, e negli Anfiteatri spettacoli funesti e sanguinosi. Quindi è che questo Gaudenzio potrebbe dirsi che, essendo cristiano, fosse in premio di aver eretta questa gran fabbrica, con tanta gloria di Roma, da Vespasiano stesso fatto morire. Potrebbesi però opporre che Vespasiano non incrudeli contro i Cristiani; ma a ciò può rispondersi che anche sotto di lui non mancarono martiri; poichè, sebbene non rinnovò editti contro di essi, nulladimeno continuava la persecuzione di Nerone: imperciocchè, per testimonianza del Martirologio Romano, si ha di S. Apollinare vescovo di Ravenna: _22 Julii_. «_Qui sub Vespasiano Caesare gloriosum martyrium consumavit_». Inoltre è certo ch’ei fece ricercare ed uccidere tutti quelli ch’erano della stirpe di David[425], e che si eccitò una grande strage e persecuzione contro gli Ebrei[426]; e non v’ha dubbio che a quei tempi sotto il nome di Ebrei compresi erano anche i Cristiani di Roma, come si ha dagli stessi scrittori Gentili; e specialmente Domiziano, figliuolo di Vespasiano medesimo, fece morire diversi, _qui in mores Judeorum transierant_[427], cioè che abbracciata aveano la cristiana fede: quindi è che, stante l’addotta iscrizione, potrebbe argomentarsi che Gaudenzio, perfetto cristiano, fosse stato l’eccellente architetto dell’Anfiteatro Flavio....».

Questa opinione del Marangoni piacque al Marini, e la disse _elegans_[428]. Ma i moderni, ripeto, la rigettano unanimemente; ritengono la lapide per falsa, e molti attribuiscono la falsificazione a Pirro Ligorio. A dire il vero, quando comparve la lapide, Pirro Ligorio era già morto da più di un mezzo secolo: sarebbe stato meglio l’avessero questi attribuita ad _un redivivo Ligorio_, come si espresse il De Rossi a riguardo delle poche lapidi cristiane falsificate.

«Nunquam in Christianis epitaphiis acclamatio ad imperatorem apparet» scrive il P. Sisto O. C. R.[429], nelle sue _Notiones Archaeologiae Christianae_. La forma delle lettere, aggiunge il Mantechi, i segni d’interpunzione, l’intiero testo, rivelano la falsità dell’iscrizione (di Gaudenzio)»[430].

È certo che la paleografia di quest’epigrafe, come pure la sua dicitura, non è affatto ordinaria; e nessuno potrà senza dubitarne asserire, come fece il Marangoni, che quella lapide sia dei tempi dei Flavî. Ma chi ne sarà stato l’autore? A quale scopo questa falsificazione? Non forse per speculazione, come fanno gli odierni _spacciatori di antichità_? Ovvero per ingannare i posteri?... Nell’uno e nell’altro caso dobbiam dire che il falsificatore non si sarebbe manifestato molto atto ed esperto nel suo vile officio. Difatti, o che la lapide sia stata falsificata a scopo di lucro, o a fine d’ingannare; in ambedue i casi il falsificatore avrebbe dovuto imitare un po’ meglio la paleografia e lo stile dell’epoca. Oltre a questo perchè nasconderla e sotterrarla nel cimitero di S. Agnese?

A suo luogo[431] esamineremo particolareggiatamente tutte e singole le opinioni, e vedremo il loro valore. Fin d’ora però dobbiamo dichiarare arbitraria l’osservazione del Gori[432]; giacchè la lapide «SIC PREMIA SERVAS» non può essere «una riproduzione di qualche leggenda popolare contraria alla verità storica»; e non può essere per la semplicissima ragione che la _verità storica_ circa l’architetto del Colosseo è finora ignota a tutti.

CAPITOLO QUARTO.

Spettacoli celebrati nell’Anfiteatro Flavio dall’inaugurazione al secolo VI, ed abolizione dei medesimi.

Nel capo primo già descrivemmo le sontuosissime feste celebrate in Roma, in occasione dell’inaugurazione dell’Anfiteatro fatta da Tito nell’anno 80 dell’êra nostra. Ora passiamo a ricordare gli spettacoli che vi diedero i suoi successori, fino al secolo VI.

Domiziano (81-96), figlio di Vespasiano e fratello di Tito, fece celebrare durante il suo impero, sontuosi spettacoli in quell’Anfiteatro, che egli avea portato a perfetto compimento. Di questi giuochi ce ne parla Suetonio[433]; e fra i varî spettacoli vi fu pur data una pugna navale. Ma avvedutosi Domiziano che l’Anfiteatro non si prestava ai grandi combattimenti navali, fè costruire presso il Tevere una naumachia, il cui materiale fu poscia impiegato da Traiano al risarcimento dei due fianchi del Circo Massimo, che s’erano incendiati[434]. In questa naumachia si potevano azzuffare delle vere flotte[435]; ma tali giuochi non son da confondersi con la pugna navale che Domiziano diè nell’Anfiteatro Flavio.

Domiziano amò assai le _venationes_ e gli spettacoli gladiatorî; e talvolta, perfin di notte, alla luce delle faci, assisteva ai certami esibiti non solo dagli uomini ma pur dalle donne; e per tutto il tempo degli spettacoli intrattenevasi, talor seriamente, con un fanciullo, _puerulus_, che gli stava ai piedi vestito di scarlatto, _coccinatus_, e che era una maraviglia per la sua _portentosa_ sebben piccola testa[436].

Io penso che questo fanciullo _portentoso parvoque capite_, prediletto da Domiziano e col quale _fabulabatur nonnumquam serio_, possa essere l’undicenne Q. Sulpicio Massimo coronato dallo stesso Domiziano in Campidoglio, per avere, nel concorso poetico indetto nel terzo lustro o certame dell’agone capitolino, riportato l’onore del primato sopra cinquantadue competitori, grecamente poetando: il cui sepolcro venne in luce nel 1871 nel demolire la torre destra della Porta Salaria[437].

Un dì, seduto sulle gradinate dell’Anfiteatro, trovavasi un padre di famiglia, il quale, parlando, asserì che «un Trece o Mirmillone, non poteva paragonarsi a quel gladiatore che allora dava uno spettacolo al popolo». Risaputolo Domiziano ordinò che dai _gradus_ quegli passasse tosto nell’arena, e divenisse preda dei cani. Dietro le spalle gli mise la scritta: «Empiamente ha parlato questo parmulario», ossia fautore dei Traci, i quali, come si disse nell’introduzione, erano armati di _parma_[438].

Marziale[439] scrisse l’ultimo epigramma dopo la morte di Domiziano; poichè dice di lui che più giovevole cosa sarebbe stata alla gente Flavia il non avere avuto i due degnissimi Imperatori Vespasiano e Tito, che l’aver sortito questo terzo Cesare, malvagio e scelleratissimo.

Domiziano fu uno dei più bravi arcieri[440]; talvolta prendeva di mira la palma destra di un fanciullo, che, in lontananza, teneva stesa, e vi dirigeva le frecce con tant’arte da farle passare innocue fra gli intervalli delle dita[441].

Nell’anfiteatro della sua villa Albana fe’ combattere cogli strali, da vicino e senza armatura, contro gli orsi della Numidia, Acilio Glabrione, il quale fu console nell’anno 91 dell’êra volgare:

_Profuit ergo nihil misero quod cominus ursos_ _Figebat numidas albana nudus arena_[442].

Lo stesso Imperatore uccideva a centinaia le belve di vario genere, e tra queste uccise un enorme leone africano[443].

Se giuochi tanto magnifici faceva celebrare in Albano, quanto più sontuosi non li avrà dati nell’Anfiteatro Flavio? Marziale, che fu il descrittore _ufficiale_ degli spettacoli celebrati sotto i Flavî nel nostro Anfiteatro, ci dà una chiara idea della singolarità e magnificenza dei suddetti spettacoli esibiti al popolo. «Una donna, dice il poeta, vinse ed uccise un leone. Uno dei più grandi facinorosi venne affisso ad una croce, ed esposto non ad un falso orso, come nella commedia di Nevio il mimo ed attore Laureolo, sibbene ad un vero orso della Caledonia, che lo sbranò[444]. Un condannato, che, come Dedalo, dovea volare per isfuggire agli artigli di un orso, cadde a terra, e fu lacerato dalla belva[445]. Un rinoceronte col corno palleggiò un toro[446]. Un leone, che avea ferito il suo maestro o _mansuetario_ mentre lo percuoteva, fu per ordine dell’Imperatore, ucciso colle frecce[447]. Un orso, che, per difendere la testa dai colpi del bestiario, se la copriva colle zampe anteriori, e, facendo la ruota, fuggiva per la sanguinosa arena; fu costretto a fermarsi, rimasto preso al vischio come un uccello[448]. Il bestiario Carpoforo meritò di essere anteposto a Meleagro e ad Ercole, perchè, nello stesso giorno e nello stesso spettacolo, uccise venti fiere: tra le quali due giovenche, un bufalo, un bisonte, un orso ed un leone di gran mole, insieme ad un velocissimo pardo[449]. Una macchina elevò in alto nel mezzo dell’arena un toro, sul cui dorso era stata imposta l’effigie di Domiziano camuffato da Ercole[450]. Simili macchine si lavoravano, come abbiam detto, nell’officina _summum choragium_; ed erano composte con tanta maestria, che da sè medesime si elevavano, mandando in alto i varî piani in esse occultamente contenuti; variavano inoltre di forma, o svolgendosi le parti che erano unite, o riunendosi per sè stesse le dispiegate, od abbassandosi lentamente le elevate; e su di esse apparivano talvolta i gladiatori, fuochi dilettevoli ed altre sorprese di questo genere. Un elefante, dopo aver ucciso un toro, s’inginocchiò innanzi a Domiziano[451]; una tigre riuscì a lacerare un leone (cosa nuova e non mai prima avvenuta) e un toro, che, stimolato colle fiamme per tutta l’arena, aveva colle corna alzato in aria molti fantocci, _pilae,_ e che rimase in ultimo ucciso da un elefante, il quale lo palleggiò alla sua volta colla proboscide[452]».

Sotto lo stesso Domiziano venne accomodata l’arena del nostro Anfiteatro in modo da rappresentare Rodope, nella cui sottoposta pianura, come in un teatro, Orfeo cantava, e intorno a lui ballavano scogli e selve con ogni genere di uccelli e di animali mansueti e feroci. Orfeo era rappresentato da un reo, il quale rimase lacerato da un ingrato orso[453]. I fanciulli si aggrappavano alle corna dei tori; o, correndo essi sulle groppe dei medesimi, agitavano _tela, venabuli_ ed aste, senza ricevere nocumento di sorta[454].

Altri spettacoli somiglianti ci ricorda lo stesso Marziale: spettacoli magnifici e straordinarî, che noi, per brevità, tralasciamo di riferire.

Traiano amò moltissimo gli spettacoli venatorî e gladiatorî[455] e ne fece dare in gran copia e di magnifici. L’Henzen[456] scrisse: _Ipse vero Traianus, ut vir bellicosus ac fortis, valde iis laetatus est, triumphos suos venationibus ac gladiatorum muneribus magnificentissimis ornavit_. Pel suo trionfo Dacico (a. 108) fece combattere nell’Anfiteatro 11,000 belve feroci e 10,000 gladiatori[457]. «Questi spettacoli, dice il Gori[458], ebbero luogo non solo nell’Anfiteatro Flavio, ma anche in quello edificato da Traiano. Pausania infatti scrive, che questo Imperatore costrusse un gran _teatro rotondo_[459], ossia un anfiteatro,(?) posto, secondo Sparziano, nel Campo Marzio e distrutto in seguito da Adriano contro il voto di tutti[460], non già perchè Adriano fosse nemico degli spettacoli anfiteatrali, ma perchè si era dichiarato rivale di Apollodoro, celebre architetto di cui servivasi Traiano».

Qual fosse le scopo prefissosi dal Gori, nel creare nuovi anfiteatri, lo vedremo nella IV parte (quest. terza) di questo lavoro. Ora mi limito a dire che Sparziano non usa la voce _amphitheatrum_, ma _theatrum_: se uno scrittore greco usasse la parola θέατρον per denotare un anfiteatro, non recherebbe maraviglia, giacchè sappiamo che ai Greci poco piacque usare la voce _anfiteatro_; ma che uno scrittore romano chiamasse teatro un _anfiteatro_, è incredibile. Il Lanciani[461] dice: «Pausania registra fra le grandi opere di Traiano in Roma..... _theatrum magnum undequaque rotundum_, cioè l’Anfiteatro Flavio. È una _inesatta asserzione_ del geografo....». Il teatro perciò fatto edificare da Traiano nel Campo Marzio non possiamo dirlo anfiteatro; e se quest’Imperatore avesse dato, come vuole il Gori, spettacoli nel suo teatro, questi al più sarebbero stati i gladiatorî; non mai le _venationes_, le quali erano, direi impossibili in edificî di tal natura, e che, come già si disse, dopo l’invenzione degli anfiteatri si celebrarono constantemente in questi e si bandirono financo dai circhi[462].

Anche Adriano si dilettò di dar giuochi nel nostro Anfiteatro. Alle volte egli stesso scendeva sull’arena; e una volta riuscì ad uccidere di propria mano un leone. Durante gli spettacoli, imitando Tito nei 100 giorni della dedicazione dell’Anfiteatro, gettava (separatamente agli uomini e alle donne) globoli o palle con entro diversi donativi. In Atene esibì nello stadio la caccia di 1000 fiere; in Roma fè uccidere molte fiere, 100 leoni ed altrettante leonesse; e nell’anniversario del suo natale, per 6 giorni continui, diè lo spettacolo di ludi gladiatorî e la caccia di 1000 fiere[463].

Adriano ordinò: _Decoctores bonorum suorum, si suae auctoritatis essent, catomidiari in amphitheatro, et dimitti iussit_[464]; questo castigo fu ben descritto da Prudenzio[465].

Solenni spettacoli fè celebrare Antonino Pio nell’Anfiteatro Flavio. Mostrò tigri, elefanti, _crocute_[466], _strepsiceroti_[467], _coccodrilli, ippopotami_ ed altri animali, ricercati in ogni parte del mondo: in una sola giornata mostrò cento leoni: _Edita munera in quibus elephantos et crocutas et strepsicerotas et crocodilos_ etiam hippopotamos, et omnia ex toto orbe terrarum cum tigridibus exhibuit. Centum etiam leones una missione edidit_[468].

Nella guerra contro i Marcomanni[469] Marc’Aurelio arruolò moltissimi gladiatori; e gli spettacoli che fe’ dare nell’Anfiteatro furono tanto splendidi che in una sola _missione_ presentò insieme e fece uccidere cogli strali 100 leoni[470].

Ma i ludi più superbi e più magnifici ebbero ivi luogo imperando Commodo.

Più crudele di Domiziano e più impuro di Nerone, provava egli particolar diletto negli spettacoli sanguinarî. Se tal feroce inclinazione fosse in lui perchè nato di adulterio commesso da Faustina sua madre con un gladiatore, secondo alcuni; o perchè concepito, come altri vogliono, dopo che Faustina si era lavata col sangue di un gladiatore svenato, del quale s’era invaghita[471], lo ignoriamo: certo, il fatto ci mostra che Commodo si manifestò piuttosto quale figlio di un gladiatore, che principe generato dal filosofo M. Aurelio.

Frequentò la _schola_ dei gladiatori, e sovente al par degli altri, nudo o velate le spalle con un semplice panno purpureo, entrava all’arena, brandiva il ferro, e comandava che i gladiatori pugnassero con lui. Questi alla più leggiera ferita si dichiaravano vinti; e, prostrati ai suoi piedi, qual trionfante lo veneravano. In tal guisa vinse mille gladiatori; e per celebrare la sua valentia fece troncare la testa al colosso del Sole, del quale a suo luogo parleremo, e in luogo di quella ne fè porre un’altra che presentava le sue sembianze; poi nella base della statua appose la scritta:

MILLE GLADIATORVM VICTOR (Lampridio)

Ordinò che si registrassero i nomi di tutti i gladiatori da lui vinti; si celebrassero i suoi trionfi nelle pubbliche memorie, e s’aggiungesse che pugnò 635 volte. Nel nostro Anfiteatro uccise di propria mano, con saette, molte fiere; scoccava l’arco con somma destrezza, e sempre colpiva. Fè fabbricare una macchina, che si disse περιδρομος, intorno alla quale egli girava per non essere offeso dalle bestie: e fu così che potè uccidere una quantità di cervi, daini, tori, leoni, pantere, ecc., senza essere obbligato a replicare il colpo. Una volta una pantera si scagliò contro di un uomo. Commodo tende il suo arco, e le assesta una frecciata sì opportuna, che la fiera cade ai piedi del malcapitato. Lampridio racconta anche che una volta Commodo apparve nell’Anfiteatro Flavio vestito in modo strano. Ecco come: egli amava una sua donna, ed aveva il suo ritratto ov’era dipinta in forma di Amazzone. Un bel giorno dunque si veste anche egli da amazzone, si porta all’Anfiteatro e si fa acclamare col titolo di Amazzonio.

Spesso assisteva agli spettacoli anfiteatrali vestito da donna: durante i quali, e contro le leggi, beveva; ed una volta, credendosi schernito dagli spettatori, i quali invece l’acclamavano qual dio, ordinò ai soldati della marina, destinati a tendere il velario, che uccidessero tutti gli accorsi all’Anfiteatro. Dicevasi Ercole, e diè ordine d’incendiare Roma, come colonia sua; ma ciò non avvenne perchè fu dissuaso da Leto, prefetto del Pretorio. Fra i nomi assunti da Commodo vi fu quello di _Capo dei secutori_[472]: capo, cioè, di quei gladiatori i quali, come vedemmo nell’introduzione, inseguivano i reziarî, PALUS _primus Secutorum_ per la secentesima volta.

Dal palazzo, o casa Commodiana Palatina, si trasferì alla casa _Vectiliana_ sul Celio, adducendo a pretesto che in quello gli spettri turbavano i suoi sonni. Contro ogni consuetudine, ordinò che gli spettatori assistessero agli spettacoli non _togati_, ma vestiti del gabbano (_paenula_) come nei funerali; ed egli stesso talvolta presiedeva ai giuochi in veste di color bruno. Per due volte gli cadde l’elmo alla porta _Libitinensis_, che era quella porta per la quale negli anfiteatri si estraevano fuori dell’arena i cadaveri dei gladiatori[473].

Poco prima che Commodo morisse, già da sè stesso erasi procacciati auguri funesti. Erodiano narra che Lucilla, sorella di Commodo, tramò la famosa congiura contro la vita del fratello. Quinziano faceva parte di questa congiura: apparteneva all’ordine senatorio, ed era di animo pronto ed audace. Un giorno questi si nascose in quell’oscuro andito che noi già descrivemmo nel cap. terzo; e, veduto comparire l’Imperatore, snudò improvvisamente il pugnale, e ad alta voce esclamò: «il Senato ti manda questo!» Ma mentre così parlava e stoltamente ostentava il nudo pugnale, venne arrestato dalle guardie, e condannato a morte insieme cogli altri congiurati[474].

Mai s’era visto nè udito, dice lo stesso storico, che un Imperatore sfidasse i più rinomati gladiatori, ed uccidesse di propria mano tante fiere. Sicchè da ogni angolo d’Italia e dalle regioni finitime accorrevano le genti in Roma, per assistere a quegli straordinarî spettacoli.

Nel giorno stabilito, il nostro Anfiteatro rigurgitava di gente. Commodo scendeva sull’arena, e in destrezza superava i più eccellenti tiratori di arco (i Parti) ed i più bravi lanciatori di giavelotti (i Numidi). Dione, anch’esso ascritto all’ordine senatorio, racconta le prodezze ed i combattimenti di Commodo[475]. Alle sue _Storie Romane_ rimettiamo coloro che bramassero averne una contezza particolareggiata. Noi, per non essere troppo prolissi, ci limitiamo a ricordare sommariamente che Commodo, prima di portarsi all’Anfiteatro, soleva indossare una _tunica serica_ con maniche, bianca e trinata di oro. Dione e tutti i senatori lo salutavano ornato di quell’abito. Lungo la via che conduceva all’Anfiteatro, si portava innanzi ad esso la pelle di un leone e la _clava_. «Nel primo giorno (dice Dione) ei solo, Commodo, uccise cento leoni, girando intorno alla banchina posta sotto il podio. Tutto l’Anfiteatro era stato diviso da diametri connessi, con tetto e peridromo[476], i quali tagliavano l’Anfiteatro in doppia direzione[477] per potere con dardi più facilmente trafiggere le belve».

Racconta lo stesso storico che Commodo scese dal _luogo più elevato al piano dell’Anfiteatro_; e qualunque bestia da macello che a lui s’avvicinava, tosto l’uccideva; e che inoltre fece cadere una tigre, un ippopotamo ed un elefante. Dopo il pranzo entrava nella pugna gladiatoria....... Con esso pugnavano i maestri dei giuochi, ed anche altri gladiatori.... dai quali in altro non differiva che in questo: essi discendevano nell’arena per poche monete, mentre Commodo si _contentava_ ogni giorno di venticinque miriadi![478] Simili spettacoli durarono quattordici giorni; e mentre Commodo combatteva, noi Senatori (prosegue Dione) ci raccoglievamo colà coi cavalieri..... Prorompevamo con altissime grida, nelle solite acclamazioni; e talvolta esclamavamo: «Signore sei tu, primo, felicissimo; vinci, a memoria di uomini, Amazonio!»

Molti del popolo neppure entravano nell’Anfiteatro: alcuni poi si dipartivano dopo essersi arrestati un momento a guardare: chi _indotto dalla vergogna delle cose che ivi si facevano, e chi per timore_. Erasi infatti sparsa la voce che l’Imperatore avea stabilito di trafiggere con saette gli spettatori: di fare, cioè, ciò che fece Ercole cogli Stinfalidi. Il popolo, d’altra parte, avea ben donde di ritenere per vera quella voce che circolava; giacchè non ignorava che quel mostro una volta riunì in un luogo tutti gli storpi, gli zoppi, ecc.; ed avendo loro circondato le ginocchia con figure di serpenti, e date ad essi delle spugne perchè le lanciassero, quasi fossero pietre, e considerandoli quali giganti, li percosse e li uccise.

«Questo timore[479], era a tutti comune, nè più agli altri che a noi stessi appartenenti; perciocchè anche a noi senatori tal giuoco fece che per quella cagione certissimo eccidio avessimo ad aspettarci. Conciossiachè ucciso avendo egli uno struzzo (Στρουδός), e tagliato ad esso il capo, si accostò al luogo ove sedevamo; e quel capo stendendo a noi colla sinistra, colla destra la spada sanguinosa, nulla disse in vero; il capo suo soltanto crollò, sogghignando colla bocca, a fine di mostrare che la stessa cosa avrebbe a noi fatta. Per la qual cosa movendosi molti al riso, perchè quell’atto invece di timore il riso aveva in noi eccitato, sarebbero stati essi con quella spada medesima trucidati, se io masticate non avessi le foglie del lauro che nella corona aveva; e persuaso non avessi agli altri tutti di fare lo stesso; affinchè con un movimento continuato della bocca, celare potessimo gli indizi del riso........ Nell’ultimo giorno de’ giuochi il di lui elmo fu altrove recato per la porta per la quale sogliono fare uscire i defunti. E da queste cose nacque in tutti l’opinione che la di lui morte fosse assolutamente vicina».

Sotto l’impero di Commodo, la professione di gladiatore, che prima era infame per legge, addivenne tanto nobile, che si formò il collegio _Silvano Aureliano_, il quale era composto di quattro decurie, ed aveva a sua disposizione un tempio dedicato a Silvano[480]. Alla stessa epoca probabilmente rimonta pur anche il _collegio_ degli _Arenarî_ o _Bestiarî_, del quale fa menzione una lapide modenese[481].

Settimio Severo, per celebrare il proprio ritorno, il decennio del suo impero e le vittorie da lui riportate, diè nell’Anfiteatro Flavio varî spettacoli. Dione[482] ce li descrive così: In quell’occasione «sessanta cignali Plauziani[483], per disposizione fatta, tra di essi pugnarono, ed uccise furono molte altre bestie, e principalmente un elefante ed un corocota[484]. Questo è un animale indiano; e allora per la prima volta che io sappia, fu portato in Roma. Il suo colore è quello della lionessa, mescolato con quello della tigre; la sua figura partecipa degli animali medesimi, ed anche di quella del cane e della volpe per singolare radunamento. E formato essendo il ricettacolo delle fiere nell’Anfiteatro a foggia di una nave, così che 400 fiere racchiuder potesse[485] e mandare fuori in una volta; sciolta essendosi quella nave all’improvviso, ne scapparono fuori orsi, lionesse, pantere, lioni, struzzi, asini selvatici, bisonti, i quali sono una specie di buoi barbara per natura ed all’aspetto. Adunque 700 fiere in tutto e bestie da macello furono vedute scorrere, a vicenda; e quindi rimanere uccise. Imperciocchè secondo il numero dei giorni delle feste, che sette furono, sette centinaia di bestie furono ammazzate».

Caracalla si dilettò grandemente dei giuochi gladiatorî e delle _venationes_[486]. Parecchi spettacoli fe’ celebrare nel nostro Anfiteatro: colle proprie mani uccise un elefante, una tigre ed un _ippotigre_[487]. Costrinse il famoso gladiatore Batone, da tutti stimato invincibile, a battersi nello stesso giorno, ed uno dopo l’altro, con altri tre gladiatori: Batone, già sfinito, rimase vittima del terzo.

Antonino Caracalla onorò il cadavere di Batone con pompose e magnifiche esequie[488]; e, per compensare in qualche maniera quel suo atto crudele, gli fece edificare un magnifico sepolcro. Il Fabbretti[489], presso la Via Aurelia, nella villa Doria-Pamphili, ritrasse il disegno del cippo, alto piedi 6, once 6, dedicato a questo famoso gladiatore:

BA . TO . NI .

Sotto il nome così punteggiato, si scorge una figura scolpita, barbata, rappresentante Batone con fasce legate intorno al petto, avente sui lombi una larga cintura, ed al collo una doppia catena, o collana, adornata con due pallottole rotonde (_torques_). Colla destra stringe un coltello; la sinistra è difesa dallo scudo, ed egli ha la testa nuda. Il Winckelmann[490] pubblicò di nuovo questo bassorilievo, e su di esso fece le seguenti osservazioni: «Egli non ha che un gambale alla gamba sinistra, formato da una lastra, e legatovi dietro con delle fasce...... Questa gamba, che mirasi così armata nelle figure di Castore e Polluce, tanto rinomati pei giuochi ginnici, dipinte in un vaso di terra cotta....; sì in due gladiatori impressi in una lucerna anch’essa di terra cotta[491], fanno vedere quest’uso essere stato proprio di coloro che combattevano nei giuochi pubblici. L’andar poi eglino così armati ne fa supporre che i gladiatori, mettessero avanti il piede sinistro, e ritirassero il destro; sebbene la destra gamba di Batone non rimane senza difesa; vedendovisi legato sotto il ginocchio un riparo per li colpi, che l’avversario avesse cercato di dargli in quella parte».

Regnando Macrino, un fulmine, come vedremo, appiccò il fuoco all’Anfiteatro, che rimase perciò mutilo per qualche tempo; ed i giuochi gladiatorî si diedero nello Stadio[492].

Eliogabalo ne intraprese il restauro, e Severo Alessandro lo portò a perfezione. Una medaglia di quest’imperatore (dell’a. 223) rappresenta il combattimento di un uomo con una belva[493] nell’arena dell’Anfiteatro Flavio. Fuori di questo si scorge, su di un piedistallo, un frammento di colonna, e l’imperatore in atto di entrare nell’Anfiteatro, seguito da una guardia: dall’altra parte apparisce una specie di portichetto con frontone[494]. La medaglia ha questa scritta:

IMP . CAES . M . AVR . SEV . ALEXANDER AVG .

e, nel rovescio:

PONTIF . MAX . TR . P . II . COS . P . P . S . C .[495].

Solennissimi furono gli spettacoli che si celebrarono nell’Anfiteatro Flavio sotto l’impero di Gordiano III[496].

Il Lanciani[497] dice: «È notissima la passione della famiglia di Gordiano Giuniore e di lui stesso per le _venationes_, e la loro munificenza nel celebrarle». Gordiano III, per festeggiare il suo trionfo Persico[498], avea preparati in Roma 1000 paia di gladiatori fiscali o di proprietà governativa; 22 elefanti, 10 alci, 10 tigri, 60 leoni mansuefatti, 10 _belbi_ ossia iene, un ippopotamo, un rinoceronte, 10 arcoleonti o leoni di prim’ordine, 10 camelo-pardali, 20 onagri, 40 cavalli indomiti ed altre innumerevoli belve feroci. Ma queste bestie furono esposte dal suo successore ed assassino, Filippo, nei ludi secolari, quando, cioè, nel consolato _suo_ e di _suo_ figlio, celebrò l’anno millesimo della fondazione di Roma[499]. Pomponio Leto è di parere che questi ludi siano stati fatti nel Circo Massimo e nel teatro di Pompeo. Il Muratori[500] dimostra che si diedero nell’Anfiteatro. Nondimeno, come giustamente osserva il Salmasio, essendo probabile che la distribuzione dei donativi, solita a farsi dagli Imperatori al popolo, avesse luogo nell’Anfiteatro Flavio; ed è da credersi che, oltre ai ludi celebrati nel Circo Massimo, se ne celebrassero anche altri nell’Anfiteatro: molto più che Giulio Capitolino pare che distingua i giuochi fatti nel Circo dai doni che si distribuirono nell’Anfiteatro: _et muneribus atque circensibus_.

Anche Probo diede nell’Anfiteatro sontuose cacce nell’anno 281, in cui celebrò il suo trionfo. Vopisco[501] riferisce che in questa circostanza Probo fece uscire dagli ipogei del nostro Anfiteatro 100 leoni di prim’ordine, _iubati_, colle loro giubbe sciolte, i quali coi loro ruggiti facevano rimbombare la cavea a guisa di tuoni; e furono tutti uccisi dai cacciatori. Si diè poscia la _venatio_ di 100 leopardi africani e di 100 siriaci; di 100 leonesse, e 300 orsi insieme; il quale spettacolo, dice il biografo, riuscì più grandioso che gradito: _Magnum magis constat spectaculum fuisse quam gratum._

Alla _venatio_ fe’ seguito un ludo gladiatorio, nel quale lottarono i prigionieri condotti in Roma pel trionfo: questi erano quasi tutti africani, della tribù dei Blemî; e ad essi furono aggiunti alcuni Germani, Sarmati e ladroni Isauri. In tutto, paia 300.

Quando, nel 274, Aureliano condusse sul Campidoglio, dietro al suo carro ed avvinta con catene d’oro, la superba regina dei Palmireni, Zenobia, e i due Tetrici; l’immensa processione fu preceduta da 20 elefanti, 200 belve ammansite, della Libia e Palestina, da diversi _camelo-pardali_, da alci, e da altre simili bestie forastiere[502]. Succedevano a queste 800 paia di gladiatori e i prigionieri delle varie barbare nazioni soggiogate, cioè: gli Alani, gli Arabi, gli Assomiti, i Battriani, i Blemmî, i Persiani, i Goti, i Sarmati, i Franchi, gli Svevi, i Germani, i Vandali, gl’Iberi, gli Eudemoni, i Palmireni e gli Egiziani. I seguenti giorni furono impiegati in combattimenti gladiatorî, in cacce di fiere ed in naumachie[503]: segno evidente che in quei pubblici sollazzi si fecero massacrare i 1600 gladiatori ed i prigionieri.

Imponentissimi spettacoli ebbero luogo nell’Anfiteatro Flavio ai tempi di Caro, Carino e Numeriano (283). Calpurnio ce li descrive particolareggiatamente; e la sua _Ecloga_ è tanto più interessante, in quanto che fu egli teste oculare di ciò che narra. Calpurnio[504] induce il pastore Coridone a descrivere ad un altro pastore, Licota, gli spettacoli dati nel nostro Anfiteatro ai suoi giorni; ed in pari tempo descrive l’anfiteatrale edificio. Noi riportiamo in nota il testo, dando qui relegante traduzione del march. Luigi Biondi pubblicata in Roma nel 1841.

«Coronato di travi in un conteste Vidi il superbo Anfiteatro al cielo Surgere, quasi del Tarpeio colle Sovrastando alla vetta; e vidi immenso Ordin di gradi dolcemente acclivi. Pervenni là dove la sozza plebe In abbrunati vesti, avea suo loco Infra le logge ove sedean le donne; Perchè lo spazio, che non chiuso giace Sotto l’aperto ciel, riempivan densi I cavalieri e i candidi tribuni. Appunto come questa valle in giro Spazïoso dilatasi, ed i suoi Fianchi inarcando, concava si curva Per entro una catena di montagne Incoronate di pendenti selve; Così pur ivi flessuoso cerchio Cinge lo spazio della curva arena: E due gran moli torte in egual arco Forman conesse insieme egual figura. Come ridir potrò le cose tutte, Se tutte contemplarle a parte a parte Io medesimo non valsi? fulgor tanto D’ogn’intorno la vista mi percosse! . . . . . . . . . . . . . . . . Coverto d’auro il portico, di gemme Ricoverta del portico la fascia, Splendevano a vicenda: e colà dove Ha termine l’arena, e il vasto circo Chiudesi di marmorea muraglia, Eran d’avorio levigate ruote, Il cui volubil perno delle fere, Col volger pronto, l’adugnar fu vano, E si avventan, le rovescia a terra. Splendevan anco di fin auro attorte Le reti che sporgeano inver l’arena Per più denti disposti a ugual distanza: Ed era (s’io pur merto fede alcuna, La mi porgi, o Licota) era ogni dente Assai più lungo d’un de’ nostri aratri. Che mai per ordin potrei dirti? Io vidi Ogni sorta di belve: i bianchi lepri; I cinghiali col corno; e la manticora; E persin l’alce trasportata insieme Cogli alberi del bosco ov’ella nacque. Vidi pur tauri moltiformi: alcuni Squassan le giubbe per lo collo, e ad altri Aspra la barba giù dal mento scende, E setolosa la giocaia trema, Nè solo io vidi le silvestre fere; Ma vidi pur gli equorei vitelli Affrontati con orsi: anco la belva Vidi del nome del cavallo degna, Se ben deforme, che in un fiume nasce.... Quel fiume che trabocca e i colli irriga. Oh quante volte trepidando scôrsi Spalancarsi l’arena, e dall’aperta Voragin della terra emerger belve! E spesso fuor de le latebre istesse Crebber piante che avean d’auro le fronde, E le cortecce del color del croco»[505].

Contro il costume dei suoi antecessori, sembra che Diocleziano non abbia dato nell’Anfiteatro Flavio solenni giuochi, neppure allorchè venne in Roma per celebrarvi i vicennali. Il Muratori[506] dà di questo fatto, quasi singolare, la spiegazione seguente:

«Parla ancora (Lattanzio) di sontuosi conviti dati in questa occasione da Diocleziano, ma non già dei solenni giuochi, siccome costumarono i precedenti Augusti, perchè egli, studiando il più che potea il risparmio, si rideva di Caro e d’altri suoi predecessori, che secondo lui scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli. Uscirono perciò contro di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo egli soffrire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi da Roma e di andarsene a Ravenna verso il fine dell’anno, senza voler aspettare il primo dell’anno seguente, in cui egli doveva entrar Console per la nona volta».

Ed ora eccoci ai Cesari cristiani. Costantino, nell’anno 325, che è l’anno del Concilio Niceno[507], diresse da Berito (Beirut) a Massimo una legge[508], colla quale proibiva universalmente gli spettacoli gladiatorî, e li vietò non soltanto per aver letto i libri di Lattanzio Firmiano[509], ma molto più perchè il cristianesimo fu mai sempre nemico acerrimo della barbarie e d’ogni crudeltà. «Sono notissime, dice il ch. Lanciani[510], le fasi della lotta lunga e pertinace sostenuta dalla nascente civiltà cristiana e dal mitigarsi della fierezza degli antichi costumi contro i giuochi gladiatorî».

Già nel 315 Costantino ordinava ad Eumelio (il quale nell’anno seguente diveniva vicario dell’Africa) di togliere l’uso di marcare in fronte con ferro rovente i gladiatori condannati a morte; e ciò, _per non disonorare il volto umano, in cui si traluce sempre qualche vestigio della beltà celeste_[511]. Dalla stessa _Berito_ emana Costantino un’altra legge, vietando assolutamente ai giudici di condannare i rei alla condizione gladiatoria; e comanda che questa pena sia commutata co’ lavori forzati alle miniere, affinchè, senza spargimento di sangue, il reo subisca la pena dei suoi delitti: nell’ozio civile, e nella domestica quiete non piacciono gli spettacoli sanguinosi[512].

Ma il popolo amava troppo i vietati divertimenti! Non era prudente urtare soverchiamente la sua passione; e quindi fu mestieri tollerare ancora gli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio. Ce n’è testimonio S. Agostino[513], il quale narra che circa l’anno 390 venne in Roma Alipio, il quale fu talmente violentato dai suoi amici a portarsi al nostro Anfiteatro, onde assistere ai ludi gladiatorî, che finalmente s’arrese. Alipio era cristiano; l’avea battezzato S. Ambrogio in Milano; e, nell’accondiscendere ai suoi amici, fè proposito di assistere ai giuochi cogli occhi chiusi. Resistè per molto tempo in questa posizione; ma verso la fine dello spettacolo, il popolo, per una singolare presa di gladiatori, proruppe in una grande acclamazione; e il povero Alipio non potè più a lungo resistere: fu vinto dalla curiosità, aprì gli occhi, e alla vista dello spettacolo rimase ferito nel cuore: _spectavit, clamavit, exarsit, abstulit secum insaniam, qua stimularetur redire et alias trahens_.

Anche fuori di Roma si proseguì a dare qualche spettacolo gladiatorio. Labanio Antiocheno[514] afferma che, solo quattr’anni dopo la legge suddetta, il suo zio materno diede in Antiochia una meravigliosa giostra di gladiatori.

Nell’anno 357 l’Imperatore Costanzo ordinò ai _munerarii_, sotto multa di 6 libbre d’oro, di non adescare col danaro i soldati; e proibì, in pari tempo, a coloro che avessero una dignità palatina, di ascriversi al detestabile ceto gladiatorio. Stabilì inoltre di rimettere ai maestri dei cavalieri e dei pedoni, nonchè ai governatori di palazzo, i militi e palatini che spontaneamente si presentassero al detto _munerario_ per divenire gladiatori[515]. Nel Lanciani[516] leggiamo: «Costanzo e Giuliano ai 16 di ottobre del 357 indirizzarono ad Orfito pr. urb. altra costituzione sullo stesso argomento[517], confermata da Arcadio e da Onorio nel 397. La mala usanza prevalse ad onta di tutti quegli editti».

Gl’Imperatori Valentiniano e Valente (a. 364) ordinarono a Simmaco, Prefetto di Roma, che nessun cristiano, per qualsivoglia delitto, venisse più condannato ai ludi gladiatorî[518].

Nell’anno 397 Arcadio ed Onorio proibirono ai Senatori di ricevere i gladiatori al loro servizio; ed ordinarono che presentandosi essi a questo scopo, si trasportassero nelle più remote solitudini[519].

Apprendiamo da Prudenzio[520] che sotto l’impero di Onorio si davano ancora spettacoli gladiatorî. Il poeta ci descrive gli spettatori di quei barbari ludi:

_Respice terriferi scellerata sacraria ditis,_ _Cui cedit infausta fusus gladiator harena;_

detesta quel crudele piacere:

_Quid mortes juvenum? quid sanguine pasta voluptas?_ _Quid pulvis caveae semper funebris, et illa_ _Amphitheatralis spectacula tristia pompae?_ e rivolgendo la parola all’Imperatore, lo scongiura perchè voglia una buona volta abolire quelle scelleratezze:

_Quid genus, ut sceleris, iam nesciat aurea Roma,_ _Te precor, Ausonii dux augustissimi regni,_ _Et iam triste sacrum jubeas, ut caetera tolli._

Onorio! prosegue Prudenzio, tuo padre (Teodosio il grande) vietò di sacrificare agli idoli, e fece bene; ma tu maggior gloria t’acquisteresti se vietassi il massacro umano, o i ludi gladiatorî, permettendo le sole _venationes_:

_Ille urbem vetuit taurorum sanguine tingi:_ _Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari._ _Nullus in urbe cadat, cujus sit poena vuluptas,_ _Nec sua virginitas oblectet coedibus ora._ _Jam solis contenta feris infamis harenae,_ _Nulla cruentatis homicidia ludat in armis_[521].

Nel 403 o 404, in seguito alla ben nota uccisione del monaco Telemaco[522], della quale noi già trattammo nell’_Introduzione_, ebbero fine i giuochi gladiatorî[523].

Le _venationes_ proseguirono a celebrarsi fino al secolo VI. Quantunque la lotta degli uomini colle belve fosse pur essa sanguinosa, nondimeno i principi e gli scrittori non la riguardarono molto dal lato umanitario. Due, a mio parere, ne furono le ragioni: 1.º, perchè era quasi impossibile l’intiera, simultanea e repentina abolizione degli spettacoli gladiatorî e venatorî, pei quali, come è noto, i popoli nutrivano tant’affetto; 2.º, perchè i bestiarî od arenarî erano quasi tutti rei di delitti capitali, e quindi doveansi sottoporre all’estremo supplizio; perciò si credè più opportuno ed umano che morissero uccisi dalle belve, piuttosto che per mano de’ loro simili.

Nel 399, per celebrare e solennizzare il consolato di Flavio Manlio Teodoro, si diedero nell’Anfiteatro delle cacce; e Claudiano, nel panegirico che pronunziò di quel console ed in quella occasione[524], passò in rassegna le fiere che in quella _venatio_ dovean irrigare di sangue l’arena.

Essendo Imperatore Teodosio e Placido Valentiniano (a. 442), le _venationes_ erano ancora in vigore, giacchè sappiamo che il Prefetto Rufo Cecina Felice Lampadio, restituì, come vedremo nel seguente capitolo, l’arena, il podio, ecc. A suo luogo riporteremo le lapidi che ricordano questi restauri.

Nel 519 Eutarico Cillica, sposo di Amalasunta, figlia di Teodorico, si portò in Roma per celebrare, con elargizioni e sontuose feste, il suo consolato. All’uopo si fecero venire dall’Africa belve feroci e peregrine, le quali, per le loro strane forme, eccitarono gran maraviglia negli spettatori[525].

Nell’anno 523 finalmente, assumendo il consolato Anicio Massimo, si diedero nell’Anfiteatro Flavio gli ultimi spettacoli, dei quali rimanga memoria.

Calati in Italia i Goti col loro Re Witige (a. 537), assediarono Roma. Belisario venne in soccorso dei Romani[526], e alla prigionia di S. Silverio seguirono altre calamità. Roma ebbe allora ben altro a pensare; e i giuochi anfiteatrali cessarono onninamente. E molto meno si pensò ad essi in appresso, nel tempo che la capitale del mondo fu oppressa dal duro giogo dei Goti e dei Longobardi, sino ai tempi di Carlo Magno (see. VIII).

Ed ora, prima di chiudere questo capitolo mi sia lecito presentare in nota ai lettori il testo di una lettera che Teodorico inviò al console Massimo[527]. In questa lettera il re gotico raccomanda a Massimo di rimunerare con lauti premî i venatores, e di premiarli più generosamente che i lottatori, i sonatori ed i cantanti; perchè quelli (dice), ond’essere applauditi, si espongono nell’arena dell’Anfiteatro Flavio a divenire preda certa delle feroci belve, ed a provare (prima che lo spirito abbandoni le lacere membra) i più crudeli tormenti. Detesta un tale spettacolo, inventato per onorare la Scitica Diana, la quale dilettavasi dell’effusione del sangue. Dopo una breve descrizione dell’Anfiteatro Flavio, Teodorico passa a narrare la maniera degli inumani ludi; quindi raccomanda di nuovo al console di mostrarsi liberale verso quegli uomini, che, per festeggiare il suo consolato, sono invitati alla morte; e conchiude: «Ahi deplorevole errore degli uomini! Se un lieve lume splendesse di ciò che richiede giustizia, di tante ricchezze si userebbe a favore della vita dei mortali, piuttosto che gittarle per procurarne la morte».

«È singolare, conchiuderò col Gori[528], il modo di ragionare di Teodorico. Giudica l’atto detestabile; ma, per non opporsi al fanatismo popolare, non solo ordina di tollerarlo, ma anche di ricompensarlo con molta liberalità!».

CAPITOLO QUINTO.

L’Anfiteatro Flavio danneggiato e restaurato.

Capitolino, nella vita di Antonino Pio, ricorda un restauro fatto da quest’Imperatore. Tale restauro si crede comunemente occasionato dal grande incendio avvenuto in Roma sotto lo stesso imperatore, fondandosi sul passo di quell’autore[529]: _Adversa eius temporibus[530] haec provenerunt.... Romae incendium quod trecentas quadraginta insulas vel domos absumpsit.... opera eius haec extant: Romae Graecostadium post incendium restitutum, instauratum amphitheatrum_. Ma se al Ch. Lanciani[531] sembrò un _mistero_ l’incendio dell’Anfiteatro Flavio, prodotto da un fulmine (il che peraltro potè avvenire a cagione delle molte parti lignee, che si trovavano internamente sulla sommità dell’Anfiteatro), a me sembra, più che un mistero, un’impossibilità fisica che un incendio avvenuto nelle vicinanze del Grecostadio, _Graecostadium post incendium restitutum_, ed estesosi fin presso l’Anfiteatro, avesse potuto colle sue vampe traversare un’area libera che lo circondava: area che nel punto più stretto era di circa 25 metri; ed abbia potuto danneggiare il colossale recinto esterno di travertino, il quale, del resto, noi vediamo tuttora illeso, se facciamo eccezione di tre o quattro archi del piano terreno, che, come è noto, soffrirono il fuoco nel medio evo.

Del restauro di Antonino Pio non se ne hanno documenti epigrafici, lo che indica essere stata cosa di lieve momento. Il Mezzabarba, nel suo volume delle medaglie, assicura trovarsene una coll’effigie di Faustina, moglie di Antonino Pio, coniata dal Senato, colla scritta:

PVELLAE FAVSTINIANAE S. C.

e portante sul rovescio la figura di un edificio non dissimile dal nostro Anfiteatro. Questa medaglia, prosegue il Mezzabarba, fu conservata nel Museo Bassetti; e, secondo la descrizione trasmessagli dal Noris, giudica che siffatto edificio rappresenti il restauro di quest’Anfiteatro, eseguito da Antonino Pio in onore e memoria della sua moglie Faustina. «Di qual sorta però fosse, dice il Marangoni[532], non ne troviamo memoria».

Sotto il brevissimo impero di MACRINO[533], l’Anfiteatro Flavio arse. Dione[534], che fu teste oculare, così parla[535]: «Il teatro venatorio[536], percosso dal fulmine nello stesso giorno dei Vulcanali, fu così incendiato, che rimasero incendiati tutti i gradini ed il recinto superiore; e tutto il resto fu dal fuoco danneggiato. Nè giovò l’aiuto umano, quantunque vi scorresse, per così dire tutta l’acqua di Roma; nè potè arrestarlo la pioggia, che in grande copia e veemenza cadeva; quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti venisse assorbita dalla forza dei lampi: e vi si aggiunse che per questo motivo lo spettacolo dei gladiatori per molti anni si diede nel circo».

Ma come mai il fulmine potè far ardere l’Anfiteatro? Il Ch. Lanciani[537] dice a tal proposito: «per me è un mistero che il Colosseo possa essere stato da un fulmine ridotto a così mal termine, d’aver avuto bisogno di non men di sei anni per ripararlo. D’altronde il fatto è provato dalla testimonianza di Dione, dalle monete di Severo Alessandro e dai grandi restauri di quell’età». Ma se si rifletta che la parte superiore dell’Anfiteatro era circondata da una grande quantità di legname; che sul terrazzo del portico v’erano attorno attorno arrotolate le voluminose tende di ciascun settore del velario e l’immenso cordame per distenderle; che v’erano inoltre 240 verricelli lignei, i quali erano necessarî per la giusta tensione dei canapi, e che, verosimilmente erano incatramati e formavano l’ossatura del velario stesso; non si rimarrà più tanto dubbiosi in ammettere che un fulmine, investendo le travi esterne verticali foderate di bronzo, abbia potuto produrre una tanto disastrosa catastrofe, e danneggiare la parte marmorea del monumento. Sembra che in quell’occasione andò in fiamme pur anche il pavimento o suolo ligneo dell’arena, del quale il Lanciani[538] scrive: «L’arsione poi del pavimento o suolo dell’arena, dimostrerà a coloro che non la vogliono intendere, che, almeno fino dal principio del terzo secolo, l’arena lignea era pensile sulle proprie costruzioni».

Nell’anno stesso dell’incendio, ma prima che questo avvenisse, Macrino avea già aboliti i giuochi volcanali; ma la rovina dell’Anfiteatro, avvenuta ἐν ἀυτῆ τῶν Ἠφαιστείων ἡμέρα, cioè nel giorno stesso nel quale avrebbero dovuto aver luogo i ludi aboliti, destò nel popolo tal terrore superstizioso, che ne domandò e ne ottenne il ripristinamento[539].

Sotto l’impero di Eliogabalo, s’iniziarono i restauri del nostro edificio: _Et Amphitheatri instauratio post exustionem_[540]; e nell’anno 223 Severo Alessandro li proseguì[541], ordinando che le tasse sborsate dalle donne di male affare si destinassero ai restauri dell’Anfiteatro, del teatro di Marcello, del circo e dell’erario: _Lenonum vectigal, et meretricum, et exoletorum in sacrum aerarium inferri vetuit, sed sumptibus publicis ad instaurationem theatri, circi, amphitheatri et aerarii deputavit_[542]. Severo Alessandro condusse a termine il restauro; e di questo risarcimento fa fede quel nummo già da noi riportato al capitolo quarto, e che nel diritto presenta la protome dell’Imperatore paludata, coll’epigrafe:

IMP . CAES . M . AVR . SEV . ALEXANDER AVG .

e nel rovescio, l’Anfiteatro con combattenti, e fuori di esso persone togate, ed intorno la scritta:

PONT . MAX . TR . P . II . COS . P . P . S . C .[543] (a. 976/223).

Il Maffei crede che l’ultima mano al restauro l’abbia data Gordiano Pio (a. 238); e lo deduce da quell’insigne medaglione che egli riporta nella tav. I della sua opera sull’anfiteatro di Verona. La medaglia offre nel dritto la protome di Gordiano III, coll’epigrafe:

IMP . GORDIANVS PIVS FELIX AVG .[544]

e, nel rovescio, l’Anfiteatro avente a sinistra la Mèta ed il Colosso, a destra una specie di portichetto arcuato, sostenuto da colonne ed ornato di timpano il quale copre una statua stante; in mezzo all’arena poi presenta un toro alle prese con un elefante, e nel dintorno l’iscrizione:

MVNIFICENTIA GORDIANI AVG.

In basso si scorge l’Imperatore a cavallo, munito di scettro e preceduto da una Vittoria; e dietro il cavallo, un soldato. Questa medaglia o monumento numismatico non presenta una data positiva, ma certo appartiene al periodo fra l’anno 238 dell’êra volgare (in cui Gordiano ebbe il titolo d’Augusto) e l’anno 244, quando Gordiano rimase estinto pel nero tradimento di Filippo[545]. Anche il Canina[546] è di parere che Gordiano abbia aggiunte altre opere all’Anfiteatro. Ma il Ch. Lanciani[547] dice che questa asserzione è gratuita; imperocchè di Gordiano Giuniore _opera.... Romae nulla extant praeter quaedam nymfia_ (sic) _et balneas_[548].

Circa l’anno 259 o 260 l’Anfiteatro Flavio tornò a subire un nuovo incendio; ma il danno fu lieve, e il monumento venne tosto restaurato dall’Imperatore Decio[549]. Se di questo restauro ne fu lasciata memoria in marmo, questa è perita.

Una legge[550] emanata da Costantino in Sardica il 17 Dicembre, e ricevuta gli otto marzo del 321, si riferisce alla consulta degli aruspici, in caso che un fulmine colpisse un pubblico edificio. In questa legge parlasi di un anfiteatro, e molti pensano che si alluda all’Anfiteatro Flavio. Se così fosse, il danno prodotto dal fulmine dovè essere di piccolissimo momento, giacchè nè gli storici nè i cronografi ne fanno menzione.

Nel 357 l’Anfiteatro era nella sua piena integrità. Ammiano[551] ricorda la nostra grandiosa mole con maraviglia: _Inter alia, Amphitheatri molem solidatam lapidis tiburtini compage, ad cuius summitatem aegre visio humana conscendit_.

Paolo Diacono narra che circa l’epoca dell’irruzione degli Unni nella Tracia e nell’Illiria[552], Roma fu scossa da un violento terremoto, il quale danneggiò e fe’ crollare molti insigni edificî: _Sub his fere diebus tam terribili terraemotu Roma concussa est, ut plurimae aedes eius et aedificia corruerunt_[553].

Fra gli edifici danneggiati vi fu probabilmente anche l’Anfiteatro Flavio, giacchè, regnando Valentiniano III, negli anni cioè 425-455, ebbero luogo in esso importantissimi restauri. Ci porge questa notizia la epigrafe seguente:

[Illustrazione: Iscrizione]

Quest’epigrafe, pubblicata dal Fea[554] e riprodotta dal Parker[555], e incisa in un masso di «_marmo pantelico.... quadrato_ di circa 20 palmi in lunghezza.... rotto, cadendo dall’alto, e di altezza 5 palmi, once 7.... Ha servito prima questo masso a due altri usi. In principio forse per pilastro o spalla a qualche edifizio grandioso, come quelli dell’Arco di Tito: perchè vi si vede, nella faccia sotto l’iscrizione per lungo, un festone simile di frondi e di animali, di assai buona e grandiosa maniera.... Dove è l’attuale iscrizione prima ve ne era un’altra in caratteri assai più grandi di bronzo, come si rileva dagli incavi delle lettere ancora esistenti in molti punti di tutte le linee: malgrado che siano state rasate le lettere per incidervi le nuove.... È notabile il luogo ove si è trovato il marmo. Questo è nel grande portico di mezzo.... poco avanti verso l’arena ai due piloni di travertini, sopra una selciata grande salita, fattavi nei bassi tempi.... E questa è la terza selciata che si è discoperta»[556].

Il marmoreo ricordo conservasi presso il luogo della scoperta. Le lacune dell’iscrizione sono state così supplite:

_Salvis_ [_dd_] _nn Theodosio et Placido V_[_alentiniano augg._] _Ruf_[_us_] _Caecina Felix Lampadius v. c._ [_et inl. praef. urbi_] _ha_[_re_]_nam amphitheatri a novo una cum po_[_dio et portis_] _p_[_ost_]_icis, sed et reparatis spectaculi gradibus_ [_restituit_]

Noi già demmo il nostro giudizio nel supplemento di quest’epigrafe e sulla frase: _Portae Posticae_ usata in questa lapide[557].

V’ha un frammento epigrafico che dice:

SALV( d. n.... VC ET [Illustration:ill-fogl.jpg] TASIV VM (C. I. L. VI, p. 860, n. 83 _Addit._ 32099).

Questo frammento è più oscuro dell’altro che troviamo nel C. I. L. p. 860, n. 95, il quale benchè si riferisca certamente ad un restauro, nondimeno per essere troppo meschina cosa non possiamo giudicare della qualità dei restauri stessi. Ecco il frammento:

_salv_IS . DD _nn_ . _theodosio et_ _placi_DO VA_lentiniano augg._ _anici_VS AC_ilius Glabrio Faustus_ (?) _v . c . et inl . praef . urbi restituit_ (?)

«Negli anni 467-472, un _Messius Phoeb_..., probabilmente prefetto della città, condusse nuovi restauri nell’Anfiteatro. Ne fan fede quattro brani di epigrafe scoperti negli ultimi scavi:

[Illustrazione: Iscrizione]

«I frammenti _a b_ sono editi nel C. I. L. VI, p. 860, 100: il frammento _c_ è inedito: il frammento _d_ sta pure nel C. I. L. p. 860, n. 86. Mi sembra evidente trattarsi di due versioni dell’istessa iscrizione, la quale ricorda restauri che non è possibile determinare con precisione. Il nome dell’autore dei restauri si ritroverà nell’iscrizione dei sedili. I frammenti sopra riferiti sembrano chiamarlo _vir clarissimus et inlustris praefectus_ u(_rbi_) patricius co(_ns_) ordinarius cet.»[558].

Un altro terremoto danneggiò l’Anfiteatro Flavio, essendo Prefetto di Roma Decio Mario Venanzio Basilio; e questi lo restaurò _sumptu proprio_, forse nell’anno 508. Tre iscrizioni rinvenute nell’Anfiteatro ce ne fanno fede.

La prima dice:

VENANTI [=VC] [=COS] DECIVS MARIVS VE NANTIVS BASILIVS [=VC] ET [=IN]L PRAEFECTVS VRBI PATRICIVS CONS a 508 ORDINARIVS ARENAM ET PODIVM QVAE ABOMI NANDI TERRAE MOTVS RVINA PROSTRA VIT SVMPTV PRoPRIo RESTITviT[559]

«Nel 1810, nella prima arcata in fuori della parte Nord, a sinistra dell’ingresso, sepolta da calcinacci»[560] si trovò una lapide opistografa. Nella fronte si legge:

_d. n. i_NVICTISSIMO _m. au_RELIO. _ca_RINO. PIO _fel. i_NVICTO. AVG a. 284/85 _chre_SIMVS TABVL. _su_MMARVM RATIONVM _cu_M PROXIMIS ET ADIV_tori_B _nu_MINI EIVS DICA TISSIMI

Nel lato opposto:

DECIVS MARIUS VENAN TIVS BASILIVS [=VC] ET [=INL] PRAE FECTVS [=VRB] PATRICIVS CONSVL ORDINARIVS ARE NAM ET PODIVM QVAE ABONTINANDI TER RAE MOTVS RVIN PROS TRAVIT SVMPTV PROPRIO RESTITVIT

Il 23 agosto 1813 fu trovata questa iscrizione in pessimi caratteri nell’Anfiteatro Flavio, benissimo conservata. Stava in origine sul podio dalla parte settentrionale verso il tempio di Roma e Venere, poi caduta giù nell’Arena»[561].

DECIVS MARIVS VENANTIVS (_sic_) BASILIVS [=V] [=C] ET I[=N]L P[=RA]EF [=VRB] PATRICIVS CONSVL oRDINARIVS ARENAM ET PODIVM qVAE ABoMI NANDI TERRAE Mo TVS RVINA PROS TRAVIT SVMPTV PRO PRIO RESTITVIT[562]

Decio Marco Venanzio Basilio visse ai tempi di Teodorico[563], ed alcuni cronografi fissano la prefettura di Basilio all’anno 508. I restauri dell’arena e del podio si praticarono probabilmente dal Prefetto della Città poco prima dei giuochi venatorî esibiti da Cillica.

Nel Marangoni[564] si legge: «Il sig. cav. Maffei[565] dice essere stato scritto che mons. Ciampini possedesse un’iscrizione, in cui facevasi memoria di un risarcimento del Colosseo fatto da . . . . . Teodorico: ma che avendo egli pregato mons. Bianchini . . . . questa iscrizione non si è potuta trovare»[566].

L’iscrizione era verosimilmente uno dei soliti sigilli figulini:

✠ REG. D. N. THEODERICO. FELIX. ROMA ovvero BONO. ROME[567]

PARTE II.

DAL SECOLO VI AL MEDIO EVO.

CAPITOLO PRIMO.

Il Colosseo — Origine di questa voce.

Sòrte le ostilità fra i Goti e l’Impero d’Oriente, Roma andò soggetta per venti e più anni a gravissimi mali. Non pare perciò probabile che in quel tempo il popolo romano pensasse ai giuochi ed ai pubblici divertimenti. Svanì pian piano l’uso degli spettacoli anfiteatrali; e la _grande_ e _venerabile mole_ dei Flavî rimase inutile e quasi abbandonata: così principiò a soffrire gli insulti degli uomini e dei tempi.

Quando nell’anno 663 l’Imperatore Costantino III venne in Roma, l’Anfiteatro Flavio conservavasi ancora intatto. Costantino depredò i bronzi dei romani monumenti: «XII dies in civitate Romana perseverans (Costantinus), omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis deposuit; sed et ecclesiae sanctae Mariae ad Martyres quae de tigulis aereis erant discoperuit et in regia urbe cum alia diversa quas deposuerat direxit»[568].

Costantino III fu dunque causa della mancanza degli oggetti di bronzo che si è verificata in quasi tutti gli scavi praticati nel nostro Anfiteatro; e probabilmente fu pure ai tempi di quell’Imperatore che scomparvero i clipei di bronzo e le coperture delle travi esterne del velario: anzi, con ogni verosimiglianza, fu egli stesso il rapitore della famosa statua colossale ricordata da Marziale, e che noi scorgiamo raffigurata sulle medaglie di Gordiano III, posta sopra un basamento, quasi di contro alla Mèta Sudante. È vero che lì presso, come scrive Flaminio Vacca[569], fu rinvenuta una testa colossale di bronzo[570], rappresentante, secondo il parere di alcuni, Commodo; ma quel rinvenimento non può fare ostacolo alla supposizione accennata, perchè quella testa, secondo il giudizio degli scultori, e come leggesi nel Venuti[571], non corrisponde alle misure del _Colosso_ lasciateci dagli scrittori antichi.

Se la famosa _profezia_ attribuita al Ven. Beda fosse autentica, e se l’interpretazione che ne dànno alcuni storici _antico-moderni_ fosse giusta, noi potremmo ritenere che nel secolo VIII l’Anfiteatro Flavio si conservasse ancora integro. Ma poichè oggi si dubita dell’autenticità di quel passo[572], ed è ben diversa l’interpretazione che varî storici contemporanei ci offrono di esso; non potrà sentenziarsi sull’integrità dell’Anfiteatro nel secolo VIII, fino a che sulla _profezia_ di Beda non si sparga nuova luce. Sappiamo nondimeno che in quel secolo la celeberrima _mole dei Flavî_ incominciò ad esser chiamata, anche da scrittori serî, indifferentemente _Amphitheatrum_ e _Colosseum_. Nell’_Itinerario_ di Einsiedeln[573] leggiamo infatti: «_Palatin traiani_. AMPHITHEATRUM»; nel Libro Pontificale invece[574] troviamo: «COLOSSEUM».

Si disputa fra i dotti se l’Anfiteatro Flavio abbia avuto il nome di _Colosseo_ per la grandiosità della sua mole, ovvero se questa voce abbia tratto origine dal vicino _Colosso di Nerone_[575]; o se finalmente tal denominazione abbia avuto principio dalla posizione topografica del monumento: vale a dire, se l’etimologia del Colosseo, il quale «_trovavasi nella regione d’Iside e Serapide_», provenga _dalla corruzione della voce Collis Isaeum_[576].

Riportiamo le ragioni dei singoli scrittori, ed esaminiamo le loro sentenze.

Il Donati, il Nardini, il Ficoroni, il Venuti e generalmente tutti i topografi di Roma fino al Nibby, opinarono che «Colosseo» derivi dal _Colosso di Nerone_, che sorgeva prossimo all’Anfiteatro Flavio, e che quel nome sia stato usato per la prima volta nei _secoli barbari_.

Questi archeologi vedevano tanto limpida detta derivazione, da crederne inutile un’opportuna dimostrazione. — Che il _Colosso_ di Nerone fosse celebre nell’antichità, ce l’attesta il ricordo che, con segni di vera ammirazione, ce ne trasmisero gli storici ed i poeti; e più ancora lo deduciamo dalla festa annua che ai 6 di Giugno celebravasi in suo onore e che ci è stata tramandata dal Calendario Filocaliano colla frase: _Colossus coronatus_. Questa festa fu probabilmente istituita in memoria della dedicazione di quel _Colosso_ al _Sole_, allorquando Vespasiano, _damnatis sceleribus illius principis_, cioè di Nerone, lo coronò con sette raggi colossali[577]. Ma non sembra credibile che quei dotti abbiano potuto opinare che l’Anfiteatro Flavio assumesse il nome di Colosseo _nei secoli barbari_. Essi infatti dovean sapere (o almeno dubitarne) che a quei tempi il _Colosso_ non più esisteva. Io mi permetterei piuttosto congetturare che quegli scrittori pensassero invece che quella voce fosse un’eco di un _modo volgare antico_, venuto in uso ai tempi di Adriano, e precisamente allorquando quel _celeberrimo Colosso Neroniano_ venne collocato a pochi passi dall’Anfiteatro.

Di questo trasporto, fatto dal suddetto Imperatore, ce ne trasmise la memoria Sparziano[578]; e la somma difficoltà dell’impresa e la sua felice attuazione dovettero senza dubbio lasciare nel volgo una profonda impressione, la quale potè in seguito influir tanto da far sostituire nel discorso volgare alla parola _Amphitheatrum_ la voce _Colossus_. E ciò potè facilmente avvenire cambiando la frase _ire ad amphitheatrum_, in: _ire ad colossum_; cangiamento il quale avrebbe dato, in questo caso, origine alla frase (ora un po’ strana, ma forse allora semplicissima): _ad Colossum eo_; espressione che, per una naturale eufonia, potè divenire AD COLOSS’EO; e poichè nell’Anfiteatro Flavio si davano continui spettacoli, e v’era quindi occasione frequente di usare quella frase, pian piano l’Anfiteatro Flavio divenne addirittura il Colosseo.

Un caso non simile ma uguale è avvenuto ai tempi nostri. Il teatro principale di Roma, detto di Apollo, sorse presso la _Torre di Nona_; e sebbene questa torre non si possa affatto paragonare al famoso _Colosso_ di Nerone, pur nondimeno essa diè il nome al teatro; e detta denominazione fu usata da tutti indistintamente, anche dalle persone di più alto ceto, in modo, che formatasi dalle due parole un’unica voce, ognuno per dire: _vado al teatro_ di Apollo, diceva: _vado a Tordinona_. Non pare adunque impossibile che anche gli antichi invece di dire: _ad amphitheatrum eo_, dicessero: _ad colossum eo_ e poscia, per eufonia, _ad Coloss’eo_[579].

Se poi si volesse ricercare nell’antichità un’origine più conforme alla gravità di quei dotti, potremmo opinare che quel vocabolo si principiasse ad usare subito dopo effettuato il trasporto del _Colosso_ a pochi passi dell’Anfiteatro; e che, come da _Isis_ nacque _Isaeum_, da Adriano _Adrianeum_, ecc.; così anche dal Colosso sia nata la voce _Colosseum_.

In ogni modo, che l’Anfiteatro Flavio sia stato chiamato dal volgo _Colosseo_ prima del secolo VIII è un fatto certo; e una prova la troviamo negli stessi documenti del secolo VIII, nei quali la parola _Colosseo_ è usata come nome proprio dell’Anfiteatro a tutti cognito.

Il Maffei, il Mazzocchi, il Nibby ed altri ritengono che l’Anfiteatro Flavio non abbia preso il nome di _Colosseo_ per il Colosso, ma per la sua colossale mole. Ecco le parole del Maffei[580].

«Questa mirabil mole chiamasi in Roma per tradizione immemorabile il Coliseo; in latino si trova scritto _Coliseum_ o _Colosseum_. Il comune consenso dei moderni scrittori ha già fissato da gran tempo, che così si denominasse l’Anfiteatro dal popolo, perchè in poca distanza da esso stesse il Colosso di Nerone: ma alcune considerazioni io proporrò, perchè altri giudichi se così debba continuarsi a credere. Il Colosso di Nerone[581] alto 120 piedi, opera di Zenodoro, fu collocato nel vestibolo della sua Casa aurea. Abbiamo un epigramma di Marziale[582] per cui si trova Tito d’aver restituita all’uso pubblico, e convertita in benefizio comune quella grande parte di Roma che Nerone aveva occupata con la sua casa. Vediamo in esso, come ov’era prima l’atrio, Tito fece strada, in poca distanza dalla quale era il Colosso, e vediamo come _la venerabil mole dell’Anfiteatro_ non fu alzata nel sito dell’atrio, o sia del vestibolo, ma in quello delle peschiere (_stagna Neronis erant_), che dovean certamente essere dal vestibolo assai lontane. Presso all’Anfiteatro, ov’eran prima orti e passeggi, fece Terme chiamate da Marziale veloci doni (_velocia munera_); la ragione appar da Suetonio, che dice furono edificate in fretta (_celeriter extrudis_).

«Altre osservazioni ancora par che persuadano rimanesse in non piccola distanza dall’Anfiteatro il Colosso di Nerone. Fu esso poi mosso dal suo luogo, e fatto trasportare da Adriano: secondo Sparziano fu allora dedicato al Sole; ma sappiam da Plinio[583], _damnatis sceleribus illius principis_, che ciò era fatto fin dai suoi tempi, in odio alle scelleraggini di Nerone, e però quando il fece ristorar Vespasiano, di che parla Suetonio. Commodo poi lo tramutò di nuovo, fattagli levar la testa con riporvi la sua. Ora dice Sparziano che nel sito ov’era prima il Colosso, fu poi fatto il Tempio della _Dea Roma_ (_De eo loco in quo nunc templum Urbis est_), quale non sarà certamente stato a ridosso dell’Anfiteatro; anzi convien dire ne fosse assai lontano, s’è il mentovato da Vittore in region diversa (_Templum urbis Romae_). L’istesso autore mette pure in region diversa dall’Anfiteatro un Colosso, distinto tra gli altri, e di consimil grandezza, che per quello appunto di cui si parla, par si palesi dall’aver avuto sette raggi intorno al capo, che lo denotavano sacro al Sole. Non potè adunque denominarsi l’Anfiteatro da statua, che non gli era prossima, nè attinente per nessun conto».

La prima parte dell’argomentazione del Maffei si basa chiaramente sopra un falso supposto. Egli infatti crede che il Colosso di Nerone fosse assai lontano dall’Anfiteatro, mentre ormai nessuno dubita che il tempio di Venere e Roma, ossia il _templum Urbis_ di Sparziano, trovavasi immediatamente di fronte al Colosseo; e quindi sappiamo di certo il posto ove Adriano collocò il Colosso.

Sicchè è cosa positiva l’opposto di quanto opinava l’illustre storico Veronese; e il Colosso di Nerone, dedicato al Sole, fu sempre vicino all’Anfiteatro, e dopo il suo traslocamento trovavasi tanto prossimo ad esso, che se avesse avute aperte le braccia, avrebbe potuto quasi toccare colla mano i travertini del Colosseo.

Ma prosegue il Maffei: «che se prossimo ancora fosse stato un colosso a così vasto e dominante edifizio, anzi che dato il nome è assai più credibile l’avesse preso: e n’abbiam chiaro l’esempio, ove riferisce Plinio[584]: _vocatur Pompeianus a vicinitate theatri_, che un colosso di Giove, grande come una torre, fatto porre nel Campo Marzio da Claudio, per esser vicino al teatro di Pompeo, acquistò il nome di Pompeiano».

Il Colosso di Nerone sorse pur troppo vicinissimo all’Anfiteatro, eppure non prese il nome di _Flavius_ o _Flavianus_! Nessuno degli scrittori antichi ce lo ricorda infatti con questo appellativo.

Gli ultimi due argomenti del Maffei sono i seguenti:

«Che se altri mi richiede, donde adunque originata io pensi tal denominazione, dirò che da null’altro, se non dal comparir questo edifizio tra tutti gli altri, quel che era tra le statue un colosso, e dall’uso antico di chiamar così tutto ciò che eccedesse in grandezza. Vennemi questo pensiero gran tempo fa nel leggere in Suetonio, come a tempo di Caligola Esio Proculo per l’insigne ampiezza e bella forma del suo corpo veniva chiamato _Colossero_ o _Colosseo_; come forse in quel luogo deve scriversi: _ob egregiam corporis amplitudinem et speciem Colosserus dictus_[585]».

Aggiunti altri esempî consimili, così prosegue;

«Mi accertai del tutto scorrendo poi l’_Istoria_ d’Erchemperto Monaco dell’edizione di Camillo Pellegrini, replicata ora nel tomo secondo delle _Cose Italiche_; perchè due volte in essa chiamasi _colosso_ (forse è da legger _Colosseo_) l’anfiteatro di Capua, dove non era certamente il Colosso di Nerone. Appar però manifestamente, come si dava tal nome agli anfiteatri dal popolo, per la loro maravigliosa altezza».

Tralascio gli esempî tolti dalla straordinaria grandezza dei corpi umani, perchè appunto da questi esempî si fa manifesto che il nome _colosso_ fu sempre proprio delle statue gigantesche, e che da queste passò a significar coso di grande mole; e vengo all’ultimo argomento.

Il monaco Erchemperto chiamò _colosso e forse Colosseo_ l’Anfiteatro di Capua, _ove non era certamente il Colosso di Nerone_; ma lo chiamò così quando l’Anfiteatro Flavio già da tempo dicevasi Colosseo; e se il suddetto monaco chiamò con questo nome l’Anfiteatro di Capua, dovè così chiamarlo come appunto un contadino (che io conobbi mentre egli era al servizio di un mio amico) soleva chiamare _Via Appia_ qualunque antica via lastricata di poligoni di lava basaltina[586].

Il Mazzocchi non aggiunge agli argomenti del Maffei che l’autorità di Esichio. È vero che gli etimologisti greci fanno derivare la parola κολοσσός dallo _sforzo_ che fa la vista per giungere ad una grande altezza; ma è pur certo che questo vocabolo κολοσσός e dai Greci e dai Latini fu costantemente usato ad indicare le statue di straordinaria grandezza.

Il Nibby finalmente dice di non poter ammettere che l’Anfiteatro Flavio abbia preso il nome dal _Colosso di Nerone_, perchè nei _tempi barbari_ questo non più esisteva. L’opinione del Nibby trova una risposta nella spiegazione già da me enunciata, e che io immaginai per poterci rendere ragione del come il Donati e gli altri dotti di sopra citati abbiano potuto ritenere che l’Anfiteatro Flavio prendesse il nome di Colosseo dal _Colosso di Nerone_.

Rimane ad esaminare l’opinione del Corvisieri, il quale crede che la voce _Coliseo_ abbia tratto origine da _Collis Isaeum_. Ecco le sue parole: «.... Nel perdere il suo nome una contrada, quello talvolta non dispariva del tutto ma rimaneva appiccato ad un monumento vicino; come avvenne dell’Anfiteatro Flavio che prese nome di _Colliseo_ da una vicina contrada così detta dall’Iseo sulle falde del colle Esquilino.... È d’avvertirsi che sì l’una che l’altra lezione[587] conservano chiare le forme del _Collis Ysaeum_, vocabolo poi convertito per eufonia in _Collisaeum_, il quale, come da per sè suona, non potè mai appartenere in origine all’_Anfiteatro Flavio_; ma bensì ad un tempio della Dea Iside, detto dal _colle_ per la sua giacitura, ed anche per distinguerlo da qualsifosse altro tempio dello stesso titolo. L’anonimo Einsidlense, che si vuol vissuto tra l’VIII e il IX secolo, ebbe occasione di nominare nel suo schema topografico di Roma l’Anfiteatro Flavio, ma lo disse _Amphitheatrum_ e non già _Collosaeum_, nè _Colisaeum_. Ho esaminato inoltre le leggende dei SS. Martiri, utilissime a rischiarare la topografia di Roma nel medio evo, come quelle che in buona parte, secondo la sana critica, si reputano esercitazioni rettoriche della letteratura monastica di quel tempo; e non ho mai trovato abbiano detto altrimenti che Anfiteatro quel luogo, il quale, per essere stato destinato alla morte di tanti campioni del cristianesimo, ebbero spesso il bisogno di nominare. La terza regione di Roma fu appunto detta di Iside dal tempio di questa Dea, che come principal monumento vi dovea figurare prima dell’impero di Tito e di Nerone. La memoria di questo tempio fu registrata nelle MIRABILIA ROMAE: _Coloseum fuit templum Solis, mire magnitudinis et pulchritudinis, diversis camerulis adaptatum, quod totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura, et coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur. Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna que quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero Phebus_ etc. — Ben s’intende che il _Coloseo_ nell’età delle _Mirabilia_ più non esisteva, poichè se ne parla come d’un monumento che fu; e quindi la descrizione che se ne fa così impropria si deve credere basata sulla volgare tradizione del popolo, il quale, lontano dai tempi dell’idolatria, potè facilmente esser tratto a credere come indizio del tempio del Sole qualche avanzo della sua decorazione che accennava ai misteriosi simboli del culto Isiaco tra’ quali avean pur luogo il Sole, la Luna ed altri segni celesti. Dobbiamo aver sempre presente che nel medio evo si giudicò assai grossamente delle nostre antichità. Rari sono que’ monumenti, anzi rarissimi, che restarono immuni da un travisamento. Rispetto al _Coloseo_, poco ci caglia che non si scrivesse il giusto: ma basti il vederlo indicato ben diverso dall’_Anfiteatro Flavio_, com’è altresì questo del Coloseo. Forse fin dai tempi di Beda era già crollato il _Coliseo_, secondo mi par di raccogliere dall’oscurissimo contesto delle riferite parole; nelle quali con troppa serietà s’è detto racchiudersi una giocosa predizione di quel pio scrittore.

«Il Beda parla in quel punto della vana presunzione che ha l’uomo di non errare, della facilità che ne ha, e della vergogna che gliene deriva se ne venga convinto. A rafforzare la qual sentenza pare si valesse di quel vaticinio, che, dato come infallibile e come tale creduto, egli vedeva a’ suoi tempi smentito dal fatto. Il nome di _Coliseo_ rimase per lungo tempo attribuito alla contrada, e scomparsi gli avanzi di quel monumento, passò quindi a distinguere unicamente il vicino Anfiteatro; e fu la colossale figura di questo, per cui il popolo, ignaro della vera origine del vocabolo, lo _ammodò_ in _Colosseo_. A suggellare ciò che ho detto, adduco la gravissima testimonianza di Benedetto, canonico di S. Pietro (sec. XII), dalla quale si conosce come a suo tempo fosse ancora distinto l’Anfiteatro della contrada, che, come ho detto, prese il nome di _Colisseo_. Descrivendo egli l’itinerario del Papa nel tornare il lunedì santo dalla Basilica Vaticana al Laterano, dice che, giunto all’arco trionfale di Costantino, divertiva a sinistra _ante Amphitheatrum et per sanctam viam juxta Colliseum_[588]; e queste parole c’indicano eziandio chiaramente la postura del _Colliseo_ sulle pendici dell’Esquilino»[589].

L’argomentazione del Corvisieri si riduce a questo: A levante dell’Anfiteatro v’è una lacinia dell’Esquilino, sulla quale (secondo il ch. autore) esisteva un tempio Isiaco, creduto nel medio evo del Sole. Questo tempio dalla sua elevata posizione, per distinguerlo dagli altri d’Iside che erano in Roma, fu detto _Isaeum collis_, dal che _collis Isaeum_ e finalmente _Colliseum_ e _Coliseum_; termine per lungo tempo attribuito alla contrada, e che poi, dal popolo ignaro della vera origine di quel vocabolo, fu applicato all’Anfiteatro Flavio, perchè lo vedeva un colosso! La poca sodezza di questa argomentazione è palpabile: con tutto ciò è bene dimostrarla.

Ritenere che su quella parte dell’Oppio la quale guarda l’Anfiteatro Flavio, sia esistito un tempio Isiaco, è un vero abbaglio. Non v’ha infatti chi ignori che quel sito fu occupato primieramente dalla _Domus aurea_ di Nerone, la quale estendevasi dalla _somma sacra via_ fin oltre le Terme di Traiano, con tutte le sue parti sontuose, non esclusa la termale e la magnifica piscina detta oggi le _Sette Sale_: posizione determinata con chiarezza da Marziale e da Suetonio, e resa certa dalle escavazioni fatte in quella zona. Poscia sorse su quell’altura la casa di Tito; ed il rinvenimento del Laocoonte ricordato da Plinio, _in Titi Imperatoris domo_[590], ce l’ha dimostrato fino all’evidenza. Questa casa però non fu che la parte più nobile della _Domus aurea_, assegnata da Vespasiano a Tito, ed estendevasi sull’Oppio. Finalmente sopra una gran parte della _domus Titi_ furono erette le Terme di Traiano, le quali si conservano ancora in parte, ma che nel secolo XVI si trovavano in tanto eccellente stato di conservazione, che Palladio potè lasciarcene i disegni[591]. Sappiamo inoltre che il tempio d’Iside e Serapide della IIIª regione fu ben lungi da questa cima dell’Oppio; e sebbene ad alcuni sembrò vederlo sull’estremo lembo orientale del colle, pur tuttavia la grande maggioranza degli archeologi lo ritiene sorto nella valle Merulana, presso la chiesa dei SS. Pietro e Marcellino, dove in ogni tempo vennero in luce copiosi monumenti Isiaci. Cade così la maggiore della argomentazione del Corvisieri, e con essa la conseguenza.

Tuttavia, se piacesse considerare per poco alcune prove addotte da quell’autore a sostegno della sua tesi, si troverebbero vacillanti assai. Ed invero, che dire del vaticinio così detto di Beda, e del passo delle _Mirabilia_ riferiti dal Corvisieri al tempio d’Iside? Per ciò che riguarda il primo, converrebbe immaginarci il tempio d’Iside della III regione qualcosa di assai più celebre e grandioso del tempio di Giove Capitolino o del Pantheon, se il _profeta_, chiunque si fosse, fece dipendere da quel tempio le sorti di Roma e del mondo! Relativamente poi al passo delle _Mirabilia_, fa di mestieri osservare che questo è preso dalle _Mirabilia breviata et interpolata_[592] e che nella prima edizione della _Mirabilia_[593] e nella _Graphia_[594] è scritto: _ante Coleseum templum Solis_, e non _Coleseum fuit templum Solis_. Leggendo adunque, colle prime edizioni, _ante Coleseum templum Solis_, si rende chiaro che il _templum Solis_ (che per il Corvisieri sarebbe lo stesso che _Isaeum_) non era nè poteva essere il _Coloseum_. Se inoltre il passo delle _Mirabilia breviata et interpolata_ fosse stato riportato per intero, si sarebbe veduto a colpo d’occhio che le stesse _Mirabilia_ interpolate distinguono il Colosseo dal tempio. Il passo infatti chiude con queste parole: _Ante vero Coliseum fuit templum in quo fiebant cerimoniae praedicto simulacro_ (al Colosso del Sole). Del resto, il rozzo e molto superficialmente erudito scrittore ci dà senz’altro la descrizione dell’Anfiteatro Flavio attinta dai classici. In quel _coopertum aereo celo et deaurato_ vi si scorge l’esametro di Calpurnio: _Balteus en gemmis, en illita porticus auro. Certatim radiant_....; nell’_ubi tonitrua, fulgura et coruscationes fiebant_, apparisce il passo di Dione: «Il teatro venatorio percosso dal fulmine.... quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti venisse assorbita dalla forza dei lampi»; in quel _per subtilis fistulas pluviae mittebantur_ si rileggono le parole di Seneca: _Numquid dubitas, quin sparsio illa, quae ex fundamentis mediae arenae crescens in summam amphitheatri altitudinem pervenit, cum intentione aquae fiat_.

Ma perchè andar più oltre colle osservazioni, se l’autore si basa su di un falso supposto?

Ecco come l’Adinolfi giudicò l’opinione del Corvisieri: «Vi è qualche erudito che vorrebbe distinguere il _Coliseo_ da Anfiteatro, dicendo che l’Anfiteatro fosse vicino al Colle Iseo, opinione che ha della sofisticheria»[595].

Di fronte a queste disparate opinioni, il sagace e prudente lettore sceglierà quella che gli parrà più verosimile.

CAPITOLO SECONDO.

Il Colosseo nel suo abbandono e poscia convertito in fortezza feudale.

Dalla metà circa del secolo VI al secolo XI il Colosseo, a quanto pare, rimase abbandonato. Nessuno scrittore di quel corso di secoli fa menzione di esso; e perciò qui ci è impossibile colmare tant’ampia lacuna.

Sennonchè questa lacuna non è soltanto propria dell’Anfiteatro Flavio, ma è comune a tutti i grandiosi monumenti pubblici di Roma; come, ad esempio, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, quelle di Diocleziano, ecc. Nè noi possiamo renderci ragione di un tal fatto, se non opinando col Nibby che questi monumenti «non ostante che più non servissero allo scopo a cui erano destinati, e per questo lasciati dallo Stato in abbandono, tuttavia rimanendo di proprietà pubblica non fosse stato permesso ai potenti privati di quei tempi di occuparli; trovando così il perchè della mancanza per tre secoli e mezzo di documenti pubblici e privati relativi a monumenti di questo genere: sicchè non ci resta che contemplarne lo stato di completo abbandono in cui si trovarono in questo periodo».

Per quanto riguarda il Colosseo, possiamo ragionevolmente supporre che fin dalla cessazione dei ludi gladiatorî la custodia dell’Anfiteatro cominciasse ad essere trascurata, e che sempre più proseguisse col rarefarsi degli spettacoli venatorî. A questa trascuranza, d’altronde legittima conseguenza delle calamitose vicende di quei tempi, e dello spopolarsi della città, attribuì Teodorico, sul finir del secolo V, la ruina dei monumenti romani, come egli stesso dice per bocca di Cassiodoro: _Facilis est aedificiorum ruina incolarum subtracta custodia, et cito vetustatis decoctione resolvitur quod hominum praesentia non tuetur_. La reale ruina però ebbe principio dopo l’ultimo spettacolo dato da Anicio Massimo. Il Cancellieri[596] scrisse: «Il popolo romano _chiese licenza a Teodorico_ di ristorare le mura della città colle _pietre dei gradini_ (del Colosseo) che si trovavano _smosse_». Questo fatto, il quale trova un fondamento nei danni arrecati all’Anfiteatro dall’ABOMINANDO terremoto di cui parla Venanzio, e nella giusta deduzione che quel magistrato (per lo scarso numero degli abitanti di Roma a quel tempo, e per la mancanza di mezzi proporzionati) abbia restaurato quanto era allora necessario, vale a dire l’_arena_ ed il _podio_[597]; questo fatto, dico, non può esser avvenuto che nell’ultimo triennio della vita di quel re, fra il 523 ed il 526, dopo la lettera di sopra riferita, nella quale Teodorico mostra la sua ripugnanza per i giuochi sanguinarî ed il desiderio di abolirli. La quale lettera, e specialmente la sua chiusa, dovè persuadere abbastanza il popolo romano del volere del re.

Del completo abbandono dell’Anfiteatro a quel tempo, ce ne fa testimonianza un _cimitero cristiano_ sviluppatosi appunto nei primi decennî del secolo VI a pochi passi del Colosseo, di fronte all’ingresso imperatorio che guarda l’Esquilino[598]. Questo _cimitero_, da non confondersi coll’altro, più recente, di S. Giacomo, situato a contatto del Colosseo dalla parte del Laterano, e che ha salvato dalla distruzione i cinque cippi terminali dell’area esterna dell’Anfiteatro, venne in luce negli scavi del 1895. Esso si trovava allo stesso livello dell’Anfiteatro, ed avea le tombe coperte con tegole improntate di bolli antichi, in nove delle quali si leggevano _marchi_ dell’età di Teodorico. Una delle tombe, che dall’iscrizione si potè giudicare del secolo VII circa, si rinvenne all’altezza di due metri dall’antico piano dell’Anfiteatro, davanti all’ultimo pilastro orientale del portico, scoperto a piè del colle. Questo cimitero, storico documento, dopo tredici secoli di esistenza scomparve sotto il piccone che sistemava l’attuale via, la quale rasenta il Colosseo.

Lasciato l’Anfiteatro a discrezione del tempo, il primo che dovè risentirne i danni fu senza dubbio il soffitto ligneo del portico superiore, il quale pian piano dovè corrompersi, lasciando libere a sè stesse le colonne che lo sostenevano; e queste, nel violento terremoto che colpì l’Italia nell’aprile dell’anno 801, e recò a Roma danni gravissimi (tra i quali la ruina della basilica di S. Paolo), dovettero precipitare giù per la cavea, e sprofondare nell’ipogeo dell’arena[599]. Dopo questa catastrofe più che mai trovarono alimento alla vegetazione piante ed arbusti, che, come scrisse vivacemente il Tournon: _plantant leurs racines dans les interstices des pierres, avaient pris, sur les rampes ruinées, la place des spectateurs_: fu questo senza dubbio il colmo della flora del Colosseo!

Quelle caverne e quelle boscaglie dovettero dare, con ogni verosimiglianza, comodo ricetto ad animali d’ogni sorta, non esclusi i lupi, i quali, come leggesi in una bolla di Paolo II, fin all’anno 1466, ancor s’aggiravan di notte presso la basilica Vaticana in cerca di preda. _Corpora fidelium quae humabantur in coemeterio dicti campi_ (Teutonico) _saepe numero reperta fuissent a lupis exhumata_.

Finalmente l’Anfiteatro uscì da questo stato di squallido abbandono, entrando in una nuova fase.

Sul finire del secolo XI l’Anfiteatro Flavio subì le medesime vicissitudini che subirono gli altri grandiosi edifici di Roma antica. Gli Orsini occuparono la Mole Adriana — già nel 985[600], stata occupata da Crescenzio Nomentano — per molestare Papa Giovanni XVI; ed il Teatro di Marcello. I Colonnesi presero possesso del Mausoleo d’Augusto e delle Terme di Costantino sul Quirinale; ed il Settizonio di Severo e l’_Anfiteatro Flavio_ vennero occupati dai Frangipani, discendenti della nobile famiglia Anicia, secondo alcuni, od originarî di Cori e discendenti dai _de Imperio, de Imperatore, de Imperato, Imperii_, secondo altri[601].

E qui cade in acconcio rivolgerci una domanda: fu un utile, ovvero fu un danno per gli antichi monumenti, l’esser passati nelle mani di nobili famiglie romane? — Se consideriamo i pubblici monumenti come cosa che dovea rimanere di pubblico dominio (dei quali, d’altronde, l’autorità legittima in nome e ad utilità del popolo potea disporre); e se osserviamo la cosa sotto l’aspetto che i monumenti, caduti nelle mani dei privati, facilmente possono venir deturpati, modificati, ed anche parzialmente distrutti; non possiamo lodare tali atti d’impadronimento. Ma se si rifletta che soltanto i monumenti posseduti dai nobili; che soltanto i materiali e le decorazioni dei monumenti distrutti, trasferiti nei musei o adoperati in pubblici usi, nelle chiese, ecc., si sono potuti sottrarre ai colpi del piccone demolitore, o agli insulti della barbarie, o alla cieca cupidigia di chi tutto sacrifica al guadagno; se si rifletta, dico, a tutto questo, dovremo riconoscere che per i monumenti non fu un vero danno, ma piuttosto un bene l’esser passati in possesso privato delle nobili famiglie. Che rimarrebbe oggi della tomba di Cecilia Metella, del teatro di Marcello, del Pantheon, ecc., se nella barbara età di mezzo non fossero stati ridotti in fortezze o in case feudali, e l’ultimo in tempio cristiano? La fine di tante statue colonne ed altri marmi, che ornarono tanti magnifici edifizî, non sarebbe stata in una fornace?..... Mi si perdoni questa digressione, e torniamo all’argomento.

Noi abbiamo notizia di un Benedetto Frangipane, che nel secolo V, essendo Patriarca d’Occidente, ebbe la sua dimora in Trastevere[602], ove possedeva palazzi, case ed il ponte senatorio: e nella bandiera del rione Trastevere campeggia ancora il leone degli Anicî. Sulla pianta del Nolli poi, pubblicata nel 1748, la via che tuttora si chiama ANICIA, viene denominata VIA FRANGIPANE.

I discendenti di questa famiglia emigrarono successivamente in varî luoghi; e quei che rimasero in Roma ebbero il loro centro principale sul Palatino, là proprio dove un tempo dimorarono i Papi, e dove nel secolo IX sorse l’episcopio di Giovanni VIII. Quest’edificio era a poca distanza dell’Arco di Tito; ed appunto fra l’Arco e l’episcopio i Frangipani innalzarono una torre, che i cronisti ricordano come il luogo più sicuro della curia e della cancelleria ecclesiastica: _locus tutissimus curiae_. Questa torre, detta perciò _Chartularia_, fu innalzata su i resti di un antico edifizio, e trovavasi a sinistra di chi dal Colosseo s’avanza verso l’Arco di Tito[603].

Oltre alla torre _Chartularia_, i Frangipani adoperarono a loro fortezze gli archi di Tito e di Costantino. Ma la fortezza principale dei Frangipani era presso il Colosseo; anzi era una parte stessa di questo Anfiteatro, il quale fu posseduto da questa famiglia fin dall’anno 1130; e possedevano inoltre in quel rione due _corpi_ di case. Il primo era sulla piazza di S. Giacomo, il secondo trovavasi presso l’Arco di Tito. Il Papa Innocenzo II[604], a fine di ripararsi dalla fiera persecuzione dell’antipapa Anacleto II[605], si rifugiò nelle fortezze dei Frangipani presso il Colosseo. Il card. d’Aragona, nella vita di quel Pontefice, scrisse: _Ad tutas domos Frangipanum de Laterano descendit, et apud S. Mariam novam et Chartulariam atque Colossaeum_[606]. Tolomeo Lucchese dice: _Recollegit in domibus Frangepaniorum quae in Coliseo erant_. F. Tolomeo, vescovo di Torcello, contemporaneo, nella storia del suo tempo[607] scrive che nell’anno 1133 Innocenzo II _se recollegit in domibus Frangipanensium, quae erant infra Colisaeum, quia dicta munitio fuit tota eorum_. I Frangipani ebbero presso il Colosseo due case. In quale di esse il Pontefice Innocenzo II si ricoverò? Qualche moderno scrittore opina che si ricoverasse in quella del Colosseo, basando la sua opinione sulle riferite parole di Tolomeo Lucchese, e dalla frase _infra Colisaeum_, usata da altri scrittori. L’Adinolfi è di parere che la parola «_infra_» _possa interpretarsi abbasso od innanzi al Colosseo; sicchè il loro detto poco varrebbe a sciogliere il nodo della questione. Le parole del Lucchese sono più chiare, e sembra indicare la casa che corrispondeva alla piazza di S. Giacomo e che comunicava col Colosseo. Ciò non ostante_, conchiude, _non è da stimare per certissima, non essendo più case di essi addossate al Colosseo, ma una solamente_.

Dalle parole del vescovo di Torcello si deduce che il Colosseo era stato cangiato in vera fortezza (_munitio_), difesa da genti armate e soldati, e che apparteneva alla famiglia dei Frangipani, _quia dicta munitio fuit tota eorum_.

La mole resistette agli attacchi della fazione parteggiante per l’antipapa, il quale, furente ed acceso di collera, andò a saccheggiare la Basilica Vaticana, il Patriarchio di S. Maria Maggiore ed altre chiese di Roma, servendosi delle usurpate ricchezze per corrompere i Romani, onde farsi da questi sostenere.

Innocenzo II passò in Francia, e vi si trattenne fino alla morte dell’ex ebreo Anacleto II. Al suo ritorno (il quale avvenne nel 1142), dovè con sommo suo dispiacere, assistere alla cerimonia della ripristinazione del Senato Romano e della Repubblica, la quale occupò il Colosseo e tutte le altre torri e fortezze dei Frangipani, nonchè quelle tenute dagli altri baroni creduti avversi al governo popolare[608].

«Spenta la persecuzione fatta da Pietro di Pier Leone (antipapa Anacleto II), si accese nel popolo romano la brama di ridurre nel proprio dominio Tivoli ed altre città del Lazio. In sulle prime rimasero vincitori i Tivolesi, ma poi ebbero la vittoria i Romani, sicchè quelli domandarono mercè al Pontefice, e l’ottennero. Dispiacque la concessione ai Romani; e, indignatisi contro Innocenzo, posero in vigore l’antico Senato. La famiglia Frangipani, che avea accolto nelle sue fortezze il Pontefice, fu tenuta dal popolo come nemica, e la torre _Chartularia ed il Colosseo_ caddero in sue mani»[609].

Ma la Repubblica e i partiti popolari sono non di rado violente bufere che duran poco. Quando i popoli s’avveggono dell’inganno e del lucroso mestiere dei suoi corifei, dànno un passo indietro e tornano alla calma, tanto loro proficua e necessaria. Pochi anni dopo[610] Alessandro III, veduta in fiamme la chiesa di S. Maria in Torre, e la Basilica di S. Pietro nelle mani di Federico I; e, per le tante insidie tesegli dall’esercito di quest’Imperatore, trovandosi nella dura necessità di abbandonare il palazzo Lateranense; insieme ai cardinali ed ai vescovi discese alle sicure case dei Frangipani presso S. Maria Nuova, la Torre _Chartularia_ ed il Colosseo: e quivi ogni giorno s’adunavano le Congregazioni, si trattavano cause e si davano risposte[611].

«In quell’epoca, dice il Gori[612] il Colosseo divenne la fortezza tutelare della libertà (sic) pontificia»; e dal Panvinio[613] apprendiamo che in quell’epoca «il Colosseo comunicò il suo nome ad una regione di Roma della quale i Frangipani erano i capitani, ed i cui _bandonarii_ precedevano colle insegne il Papa nel dì dell’incoronazione».

Alessandro III scomunicò Federico I, e, forse nell’Agosto del 1167, partì da Roma, per maggior sicurezza, nelle due galere o battelli armati che aveagli mandato sul Tevere il re di Sicilia, Guglielmo[614].

Verso la fine del pontificato d’Innocenzo III (1216), Pietro Annibaldi, nipote per parte di donna del suddetto papa Innocenzo III[615], volle edificare una torre nelle vicinanze dell’Anfiteatro, onde poter attaccare i Frangipani e far loro abbandonare il Colosseo. Le torri degli Annibaldi erano sulla _sostruzione_ del tempio di Venere e Roma, e se ne trova una traccia nella pianta di Leonardo Bufalino.

Ma i Frangipani non rimasero inerti, e dalla torre di Naione[616] e dallo stesso Colosseo procurarono mandare a vuoto il disegno degli Annibaldi. Questi però non si scoraggirono, ed il desiderio d’occupare il Colosseo era il loro sogno dorato[617]; ed ecco che si presenta loro un’occasione propizia. Federico II si porta in Acquapendente: si manifesta persecutore della Chiesa; rompe le relazioni con papa Gregorio IX, e mette in iscompiglio la città di Roma. L’Imperatore ebbe per un momento il sopravvento; e gli Annibaldeschi approfittarono di questa congiuntura per ottenere che Federico II forzasse i Frangipani, Enrico e Giacomo, a ceder loro la metà del Colosseo coll’annesso palazzo, e a sanzionare la cessione con giuramento[618]. Forse sull’altra metà aveva diritto il Senato Romano fin dai tempi di Corrado, allorquando fu violentemente presa; e ciò per porre nelle mani dei suoi favoreggiatori metà dell’ampio edificio.

E per giungere a tale determinazione, debbon esser sopraggiunti dei fatti che noi ignoriamo; poichè Federico II, all’epoca di Gregorio IX, quando era in possesso di quella fortezza, fu da Pietro Frangipane molto ben trattato.

I Frangipani, alla lor volta, reclamarono presso Innocenzo IV, domandandogli l’annullamento di quel trattato. Il papa annuì, e con breve del 18 marzo 1244 dichiarò _nulla_ la cessione del Colosseo, per non essere stata opportunamente chiesta dai Frangipani l’indispensabile facoltà di poter cedere un luogo del quale essi non eran padroni, ma semplici feudatarî del sovrano Pontefice; e dichiarò pur _nulla_ la permuta degli altri beni, perchè fatta non con libertà, ma sotto la violenza e le minacce di Federico II. Ecco il tenore della bolla: «Quum sicut lecta coram nobis vestra petitio continebat, nuper apud Aquapendentem in presentia Principis constituti, eidem ad suam instantiam ipsius timore perterriti, MEDIETATEM COLISEI CUM PALATIO EXTERIORE sibi adiacente et omnibus iuribus ad ipsam medietatem pertinentibus dilecto filio Anibaldo civi romano titulo pignoris obligata, quae ab Ecclesia Romana tenetis in feudum de facto cum de iure nequiveretis, duxeritis concedenda, praestitis nihilominus iuramentis vos contra concessionem huiusmodi non venturos, licet ex hoc essetis non immerito puniendi, attendentes tamen, quod coacti quodammodo terrore tanti principis id fecistis, concessionem huiusmodi _nullam_ esse penitus nuntiantes praedicta ad vestrum et Ecclesiae Romanae ius et proprietatem _auctoritate praedicta revocamus_: iuramentis praedictis nihilominus relaxatis, eadem auctoritate excomunicationis vinculo, ac poenae quinque millium marcharum argenti omnes qui contravenire praesumserit supponentes»[619].

Il Sommo Pontefice (per impedire che il Colosseo andasse a cadere nelle mani di Federico II, con grave danno di Roma) dichiarò formalmente esser l’Anfiteatro di diretto dominio della Santa Sede; e per questa pontificia dichiarazione si vennero a far manifeste le differenti opinioni dei varî partiti; poichè alcuni credevano che il Colosseo appartenesse alla Chiesa, mentre altri ritenevano appartenesse all’Imperatore.

Annullato il contratto, gli Annibaldeschi dovettero abbandonare il Colosseo, ove in quel frattempo avevano abitato: _Annibaldenses quoque Romani Proceres se munierunt, in Colossaeo, in eoque habitarunt, quemadmodum antea Frangipanes_[620]; e i Frangipani tornarono nel loro primitivo possesso.

«E quanto alle abitazioni fatte dai Frangipani entro il Colosseo, si riconoscono fino al presente le muraglie che occupano e dividono fra gli archi esteriori e gli interiori sopra l’antiche scalinate, al numero di 13 verso il Laterano, onde il circuito era molto considerevole, ed è a credersi, che fossero anche similmente chiusi quelli dell’ordine inferiore corrispondenti; ed in effetto nel pavimento dei superiori si scorgono aperture fatte per poter discendere con scale alle parti inferiori; ed anche si veggono nella stessa parte superiore chiusi i pilastri dei due portici nel mezzo, e formano due ambulacri, sino ove tagliato si vede tutto l’ordine dell’elevazione esteriore»[621].

Sul declinare del secolo XIII e sugli esordî del XIV, gli Annibaldi, malgrado la bolla pontificia, approfittando dei torbidi che agitarono Roma, tornarono in possesso del Colosseo. Però nel 1312[622], dopo il solenne banchetto tenuto in Roma dall’Imperatore Enrico VII, il quale era venuto nell’alma Città per ricevere la corona imperiale dai legati spediti da Avignone dal Papa Clemente V, lo stesso Imperatore costrinse gli Annibaldi a rendere alla S. Sede i palazzi e le fortezze delle Milizie, come pure la torre di S. Marco ed il Colosseo: _Annibaldumque Militiarum palatia, munitionesque, ac turrim S. Marci et_ COLISAEUM, _quorum possessor erat reddere cöegit_. «Non è a credere, dice l’Adinolfi[623], che tutto l’edifizio anfiteatrale fosse da questi abitato, benchè molte sue parti fossero state o chiuse o afforzate da loro per guarentirlo dalle parti contrarie all’una od all’altra famiglia. Occuparono fino al secondo piano dell’edifizio»[624].

Verso la metà del secolo XIV i Frangipani possedevano ancora un palazzo presso il Colosseo. Nell’archivio Lateranense[625] v’è un istrumento in data 22 Ottobre 1238, per il quale Pietro Riccardo Frangipane vendè ad Orso Orsini _quartam partem Palatii magni et domorum junctorum Coliseo et prope Coliseum_.

I Legati Pontificî posero sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo, il quale, come vedremo nel prossimo capitolo, fu nuovamente destinato ai pubblici spettacoli.

CAPITOLO TERZO.

Il Colosseo nelle mani del Senato Romano — Giostre in esso celebrate.

Sotto il pontificato di Clemente V Roma e l’Italia trovavansi travagliate da gravi dissensioni. Il Papa, per riparare a tali mali e per il buon governo dell’una e dell’altra, inviò da Avignone tre Cardinali[626] i quali, come abbiam detto nel passato capitolo, posero sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo.

Ludovico Bonconte Monaldeschi, nei suoi _Frammenti delle cose accadute dall’anno 1328 sino all’anno 1340_, riferisce che il giorno 3 Settembre dell’anno 1332[627] il Senato Romano, in occasione della venuta di Ludovico il Bavaro, volle celebrare nell’Anfiteatro Flavio una _caccia di tori_. Questo racconto fu criticato e messo in dubbio da Leone Allacci, ma ritenuto come storico dal Muratori, dal Manzi, dal Nibby, dal Visconti, dall’Adinolfi, dal Lanciani, ecc. ed anche dal Gregorovius, il quale nelle due prime edizioni della sua _Storia_ non dubita punto della storicità del fatto, ma poi nella terza e quarta edizione, benchè narri il racconto, nondimeno fa notare che la sorgente di esso porta tutti i caratteri della _non autenticità_.

Non v’ha dubbio che la _Historia Monaldesca_ contiene parecchie cose che ci autorizzano a dichiararla qual lavoro di un falsario e probabilmente del noto Ceccarelli condannato a morte da Gregorio XIII per aver falsificato, come dice la sentenza, parecchi documenti precipuamente della famiglia Anguillara, _ac etiam diversa Imperatorum privilegia, genealogias et historias_. Ma il Fumi[628] (sostenitore della falsità della _Cronaca_ e dell’opinione che le assegna per autore il Ceccarelli) scrive: «Egli (il Ceccarelli) razzolò lungamente negli archivî di Orvieto.... ed ebbe agio di consultare cronache e carte di casa Monaldeschi per comporre la sua _Historia Monaldesca_, dove seppe così bene mescolare cose VERE a cose false, da non poter scorger di leggieri dove l’inganno sia nascosto». Ora, ammettendo quanto il Fumi dichiara, non potremo noi opinare coi succitati autori, che il fatto delle _giostre dei tori_ entri fra le cose VERE inserite nel zibaldone Monaldeschiano? Ed invero, quel racconto nulla ha in sè che lo renda sospetto, anzi trovasi in esso qualcosa che ci autorizza a ritenerlo autentico; ed è, che i nomi proprî dei giostratori son tutti convenienti all’epoca assegnata al fatto, mentre in altri racconti della _Cronaca Monaldesca_ leggiamo, come osserva lo stesso Fumi, nomi classici inusitati fino a tutto il secolo XIV.

Nè ci è lecito dire essere impossibile che una _giostra di tori_ sia avvenuta circa la metà del secolo XIV, perchè non possiamo asserire con certezza che quel giuoco non sia stato assolutamente in uso prima del secolo XV; e quanto io affermo, si deduce pur anche da queste parole dello stesso Fumi: «(la giostra del toro) _assai_ VEROSIMILMENTE introdotta non prima del secolo XV».

Sicchè, seguendo io l’esempio dei suddetti autori, sotto ogni aspetto rispettabili, m’accingo a narrare il fatto. Anzi reputandolo interessantissimo tanto per la storia degli spettacoli celebrati nell’Anfiteatro, quanto per la storia di Roma e delle sue famiglie celebri, lo riproduco letteralmente. Ma siccome il codice donde il Muratori ne estrasse la descrizione è poco corretto, noi trascriviamo il racconto da un codice appartenente al barone P. E. Visconti e da lui stesso pubblicato nel _Giornale Arcadico_[629]. Anche le annotazioni sono dello stesso ch. Visconti.

«Nello detto anno (1332) si fece il giuoco del toro al coloséo: che avevano raccomodato tutto con ordine di tavoloni[630]. Fu gettato il bando per tutto il contorno, acció ogni barone ci venisse. Racconteró quelli giovani ci furono e chi ci morio[631].

«Questa festa, primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto anno. Tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di panno rosso. Ci era la bella Savella Orsina con due altre sue parenti. Ci erano le donne Colonnesi; ma la giovane non ci poté venire, perché si era rotto un piede al giardino della torre di Nerone[632]. Ci era la bella Jacopa di Vico, alias Rovere; e tutte menarono le belle donne di Roma. Perché a quella Rovere toccarono le donne di Trastevere; all’Orsina tutte quelle di piazza Navona e di S. Pietro; alla Colonnese tutte le altre che restavano, che arrivavano fino alli Monti e alla piazza Montanara, e a San Girolamo vicino al palazzo Savello. Finalmente, tutte le femmine nobili da una banda e le artigiane dall’altra[633]. _Li nobili uomini da una banda: l’altri di mezza mano dall’altra,_ e li combattenti dall’altra. E furono cavati a sorte dal vecchio Pietro Jacopo Rosso da Sant’Angelo alla pescheria. Il primo cavato fu un forastiere da Rimini, _chiamato Galeotto Malatesta_[634], che comparse vestito di verde, collo spiedo in mano, e portava alla cappelletta di ferro scritto: SOLO IO COME ORAZIO. Andó incontro al toro, e lo ferì nell’occhio manco; ma il toro diede a fuggire. Allora esso ci dette una botta alla natica; e il toro tirava un calcio al ginocchio, e cascó; e il toro iva correndo ma non lo trovó.

«Uscì allora tutto carrucciato Cecco della Valle, ch’era vestito mezzo bianco e mezzo nero. Il motto che portava al cimiero era: IO SONO ENEA PER LAVINIA. E questo lo fece perché Lavinia si chiamava la figlia di messer Iunevale, ch’esso ne ardeva[635]. Combatteva valorosamente col toro, quando uscí l’altro toro, e così _Meco Stallo_[636], forzuto giovane, vestito di negro, che gli era morta la mogliera, e diceva il motto: SCONSOLATO VIVO: e si portó bene col toro.

«Uscì Caffarello, giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del lione, e diceva suo motto: CHI LO PIÙ FORTE DI ME?

«Uscì un forastiero di Ravenna, figlio di messer Lodovico della Polenta, vestito di rosso e nero, e suo motto diceva: SE MORO ANNEGATO NE LO SANGUE DOLCE MORTE.

«Uscì Savello di Anagni, vestito di giallo, e diceva il suo motto: OGNUNO SI GUARDI DALLA PAZZIA D’AMORE.

«Uscì vestito di cenerino Giovanni Iacopo Capoccio, figlio di Giovanni di Marzio[637], e il motto suo diceva così: SOTTO LA CENERE ARDO.

«Poi uscì Cecco Conti, con un vestito di colore d’argento, e il motto diceva: COSÌ BIANCA HO LA FEDE[638].

«Uscì Pietro Capoccio, vestito d’incarnato, e suo motto diceva: IO DI LUCREZIA ROMANA SONO LO SCHIAVO. E voleva denotare, ch’era lo schiavo della pudicizia di Lucrezia romana.

«Uscì messer Agapito della Colonna, con un vestito di colore di ferro e certe fiamme di foco, e portava alla cappelletta una colonna. V’era scritto intorno: SE CASCO CASCATE VOI CHE VEDETE[639]. Voleva dire, che la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che le altre erano il sostegno del Papa.

«Uscì poi Alderano della Colonna, vestito bianco e verde, e portava una colonna al capo, col motto che diceva: QUANTO PIÙ GRANDE TANTO PIÙ FORTE[640].

«Uscì un altro sbarbatello, figlio di Stefano senatore; si chiamava Cola della Colonna, vestito color pardiglio, e con un motto: MALINCONICO, MA FORTE.

«Uscì un Paparese, vestito a scacchi bianchi e negri, col motto: PER UNA DONNA MATTO.

«Uscì Annibale degli Anniballi, giovanetto di prima barba, con un vestito di color marino e giallo, e suo motto era: CHI NAVIGA PER AMORE S’AMMATTISCE.

«Quel giovanotto di Stalli andava vestito di bianco ma co’ legami rossi: al cimiero il pennacchio col motto: SONO MEZZO PLACATO. E il vicino suo, cioè Iacopo Altieri, era vestito di celeste colle stelle gialle: il motto diceva: TANTO ALTO SI PUOTE. Il motto lo fece uno zio suo letterato, donde cominciò la grandezza di questa casa che aspirava alle stelle, e comprò la casa a Santa Maria de’ Stalli[641] e si chiamava Piazza d’Altieri.

«Uscì Evangelista d’Evangelista de’ Corsi, vestito di color celeste, e portava al cimiero un cane legato, e il motto diceva: LA FEDE MI TIENE E MANTIENE.

«Uscì Iacopo Cencio, con un vestito bianco e lionato, e il motto diceva: BONO COLLI BONI CATTIVO COLLI CATTIVI.

«Uscì il figlio di Fusco, con un vestito verde e brache bianche[642]: al cimiero v’era una colomba con le fronde d’oliva, e il motto era: SEMPRE PORTO VITTORIA.

«Uscì Franciotto de’ Mareri[643] vestito di verde come la donna smorta, e il motto era: EBBI SPERANZA VIVA QUA MI MUORE.

«E molti altri, che io mi stracco di raccontarli. Tutti assaltarono il toro, e ne rimasero morti diciotto, e nove feriti. Delli tori ne rimasero morti undici. Alli morti si fece grande onore, e ri portarono a seppellire a santa Maria Maggiore e a Santo Giovanni Laterano.

«Camillo Cencio, perchè il nipote ch’era un piccolino, nella folla era cascato, e fattolo cadere il figlio della sorella del conte dell’Anguillara, il Cencio gli diede in capo una stortata, che il povero giovane morse subito.

«La folla fu a santo Giovanni per vedere seppellire i morti al giuoco»[644].

Da questo racconto si deduce che il Colosseo, nei primi decennî del secolo XIV era luogo pubblico, ma già in parte rovinato e mancante di sedili, essendovisi dovuti fare per la descritta circostanza palchi di legno onde far sedere le gentildonne.

Dopo queste feste e deplorabili spettacoli dati nell’Anfiteatro Flavio, non troviamo nella storia che ve ne siano stati posteriormente celebrati altri; e lo stesso monumento non si nomina più nè come fortezza nè come luogo di spettacoli: neppure nell’anno del tribunato di Rienzo, in cui è fatta menzione di tante altre contrade di Roma.

CAPITOLO QUARTO.

Il Colosseo danneggiato dal terremoto (a. 1349) — L’Arciconfraternita di «S. Sanctorum» nel Colosseo.

Dalla fondazione dell’Anfiteatro Flavio alla cessazione dei giuochi, Roma andò soggetta a parecchi terremoti, fra i quali quello ABOMINANDO, ricordato nella lapide di Basilio. L’Anfiteatro, come tutti gli altri edificî, ne risentì gli effetti; ma la sua solida struttura, la forma curvilinea e gli opportuni restauri lo tennero saldo.

Nel lungo periodo di abbandono, dal secolo VI al 1349, oltre alle insidie latenti del lavorìo demolitore delle piante e degli arbusti, o, come dice il chiarissimo Lanciani[645], «le _radici_ delle piante arborescenti, le quali agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e sull’altro orlo della frattura....», il Colosseo ebbe a subire la violenza di altri non pochi terremoti, e principalmente di quelli avvenuti nei pontificati di Deodato (614-617), di Leone III (795-816), di Leone IV (847-855), di Benedetto IX (1044-1073), di Gregorio VII (1073-1085); ed anche, se si voglia, della brusca impressione dell’incendio di Roberto Guiscardo. Tuttavia fino al 1349 il nostro monumento, sebbene sconquassato, rimaneva integro. Così nel secolo VIII ce lo mostra la notissima _profezia_ di Beda; e se, come alcuni vogliono[646], quella _profezia_ fosse apocrifa (il che vuol dire scritta in epoca posteriore), essa ci renderebbe certi dell’integrità dell’Anfiteatro in tempi ancor posteriori al secolo VIII.

Le contese dei Frangipani e degli Annibaldi (i quali fino al 1312 si disputavano quella colossale fortezza) ci dicono pur esse che a quei tempi il Colosseo era integro, giacchè se la metà circa della muraglia esterna fosse già stata atterrata, non avrebbe certamente fatto gola a quei potenti principotti.

La prima breccia nel recinto dell’Anfiteatro fu aperta dal terremoto del 1349: ce l’assicura il Petrarca nella lettera che egli scrisse al suo _Socrate_[647], in cui descrisse i gravissimi danni causati da quello scotimento tellurico. Compreso dall’enormità di quel flagello, il Petrarca scrive che dalla fondazione di Roma per il corso di duemila anni non era mai avvenuto un egual cataclisma: ed a prova di ciò soggiunge immediatamente e con slancio oratorio: «_Cecidit aedificiorum, veterum neglecta civibus stupenda peregrinis moles_; cadde il Colosseo, quella mole, che sembrava dovesse vedere l’ultimo giorno del mondo». Di qui si deduce (ed è comune deduzione degli storici) che il Colosseo, rimasto integro fino al terremoto del 1349, allora per la prima volta cominciò a rovinare.

Che con la parola _moles_ il Petrarca abbia voluto indicare il Colosseo, non se ne può dubitare; ce lo persuade l’espressione enfatica: _moles aedificiorum veterum_, tra gli antichi edificî la mole per eccellenza. Espressione che farebbe cadere nel ridicolo, come vi cadde il Gori[648], colui il quale volesse intendere per quella parola _moles_ la torre dei Conti, di cui si parla nel periodo che segue. All’epoca del Petrarca la torre dei Conti contava dalla sua fondazione 485 anni, e 135 circa dall’ampliamento fattovi da Innocenzo III, per il quale fu resa _toto urbe unica_. Ora chi di noi potrebbe, dico, appellare la basilica di S. Pietro (riedificata da Giulio II circa 405 anni fa) _moles aedificiorum veterum_?

Ciascuno dei due edificî ha inoltre il suo proprio verbo che ne afferma la subìta azione: la _moles aedificiorum veterum_, CECIDIT; la _turris quae Comitum dicebatur, ingentibus rimis laxata_, DIFFLVIT.

Finalmente l’avverbio _Denique_, col quale il Petrarca incomincia il periodo seguente, decide senz’altro la questione. _Denique_, può ben dirsi dopo il racconto della catastrofe di _due_ o più monumenti; ma non mai dopo il racconto della catastrofe di un _solo_ monumento.

La caduta di una parte del recinto del Colosseo, avvenuta per il terremoto del 1349, è confermata, come giustamente opina il Nibby[649], da due documenti della seconda metà del secolo XIV. Il primo di questi documenti è una lettera colla data del 1362, scritta dal Vescovo di Orvieto (allora Legato Pontificio in Roma) a papa Urbano V. In essa il Vescovo si rammarica di non aver trovato altri compratori delle pietre del Colosseo, da lui messe in vendita, che i Frangipani, i quali ne volevano usare per la fabbrica di un loro palazzo[650]. — Il secondo documento è contemporaneo alla lettera del suddetto Legato Pontificio; e vi troviamo che i capi delle fazioni che allora laceravano Roma, trattarono di dividere fra loro i travertini che si sarebbero _scavati_ dal Colosseo. «Et praeterea si omnes concordarent de faciendo tiburtinam, quod esset commune _id quod foderetur_[651]».

In questo secondo documento vien confermata più esplicitamente che nel primo, la caduta di una parte del recinto dell’Anfiteatro, già avvenuta agl’inizî della seconda metà del secolo XIV. Leggiamo infatti che i varî partiti si sarebbero divisi il prodotto di un’_escavazione_ e non di una _demolizione: quod_ FODERETUR e non _quod_ DEMOLIRETUR; si trattava adunque di un cumulo di massi caduti, della famosa _cosa Colisei_.

Il Lanciani[652] crede che per _cosa_ (espressione che troviamo in un documento del «liber brevium Martini V, Eugenii IV et aliorum», e che a suo luogo riporteremo) s’intenda la _scarpata_, lo _sperone prodotto dalla rovina dei due baltei esteriori dalla parte che guarda il Celio_. In quanto poi alle cause e al tempo di questa rovina, così parla: «È ignoto quando o come la rovina sia avvenuta, anzi è difficile trovarne una ragione soddisfaciente. La mano dell’uomo nulla ha che fare, in sul principio, con queste contingenze. Guardando il Colosseo dalla parte dell’Oppio, dove si mostra intatto e di robustezza a tutta prova, si escluderà anche il caso di caduta spontanea. Forse la prima origine dei danni rimonta al terremoto del 442, che fece crollare _plurimas aedes_ ed _aedificia_, e nel Colosseo stesso l’HARENA, il PODIUM, gli SPECTACULI GRADUS, ecc. Supponendo, prosegue, si sia manifestata una fenditura da cielo a terra, come quella che trovasi al dorso del Pantheon dalla parte della via della Palombella, soltanto con maggiore soluzione di continuità perchè si tratta di fabbrica a grossi cubi di travertino e traforata da tre ordini di archi, e da un giro di finestre, il resto è facilmente spiegabile. Una volta rotto l’equilibrio della fabbrica e aperta la via alla caduta dei massi, la rovina doveva fatalmente proseguire, tanto più che le radici delle piante arborescenti agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e sull’altro orlo della frattura. Questo processo di sgretolamento, lento ma continuo, è illustrato graficamente da tutte le vedute e vignette del Colosseo anteriori agli speroni di Pio VII, di Gregorio XVI, e Pio IX, le quali mostrano i lembi del balteo anteriore fuori di equilibrio ed in pericolo imminente di caduta. Basta poi osservare lo stato della parte costruita da Pio VII verso lo stradone di S. Giovanni per riconoscere che il più lieve scuotimento del suolo ne avrebbe fatto precipitare tre o quattro arcate se non le avessero rette in piedi, a tempo, con potenti incastellature. Le incastellature non poterono essere tolte di posto, ma furono investite dallo sperone di muro: tanto grave sovrastava il pericolo. — I documenti che ho raccolto su questo capitolo della _Storia della rovina di Roma_ provano, che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si dovè aggiungere la caduta istantanea di gran parte dei portici australi, la quale produsse una montagna o _coscia_ di pietrame, vera miniera di materiale da costruzione per il giro di quattro secoli.

«La data di quest’avvenimento è stata ristretta fra il secolo VIII (quando il Beda parla ecc.) e l’anno 1386, quando furono dipinti gli stemmi della Compagnia di S. Sanctorum. Ma si può rinchiudere fra limiti più angusti. L’anno 1332 il 3 Settembre fu celebrata la giostra; l’anno 1362, i romani, il legato pontificio, i Frangipani già si bisticciavano _de faciendo tiburtinam_, con le pietre del Colosseo. La rovina dovrà adunque attribuirsi al _terremoto del Petrarca_, avvenuto al principio del settembre dell’anno 1349».

Benchè il Colosseo fin dal 1311 non fosse più fortezza, e fosse venuto in possesso del Popolo Romano[653], libero allora di sè stesso per l’assenza dei Papi dimoranti in Avignone; nondimeno non s’ha notizia di asportazioni di travertini del recinto del Colosseo che dopo il 1349. — _Nell’intervallo corso tra il 1311 ed il 1349 al più furono liberamente asportati parte dei gradini del Colosseo per adattarli alle case della Città_[654].

Essendo dunque il terremoto del 1349 stretto da limiti così vicini, mi sembra non potersi negare aver esso aperto la prima breccia nel recinto del Colosseo.

Durante il tristissimo periodo dell’assenza dei Pontefici da Roma, il Colosseo ed i suoi dintorni addivennero nido di ladri e dimora di malviventi. Il Senato ed il Popolo Romano, tristemente impensieriti, cercavano il modo di far tornare l’antica quiete e libertà in quella parte di Roma. Ma quanto era lodevole il pensiero, altrettanto ne era difficile l’attuazione.

Nondimeno la Compagnia dei nobili romani, detta del Ss.mo Salvatore _ad Sancta Sanctorum_, ne prese l’impegno; e, mercè la diligente vigilanza dei suoi _guardiani_, potè snidare dal Colosseo e da’ suoi dintorni quelle bande di malviventi.

In riconoscenza ed in premio di un’opera tanto vantaggiosa per il pubblico bene, il _Senato ed il Popolo Romano, nell’anno 1381 concedevano alla Confraternita suddetta ed ai suoi Guardiani l’ius del vero e misto dominio sugli abitanti dell’Arco situato dietro la cappella del Sancta Sanctorum e sui dimoranti nella piazza Lateranense, via S. Clemente e dell’intiero rione Colosseo; donando ad essa in proprietà la terza parte dell’Anfiteatro. Vi fu però una restrizione, e questa riguardava qualche causa di morte la quale era di esclusiva pertinenza e diritto del Senato Romano_[655].

Il Bonet ritiene invece che «il Senato di Roma prese questa risoluzione, di cedere cioè una terza parte del Colosseo e farvi un ospedale sotto il nome di S. Giacomo _ad Colosseum_, del quale parleremo in breve, per il fatto funesto avvenuto nelle giostre del 1332; e perchè i Romani aveano finalmente riconosciuto che quel luogo doveva venerarsi e rispettare perchè santificato dal sangue di tanti martiri cristiani[656]». Se l’arena del Flavio Anfiteatro sia stata o no bagnata dal sangue cristiano, noi lo vedremo nella PARTE IV di questo lavoro.

Il ch.º Adinolfi finalmente dice:[657] «..... la Compagnia del Salvatore fino dal 1366, stando ancora il Papa in Avignone, incominciò ad acquistare quella casa che gli Annibaldensi possedevano al Colosseo. Leggendosi in uno strumento di quell’anno che questa Compagnia _comprò una casa che fu di Cola Cecco di Giovanni (degli Annibaldi) nel Coliseo pel prezzo di ducati 30_, e che poco prima del trasferimento della Sedia Apostolica da Avignone in Roma, cioè nel 1369, _Giovanni ed Andrea degli Annibaldi venderono alla medesima Compagnia l’intera metà della stessa casa, che conteneva sale e camere, posta nel Coliseo, unita con la metà dello spedale della prefata Compagnia ed a cui era innanzi la piazza di S. Giacomo, e negli altri lati era attorneata dall’edifizio del Coliseo pel prezzo di 30 fiorini d’oro_[658]. Dal quale istromento conoscesi eziandio la forma di questa casa degli Annibaldensi riguardante colla facciata quella piazza e che per tre lati internavasi nello stesso monumento, non potendosi concepire diversamente la sua positura.

«Dagli acquisti di questa casa e dagli acquisti che avea fatto di altre lungo la via Maggiore che conduce al Colosseo, la stessa Società incominciò ad avere delle ragioni tanto sulla via medesima che su questo orrevole edifizio; e da ciò ne discorse che volgendo il 1386, nell’antico diploma del Senato, trattandosi di quella strada, fosse attribuita alli guardiani della Compagnia del Salvatore la giurisdizione sopra gli abitanti di questa via. E con quelle vendite fatte dagli Annibaldi anche il diritto sulla loro casa si aggiungesse con quello sulla via Maggiore; diritto che venne esaminato meglio nel 1418, quando li guardiani della Compagnia medesima interpretarono, riordinarono ed ampliarono quell’anzidetto diploma del 1386, e determinato più apertamente da una patente spedita molti anni dopo, cioè ai 29 di aprile del 1511, dalla quale senza alcuna dubbiezza sappiamo che il Colosseo per due terze parti appartenesse alla Camera Apostolica in forza di una bolla di Pio P. P. II, e per l’altra terza parte allo spedale del _Sancta Sanctorum_. Determinazione presa non solamente dietro la padronanza della Compagnia sulla casa degli Annibaldi, ma eziandio perchè godeva altri diritti, siccome quello del dominio di un solio termale o conca esistente dentro il Colosseo lasciatale per donazione fra viventi da Niccolò Valentini del Rione Monti[659], ma anche di una chiesetta nominata di _S. Salvatore de Rota Colisei_, perchè edificata, per quanto ne è dato risapere, nell’interno circuito dell’Anfiteatro.... Fo poco conto della padronanza che ebbe, oltre alla predetta conca e chiesa di S. Salvatore anche di una grotta detta in pari tempo casa, sulla quale stavano alcuni luoghi acconci alla custodia dello strame che la prefata Società aveva dato ad affitto ad un cotal Paolo di Stefano, correndo gli anni del Signore 1435»[660].

Dal 1386 al 1510, quei _capitoli_, ordinazioni e privilegi furono costantemente confermati dai _Conservatori del Popolo Romano_. Dopo quest’ultimo anno il Pontefice avocò a sè tutti i privilegi di _vero_ e _misto_ governo, e commiseli ad ufficiali speciali, investendoli della stessa giurisdizione fino allora avuta dai _guardiani_ della Confraternita. Lasciò nondimeno ad essa la terza parte del Colosseo; e il resto rimase in dominio del Senato Romano[661].

Donata che ebbe il Senato alla Confraternita la terza parte del Colosseo, fu fatto dipingere sull’ingresso che è verso S. Giovanni lo stemma del Senato Romano e quello della Confraternita. Quest’ultimo stemma consiste in un’immagine del Salvatore, su di un altare, fra due candelabri ardenti. Altri stemmi, e in pittura e in iscultura, si posero nel prospetto che guarda S. Gregorio, cioè verso la _Mèta sudante_: e poichè gli stemmi suddetti si trovano sulle volte della terza arcata, si ritiene generalmente che a quell’epoca le due arcate dei portici anteriori fossero state già demolite.

Che due parti del Colosseo appartenessero in quei tempi al Senato Romano e alla Camera Capitolina, ed una terza parte alla suddetta Confraternita o Arcispedale, si rileva non solo come si disse, da una bolla di Pio II, ma anche da scritture autentiche, esibite dai _guardiani_ della stessa in occasione della vendita di alcune pietre dell’Anfiteatro; nella qual vendita due parti della somma ritratta fu presa dal Senato, ed una parte dall’Arciconfraternita[662].

Il 28 Giugno 1604 la stessa Confraternita donava al Popolo Romano «il prezzo delle pietre impiegate nella fabbricazione del nuovo palazzo Capitolino». Per quest’atto di generosità, i Conservatori di Roma dichiararono novamente che la terza parte del Colosseo era di proprietà dell’Arciconfraternita[663].

PARTE III.

DAL SECOLO XV AI TEMPI PRESENTI.

CAPITOLO PRIMO.

Varie vicende del Colosseo nei secoli XV e XVI — Travertini asportati — I Papi e il Colosseo — Drammi sacri — Chiesa della Pietà — Chiesa di S. Giacomo — Ospedale — Altre Chiese ed oratorî che circondarono il Colosseo — Sisto V.

Fra il 1431 ed il 1447 Poggio Fiorentino scriveva il suo trattato _De varietate Fortunae_. Si narra in esso che a quei tempi il Colosseo vedevasi nella sua maggior parte distrutto; e ciò, Ei dice, a motivo della stoltezza dei Romani: «Atque _ob stultitiam Romanorum_ maiori ex parte ad calcem deletum».

Che all’epoca di quello scrittore (anzi da molto tempo prima) l’Anfiteatro Flavio fosse _maiori ex parte ad calcem deletum_[664], non ne dubito; ma che la causa di questa parziale distruzione sia stata la _stoltezza dei Romani_, non posso ammetterlo. La cessazione dei ludi, causa originale dello sfacelo, avvenne forse per la _stoltezza dei Romani_? I barbari vennero a travagliare ed a impoverire l’Eterna Città per la _stoltezza dei Romani_? E dei continui terremoti (specialmente di quello del 1349, descritto dal Petrarca) che conquassarono quella mole, ne fu causa la stoltezza dei Romani?

Riteniamo pertanto come positivo il fatto della rovina della maggior parte dell’Anfiteatro al periodo suddetto, ma rigettiamo assolutamente l’accusa lanciata ai Romani da Poggio Fiorentino. È indubitato nondimeno che i Romani (come avrebbero fatto e forse fecero i Fiorentini degli antichi monumenti delle loro contrade; e come facevasi da tutti i popoli di quell’epoca), si servirono dei massi (caduti) del Colosseo. Il fatto è provato da un breve di Eugenio IV, _datum Florentiae_, e forse motivato dalle lagnanze dello stesso Poggio Fiorentino: lagnanze che riteniamo giuste ma soltanto nel senso dell’asportazione che da parecchi anni andavasi facendo dei massi caduti.

Ridotto l’Anfiteatro Flavio in uno stato tanto deplorevole, le sue rovine addivennero ben presto ricetto di malviventi. Scrive il Vacca[665] che nel 1431 Eugenio IV fece con muri congiungere il Colosseo al monastero di S. Maria Nuova, onde togliere l’occasione del gran male che in quello facevasi.

I monaci Olivetani ne godettero il possesso per molti anni; ma finalmente il Popolo Romano atterrò quei muri, e divise il monumento dal monastero col pretesto che una tale antichità non dovea stare chiusa e nascosta, ma aperta e alla vista di tutti i forestieri[666]. Questo fatto dovette avvenire circa il 1485, come si deduce tanto dalle parole del Vacca (il quale dice che gli Olivetani «dopo la morte di Eugenio», ossia dopo il 1446, lo godettero «per molti anni»), quanto perchè nel 1490[667] s’incominciò a rappresentare nell’Anfiteatro la passione del Gesù Cristo; e quindi era tornato in possesso del Popolo Romano. Dopo i primi crolli della parete esterna del Colosseo, avvenuti (come si disse) con tutta verosimiglianza nel terremoto del Settembre del 1349, le parti adiacenti, come succede sempre negli edifici semidiruti e non opportunamente restaurati, principiarono a sfasciarsi e a gradatamente cadere. Essendo quasi impossibile il ripristinamento, e prevedendosi che i massi di travertino andrebbero a finire, come per il passato, in qualche fornace di calcina; si credè cosa più utile usare i caduti materiali per altre fabbriche. Paolo II (a. 1416-1471) fe’ trasportare una parte di quei travertini, e gli impiegò nella fabbrica del palazzo detto di Venezia, il quale poi addivenne l’abitazione dei Papi. L’Adinolfi[668] dice che in quell’occasione il Pontefice «die’ licenza ad alcuni suoi architetti di poter demolire alquanti archi del Colosseo nella porzione spettante alla Camera, il che die’ motivo alla principale e più grande rovina della fabbrica. Ed in _nota_ aggiunge: «Dico più grande rovina, perchè all’età di Niccolò PP. V alcuni travertini del Colosseo furono adoperati per la fabbrica del palazzo apostolico al Vaticano». Ciò che l’Adinolfi afferma non pare del tutto accettabile. Varî autori, come il Nibby ecc., assicurano che Paolo II approfittò dei travertini _caduti_; nulla dicono nella demolizione _di alquanti archi del Colosseo_. Già un secolo circa avanti il pontificato di Paolo II, e molti anni prima del governo di Nicolò V, l’Anfiteatro Flavio trovavasi privo della parte che _guarda il Palatino ed il Celio_[669]. Il ch. Lanciani, tanto competente in questa materia, sembra essere dello stesso parere, giacchè nel suo pregevole lavoro sulle _Iscrizioni dell’Anfiteatro Flavio_[670] riporta letteralmente le parole del Marangoni[671], le quali sono del seguente tenore:

✠ S. P. q. R.

«Confermasi ancora che circa la rovina di questi due portici australi del Colosseo, fossero più anticamente di Paolo II atterrati, dal vedersi negli avanzi interiori rimasti in piedi dipinte le armi o stemmi del senato romano e della compagnia nobilissima del SS. Salvatore _ad sancta Sanctorum_, di rozzissima maniera, e con lettere gotiche espresso il titolo S. P. Q. R. nella targa, e questi, senza dubbio, furono fatti formare circa l’anno 1386, allorchè il Senato medesimo donò la terza parte del Colosseo alla stessa Compagnia.... Che se a quel tempo vi fossero stati i due portici, queste armi sarebbero state dipinte in fronte agli archi esteriori dei medesimi». L’Adinolfi si oppose, come abbiam veduto[672], all’opinione del Marangoni, e ritiene che gli stemmi non siano stati dipinti su gli archi interiori prima del 1418. Io non intendo farmi arbitro di questa questione, ma farò osservare che l’opinione dell’Adinolfi, del resto, non intacca la deduzione del Marangoni; essendochè, dato pure che gli stemmi fossero stati dipinti nel 1418 anzichè nel 1386, resta sempre vero che i due portici australi del Colosseo erano già rovinati anteriormente a Paolo II, e positivamente non meno di quarantasei anni avanti l’elezione di quel Pontefice, la quale avvenne nel 1464. E se anche fosse certo quanto l’Adinolfi afferma[673], io con lui stesso[674], concluderei: «Se molti scrittori incolpano del misfatto il solo Paolo II, io nol discolperò: imperocchè, segue, eglino non avvertono che niuno dei parecchi ARCHITETTI che li servivano osò distorlo, siccome era dovere, di commettere lo sconcio, quando colle loro magistrali ragioni agevolmente avrebbero potuto persuaderlo a desistere di una faccenda assai riprovevole, trattandosi di un bellissimo monumento costruito per giuochi e spettacoli delli quali Paolo era oltremisura compiacente». Mi permetto inoltre aggiungere che se Paolo II avesse realmente data ai suoi architetti quella licenza, potè anche averlo fatto per impedire una rovina maggiore, permettendo di demolire le arcuazioni pericolanti, e lasciando con quel taglio la parete a sperone. Questo pensiero me lo suggerisce il breve di Eugenio IV[675], col quale si proibisce assolutamente «ut et MINIMUS dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deficiatur»; non potendomi persuadere che un Papa il quale governò un trentennio appena dopo quella saggia disposizione, l’abbia potuto derogare senza un ragionevole e plausibile motivo.

Il Cancellieri (p. 311) dice che lo stesso Pontefice Paolo II fe’ abbellire coi travertini del Colosseo anche la chiesa di S. Marco, contigua al palazzo. Il Vasari, nella vita di Giuliano di Majano[676], aggiunge che una gran quantità di travertini fu scavata da lui stesso _in certe vigne vicine all’Arco di Costantino, le quali venivano ad essere contrafforti ai fondamenti del Colosseo_.

Nel 1480 il card. Riario approfittò degli stessi _caduti travertini_ per la costruzione della Cancelleria Apostolica; e nel seguente secolo i Farnesi con il materiale dell’Anfiteatro e di altri antichi edifici romani, edificarono pur essi il loro palazzo. Contemporaneamente, nel periodo che corre fra il 1480 ed il 1550, s’abbellirono con quei materiali molti altri edifici romani, non esclusi come si legge nel Ricci[677], i palazzi SENATORIO e dei CONSERVATORI di Roma. Più tardi (sec. XVII), furono asportati i travertini di tre archi e mezzo (caduti nel 1644) per l’edificazione del palazzo Barberini[678]. V’ha chi da questi fatti prende pretesto per censurare i Papi; e, travisando la storia, si sforza d’ingannare gli incauti e gli ignoranti, dando loro ad intendere che essi, come tali, fecero abbattere la parte mancante del Colosseo per fabbricar palazzi, ecc. Ciò è assolutamente falso.

Nel capo quarto della _Parte II_ dimostrammo che il Colosseo, sebbene gravemente _intronato_, rimase sostanzialmente integro fino al terremoto dell’anno 1349. I Papi cominciarono ad adoperare i travertini del Colosseo per altre fabbriche nel principio della seconda metà del secolo XV, quando una buona parte del recinto era da quasi un centinaio d’anni precipitata; talchè sarebbe stoltezza il pensare che essi sperperassero somme considerevoli in demolire, quando una gran parte dei travertini caduti, che avean formato la famosa _coxa_ o _cosa Colisei_, era ancora a loro disposizione. «La _cosa_ o _coscia dell’Anfiteatro_, dice il Lanciani[679], _continuò a fornire travertini per opere pubbliche fino al principio del secolo decimottavo_». Aggiunge che «_i documenti da lui raccolti nel capitolo della Storia della rovina di Roma, provano che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si deve aggiungere la caduta istantanea di gran parte di portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, vera miniera di materiali da costruzione per il giro di quattro secoli_».

E finalmente: «_Nei registri di conti di quei tempi non ho trovato alcun accenno a demolizioni permesse od eseguite: si parla soltanto di concessioni o di spese =per cauar asproni o teuertini a Culixeo=_».

Anzi i Papi s’interessaron sempre di quell’insigne monumento. Trascorso il primo periodo di dieci lustri appena, dopo il ritorno di Gregorio XI da Avignone, periodo di scissioni e di turbolenze, nel quale i Papi avean ben altro a pensare che al Colosseo; trascorso, dico, quel periodo, essi rivolsero tosto le loro cure alla gigantesca opera dei Flavî. Ed ecco che vediamo Eugenio IV, il quale nel suo Pontificato (1431-1447) proibisce con un breve «ut et minimus dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deiiciatur» arrecandone la ragione: «Nam demoliri Urbis monumenta nihil aliud est quam ipsius Urbis et totius Orbis excellentiam diminuere».

Dal Pontificato di Paolo II (1464) a quello di Giulio III (1550) si pensò al Colosseo, e si disse: o si riedifichi, o l’informe cumulo dei suoi travertini caduti risorga in monumenti novelli, che siano degni della mole che li somministra. Come più ragionevole, si scelse la seconda parte del dilemma, e sorsero i palazzi di Venezia, della Cancelleria e Farnese, ai quali non può certamente dolersi l’Anfiteatro Flavio d’aver ceduto i suoi massi.

La prima parte (riedificazione del Colosseo) che allora parve del tutto inattuabile e certamente inutile non sembrò tale a Sisto V. Quel Pontefice dalle idee gigantesche ordinò al Fontana la ricostruzione del Colosseo; e se fosse vissuto ancora un anno, noi vedremmo oggi intero il grande recinto dell’Anfiteatro: «_Vixisset_, scrisse il Mabillon, _Sixtus V, et Amphitheatrum stupendum illud opus integratum nunc haberemus_». E buon davvero sarebbe stato se egli fosse vissuto; giacchè l’immenso vantaggio di veder risorto il maestoso recinto del nostro Anfiteatro avrebbe largamente compensato le interne alterazioni allora ideate; tanto più che non sarebbe stata impresa difficile il purgare poi la cavea da quelle recenti costruzioni.

Dopo la morte di Sisto V il Colosseo rimase abbandonato per due secoli circa. Io non saprei spiegare quest’abbandono, se non come un effetto del gigantesco progetto di Sisto V. I successori di questo gran Pontefice ne rimasero sbalorditi: eseguirlo era un’impresa enorme: dato pure che si volesse, li ratteneva l’idea di deturpare la cavea dell’Anfiteatro; assicurarne le parti fatiscenti con speroni era un troncare per sempre l’attuazione di quel progetto: per circa un secolo si rimase in questa continua incertezza. La mole intanto deperiva gradatamente, richiamando a sè l’attenzione dei Papi; ed ecco che nel 1675 Clemente X ridesta la venerazione dei fedeli per quel luogo consacrato dal sangue dei Martiri, mostrando con tal fatto l’animo di arrestare la rovina di quel monumento. E vi invitava i fedeli a concorrere numerosi; ed avremmo veduti certamente gli effetti di quel desiderio se i provvidi disegni di quel Pontefice non li avesse troncati la morte avvenuta in quello stesso anno.

Trascorsi cinque lustri appena dal Pontificato di Clemente X, il gravissimo terremoto del 1703 fece cadere un’altra parte ancora del Colosseo; e si cominciò a sentire il bisogno di decidersi a qualche cosa, per impedire almeno la totale rovina dell’Anfiteatro. Ne sono prova i progetti, più o meno lodevoli dal lato archeologico, che si venivano elaborando, quale quello dell’architetto Carlo Fontana; e poscia la sistemazione dell’arena e la costruzione delle edicole della _Via Crucis_, fatta da Benedetto XIV: cose tutte che dovean necessariamente portare, onde evitare gravi disgrazie, il consolidamento delle parti fatiscenti dell’Anfiteatro. Ma nulla si decideva ancora a tal riguardo, sino a che, minacciando imminente rovina la parte del recinto verso il Laterano, Pio VII non frappose più indugio; e non attendendo, saggiamente, all’ostacolo (attuazione del progetto di Sisto V), fece costruire il colossale sperone, opera arditissima ed ammirabile.

D’allora in poi i lavori di consolidamento si proseguirono continuamente. Leone XII consolidò il recinto dal canto del Foro; Gregorio XVI ricostruì le arcate interne verso il Celio; e finalmente Pio IX rafforzò la parte che guarda l’Esquilino. Così per la cura dei Romani Pontefici resterà ai posteri almeno un’imponente reliquia di quello stupendo monumento.

Ora i Papi, da quarant’anni, non hanno più il dominio di Roma, e quindi non han potuto più manifestare la loro sollecitudine per la conservazione dell’Anfiteatro Flavio. Se ancora avessero dominato, noi forse avremmo veduto l’opera di qualche altro Pontefice spiegarsi a pro di quel monumento, consolidandone l’ultima ala del recinto verso il tempio di Venere e Roma (la quale essendo rimasta troppo isolata, difficilmente potrà resistere ad una forte scossa tellurica), e ricostruendone i muri della cavea fino al piano del portico superiore, come già fece Pio IX quanto alla parte che guarda l’Esquilino.

Troviamo che sulla fine del secolo XV[680] o sul principio del secolo XVI, nel Colosseo si rappresentavano drammi sacri; e questi ci vengono ricordati in varî libri, stampati prima e dopo il cinquecento.

In uno spazio piano, che trovasi sopra gli archi delle antiche scalinate ristretto con un’ala di muro di forma circolare, si costruì una tribuna a guisa di teatro; ed in essa ogni anno, nel giorno del Venerdì Santo, rappresentavasi la _Passione di Cristo_.

Scelti i personaggi atti all’uopo, tanti di numero quanti ne ricorda il Vangelo, rappresentavano essi ciò che in questo si legge relativamente alla passione e resurrezione del Salvatore. Sulle scene v’erano effigiati i varî luoghi della Palestina, come Gerusalemme, Betania, il Cenacolo, l’orto di Getsemani, le case di Anna, di Caifa e di Erode, il tempio di Gerusalemme, ecc. Le vette dei monti Oliveto e Calvario, l’albero al quale s’impiccò Giuda, e forse il _pinnaculum templi_ erano rappresentati al naturale. Nella scena del pretorio di Pilato eravi il tribunale, ed un seggio che costò 40 ducati.

Nella parte superiore della tribuna eravi una galleria, la quale, dice l’Adinolfi[681] «facea mostra all’occorrenza delle nuvole con angeli[682], quali nubi venivano ad oscurare nella morte del Redentore».

In quella stessa galleria v’era la musica, il coro dei Profeti, quello delle Sibille, nonchè dei pastori e dei re[683]. I fratelli della Compagnia del Gonfalone offrivano volentieri la loro opera, onde costruire i palchi e provvedere il necessario per il buon esito della rappresentazione; e poichè fra loro v’erano abili pittori, architetti, letterati e mimi, ciascun di essi concorreva col suo lavoro personale: così uno dirigeva la costruzione dei palchi, un altro dipingeva le scene; chi componeva i drammi, e chi li recitava. Fra i pittori si ricordano: Iacobello di Antonazzo, Savo, Antonio da Tivoli e Maestro Francesco. Uno dei più valenti compositori di drammi fu Giuliano Dati, fiorentino; e fra gli attori o coloro che nel 1500 recitarono nel Colosseo i suddetti drammi, si conserva memoria di Gregorio _orefice_, Mazzagattone, Mercurio, Tommaso _cartaro_[684], Pietro _cartaro_, Tommaso _libraro_, Marcantonio di Caravaggio, Michelangelo _linaiuolo_, il fattore della Compagnia _ser Agnolo_, Mariotto _a S. Pantaleo_, Nardino e Marcello, il quale fece la parte di Erode.

Turba immensa di popolo accorreva in quella circostanza al Colosseo; e Pietro Felino Martire, il Panciroli ed altri scrittori ci asseriscono che la quantità di gente uguagliava la quantità degli spettatori dei ludi profani che vi si celebrarono ai tempi degli Imperatori.

Nella biblioteca domestica del marchese Alessandro Capponi il Marangoni[685] vide due esemplari di un opuscolo il quale aveva per titolo: _Rappresentazione della Passione del N. S. Jesu Chiesto, la quale si rappresenta il Venerdì Santo nel Coliseo di Roma, nuovamente colle figure ristampata._ Questo opuscolo consisteva in un componimento poetico in ottava rima; lo stile ne era rozzo e volgare; gli atti erano intermezzati da _arie_, che certamente venivano cantate. In ambedue gli esemplari, posseduti dal marchese Capponi, manca l’indicazione del luogo, dell’anno e della tipografia in cui vennero stampati. Nondimeno, noi, dai tipi, dal frontespizio e dalla figura di un angelo che in questo è effigiato, possiamo ragionevolmente dedurre che siano stati stampati a Firenze verso il 1550.

Altri drammi furono scritti dal lodato Giuliano Dati, da Bernardo di maestro Antonio Romano e da Mariano Particoppe. Nell’archivio della Compagnia del Gonfalone se ne conservano tuttora due copie. La prima incomincia: «Contempla la passion del Salvator, ecc.»; e termina con quest’_avvertenza_: «Seguita poi la Madonna, colla deposizione della croce, la musica di Joseph e Nicodemo, e la musica delle Marie».

La seconda copia è del 1531, e principia: «Quel glorioso Iddio, ecc.».

Poichè descrivemmo i varî ludi celebrati nell’Anfiteatro Flavio ai tempi dell’Impero, e parlammo della _caccia dei tori_ ivi stesso eseguita nel 1332; ci sia pur lecito di dare una notizia sommaria degli attori e delle attrici, nonchè di fare un sunto del più antico _dramma sacro_, conservato nell’archivio del Gonfalone; dramma che darà al lettore, ne son certo, un’idea chiara del modo con cui si rappresentava nel Colosseo la Passione di Cristo nei secoli XV e XVI.

I principali attori di questo storico dramma erano:

1. Il Redentore; 2. la Vergine sua Madre; 3. S. Giuseppe; 4. i ss. Padri; 5. gli Apostoli; 6. Simone che invita a cena il Messia; 7. la Maddalena; 8. le tre Marie; 9. la Veronica; 10. Giuda; 11. il Capo de’ Farisei; 12. Caifa; 13. Erode[686]; 14. un Cavaliere con elmo e corazza; 15. i due Ladroni; 16. Lucifero e Satana.

Gli attori secondarî erano:

1. La Vedova di Naim col suo figliuolo difunto; 2. lo Spiritato (sic) condotto da alcuni Pontefici; 3. i Farisei coi loro ministri; 4. un uomo portante un vaso con acqua; 5. gli Angeli; 6. le due _ancillae_ che tentarono Pietro; 7. un individuo rappresentante _la Morte_, la quale dovrà poi avvicinarsi all’albero donde penderà Giuda; 8. lo storpio; 9. l’adultera; 10. varie Vedove; 11. il Cieco nato; 12. la Cananea; 13. Nicodemo; 14. Giuseppe, _amico di Cristo_; 15. Beniamino, _nemico del Messia_; 16. Dottori Ebrei; 17. Farfariello (sic); 18. varî Discepoli; 19. Barabba; 20. il Centurione; 21. il Cirineo; 22. Longino; 23. Giuseppe d’Arimatea.

Non appena gli attori eran pronti per l’esecuzione del dramma, un addetto tirava il tendone, e migliaia di occhi erano fisi allo scenario.

Il dramma che siamo per brevemente riportare, trovasi, come dicemmo, nell’archivio del Gonfalone: esso è intiero, in versi, e consta di sette atti.

Esce per primo il solito _nunzio_, il quale esordisce ricordando compendiosamente le principali gesta di Cristo, durante gli ultimi tre anni della sua vita mortale. Dopo il prologo incomincia il

ATTO PRIMO

Apparisce l’_anima (!)_ di S. Giuseppe, la quale esorta gli spettatori ad ascoltare attentamente quanto si è per dire nel dramma; e conchiude dicendo che ella in quello stesso momento discende al limbo, onde annunziare ai ss. Padri la venuta del Messia e quindi l’imminente loro redenzione.

Ciò detto, muta scena. Appare il limbo: i ss. Padri se ne stanno tranquillamente aspettando Gesù. Dopo un momento questi viene; ed appena i ss. Padri lo veggono, festosi e giulivi intonano ad alta voce il _Te Deum_.

Lucifero, Satana ed altri spiriti infernali, all’udire il canto di quell’inno, escono precipitosamente dall’inferno..... I primi (Satana e Lucifero) ragionano fra loro, e discutono sul modo migliore d’impedire l’opera redentrice........ La discussione è breve, e tosto credono d’avere trovato il mezzo..... Risolvono di seguir Cristo al deserto..... Vi si portano effettivamente, e, trovatolo orando, lo tentano, gli offrono pane e lo menano sulla sommità del tempio. Coll’infelice esito di tutti gli inutili sforzi infernali, finisce il primo atto[687].

ATTO SECONDO

In quell’atto il Redentore richiama a vita il figlio della vedova di Naim. Il miracolo giunge a cognizione di Simone, il quale si fa un dovere d’invitar Cristo alla sua mensa. Quivi la Maddalena unge i piedi del Messia: e Giuda vien preso da ira e sdegno per il balsamo che quella adopera. I Farisei risanno, a lor volta, la guarigione dell’ossesso fatta da Cristo, e lo tentano colla famosa domanda relativa al tributo di Cesare: il Redentore li confonde con sagge risposte: torna poi dalla sua Madre; e coll’ordine che dà ai suoi discepoli di preparare l’ultima cena si dà fine all’atto secondo.

ATTO TERZO

Torna in iscena Giuda, il quale spiega il suo odio contro Cristo: mette in esecuzione il suo tradimento: va alla casa di Caifa, onde accusare il suo Maestro presso quel Pontefice: un servo ne porge avviso a Caifa. Giuda entra nell’appartamento del Pontefice, e dice:

«Padri coscritti, Scribi e Signori, So ben che tutti siate di buona mente; Aver seguito Cristo assai mi duole, Prestando troppa fede a’ sue parole».

Ciò detto, il traditore contratta col Capo dei Farisei la somma da sborsarsi per la consegna della persona di Cristo: stabilisce la maniera onde portare ad esecuzione il suo tradimento, e col mettersi che egli fa in tasca i trenta danari, si chiude il terzo atto.

ATTO QUARTO

Giuda, seguito dai Farisei, va in traccia di Cristo. Partiti questi, apparisce nuovamente il Redentore coi suoi discepoli; e, dopo un istante, la sua madre Maria. Gesù domanda ad Essa la benedizione, e le soggiunge che «da Lei convien si parta». A queste parole, la Madonna tramortisce dal dolore; e le tre Marie intonano il canto flebile che incomincia:

«Alta Regina del celeste regno»[688].

Finito questo canto, Maria ricupera i sensi; torna a parlare col Figlio, il quale la benedice e se ne parte; e le tre Marie intonan di nuovo l’inno.

In questo punto l’atto cambia scena.

Si presenta la sala del Cenacolo: v’entra Cristo coi suoi discepoli: celebra l’ultima cena, dirigendo la sua parola ora a Pietro ora a Giuda. Poscia lava i piedi agli Apostoli: torna alla mensa: comunica i discepoli; e, dopo aver rese le dovute grazie all’Eterno Padre per la Pasqua celebrata, prende seco Pietro, Giacomo e Giovanni, e si dirige all’orto di Getsemani. Ivi si svolge quanto leggesi nel Vangelo, e l’atto termina colle parole del Maestro:

«Pietro, nella vagina riponi il coltello; Chè chi di quel ferisce è a Dio rubello».

ATTO QUINTO

Cristo trovasi nella casa del Pontefice Anna, il quale si fa a parlare:

«Rispondi un poco a me, predicatore: Con qual dottrina al popol hai insegnato?»

Cristo risponde:

«Predicato ho in palese, e ognun ha udito: E lor ti sapran dir s’io t’ho fallito».

Non appena pronunziate queste parole, un ministro del Pontefice dà uno schiaffo al _predicatore_ della nuova dottrina.

Frattanto Pietro, interrogato dalle _ancillae_, nega e rinnega di conoscere il suo Maestro: il gallo canta: finalmente Pietro si ravvede, e principia un _soliloquio_. — Un momento dopo ricambia la scena. Cristo vien condotto da Caifa, dalla casa di Caifa, al Pretorio di Pilato; dal pretorio vien presentato ad Erode, nella cui abitazione si dà principio al

ATTO SESTO

Cristo vien ora accusato e considerato qual seduttore. Il Re gli dirige la parola, ma quegli tace. Allora Erode s’adira; lo fa vestire di bianco, e trattandolo da pazzo, lo rinvia a Pilato. — Vedendo gli Ebrei che quest’ultimo rimaneva perplesso e non avea coraggio di condannarlo, schiamazzando dicono:

«Exaudi Pontio Pilato nostre voci, Chè costui merta più di mille croci».

A queste parole Pilato si determina di interrogare il popolo se prima della Pasqua vogliono liberare Cristo o Barabba. I Farisei domandano la vita di quest’ultimo. Pilato chiama il _Cavaliere_, e gli ordina di flagellare Gesù. Il _cavaliere_ compie il mandato; poi s’inginocchia innanzi a Cristo, e gli dice: «O re dei Giudei»: dopo ciò il capo di Gesù vien coronato di spine, e l’afflitto Signore esclama:

«Popolo che di spine m’hai coronato, ecc.»

Dopo ciò viene nuovamente menato innanzi a Pilato, il quale, vedendolo così maltrattato, lo presenta ai Farisei, dice loro: «Perchè volete crucifiggere il vostro re?» I Farisei, maggiormente sdegnati, domandano la morte di Cristo. Pilato si lava le mani, e gli Ebrei gridando dicono:

«Venga, Signor, su’ sangue ed aspri doli Sopra di noi ed i nostri figliuoli!»

Giuda, dal suo canto, se ne sta triste tra i Farisei: prevede la condanna dell’innocente: proferisce parole di pentimento: restituisce i trenta danari, i quali vengono riposti in _corbonam_: narra le gesta della sua vita fino a che divenne discepolo di Cristo: chiama la _Morte_: questa non viene: apparisce invece la _Vita_, la quale gli favella. Ma Giuda non l’ascolta, dispera e torna a chiamar la _Morte_. Questa viene, e si dà principio un dialogo fra essa e Giuda: dialogo che si prosegue fino all’impiccagione del traditore. Dopo questo i Farisei dicono a Pilato che se non condanna Gesù sovverte _la giustizia_. Allora Pilato, vinto dal timore, fa pubblicare la seguente

SENTENZA:

«Noi Pontio Pilato per volontà delli immortali idii e delli romani principi e della senatoria autorità, presidente generale di tutta la Judea costituito, desiderando noi la predicta provincia sotto nostra fede et diligentia assegnata, quella di mali e perversi homini purgare: come allo dovere di un grave judice se conviene: et con ogni forza et industria servendo al suddetto popol romano: et volendo alla perpetua quiete e pace provvedere: essendo menato dinanzi[689] al nostro cospetto Jesu Nazareno e trovandolo uomo seditioso e seduttore, il quale[690] fino al presente confidandosi nella sua temerità: habbia havuto ardire contro il dovere e le imperiali[691] leggi attribuirsi il regnio de’ Judei con denegare il tributo al grande imperatore Cesare Augusto: sedendo adunque per tribunale per questa nostra sententia Jesu Nazareno qui presente come uomo seduttore, factioso[692] et delli buoni[693] costumi et vita e pace insidiatore, giudichiamo[694] et sententiamo esser degno di morte; et acciocchè per suo esempio li altri per avvenire[695] non ardiscano nè presumano far contra le imperiali leggi, et considerando[696] che quelli che vergognosamente[697] et con seditioni et factioni vergognosamente debbano essere puniti: pertanto adunque[698] se ne commette ad voi cavalier di nostra corte che detto Jesu Nazareno come uomo quasi di ladroni et factiosi[699] auctore et principe allo loco solito dello monte calvario menar dobbiate[700] et li tanto in la croce affiso in mezzo a doi ladroni tanto star debba in fin che l’anima dal suo corpo si separi, ad esempio di ogni et qualunque altro seditioso e malfattore contra alle[701] leggi imperiali».

Pubblicata la sentenza, i Farisei ne domandano al _Cavaliere_ l’immediata esecuzione. Cristo vien caricato della croce: intraprende il doloroso viaggio: s’imbatte nella Veronica, la quale gli porge un panno e gli domanda perdono: nel panno resta impressa una figura, che essa mostrandola al popolo, dice essere la figura del volto di Cristo. Giunto al Calvario, il Redentore si rivolge al Padre, e lo prega ad accettare il sacrifizio della sua vita: si distende sulla croce, e così si chiude il sesto atto.

ATTO SETTIMO

Apparisce l’evangelista Giovanni, il quale, afflitto per la prossima morte del maestro, esclama:

«Ohimè, che gli occhi suoi hanno velato, ecc.»

Sopravviene la Madonna, e di fronte a quello spettacolo si sviene. Il _Cavaliere_ ordina di alzare la croce; ed il popolo riunito nell’Anfiteatro grida: «Misericordia ecc.». Il Capo de’ Farisei dice: «Eccovi crocifisso il malfattore»: le vesti di Cristo vengono sorteggiate: il Crocifisso prega per i suoi crocifissori. Sulla croce si pone il titolo:

«I . N . R . I»

e i Farisei ripetono a Pilato che il loro re è Cesare Augusto, e non Cristo: Pilato risponde:

«Ciò che scrissi voglio che sia scritto, Nè vo’ tornare indietro il (col) mio ditto».

Torna la Madonna, la quale dice al _Cavaliere_:

«O saggio cavalier, in cortesia, ecc.»

ma questo, adirato, risponde:

«Donna, se vuoi onor, non ti accostare, ecc.»;

il _Cavaliere_ se ne parte, e Maria rimane a’ piè della Croce.

Incomincia allora il noto colloquio fra i due ladroni; finito il quale le Marie intonano il flebile canto:

«Maestro caro, vedove ci lasci, ecc.»

La Madonna dice al Figlio:

«Ad un ladron non hai prima parlato, ecc.»

Egli risponde:

«Donna, veggiomi già condotto a morte, ecc.»

E S. Giovanni segue:

«Signor, farò quanto m’hai comandato, ecc.»

Il Crocifisso dice: «Sitio Pater». Il _Cavaliere_ gli nega la bevanda: poi muta consiglio e gli porge aceto e fiele. Cristo lo saporeggia e dice: «Consumatum est».

I Farisei lo dileggiano, _lo dicono falso e rio_, ecc. La Madonna si lagna colle turbe: Cristo ad alta voce esclama: «Eloi eloi lagma sabactani». I Farisei credono che Ei chiami Elia, e seguono a dileggiarlo. Finalmente, giunto il momento di morire, Cristo si fa a dire:

«Altissimo mio Padre, onnipossente, ecc.»

Compariscono gli Angeli, i quali dicono reverentemente:

«Ecce Agnus Dei».

Longino canta:

«O cieca gente, o popolo perverso, ecc. Misericordia, o sommo Creatore».

Segue la deposizione di Cristo dalla croce «_con la musica_ di Giuseppe di Arimatea, di Nicodemo e delle Marie».

Fin qui il dramma. Non è nostro compito esaminarlo criticamente. Molte cose dovremmo osservare. Solamente coll’Adinolfi[702] diremo: «Il dramma non è tutto da lodare o degno di biasimo, ma ben poco da mettere in paragone delle antiche, semplici e maestose rappresentazioni anfiteatrali alle quali serviva tutta quanta la natura della costruzione dell’edificio, e che secondo la costumanza discesa dal greco teatro aveano nell’_arenario_ le scene fisse ed in pieno, e non dipinte sulla tela, e ciò sia detto rispetto alla forma esteriore della tragedia o rappresentazione, che non recava noia alcuna con la lunga partizione degli atti, compatibile solamente nella storica tragedia, contenente talvolta l’intiera vita di un personaggio».

Le spese che importavano simili rappresentazioni, variavano secondo la maggiore o minore grandiosità degli scenari, palchi ecc., e la magnificenza nell’esecuzione. Nè mancarono persone pie le quali offrissero talvolta denaro a questo scopo; e nel libro _Decretorum_[703], leggiamo: «che si faccia la devozione della Passione nel Colosseo, essendo persona che per esse offerisce 60 ducati, acciò non si perda la detta devozione».

Il dramma da noi compendiato e già esposto, fu recitato nell’Anfiteatro Flavio fino al 1522. Il 23 Marzo dello stesso anno i fratelli della Compagnia ne sospesero l’esecuzione, pubblicando il seguente decreto:

«Non si faccia, conforme era solito, la rappresentazione della Passione nel Colosseo, _attento periculo ob delationem armorum, cum esset difficile sine scandalo transire posse_»[704].

A me sembra di vedere la causa di questo decreto nello stato turbolento in cui trovavasi Roma in quell’anno; giorni orribili, in cui la brutalità, i furti e gli omicidi dei soldati Còrsi, come pure la lotta di Renzo di Ceri coll’esercito dei Fiorentini e dei Sanesi, obbligavano i Romani a star continuamente in armi.

(In questo stesso tempo accadde un fatto, che non posso tralasciar di riferire, perchè avvenuto nel Colosseo. Un tal Demetrio greco percorse le vie della città con un toro da lui ammansito, come egli diceva, con arti magiche; e lo condusse al Colosseo per ivi sacrificarlo secondo il rito antico e a fine di placare i _demoni avversi_!)[705].

Nell’anno 1525 il surriferito decreto fu annullato, e si ordinò che si ripristinassero le rappresentazioni[706]: «Fu proposto che per fare la rappresentazione del Colosseo, secondo il disegno fatto, vi sarebbero occorsi di spesa almeno 250 ducati; e fu risoluto che per essere l’Anno Santo si faccia con ogni onorificenza».

Il 30 Luglio dell’anno 1525 fu stabilito che le sopraddette «rappresentazioni avessero luogo di quattro in quattro anni, onde evitare spese gravi»[707].

Nel 1531 si pensò a restaurare il palco, rimasto danneggiato nel sacco di Roma (a. 1527); e si stabilì che annualmente si spendessero 20 ducati allo scopo di «conservarlo e risarcirlo»[708].

Nel 1539 nel Colosseo ebbe nuovamente luogo la rappresentazione della Passione[709]; ma nel seguente anno (1540) cessò probabilmente quell’uso. Gli scrittori medioevali ed il Panciroli ci dicono infatti che quei drammi furono aboliti dal Pontefice Paolo III, il quale, malgrado tutte le pratiche fatte dal popolo onde _perpetuare quella devozione_, ne negò il permesso[710].

Leggiamo nel libro _Decretorum_ della Compagnia del Gonfalone: «Anno 1517, che si faccia la cappella nel Colosseo e vi si spendano 30 ducati di oro di Camera»[711]. Questa deliberazione fu presa dietro il consenso di Raffaele De’ Casali e di Luigi De’ Mattuzzi, guardiani dell’Ospedale del Salvatore. Il progetto però non si eseguì che nel 1519. Nello stesso libro _Decretorum_[712] si legge: «1519, 6 Febbr. Che si faccia la cappella nel Colosseo». Allora i guardiani dell’Ospedale del Salvatore rinnovarono il loro consenso, e permisero alla Compagnia del Salvatore di poter cavare qualche pietra di travertino per fare alcuni cunei e porte della stessa cappella, e questo fu il _sacello_ detto di S. Maria della Pietà.

Come risulta dalle date, la cappella venne fatta quando ancora nel Colosseo si eseguivano le rappresentazioni della Passione del Salvatore; poichè una di queste ve ne fu, come già dicemmo, nel 1519[713], e non cessarono che nel 1540.

Cessati i sacri drammi nell’Anfiteatro, il palco scenico rimase abbandonato, come pure abbandonato dovè rimanere l’intero edificio; giacchè, non molti anni dopo, si giunse a tal eccesso da farlo divenire campo di stregonerie notturne; ed il Cellini racconta nella sua vita che una notte egli stesso vi assistette.

La cappella della Pietà cadde pur essa in oblio, e vi rimase per settanta anni circa: fino a che, nel 1622, l’Arciconfraternita del Gonfalone risolvè ripararla e ridonarla al culto. Vi aggiunse essa alcune stanze per un custode, e nell’alto del piccolo edificio collocò una campana. La chiesuola fu consacrata da Mons. Giulio Sansedonio, già vescovo di Grosseto[714]. A memoria del restauro, si pose la seguente iscrizione:

ARCHICONFRATERNITAS GONFALONIS SACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVB INVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATIS VETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NE TANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . IN MELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR- NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA- TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIO Q . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATII MAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTA CAMERARIO .

Nell’opera del Fontana[715] sul Colosseo vi è una veduta dell’interno dell’Anfiteatro qual’era agl’inizi del secolo XVIII. In essa si vede la cappella suddetta col suo piccolo campanile e l’abitazione del custode; dinanzi alla porta si scorge eretta una croce.

Questa interessante veduta ci fa conoscere il sito preciso ove sorgeva la cappella di S. Maria della Pietà: essa sorgeva presso la porta libitinense, ricavata nei vani sotto la gradinata del podio, ed ove si dispiegava il palco delle rappresentazioni della Passione, della quale si distinguono gli avanzi. Ma poichè la cappella rappresentata in quella veduta supera il piano del palco scenico, e non potendosi ammettere che quello sconcio sia stato fatto all’epoca delle rappresentazioni, dovrà dedursi che le stanze (delle quali si veggono due finestre sulla porta del _sacello_) siano state aggiunte nel restauro del 1622, e che prima del restauro la cappella fosse intieramente sotto il palco delle rappresentazioni.

Il ch. Armellini dice che la cappella di S. Maria della Pietà servì anteriormente da guardaroba della Compagnia che rappresentava la passione di N. S. Gesù Cristo. L’Adinolfi opina che il _sacello_ della Pietà fosse la chiesuola di S. Salvatore _de Rota Colisaei_. A me sembra che ambedue abbiano ragione, e che un’opinione non escluda l’altra. L’Adinolfi fa derivare la denominazione _Rota Colisaei_ dall’arena dell’Anfiteatro; l’Armellini dalla vasca rotonda della Mèta Sudante. Più giusta tuttavia sembra essere l’opinione dell’Adinolfi, poichè presso la Mèta Sudante v’era una chiesa dedicata a Maria SS. detta _De Metrio_: denominazione che lo stesso Armellini giudica «una corruttela della parola _de Meta_». Laonde farebbe mestieri ammettere che la Mèta Sudante fosse chiamata contemporaneamente con due nomi: cosa non facile a dimostrarsi. Che per _Rota Colisaei_ s’intendesse invece l’arena, mi pare potersi dedurre da quel che si legge nel _Catasto dei beni della Compagnia del Salvatore_[716]. Troviamo infatti che nella _Ruota del Coliseo_, poco lungi dalla chiesa di S. Salvatore, eravi _una grotta, detta anche casa, forno e luogo da conservare erbe secche_. Ora, attorno all’arena si può assai bene trovare il posto per questa grotta; ma attorno alla _vasca della Mèta Sudante_ no davvero!

Che poi su questa chiesina si fosse potuto stendere il palco scenico, e far divenire essa stessa _la guardaroba_ della Compagnia, si può argomentare dal fatto dell’abbandono in cui cadde il detto _sacello_ nel periodo che córse fra il pontificato di Pio II e quello d’Innocenzo VIII; abbandono reso manifesto dal decreto di Pio II, col quale egli toglieva le rendite alla chiesuola di S. Salvatore _de Rota Colisei_ e le donava a S. Eustachio.

Nè fa ostacolo la diversità del titolo della cappella, detta prima di S. Salvatore e poi di S. Maria della Pietà, giacchè questa diversità è più apparente che reale.

La cappella fu sempre dedicata al Salvatore: probabilmente nella sua primitiva erezione (perchè più conveniente all’epoca — che io ritengo antichissima — come ora procurerò di dimostrare) vi si dipinse il Salvatore crocifisso con la Vergine a piè della croce.

Questa pietosa scena potè benissimo essere rappresentata tra il VI ed il VII secolo, e a quei tempi faccio io risalire l’origine di quella cappella. Nè mancano esempî, ed uno ne abbiamo d’epoca più antica ancora, nella scatola d’avorio, cioè, che si custodisce nel Museo britannico, e che, come dice il Kaufmann, ragionevolmente possiamo dire opera del secolo V. Nei restauri posteriori vi si potè esprimere la morte del Salvatore ed il tenero dolore della Vergine più pietosamente ancora, dipingendovi, cioè, il corpo del Salvatore deposto dalla croce e giacente sulle ginocchia della sua SS. Madre: gruppo chiamato per antonomasia la pietà. Poste queste considerazioni, le due denominazioni si fondono in una. Non mi pare fuor di proposito ricordare qui quanto scrisse il Martinelli nella sua _Roma ex etnica sacra_[717]: «S. Salvatoris de Pietate in Campo Martio intra monasterium S. Mariae. Antiqua _Urbis mirabilia_ referunt hic fuisse imaginem _Salvatoris_ quae dicebatur _Pietas_».

Alcuni vogliono che detta cappella si fosse appellata pur anche _S. Maria de Stara_. Basano il loro asserto sul Registro dei possedimenti della _Basilica Lateranense_[718], nel quale è menzionata la chiesuola con questo nome. Io congetturo che questa denominazione non sia altro che una piccola variante del titolo della cappella, chiamandola, cioè, «S. Maria de Salvatore;» e che trovandosi questo secondo nome scritto abbreviato «_S. Maria de St[=ore]_» (e forse malamente scritto), abbia potuto originarsi il titolo di _S. Maria de Stara_.

Comunque sia è certo che l’origine di questo _sacello_ eretto nell’interno dell’Anfiteatro Flavio dovè essere antichissima. Prima che il papa Giovanni XXII istituisse l’Arciconfraternita del Salvatore, detta di _Sancta Sanctorum_ (a. 1332), quella cappella già esisteva. È ricordata durante il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303) nel registro dei possedimenti della Basilica Lateranense; ed un secolo innanzi (1192) la troviamo nominata nel libro «_De Censibus_» di Cencio Camerario: «_S. Salvatori de Rota Colisei VI den_».

Io non conosco dati più antichi: forse ricerche accurate potrebbero somministrarli. Tuttavia, l’esser certo che l’arena dell’Anfiteatro Flavio, fu bagnata dal sangue dei Martiri[719], e lo esistere un cimitero cristiano addossato all’Anfiteatro fra il VI e il VII secolo, appunto in quella parte ove internamente sorgeva la cappella del Salvatore; ed il veder questa cappella ricavata in uno dei fornici del piano terreno presso l’arena, e quindi allo stesso livello del cimitero suddetto, (livello che nell’alto medio evo andò gradatamente sollevandosi, come risultò dagli scavi del 1895)[720]; ed il trovarla finalmente registrata tra i possedimenti dell’Arcibasilica Papale, tutto ciò mi fa ragionevolmente opinare che, cessati del tutto i ludi fra il VI ed il VII secolo, presso l’arena del Flavio Anfiteatro, in prossimità della porta libitinense, donde uscirono trionfanti le spoglie insanguinate dei Martiri, si dedicasse un sacello al Re dei Martiri. E questo fu probabilmente il nucleo del cimitero, la cui necessaria esistenza fu giustamente accennata dal ch. P. Grisar[721].

Nella sua primitiva origine, probabilmente s’accedeva alla cappella dalla parte del cimitero e non dell’arena, perchè a quei tempi il muro del podio non poteva essere ancora distrutto; più tardi vi si accedette dalla parte interna: e questo fino a che rimase in essere il palco delle rappresentazioni della Passione, sotto il quale trovavasi la cappella. La porta perciò, che vediamo nella tavola del Fontana, e che dà sull’arena, fu aperta nel restauro del 1622; e ciò vien confermato nel permesso, dato dai guardiani dell’Arciconfraternita del Salvatore, di poter cavare qualche travertino _per far cunei e per le porte_.

Lo studio di questa cappella, che può dirsi il centro della sacra zona formata dalle chiese che attorniarono l’Anfiteatro Flavio, ci ha condotto a riconoscere, con grandissima probabilità, la massima antichità possibile della venerazione verso quel luogo consacrato dal sangue dei martiri; venerazione che i moderni ipercritici[722] vorrebbero far credere un parto del pietoso zelo di Clemente X e di Benedetto XIV. Almeno dicessero col Grisar[723]: «Furono i secoli decimo settimo e decimo ottavo che per primi (?) cercarono di AVVIVARE il ricordo dei martiri della fede cristiana fra queste solenni ruine!»

Fuori dell’Anfiteatro, dalla parte che guarda verso la via dei Santi Quattro, vi era una piazza chiamata di S. Giacomo, a causa di una chiesa ivi prossima dedicata a questo santo: «S. Giacomo de Coloseo». Ecco le parole colle quali il Mellini[724] tratta di questo _sacello_: «Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale era prima la chiesa di S. Giacomo detta _de Colosseo_ profanata quasi ai nostri giorni. A questa chiesa la vigilia dell’Assunta s’incontravano il clero lateranense e gli ufficiali del popolo romano, e quivi si risolveva il modo di fare la processione dell’immagine del Salvatore....» Era adorna di pitture, che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal Guattani. Fra quelle v’era una _figura colossale di S. Giacomo apostolo sedente, col bordone e un libro nelle mani_[725].

Ivi sorgeva eziandio la casa dei Frangipani, la quale poi venne in dominio degli Annibaldi. Relativamente alle case degli Annibaldi _de Coliseo_, che dalla piazza di S. Giacomo corrispondevano entro l’Anfiteatro Flavio, ci rimangono le seguenti notizie:

Nel 1365 l’ospedale del Ss.mo Salvatore comperò per trenta ducati la metà di una casa appartenente a _Cola di Cecco di Giovanni Annibaldi_. «Questa casa, dice l’Adinolfi[726], era o per se sola congiunta all’Anfiteatro Flavio, o con altri suoi membri entrava perfin nel medesimo, giacchè contenendo delle sale e delle camere, allorquando Giovanni di Branca e Mario Sebastiani, guardiani della Compagnia del Gonfalone ebbero ottenuto da Innocenzo Papa VIII la licenza di poter rappresentare entro il Colosseo la sacra ed istorica tragedia della passione di nostro Signore, addimandarono questa casa alli guardiani dello spedale suddetto Ludovico de’ Margani ed Alto de Nigris, e assentendo anche i conservatori di Roma per questo unico e devoto fine glie la concedettero».

Nel 1462 la parte della casa che guardava la piazza di S. Giacomo, era diruta; la parte invece che internavasi nel Colosseo, era ancora in buono stato di conservazione[727].

La suddetta chiesa di S. Giacomo _de Coliseo_ profanata e ridotta a fienile, come dice il Mellini e come pur si ricava dal Martinelli[728], il quale scrive: _S. Iacobi apud Colosseum erat ibi ubi est foenile cum imagine B. Mariae V. in eius angulo; habebatque hospitale, quod ad Lateranum traslatum est, et nunc dicitur ad Sancta Santorum_, venne finalmente abbattuta nel 1815.

Il Marangoni[729] aggiunge che l’amministrazione e la cura di questa chiesa e di questo ospedale l’ebbe l’Arciconfraternita de’ _Raccomandati del Ssmo Salvatore_ AD SANCTA SANCTORUM fino all’anno 1470. Lo deduce dagli statuti rinnovati in quell’anno e confermati nel 1513, nei quali i _guardiani_ dell’Arciconfraternita s’obbligavano, _sub juramento_, di visitare una o due volte alla settimana quell’ospedale. Lo stesso autore[730] assicura di aver letto, ma non ricorda dove, che l’ospedale trovavasi negli archi superiori dell’Anfiteatro, già chiusi dai Frangipani. «In effetto, dice, tutti i sei archi chiusi della elevazione esteriore, sono anche murati al di dentro fra i pilastri del secondo portico, sicchè formansi e si dividono due lunghi corridoi quanti portano i sei archi, luogo attissimo per l’ospedale».

Il celebre letterato Francesco Valesio, senza però accennare alle fonti, comunicò ad alcuni suoi amici che nei suddetti archi chiusi del Colosseo vi era anticamente un monastero di monache[731].

Questo stesso asserisce il Bonet. Noi riportiamo la notizia soltanto in ossequio alla ch. memoria del suddetto Valesio, ma siamo affatto incerti della verità di essa.

L’Adinolfi[732] combatte energicamente queste opinioni. «È veramente triviale (dice), e non pertanto meno curiosa l’opinione del Marangoni, che la Società del Salvatore avesse governo non pur di questo tempietto ma eziandio dello spedale che li era ammesso fra gli archi stessi del Colosseo, il quale spedale dopo molti anni fusse trasportato al Laterano ove esiste; e dell’istessa natura è quella di Francesco Valesio quando pretende nell’Anfiteatro Flavio anticamente venisse aperto un monastero di monache. Rincrescendomi d’involgermi in certe quistioni tra perchè la brevità del lavoro le rifiuta, e perchè si concerta con scrittori di molto credito, non posso nondimeno tralasciarle per la loro necessità e pel superchio rispetto all’altrui sentenza, sapendo per prova che tutti gli uomini qualche fiata rimangono in inganno.

«A me dunque, che posi in disamina l’archivio della detta compagnia anche coll’intendimento di veder meglio questa materia, pare la cosa assai diversa e massime per due ragioni. La prima è che nell’archivio suddetto non trovi menzionato alcun luogo dell’Anfiteatro rivolto all’uno e all’altro uso. La seconda che questi pareri discendono dalla falsa congiunzione di due idee, tra loro ben distinte. Nel trovar scritto spedale e monistero del Colisseo s’intesero due fabbriche non già vicine ma entro quella orrevole dell’Anfiteatro Flavio. Ora partendo da un principio stabile e certo dirò che avanti e alquanto dopo il mille come è sconosciuta la chiesa di S. Giacomo, così al pari il suo spedale di donne, l’edificamento del quale non sembra più antico di quello di S. Angelo, ma piuttosto da esso originato, ed a lui assoggettato e dipendente[733]. Per avventura venne aperto dai _Raccomandati_ per maggior comodo degli infermi[734], come meno lontana dalla parte più popolata di Roma, e prova ne sia fra le altre quella, che, ingrandito lo spedale al Laterano non fu chiuso nè quello, nè l’altro assai più picciolo di S. Pietro e Marcellino chiamato lo spedaletto, ma tutti e tre correndo gli anni di Cristo 1383, a benefizio del comune ricettavano malati[735].... Ma siccome lo spedale.... fu aperto principalmente per donne[736], che ebbero bisogno nelle loro malattie di essere servite da altre femmine, queste incominciarono prima a nominarsi offerte, e costrette da necessità a dimorare e convivere in quel luogo, tennero vita a seconda di qualche regola; da queste dunque o da altre povere donne ivi raccolte, o come par meglio, e dalle una e dalle altre, venne a formarsi una di quelle devote unioni ne’ secoli di mezzo appellate case sante.

«Le abitazioni di cotali donne, conchiude l’Adinolfi, erano contigue alla chiesa di S. Giacomo che col suo spedale dispiccato dal Colosseo erano separate affatto da questo edifizio. Conciossiacchè venendo ampliamente dai guardiani Bernardo de’ Ricci e Paluzzo di Giovanni Mattei negli anni cristiani 1472, costoro chiesero licenza ai maestri delle strade di chiudere un luogo intraposto a quella chiesa e ad alcune possessioni dello spedale[737], ed in questa concessione per verun modo si fa ricordanza di quell’edifizio del Colosseo, nel quale secondo Valesio, era contenuto il loro monastero».

* * *

Oltre alla chiesa di S. Giacomo de Coliseo, erano molto prossime all’Anfiteatro Flavio altre chiese, delle quali oggi non rimane alcun vestigio.

«Nell’andar direttamente per la via Maggiore seguitava, dopo il titolo Clementino, la favolosa casa di Giovanni Papa VII; e verso l’Anfiteatro Flavio _per lo meno quattro altre chiesette_»[738].

Il Lanciani[739] opina, e saggiamente, malgrado l’ipercritica dei moderni Bollandisti[740], che nelle vicinanze del Colosseo, oltre a varie cappelle vi fossero pur’anche sette chiese. L’opinione dell’illustre archeologo vien confermata dalle scoperte e dai documenti; le prime ci hanno rivelato la esistenza di alcuni oratorî o cappelle nelle vicinanze del Colosseo; i secondi ci hanno conservato memoria di almeno otto chiese in quel dintorno.

Fra gli oratorî che circondavano il Colosseo, merita il posto d’onore quello sacro a S. Felicita, martire romana, ed ai suoi figli. Quest’oratorio fu scoperto nel 1812.

Il primo a parlarne fu il Morcelli nel 1812, poi il Piale nel 1817; anche il Mai più volte nei suoi scritti parla di quest’oratorio; e poscia il Canova, il Nibby, il Garrucci, il De Rossi, l’Armellini, il Marucchi, il Grisar, ecc. Non è questo il luogo di descrivere ed illustrare quell’antichissimo oratorio: tanto più che le sue pitture e le scoperte ivi fatte sono state già illustrate e pubblicate da molti scrittori. Solo mi sia permesso intrattenermi alquanto sul motivo della erezione di un oratorio sacro a S. Felicita, celeberrima martire romana, in questo luogo; motivo che ha dato occasione a varie congetture.

Il De Rossi[741] propose la congettura che qui fosse la casa del marito di Felicita, di nome Alessandro; argomentando l’ignoto nome del marito da quello di uno dei figli, chiamato appunto Alessandro: e ciò lo ricava dalla greca iscrizione a graffito in una parete laterale della stanza, dove, nonostante l’incertezza della lettura, quello che al ch. archeologo sembra certo è, che vi si legga: «_Alexandri olim domus erat_».

Il Grisar[742], benchè dica che in mancanza di sorgenti non ci è permesso sciogliere la questione, pure a lui sembra che l’affermativa spiegherebbe meglio la venerazione delle dame Romane per questo santuario: venerazione, che viene espressa in un graffito del muro. Questa congettura però, a mio modo di vedere, incontra non poche difficoltà; e tralasciatane per brevità ogni altra, è certo che qui non potè essere la casa di una nobile matrona, quale fu Felicita, nè del suo marito, nobile anch’esso; perchè non può dubitarsi essere quest’oratorio parte dei sotterranei delle Terme di Traiano, che altro non sono se non gli avanzi della casa aurea di Nerone[743].

Altri congetturano che questo sia il luogo immediato ove la Santa ed i figli furono trattenuti per esser da quello condotti al martirio. Ma anche quest’opinione incontra difficoltà. Se la sepoltura di Felicita e dei figli fosse stata fatta sulla via Labicana o sulla Latina, non si avrebbe tanta difficoltà ad accettare il parere di quegli scrittori. Ma è certo che la sepoltura di Felicita e di sei dei suoi figli fu sulla via Salaria, e quella di Gennaro sull’Appia. Sembra adunque troppo lontano il luogo della esecuzione della sentenza capitale (che l’esperienza insegna prossimo al luogo della sepoltura) da quello ove quei Santi sarebbero stati detenuti per esser condotti al martirio.

Altri opinano finalmente che questo luogo fosse la _custodia privata_, ove la Santa ed i figli furono trattenuti nel tempo del processo. Ma gli atti c’indicano il luogo preciso ove il processo si svolse, e questo è il Foro di Marte: «_Postera namque die_, dicono gli atti, _Publius sedit in Foro Martis et iussit eam adduci_», e dopo essa ad uno ad uno i figli. La distanza del luogo di cui si parla dal Foro di Marte fa abbandonar la proposta congettura, senza notare che, come ogni Foro ebbe la sua _privata custodia_, così l’ebbe pur anche il Foro di Marte.

In questo stato di cose, sia lecito anche a me proporre una congettura, che ricavo dalle circostanze di luogo, di tempo e di costumi.

È certo che all’Anfiteatro Flavio furono non poche volte condotti i rei per esser puniti, e che anche i cristiani[744] furono là condotti, e non di rado, più per provare la loro costanza nella Fede ed indurli a rinnegarla, che per ultimo supplicio[745].

È certo eziandio che prossimo all’Anfiteatro vi dovè essere un luogo di _custodia_ per i rei destinati a subire il supplicio nell’arena dell’Anfiteatro stesso. Ora quell’oratorio così prossimo all’Anfiteatro, nei sotterranei delle Terme, sulla strada che menava all’Anfiteatro[746], e precisamente da quella parte ove trovasi la porta Libitinense, per la quale s’introducevano i rei nell’arena, non può negarsi essere stato luogo molto adatto allo scopo. E che questo fosse veramente un luogo di custodia, lo dimostra, come nota il De Rossi[747], la pittura stessa della Martire, ove le due figure effigiate in proporzioni piccole per rispetto ai Santi, sono di carcerieri «_Clavicularius carceris_».

Posto ciò, non sarebbe, credo, azzardato il supporre che S. Felicita e figli fossero ivi condotti per esser poi presentati alle belve nell’Anfiteatro, almeno a provare ancora una volta la loro costanza. S. Felicita fu martire nel principio dell’impero di Marco Aurelio, quando, cioè, la plebe gridava: «_Christianos ad leones!_». Dopo la morte di Antonino le incursioni barbariche minacciavano l’Impero; il Tevere uscì dal suo letto, e recò gravissimi danni; Roma era in preda alla fame; la peste poco dopo devastò regioni: conveniva cercar vittime a placar l’ira degli dèi; e queste vittime furono i Cristiani. Era il grido del momento: «_Christianos ad leones!_»[748]. Felicita ed i figli furono tra le vittime designate.

È vero che gli _atti_ tacciano su ciò; ma conviene osservare che questi _atti_ sono brevissimi e semplicissimi. Essi altro non ci ricordano che l’esame e la morte dei Santi; e se questo episodio dell’Anfiteatro non lo ricordano, fu forse perchè non ebbe seguito. Dico _forse non ebbe seguito_, giacchè le Matrone Romane perorarono presso l’Imperatore per la loro compagna, matrona anch’essa «_Inlustris_»; e l’Imperatore M. Aurelio che, al dire di Dione[749], di Capitolino[750] e di Erodiano[751], aveva orrore per i ludi cruenti dell’Anfiteatro, accolse la domanda; e Felicita ed i figli furono liberati da questa prova. La scritta che leggesi sul capo di Felicita nel dipinto del nostro oratorio: «Felicitas cultrix Romanarum (_matronarum_)», come tutti convengono, ce ne è una conferma. Quel _cultrix_, numero singolare, non si può riferire alle matrone, come senza badarvi si è fatto; perchè queste sono in numero plurale. Il Garrucci vide la difficoltà, e riferì quel _cultrix_ ad una _qualunque Felicitas_, devota della Santa omonima; costretto però ad aggiungervi: «_votum solvit_», che non gli appartiene, come anche notò il De Rossi. Secondo la mia opinione, quel _cultrix_ esprime la gratitudine di S. Felicita verso le Matrone Romane.

Sennonchè, come nota l’Allard[752], l’Imperatore, di fronte alla grande agitazione popolare causata dal terrore superstizioso, liberando Felicita ed i figli dalle zanne dei leoni, non potè a meno di rassicurar la plebe, ordinando che il sangue destinato a placare l’ira degli dèi, invece che nell’Anfiteatro fosse sparso in punti diversi di Roma. «_Leur immolation_, scrisse l’Allard[753] parlando dell’iscrizione trovata nel 1732 nel cimitero di Processo e Martiniano, POSTERA DIE MARTVRORVM, eut quelque chose d’exceptionnel: ils furent _les martyrs_ proprement dits, c’est-a-dire les victimes choisies entre tous les chrétiens pour être sacrifiées à la colère des dieux, un jour où le fanatisme, la superstition, la peur, voulurent à tout prix arroser d’un sang illustre divers points de la ville de Rome».

Il De Rossi[754] scrive che il graffito greco, ricordante un _Alexandri_ δόμος, era scritto sull’intonaco primitivo anteriormente alle pitture cristiane; e che nel medesimo intonaco si leggevano pure in graffito: «_Achillis vivas_» ed altri nomi, come: «_Cassidi, Maxi..., Saeculari_....»; e sotto: «_in de_», che il De Rossi lesse: «in Deo». Da questo Egli dedusse che nei graffiti del primo intonaco si ha indizio del culto del luogo, anteriore alle pitture cristiane. E giustamente; poichè tutti sanno che la parola domus nel linguaggio cristiano ordinariamente significa _oratorio_, e le acclamazioni _Vivas in Deo_ sono cristiane.

Conchiudo:

Fra gli oratori che circondavano il Colosseo, quello sacro a S. Felicita è il più antico; e se (come assai bene lo dimostrò il De Rossi) le pitture cristiane, rappresentanti la nostra Santa e i suoi figli, non sono posteriori alla metà del secolo V (443), ed il culto di quel luogo è anteriore alle pitture, dobbiam conchiudere che l’oratorio di S. Felicita e figli risale al IV secolo dell’êra volgare.

E bene a ragione fu esso il primo; giacchè quel luogo era, come si disse, la custodia per coloro che dovean essere esposti alle fiere nell’Anfiteatro: supplizio che subirono non pochi cristiani. Difatti noi troviamo qui una _domus Alexandri_; ed il vescovo Alessandro, sepolto _ad Baccanas_, fu (secondo gli atti interpolati bensì ma in sostanza veritieri)[755] esposto alle fiere nell’Anfiteatro; e così, chi sa che anche i nomi di Achille, Cassidio, Massimo e Secolare, uniti a quelle cristiane acclamazioni, non siano anch’essi, nomi di Cristiani _damnati ad bestias_ nel Colosseo?....

Un altro oratorio fu scoperto negli scavi del 1895, fra residui di fabbriche antiche, presso la nuova via dei Serpenti. Riporterò le parole del ch. Gatti, che allora descrisse la scoperta[756]. «Sopra un muro curvilineo che trovasi alla distanza di m. 44 del Colosseo in corrispondenza delle arcate XXXXIIII e XXXXV, e costituiva l’abside di una piccola chiesa, si conserva la parte destra di una pittura a fresco, onde quella parte era decorata. Nel mezzo della composizione era rappresentata una figura seduta su ricco trono marmoreo, certamente la Vergine Maria col Bambino Gesù nel seno. Non ne rimane che una piccola parte della veste, e la fiancata sinistra del trono; il quale apparisce adorno di musaici, secondo lo stile così detto cosmatesco. Genuflessa al lato del trono medesimo è una piccola figura colle braccia sollevate in atto di preghiera. Ha il capo tonsurato, e veste una casula di color rosso puro. È il ritratto di colui che fece eseguire la pittura ad ornamento dell’oratorio. Segue l’imagine poco minore del vero, di un santo barbato, in piedi, con tunica di color cenere, stretta alla vita con una correggia di cuoio, e con corto mantello rossastro. L’abito è monastico; ed è probabile che in questa figura sia effigiato S. Benedetto. Ad essa doveva corrispondere un’altra simile figura dal lato destro del trono, ove siede la Vergine. Il dipinto è contornato da riquadrature in rosso: sulla fascia inferiore si veggono tracce di scrittura, con lettere di color bianco. La composizione e lo stile del dipinto sembrano doversi attribuire al secolo XIII o XIV.

«Nel campo della pittura si leggono i seguenti nomi di visitatori graffiti con una punta:

[Illustrazione: Iscrizione]

Il Lanciani, pur dubitando, opina che questi avanzi di oratorio si debbano attribuire alla chiesa di S. Maria de Ferrariis[757]; ma questa chiesa, come vedremo quando di essa si parlerà, per documenti certi conviene collocarla altrove. E poi, essendo la composizione e lo stile del dipinto del secolo XIII o XIV, e non esistendo altri documenti che dimostrino la preesistenza della chiesa (come tale) alle pitture suddette, l’opinante ben fece a dubitare di quella congettura. È dunque per me un incerto oratorio. La pittura è stata trasportata al Museo Nazionale.

Le chiese poi più vicine all’Anfiteatro Flavio, delle quali si ha memoria, sono:

1.º SS. Quadraginta Colisaei. 2.º S. Maria de Ferrariis. 3.º S. Giacomo. 4.º S. Salvatore de Insula. 5.º S. Salvatore de Arcu Trasi. 6.º S. Maria de Metriis. 7.º S. Nicolò de Colosso e Colisaeo. 8.º SS. Abdon e Sennen.

I moderni Bollandisti[758] saltano a piè pari la questione intorno a queste chiese, che, come vedremo, sono certamente esistite nelle vicinanze del Colosseo; come pure tacciono degli oratorî, dei quali parlammo di sopra, benchè quando essi scrissero fossero già scoperti. Rivolgono le loro armi contro _S. Salvatore in Ludo_ od _in Tellure_, e, contro _S. Maria de arcu aureo_, che nulla hanno a vedere col Colosseo; e, costretti a parlare della chiesa dei Ss. Abdon e Sennen, e non potendone negare resistenza, conchiudono con un «il est probable» che la lettura degli atti abbia suggerito l’idea di erigere una chiesa in loro onore in questo luogo.

Del resto, la esistenza di queste _otto_ chiese e di questi oratorî attorno al Colosseo serve a dimostrare la venerazione che, da secoli e secoli, prima dell’epoca fissata dai Bollandisti per il culto di questo monumento — secolo XVII — era prestata all’Anfiteatro, benchè le chiese e gli oratorî niuna relazione diretta avessero coi martiri che in esso patirono: giacchè appunto attorno a centri indubitabili di grande venerazione noi vediamo verificarsi il fatto dell’aggruppamento di chiese ed oratorî di vario titolo; come, ad esempio, attorno alle basiliche Lateranense e Vaticana, ed a quella _Apostolorum_ sulla Via Appia. Anzi questo fatto non solo si è verificato attorno a luoghi sacri fin dalla loro origine, ma eziandio attorno a monumenti destinati per loro natura ad uso profano, e divenuti poscia venerabili, presso i cristiani, per qualche motivo speciale. Così attorno al grandioso edifizio delle Terme di Diocleziano, sorsero le chiese di S. Salvatore _in Thermis_, dei Ss. Papia e Mauro, e l’oratorio cristiano scoperto nel 1876 sul _Monte della Giustizia_ (ove è ora la dogana); e ciò, perchè gli altissimi muri di quella immensa mole erano stati cementati, dirò così, dal venerando sudore di migliaia di confessori della fede.

I. Chiesa dei _Ss. Quadraginta Colisaei_[759].

Cinque furono in Roma le chiese sacre ai Quaranta Martiri di Sebaste. Presso la chiesa di _S. Maria Antiqua_, scoperta a’ nostri giorni, v’ha una cappella che il Wilpert considera come faciente parte della chiesa stessa, per essere a questa assai vicina[760]. Nell’abside di questa cappella sono dipinti i Ss. Quaranta Martiri; e la pittura è giudicata dallo stesso ch.º autore[761] non posteriore al secolo VII. Nella stessa cappella Adriano I fece dipingere nel secolo seguente _gli stessi Santi in gloria_.

Altra chiesa dedicata a questi Martiri fu sull’Esquilino, e propriamente al Castro Pretorio. — Una terza ve n’era a breve distanza dal luogo ove ora è la chiesa delle Stimmate, e si disse _Ss. Quadraginta de Calcarario_, e poi _de Leis_. Un’altra ve ne fu, e v’è tuttora, nel Trastevere, e finalmente viene la nostra. Da quest’elenco mi sembra potersi ricavare l’origine e la posizione della nostra chiesa.

I _Quaranta Martiri_ furono soldati, e noi troviamo che le chiese ricordate sono presso le caserme militari. La cappella di _S. Maria antiqua_ fu eretta per la Coorte Palatina; la chiesa dell’Esquilino, per i soldati Pretoriani; quella di Trastevere, nella celebre _Urbs Ravennatium_, per i marinaî di Ravenna, quella situata a pochi passi dal luogo ove ora sorge la chiesa delle Stimmate, per i militi dei _Castra_ dedicati da Aureliano _in Campo Agrippae_[762]. La nostra dunque, per i marinai di Miseno. Questo quanto all’origine: quanto alla posizione poi, il quartiere dei marinai di Miseno fu tra S. Clemente ed il Colosseo; ivi dunque dovremmo collocare la chiesa. E così è di fatto.

Il Lonigo la dice posta «lì attorno al Colosseo», fra la chiesa di S. Giacomo e quella di S. Clemente. Dalla bolla di Eugenio IV[763], per la quale questa chiesa e l’altra di S. Maria furono unite all’ospedale di S. Giacomo, risulta, che era prossima a questo ospedale: «Sanctorum Quadraginta.... nec non S. Mariae prope dictum hospitale consistentes». Nel _Catasto_ dei beni dell’ospedale di _Sancta Sanctorum_ del 1462[764] si legge: «Item ecclesia _Sanctorum Quadraginta_ prope dictam ecclesiam (di S. Giacomo) que remansit unita hospitali post cessum et recessum domi Johannis de Cancellariis». Ora il fabbricato della chiesa e dell’ospedale di S. Giacomo si estendeva fino al principio della via di San Giovanni. Qui dunque fu la chiesa dei Ss. Quaranta: vale a dire, di fronte al quartiere dei Misenati.

Questa chiesa alla metà del secolo XV era in istato di totale deperimento, e lo ricavo dalla citata bolla d’Eugenio IV (1433), nella quale, parlandosi delle due chiese, di S. Maria de Ferrariis e dei Ss. Quadraginta, leggiamo: «Etiam ruine deformitati supposite et fere prorsus destructa». Però sotto il Pontificato di Pio IV (1559-1565) esisteva ancora perchè è ricordata nel _catalogo delle chiese_, redatto sotto questo Pontefice. L’Adinolfi[765] opina che «vivo Sisto IV fosse fatto titolo di Cardinale ed avesselo Pietro Foscari; e Pontefice Alessandro VI il Cardinale Domenico Grimano e mantennesi tale trapassata anche l’età fra li due». Che questa chiesa esistesse, _trapassata anche l’età fra li due_, è certo; perchè, come ho detto, si trova ricordata nel _catalogo_ di Pio IV; ma che fosse elevata a _Titolo_ ed assegnata ai Cardinali Foscari prima e poi Grimano, non so come l’Adinolfi l’abbia potuto affermare: sappiamo infatti che i due Cardinali suddetti ebbero a _titolo S. Nicolò de Colosso o Colisaei_, che è lo stesso che _S. Nicolo inter imagines_[766]. Dalla seconda metà del secolo XVI in poi, non si ha più memoria di questa chiesa[767].

II. Chiesa di S. Maria _de Ferrariis_.

Parlando dell’oratorio scoperto negli scavi del 1895, dissi esservi alcuni i quali opinano, pur dubitando, che la chiesa di _S. Maria de Ferrariis_ fosse situata nel luogo di quel rinvenimento. Non ci è possibile accettare la loro opinione, giacchè la posizione di questa chiesa viene esattamente indicata dall’_Ordo Romanus_ di Cencio Camerario[768], e dalla bolla di Eugenio IV, più volte ricordata. Nel primo si legge: «Et dehinc usque ad S. Nicolaum de Colosseo,.... deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum Sancti Clementis». — Nella seconda, come già vedemmo, è scritto: «Nec non S. Marie prope dictum hospitale S. Jacobi consistentis». La chiesa di S. Maria _de Ferrariis_ era dunque situata presso l’ospedale di S. Giacomo, il quale terminava al principio della via attuale di S. Giovanni; era prima della casa della favolosa Papessa Giovanna[769], che trovavasi, per chi va al Laterano, prima di S. Clemente; era a sinistra della via suddetta, perchè ricordata con fabbriche che sono da questa parte: in conclusione la chiesa di _S. Maria de Ferrariis_ era situata al principio della moderna via di S. Giovanni, e a sinistra di chi va al Laterano.

Il Lonigo la pone fra S. Giacomo e S. Clemente.

La chiesa di cui parliamo è ricordata nel Catalogo del Camerario, nel Codice di Torino e nel Catalogo del Signorili; poi scomparisce.

III. Chiesa di S. Giacomo.

Di questa chiesa già s’è parlato abbastanza: solamente qui aggiungerò che negli scavi del 1895 venne a luce il _cimitero_ dipendente da questa chiesa. Ecco le parole che scrisse il ch.º Lanciani all’epoca della scoperta: «Sembra che questo sepolcreto dipendente dalla chiesa ed ospedale di S. Giacomo del Colosseo si estendesse per considerevole spazio, almeno sino al n. 2 in via di S. Giovanni, dinanzi al quale, il giorno 5 aprile, si trovarono altri avelli addossati a muri di bella cortina[770]. Stavano a soli due metri di profondità». In nota poi aggiunge: «Una parte delle fondamenta della chiesa di S. Giacomo è stata troncata dagli odierni scavi: e corrisponde nei particolari architettonici al prezioso disegno dell’anonimo di Stuttgart f. 88, n. 237[771]. Ad essa ed al camposanto si deve la conservazione dei cippi che chiudevano il marciapiede e balteo del Colosseo, largo ben diecisette metri e mezzo».

IV. Chiesa di S. Salvatore _de Insula_.

Questa chiesa è ricordata dal Camerario col nome di «_Salvatoris Insule et Colosei_»; nel Codice di Torino è detta: «_S. Salvatoris de Insula, habet 1. sacerdotem_»; e così pure vien chiamata nel _Catalogo_ del Signorili.

L’Armellini[772] dice che non si trova altra menzione di essa, e la crede addossata all’Anfiteatro: «Tracce infatti (egli scrive) di costruzione del medio evo restano ancora presso uno degli archi del medesimo, dal canto della via che conduce alla basilica Lateranense». Io però non posso convenire col ch.º scrittore: l’aggiunto «_Insule_» del Camerario, e il «_de Insula_» del Codice di Torino esclude l’idea di un addossamento della chiesa ad un edifizio. O fu dunque la chiesa medesima per se isolata, e quindi «_Insule_» o «_de Insula_»; ovvero fu inchiusa in uno di quei fabbricati, che, per essere affittato a più famiglie nell’antichità, e forse anche nell’età di mezzo, eran detti _Insulae_.

V. Chiesa di S. Salvatore _de Arcu Trasi_.

Con tal titolo è ricordata questa chiesa nel Codice di Torino; il Signorili poi la dice: «_ad Arcum Trasi_». Non può cader dubbio sulla posizione di questa chiesa: essa fu presso l’Arco di Costantino, se non forse a questo addossata. L’anonimo Magliabecchiano[773] dice: «Arcus triumphalis marmoreus qui dicitur _de Trasi_ coram colosso in via per quam itur ad sanctum Gregorium, fuit factus Costantino... et dicitur _de Trasi_ quia in transitu viae est». Nella _Mesticanza_ di Paolo Liello Petnene[774] si legge: «Voglio scrivere la vita di alcuno vostro Romano, a quali si vorria fare un simil arco trionfale, che fu fatto a Costantino... il quale si chiama _Arco de Trasi_ appresso a Coliseo». Poggio Bracciolini, nella sua _silloge_, scrive: «De arcu Costantini, qui hodie dicitur _de Traxo_».

L’Armellini, piuttosto che dal transito sotto ai fornici dell’Arco, opina si debba derivare il vocabolo _Trasi_ dalle statue dei Traci che ne adornano l’attico[775].

La memoria di questa chiesa scomparse dopo il secolo XV.

VI. Chiesa di S. Nicolò _de Coliseo_.

La chiesa di S. Nicolò, scrive l’Adinolfi[776], dicesi da qualche moderno «esser stata demolita ed essere stata nell’aia sulla quale è un locale, forse fabbrica dell’Arciconfraternita di _Sancta Sanctorum_, lasciando sospesa la curiosità del ricercatore di essa se questo locale stesse a destra o a sinistra della via Maggiore». Però Cencio Camerario, nel ricordare i luoghi ove si facevano gli archi sotto ai quali passava il Papa nella solennità del _presbiterio_, c’indica il sito ove sorgeva questa chiesa. Dice infatti: «Et dehinc usque ad _S. Nicolaum de Colisaeo_.... deinde usque ad S. Mariam de Ferrariis.... deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum Sancti Clementis»[777]. La chiesa di S. Nicolò stava dunque prima di quella di S. Maria _de Ferrariis_; ed essendo, per quel che si è detto sopra, noto il posto di quest’ultima chiesa, potremo con facilità stabilire il sito della chiesa di S. Nicolò. Questa fu certamente vicina al Colosseo, da cui tolse il nome; e perciò la collocherei a sinistra della via attuale del Colosseo, dove verso il Laterano ha termine l’edificio dell’Anfiteatro. Qui infatti, negli scavi del 1895, si rinvenne un lungo tratto di strada medievale, la quale, come nota il Gatti, era la via per cui si passava nelle solenni processioni papali, e dove appunto si facevano gli archi ricordati dal Camerario.

In questo luogo stesso e negli stessi scavi praticati nel 1895 si rinvenne un grande masso rettangolare di travertino, sul quale era in parte conservato l’intonaco primitivo dipinto. «Lo stile dell’affresco, scrive il Gatti[778] conviene al secolo VIII in circa. Vi sono rappresentati due santi, in piedi col nimbo circolare attorno al capo, vestiti di lunga tunica adorna di croci quadrilatere, e coperti col pallio. Ambedue tengono la mano destra sollevata all’altezza del petto; e mentre la figura a dritta sostiene una corona, l’altro regge un libro aperto, sul quale è scritto:

INIT[=IV] SAPIENTI.......

«Si volle ripetere la sentenza: _Initium sapientiae, timor Domini_; mancato però lo spazio per le ultime parole, queste furono rappresentate con piccole linee ondulate. La pittura è molto deperita; e verso ambedue i margini laterali della pietra manca quasi la metà delle due figure. In mezzo a queste è dipinta, nascente dal terreno, una pianta con fiori simili a rose».

Questa scoperta mi sembra sia una conferma della mia supposizione: che qui, cioè, fosse la chiesa di S. Nicolò _de Colisaeo_. Fu chiesa titolare; ed i due Cardinali Foscari e Grimano (i quali furono insigniti di questo titolo) ce ne sono la prova.

L’Armellini[779] afferma che questa chiesa era ancora in piedi sotto S. Pio V.

VII. Chiesa di S. Maria _de Metrio_.

Il Camerario, il Codice di Torino ed il Signorili ricordano questa chiesa; ma dal secolo XVI in poi non se ne ha più memoria. Il Codice di Torino la chiama «_Sellaria de Metrio_»; in una bolla di Urbano V è detta S. Maria de _Metrio_[780]. I topografi non hanno saputo indicare il luogo preciso di questa chiesa, e vi fu chi la collocò lontanissimo dal Colosseo; il Codice di Torino però ce ne dà l’indicazione precisa, e la pone fra S. Salvatore _de Arcu Trasi_ e la chiesa dei Ss. Abdon e Sennen. Ora, conoscendosi il sito preciso della prima — _Arco di Costantino_ — e dell’ultima — _Colosso di Nerone_, — è chiaro che S. Maria _de Metrio_ fu alla Mèta Sudante o lì presso; e la voce _Metrio_ (corruzione evidente di Mèta) ce ne è la conferma.

VIII. Chiesa de’ Ss. _Abdon e Sennen_.

Questa chiesa fu eretta sul luogo ove furono gettate, dopo il martirio, le salme dei gloriosi Martiri Persiani: vale a dire, _ante simulacrum Solis_, ossia davanti al famoso Colosso Neroniano. Difatti, tra il basamento del Colosso ed il tempio di Venere e Roma, al cadere del secolo scorso, si trovò una gran quantità di ossa umane, le quali vengono a dimostrarci la presenza di un cimitero svoltosi attorno a questa chiesa. Essa è ricordata dal Camerario, dal Codice di Torino (il quale, come dicemmo, la nomina dopo la chiesa di S. Maria _de Metrio_), dal catalogo del Signorili e da quello di Pio V, ritrovato dall’Armellini negli archivi secreti del Vaticano. Da questo catalogo egli argomenta, e giustamente, che la nostra chiesa durante il pontificato di Pio V non solo era intatta, ma vi si compievano ancora gli atti di culto; poichè l’estensore del suddetto catalogo nota esattamente lo stato materiale di ciascuna chiesa, e di quella dei Ss. Abdon e Sennen nulla osserva[781]. Lo stesso chiarissimo scrittore la suppone distrutta alla fine del secolo XVI o sugli inizî del XVII secolo.

Ed ora, chiusa questa lunga parentesi, alla quale mi hanno condotto le questioni sulle chiese di S. Salvatore _de Rota_ e S. Giacomo, torniamo all’argomento.

I Pontefici, nel prender possesso della loro suprema dignità colla famosa e solenne cavalcata alla basilica Lateranense, solevano ascendere il Campidoglio; poscia, attraversato il Foro, passavano innanzi il Colosseo, e proseguivano per la via che conduce al Laterano. Gli Ebrei erano in dovere di preparare i soliti apparati e di ornare la strada dall’Arco di Tito fino all’Anfiteatro. S. Pio V, nel possesso che prese il 23 Gennaio 1566, volle, con tutta la cavalcata, passare per entro lo stesso Colosseo, come pure fece nella sua presa di possesso Gregorio XIII[782].

Nel _libro dei decreti_ del 1574 si trova il seguente decreto del Consiglio secreto del 15 Ottobre (f. 548):

«Giovanni Battista Cecchini primo Conservatore propose: Perchè tutte le opere cominciate deuono hauere il suo debito fine, però ce par necessario che mancando ancora molta quantità di Trauertini per finire la restaurazione del Ponte Santa Maria, et per adesso non se ne possono far venire et per questo essendone detto che nel Coliseo ue ne è gran quantità sotto le ruine dò sonno cascati et non sono in opera quali si potrebbero far cauare per questo bisogno. Però l’habbiamo uoluto esporre alle S.S. V.V. acciò possino sopra di ciò fare quelle risoluzioni che gli parrà».

«Decretum extitit omnium Patrum astantium assensu quod capiantur et fodiantur expensis Po. Ro. omnes lapides mormorei et Tiburtini existentes in ruinis amphitheatri Domitiani vulgo _detto il Coliseo_, diruti et nullo pacto coniuncti et applicati dicto Amphitheatro, sed etiam effodi possint in omnibus aliis locis publicis pro supplemento operis Pontis Sanctae Mariae sine tamen praeiudicio aedificiorum antiquorum pro quibus exequendis curam habere debeat magister Mathaeus architectus. Quoque omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis reperiantur sint ipsius Populi romani».

Il Sommo Pontefice Sisto V, fu uno dei Papi che più ricordi lasciò nell’alma Città. «Costruì più Egli solo in cinque anni di pontificato, dice giustamente il prof. R. Corsetti[783], che in più secoli la maggior parte dei suoi successori» — Poteva dunque l’operosissimo Sisto V trascurare l’Anfiteatro Flavio? Non era possibile: egli pensò ben tosto di far ivi grandiosi lavori, onde conservarlo e renderlo nuovamente, in pari tempo, di pubblica utilità; benchè con non lieve danno dell’integrità archeologica di quelle monumentali reliquie, se tali lavori fossero stati eseguiti.

Ai tempi di Sisto V molti poveri di Roma non avean modo di vivere colle loro fatiche: il lavoro scarseggiava; ed il provvido Pontefice escogitò la maniera di sovvenire agli indigenti ed evitare che andassero mendicando per la Città. Sul finire del secolo XVI, Sisto V dava incarico a Domenico Fontana, perchè riducesse il Colosseo ad abitazione e lanificio; giacchè l’arte di lavorare la lana era allora in Roma molto negletta. Il suddetto architetto fece il disegno dell’_edificio restituito nella sua originaria circonferenza_: quattro porte od ingressi con altrettante scale immettevano al monumento. Nel mezzo dell’antica arena dovea sorgere una fonte: altre fonti dovean servire per il lavoro; e per le abitazioni degli operai si destinavano i portici esterni, dando a ciascuno di quelli, gratuitamente, due stanze. Gli altri portici dovean adattarsi a stanze e a laboratorî. Già erasi intrapreso il lavoro: i commercianti di lana avevano già ricevuto da Sisto V la somma di 15,000 scudi per la provvista della materia da lavorarsi nel nuovo lanificio; quando la morte del Pontefice venne a troncare l’attuazione di quell’opera[784]. «Se vivea un altr’anno solo, dice il Fontana, il progetto sarebbe stato una realtà, con immensa utilità pubblica e specialmente dei poveri». E il Mabillon[785] aggiunge: «Vixisset Syxtus V et amphitheatrum, stupendum illud opus, integratum nunc haberemus!» — Ma ascoltiamo le parole dello stesso Fontana[786]: «Acciò, iui si facesse l’arte della lana, per utile della città di Roma, volendo che á torno per la parte di dentro al piano di terra vi fossero le loggie couerte, et disopra scouerte, con le botteghe, e stanze per abitatione per li lavoratori di detta arte, e che ogn’vno dovesse hauer vna bottegha con due camere e loggia scouerta avanti à torno tutto il teatro, hauendo già dato ad alcuni mercatanti scudi quindicimila acciò cominciassero ad introdur detta arte, volendoci di più far condurre l’acqua per far fontane per comodità di detta arte et per vso degli habitatori, e di già haueua cominciato a far leuare tutta la terra che ni staua à torno et a spianar la strada che viene da torre de Conti, et và al Coliseo, acciò fosse tutta piana, come hoggi dì si vedono li vestigj di detto cauamento, et vi si lauoraua con sessanta carrette di caualli, et con cento huomini, di modo che se il Pontefice uiueva anco un anno, il Coliseo sarìa stato ridotto in habitatione. La qual opera si faceva principalmente da N. S. acciò tutti li poveri di Roma hauessero hauuto da trauagliare, et da viuere senza andare per le strade mendicando; poi che non aueriano pagato pigione alcuna di casa qual voleva fosse franca, il saria stato di grand’vtile alla pouertà, et anco ai mercatanti di lana, che haueriano smaltita la loro mercatantia in Roma, senza hauerla da mandar fuori della città, con animo di fare che detta città fosse tutta piena di artegiani di tutte le sorti».

Nell’archivio Capitolino[787], negli atti di Girolamo Arconio, notaro dei Conservatori, troviamo: «A dì 21 di marzo 1594 — hauendo (i Conservatori) inteso che certi di questi che lavorano di carniccia per fare la colla ceruona haueuano occupato alcuni archi di sopra del teatro del Colosseo uerso Santo Clemente.... li mandarono a farli mettere imprigioni, quali mostrarono che li Guardiani... della compagnia del Confalone l’aueuano loro data licentia et affittato per una libbra di cera l’anno».

Termineremo questo capitolo col riferire alcune scoperte fatte presso il Colosseo verso l’anno 1594, delle quali ci dà notizia il Vacca[788]: «Accanto il Coliseo, dice quest’autore, verso SS. Gio. e Paolo vi è una vigna, mi ricordo (circa l’anno 1594) vi fu trovata una gran platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli Corintii; e quando Pio IV le Terme Diocletiane restaurò, e dedicolle alla Madonna degli Angeli, mancandogli un capitello nella nave principale, che per antichità vi mancava, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca di marmo da 40 palmi longa, et una Fontana molto adorna di marmi, e credetemi, che aueua hauto più fuoco che acqua; et ancora molti condotti di piombo».

CAPITOLO SECONDO.

Il Colosseo nel secolo XVII.

Nell’archivio capitolino[789] troviamo che il 5 Agosto del 1639 «fu data da’ ss. Conservatori licenza a Bramante Bassi di poter far cavare e ricercare nel circuito del Colosseo ed altri antichi edifizî, colla condizione ivi apposta, sopra la porzione tangente di quello che vi si fosse trovato». Il risultato delle indagini fatte dal Bramante noi l’ignoriamo: sappiamo invece[790] che circa cinque anni dopo (la notte seguente al 21 Maggio dell’anno 1644) crollarono e caddero tre archi e mezzo dell’Anfiteatro, e che coi materiali caduti Urbano VIII fece edificare il famoso palazzo Barberini.

Nell’anno 1671 si tornò all’idea di nuovamente servirsi dell’Anfiteatro per darvi spettacoli pubblici, e specialmente la _caccia di tori_. Ad ottenere lo scopo, faceva d’uopo il permesso del Card. Altieri ed il consenso del Senato Romano. I signori Giuseppe Guicciardi e Giambattista Galante si rivolsero officialmente a quegli e a questo, e l’ottennero. Ecco quanto si legge in un _Memoriale_ dell’archivio Capitolino[791]: «Anno 1671. Giugno. Registro di memoriale per la concessione della facoltà richiesta da Giuseppe Guicciardi e Gio. Battista Galante, di potere fare la caccia del toro dentro il Colosseo. Fu dato da questi due il memoriale all’Eminentissimo Cardinale Altieri padrone, da cui fu rimessa l’informazione a Monsignor Governatore di Roma, dopo la quale ne seguì, che il Cardinale concedette la facoltà; indi esposero altro memoriale ai ss. Conservatori del Popolo Romano per l’esecuzione della grazia di far giuochi di tori ed altri animali nell’Anfiteatro, promettendo di farvi risarcimento notabile e di grande spesa, quando i detti signori avessero prestato il loro consenso. Quindi l’Eccellenze loro, in conformità dell’esposta concessione impetrata, e non altrimenti, concedettero agli oratori, che potessero valersi per sei anni delle parti del Colosseo spettanti al Popolo Romano, per potervi fare i giuochi espressi, con condizione però, che non fosse impedito il transito, eccettuandone solo il tempo de’ giuochi: e che per l’Eccellentissimo sig. Senatore, Conservatori, Priore ed Ufficiali di Campidoglio, restasse palco e luogo capace di 20 persone, del quale potessero valersi senza pagamento alcuno; qual decreto fu fatto e sottoscritto a’ 23 di Giugno del medesimo mese ed anno».

Era già per mettersi in esecuzione il decreto, quando Clemente X, ad istanza del P. D. Carlo Tomassi, credè bene annullarlo. Ecco in qual modo.

Il lodato Tomassi pubblicò successivamente due opuscoli sull’Anfiteatro Flavio. In essi l’autore cercò di dimostrare la santità del luogo, la venerazione in cui dovea tenersi, ed il rispetto che i fedeli dovean nutrire per quell’_Arena_, già santificata dal sangue cristiano. Gli opuscoli del Tomassi produssero il loro effetto: l’Anfiteatro fu tosto recinto da muri; s’allontanarono le profanazioni; si mise nella maggior devozione possibile, e si principiarono gli opportuni preparativi per solennizzare in esso la prossima ricorrenza dell’Anno Santo (1675). In quella circostanza Clemente X fe’ dipingere nel Colosseo varî quadri rappresentanti il martirio di alcuni eroi della Chiesa nascente.

Terminate le feste giubilari, il sullodato Tomassi pubblicò un altro opuscoletto col titolo: _Breve relazione dell’Anfiteatro, consacrato col sangue prezioso d’innumerabili Martiri, serrato e dedicato ad onore de’ medesimi l’anno del giubileo 1675_. In questo opuscolo, l’autore, dopo aver trattato dell’uso che erasi fatto dell’Anfiteatro nei passati tempi, riferisce quanto si progettò e si fece nel Colosseo durante l’_Anno Santo_ (1675). Ecco le sue testuali parole: «È stato poi questo luogo in grandissima venerazione, e vi si rappresentava ogni anno la passione del Signore: qual uso durò sino al tempo di Paolo III. Ed il b. Pio V soleva dire, che chi voleva reliquie andasse a prendere la terra del Colosseo, ch’era impastata col sangue de’ Martiri. Ed ai tempi nostri, sono io testimonio, che ogni qualvolta sono ivi passato col signor cardinale Ulderico Carpegna, questo piissimo signore ha sempre fatto fermare la carrozza con fare la commemorazione de’ ss. Martiri, che ivi gloriosamente trionfarono: e perciò sono stato sempre divotissimo di questo santo luogo: e gli anni addietro con certa occasione feci una scrittura simile a questa, colla quale ancora persuadevo i devoti volerlo serrare, per togliere molti abusi che vi si facevano, e sacrarlo totalmente a’ ss. Martiri. Ebbe allora la scrittura per divina misericordia il suo primario inteso effetto: ed ora ultimamente il secondo, con modo affatto totale della Divina Provvidenza, essendosi esibito a fare ciò spontaneamente il signor principe Panfilio (fu questo il principe D. Gio. Battista Panfilio, signore piissimo e liberalissimo in fare elemosine ed opere di pietà) cosa da me non aspettata, sapendo che questo signore teneva tanti impieghi ed impegni di elemosine giornaliere....... Consultatone dunque il negozio col sig. cavalier Bernino, egli, colla sua somma perizia e pari pietà, stimando che questa era un’opera degnissima e necessaria, non solo per la devozione a’ ss. Martiri, ma anche per la conservazione di una macchina, che come mostrava la grandezza di Roma, così era anche l’idea dell’architettura di questa; e che perciò non solo bisognava non toccare niente del vecchio, ma neanche nasconderlo, deliberò che si serrassero solamente gli Archi con alcuni muri forati, per potersi godere anco di fuori la parte interiore: e per renderlo a tutti venerabile e santo si accomodassero due facciate, la maggiore verso Roma di tre arcate, le prime tre inferiori per l’ingresso con tre ferrate, e sopra quella di mezzo un’iscrizione, e ne’ tre archi superiori si ergesse una gran croce, vessillo e trofeo de’ ss. Martiri; e che una simil facciata si facesse anco d’una sola arcata, verso s. Giov. in Laterano, designando parimenti nel centro del Colosseo, ove prima era l’ara, o altare ove si sacrificava a Giove, un piccolo tempio, per non impedire la gran macchina, in onore dei ss. Martiri. Si diede conto di tutto al sig. Cardinale Altieri, il quale ne ricevè contento grandissimo; e per la buona spedizione dell’opera, assegnò al sig. Giacinto del Bufalo, signore per la gran pietà e prudenza ragguardevole a tutta la città, e con effetto ed affetto grandissimo ha ridotta l’opera quasi al fine con applauso e devozione di tutta Roma; e molti non han lasciato, nè lasciano di trascrivere le iscrizioni che sono le seguenti:

_Nella facciata verso Occidente:_

AMPHITHEATRVM FLAVIVM NON . TAM . OPERIS . MOLE . ET ARTIFICIO AC . VETERVM . SPECTACVLORVM . MEMORIA QVAM . SACRO . INNVMERABILIVM . MARTYRVM CRVORE . ILLUSTRE VENERABVNDVS . HOSPES . INGREDERE ET . IN . AVGVSTO . MAGNITVDINIS . ROMANAE . MONVMENTO EXECRATA . CAESARVM . SAEVITIA HEROES . FORTITVDINIS . CHRISTIANAE . SVSCIPE ANNO JVBILARI . ET . EXORA . MDCLXXV.

_Nella facciata verso san Gio. in Laterano:_

AMPHITEATRVM . VVLGO . COLOSSAEVM OB . NERONIS . COLOSSVM . ILLI . APPOSITVM VERIVS . OB . INNVMERABILIVM . SS. MARTYRVM IN . EO . CRVCIATORVM . MEMORIAM CRVCIS . TROPHEVM ANNO . JVBILARI . MDCLXXV.

Fin qui il devoto Tomassi.

Il progetto di erigere nel Colosseo un tempietto[792] non venne attuato, sia per non ingombrare il centro dell’_arena_, sia perchè la chiesuola, detta della _Pietà_ (e della quale già parlammo), trovavasi ancora in istato di discreta conservazione.

I cancelli di ferro, che dovean chiudere i due ingressi, furono suppliti con porte di legno; e sopra le iscrizioni ed i dipinti esterni, raffiguranti i Martiri, furono erette due grandi croci. Tutti gli archi del primo ordine vennero murati, lasciando in essi piccole feritoie, onde dai portici si potesse vedere l’interno dell’edificio; e questa chiusura, attesa la grandezza dell’Anfiteatro, importò una spesa non lieve. Sulla sommità dell’Anfiteatro venne eretta una grande croce di legno, la quale varie volte fu atterrata dall’impeto dei venti e successivamente rinnovata.

Con questi progetti e con questi lavori finirono le vicende del Colosseo nel secolo XVII.

CAPITOLO TERZO.

Il Colosseo nel secolo XVIII.

Abbiam visto nel precedente capitolo che in occasione dell’Anno Santo (1675) furono murati tutti gli archi interni dell’ordine inferiore dell’Anfiteatro Flavio. Gli archi esterni però rimasero aperti, ed i portici seguivano ad essere il ricettacolo dei malviventi. Onde impedire un tanto male, il Papa Clemente XI[793] li fe’ chiudere: i portici furono ridotti a deposito di letame, collo scopo di trarne il salnitro per la vicina fabbrica di polvere; ed a questo ignobile uso servirono fino all’anno 1811.

Il 3 Febbraio del 1703 «per effetto del terremoto»[794] cadde un arco dell’Anfiteatro[795]; e coi materiali caduti e con quelli rinvenuti nella _fondamenta delle case dei Serlupi_, si costruì la scalinata del porto di Ripetta. Il Valesio[796], il Fea[797], ed il Cancellieri[798] descrivono la caduta di quest’arco; anzi quest’ultimo scrive che, _essendo caduti tre archi del secondo recinto del lato del monte Celio, e trattandosi di mettere in vendita i caduti travertini, il Papa credè più espediente assegnarli per la scalinata di detto porto_. Il ch. Lanciani[799] dice che «nei rogiti originali dei notarî della Camera Apostolica[800] esiste un’apoca di appalto pel risarcimento della strada carrozzabile che dall’arco di Settimio saliva alle stalle del Senatore ed alla piazza del Campidoglio; nel qual contratto si permette a _mastro Domenico Pontiano che debba valersi delli massicci o mura cadute del Colosseo_».

L’anno 1714 l’erudito mons. Bianchini domandava ed otteneva dal papa Clemente XI il permesso di praticare uno scavo nell’_arena_ dell’Anfiteatro, onde rinvenire il piano o livello primitivo di essa arena. Il lavoro non fu ingente, giacchè alla profondità di 25 _palmi_ tornò in luce l’antico pavimento formato di grosse ed ampie lastre di travertino.

Nonostante la chiusura degli archi, fatta nel 1675, e la diligenza spiegata onde conservare le reliquie del nostro insigne monumento e delle sue memorie; pur nondimeno, e per l’ingiuria dei tempi e per la malizia degli uomini, pochi anni dopo, gran parte di quei muri di chiusura erano a terra. La vastità dell’edificio ed i suoi nascondigli furono nuovamente il richiamo della gente immorale e ladra; e non v’ha chi ignori quanti e quanto gravi disordini, specialmente di notte, vi si tornassero a perpetrare.

Non lungi dal Colosseo eravi un ospizio eretto dal ven. P. Angelo Paoli, carmelitano. Questi, fin dalla sua celletta, osservava attentamente gli eccessi ed i disordini che si commettevano nell’Anfiteatro, ed escogitava ogni mezzo onde eliminare tanto scandalo. Si decise finalmente di darne relazione particolareggiata al Pontefice Clemente XI, nella speranza che questi volesse rimediarvi. Il desiderio del P. Paoli venne soddisfatto; verso l’anno 1714 ottenne un sussidio pontificio; raggranellò anche altre elemosine; e con questo danaro fe’ riparare i muri che chiudevano gli archi esterni; rinnovò i cancelli degli ingressi secondarî, e ai due ingressi principali fece mettere solidi portoni di legno[801]. Restaurò parimenti i muri di chiusura degli archi interni, i quali erano stati danneggiati dalla caduta di alcuni archi. Circa quest’epoca nella parte interna del primo arco, presso l’ingresso occidentale dell’Anfiteatro, fu dipinto un rozzo quadro della città di Gerusalemme e della crocifissione di Cristo; ed intorno all’arena, in varî punti del podio, vennero erette 14 edicolette, sormontate da croci e con pitture rappresentanti i notissimi misteri della _Via-Crucis_[802].

Il detestabile abuso che i malviventi facevano di un santo venerando edificio, stimolò l’architetto Carlo Fontana[803] ad elaborare un progetto il quale tendeva a rendere l’Anfiteatro un luogo assolutamente sacro, edificandovi un tempio dedicato ai SS. Martiri. Il progetto fu pubblicato all’Aia nel 1725, ma non fu messo in attuazione. Fra le tavole dimostrative dell’opera del Fontana, ve n’è una (la V) che rappresenta l’interno del Colosseo nello stato in cui trovavasi a quei tempi. Nel fondo dell’arena, verso il Laterano, si vede una rozza chiesuola innanzi alla quale sorge una croce[804].

Nel 1741 la custodia della piccola chiesa della Pietà era affidata a Francesco Boufort (di Parigi), il quale se ne vivea tranquillamente nell’attigua casetta. I dediti alla malavita ed i ladri non vedevano nè potevano vedere di buon animo il Colosseo ben chiuso; e presto tornarono a far pertugi sui muri di chiusura. La notte dell’11 Febbraio dell’anno 1742 il disgraziato Boufort fu vittima degli audaci malfattori. Varî di questi penetrarono nella sua abitazione: gli assestarono sette pugnalate, e gli rubarono i suoi modesti risparmi. Lo sventurato _romito_ sopravvisse miracolosamente alle ferite, ma rimase impedito nella mano destra.

Onde evitare la continuazione di simili eccessi, il generoso papa Benedetto XIV sborsò nell’anno 1743 una vistosa somma; e con questa furono restaurati (ancora una volta) i muri che chiudevano gli archi, e fortificati gli ingressi principali e secondarî; e si restaurò inoltre il piano superiore, sopra ed intorno alla chiesuola.

Il sullodato Pontefice ordinò in pari tempo a Mons. Simonetti, Governatore di Roma, la pubblicazione del seguente

EDITTO.

RANIERO SIMONETTI ARCIVESCOVO DI NICOSIA, DI ROMA E SUO DISTRETTO GENERALE GOVERNATORE, E VICE-CAMERLENGO.

«Invigilando sempre più con pia sollecitudine la Santità di N. S. Benedetto XIV felicemente regnante a fare, che da quest’alma città di Roma, che con il buon esempio deve servire di norma e di regola a tutte le altre del mondo cristiano, venga rimossa ogni occasione di offesa di Sua Divina Maestà e di pubblico grave scandalo, ha considerato essere molto indecente, che l’antico Anfiteatro, volgarmente detto il Colosseo, luogo degno di tutta la venerazione per la memoria di tanti ss. Martiri, che in difesa della fede cattolica, spargendo il proprio sangue, vi hanno gloriosamente riportata la palma del martirio, venga profanato da taluni figli d’iniquità, che prevalendosi dell’opportuno comodo che a lor presentano e la solitudine del luogo e i molti nascondigli che in esso sono, vi commettono gravi eccessi. Quindi è che, con ordine datoci a bocca, ci ha comandato di pubblicare il presente Editto, da durare a beneplacito suo e della Santa Sede Apostolica, con cui, inerendo alle pie pontificie e supreme determinazioni, ordiniamo e comandiamo, che in avvenire niuna persona di qualsivoglia stato, condizione, grado e sesso, benchè Ecclesiastica, Claustrale e Regolare, abbia ardire di trattenersi, sì di giorno che di notte, a mal fine in detto Colosseo, sotto pena, se sarà uomo, di tre tratti di corda da darglisi in pubblico: e se sarà donna, della pubblica frusta, oltre le pene pecuniarie da imporsi all’uno ed all’altra a nostro arbitrio; dichiarando, che per l’incorso di tali pene, sarà sufficiente che siansi portati in tal luogo a mal fine, e così possa legalmente presumersi da altre congetture, e dall’escludersi, che vi siano portati per altra causa.

«Ma se poi questo mal fine avrà avuto il suo pieno effetto, e vi avranno commesso qualche eccesso e delitto, vogliamo che le suddette pene possano estendersi a nostro arbitrio; rispetto agli uomini, alla galera _ad tempus_, o perpetua, ed in quanto alle donne, alla rilegazione a tempo, o perpetua, ed anche agli uni ed alle altre a quella della vita, secondo la qualità e circostanze de’ casi e dei delitti che avranno commessi.

«E siccome per ovviare a simili inconvenienti, la San. Mem. di Clemente XI fece cinger di muri li primi archi di detto Anfiteatro, e munir di cancelli, quelli, che servir doveano per l’ingresso delle carrette e bestiami che vi portano il letame per servizio della fabbrica de’ salnitri, così la Santità di Nostro Signore, dopo aver fatto riattare detti muri in quelle parti, ove o per l’ingiuria dei tempi o per colpa di chi ha desiderato avervi l’ingresso, erano devastati, ci ha ordinato di dover proibire, come facciamo con il presente Editto, che in avvenire niuna persona di qualsivoglia stato, grado, condizione e sesso, come sopra, abbia ardire di rompere, disfare, anche in piccola parte, per qualunque causa e fine detti muri, e che li carrettieri, stabiaroli, conduttori di bestie, o qualunque altra persona, a cui spetti l’aprire e richiudere i cancelli che vi sono, non possano in alcun tempo, sì di giorno come di notte, tanto nell’entrare che nell’uscire, lasciarli aperti, sotto pena in ambedue li casi di tre tratti di corda, da darglisi in pubblico irremissibilmente, ed altre pene, anche corporali più gravi a nostro arbitrio, secondo la qualità e circostanze de’ casi che potessero darsi, o per causa delle rotture di detti muri, o per li cancelli suddetti lasciati aperti.

«Avverta pertanto di prontamente ubbidire ciascuno a quanto si dispone nel presente Editto, mentre contro li trasgressori si procederà irremissibilmente alle imposizioni delle pene, ancorchè non fossero presi _in fragranti_ dalla corte, ma _per inquisitionem, ex officio_, ed in ogni altro modo; volendo, che il presente Editto, pubblicato ed affisso ne’ luoghi soliti, obblighi subito ciascuno, come se gli fosse stato personalmente intimato».

Dato dal Palazzo della nostra solita residenza questo dì 8 Febbraio 1744.

R. SIMONETTI, _Arciv. di Nicosia_ Governatore e Vice-Camarlengo.

BERNARDINO ROSSETTI Notaro per la Carità.

Il 1750 non era già lontano; e i fedeli, volendo solennizzare con qualche novità l’Anno Santo, stabilirono di fondare nel Colosseo una Congregazione o _Compagnia laicale_, composta di soggetti civili. Progettarono quindi di erigere sul piano restaurato da Benedetto XIV un grandioso tempio, di rinnovare le 14 edicole della _Via Crucis_, e restaurare le parti fatiscenti dei portici e delle scalinate dell’Anfiteatro. Non tutti questi progetti si attuarono, ma la devozione verso quel luogo andava nondimeno ogni dì più crescendo. Nell’anno 1749 il Papa Benedetto XIV consacrò l’arena anfiteatrale alla memoria della Passione di Cristo e dei suoi martiri. A perenne ricordo dell’_Anno Santo_, fe’ incidere su marmo quell’iscrizione che già il papa Clemente X aveva fatta imprimere sul bianco intonaco[805], e che dice:

✠

ANPHITHEATRVM . FLAVIVM TRIVMPHIS . SPECTACVLISQVE . INSIGNE DIIS . GENTIVM . IMPIO . CVLTV . DICATVM MARTYRVM . CRVORE . AB . IMPVRA . SVPERSTITIONE EXPIATVM NE . FORTITVDINIS . EORVM . EXCIDERET . MEMORIA MONVMENTVM A . CLEMENTE . X . P . M . ANNO . IVB . MDCLXXV PARIETINIS . DEALBATIS . DEPICTVM TEMPORVM . INIVRIA . DELETVM BENEDICTVS . XIV . P . M . MARMOREVM . REDDI . CVRAVIT ANNO . IVB . M . DCCL . PONT . X[806].

Rinnovate le 14 edicole della _Via-Crucis_ su i disegni di Paolo Posi, senese; il Vicegerente mons. Ferdinando M. De Rossi, il 27 Dicembre del 1749, fece la benedizione dei quadri, e nel centro dell’arena si eresse una croce. S. Leonardo da Porto Maurizio, dell’Ordine dei Minori, dimorante nel convento di S. Bonaventura al Palatino, diè tosto principio all’esercizio della _Via-Crucis_. Il popolo accorse numeroso al pio appello di S. Leonardo, e Benedetto XIV, con chirografo del dì 8 Gennaio 1752, donò al _Sodalizio degli Amanti di Gesù e Maria_, le edicole suddette.

In certi giorni stabiliti, l’Arciconfraternita recavasi processionalmente al Colosseo per praticare l’esercizio della _Via-Crucis_: la processione era preceduta dalla croce, la quale veniva portata dal direttore del Sodalizio, che era sempre un Cardinale.

Il 19 Settembre dell’anno 1756 il card. Guadagni, Vicario di Sua Santità, celebrò la messa con comunione generale nell’Anfiteatro. Un numero straordinario di sodali d’ambo i sessi e di altri fedeli si accostò ai sacramenti: a tutti si diè una medaglia benedetta.

Le comunioni così dette generali, si seguirono a fare nel Colosseo (ed anche con maggior solennità) negli anni seguenti; e i Sommi Pontefici Benedetto XIV e Clemente XIII annessero a quella pratica l’indulgenza plenaria.

Ridotto il Colosseo a luogo sacro, potè meglio conservarsi; e a questo fatto si deve se si salvarono dalla completa distruzione almeno le reliquie di un edifizio che fu mai sempre l’oggetto dell’ammirazione universale, ed un soggetto fecondo di profondi studî e ricerche di famosi archeologi ed architetti, i quali, come è noto, ci lasciarono interessanti lavori e saggi commenti.

CAPITOLO QUARTO.

(Secolo XIX). Il Colosseo restaurato e fatti contemporanei ivi avvenuti.

Nell’anno 1805, il ch. Guattani[807] scriveva: «Qual’altra mole teatrale vi potè essere più machinosa dell’Anfiteatro Flavio? E qual vi è ora più superba ed imponente rovina? Basta vederla per non iscordarla mai più. Il pittoresco che il tempo nel distruggerlo vi ha insensibilmente introdotto, l’ha resa poi sì vaga ed interessante, che si giunge da molti a non desiderarne il restauro. POTREBBERO CONTENTARSI L’ETÀ FUTURE di vederlo nello stato presente; ma lo sfacelo si avanza a gran passi: di qua ad _un secolo_ se ne anderà il resto dell’interior tessitura, e farà d’uopo ai curiosi di ricorrere al Serlio, al Desgodetz, al Fontana, al Overbek, al Piranesi, al Marangoni, al Maffei, al Morcelli, al Carli, ecc.».

Le previsioni del Guattani sarebbero oggi una triste realtà, se il Colosseo non fosse stato diligentemente ed opportunamente restaurato dai Papi del secolo XIX. Ai tempi infatti in cui egli scriveva (a. 1805), la _venerabile mole dei Flavî_ trovavasi in uno stato lamentevole. Non v’era chi non prevedesse la sua prossima rovina. La caduta poi dell’intera _fascia esterna dell’angolo verso il Laterano_ era inevitabile ed imminente.

Pio VII, amante qual fu degli antichi monumenti, non potè trascurare la più grandiosa reliquia della grandezza romana; e sollecitamente ordinò l’edificazione del solido e grandioso _contrafforte_, il quale, fino ad oggi, noi ammiriamo. Il portentoso ed opportuno lavoro reca giusta maraviglia ad ogni intelligente visitatore, sia per la sua solidezza, sia per l’indiscutibile difficoltà dell’impresa. Il colossale _contrafforte_, tutto in opera laterizia, fu infatti costruito quando le pietre ed i massi dell’edificio eran già slegati e prossimi a cadere. Il lavoro riuscì, ripeto, solidissimo, ma l’urgenza impedì all’illustre architetto di dargli (come più tardi si fece in un altro _contrafforte_ o sperone) la forma primitiva dell’edificio.

Poco dopo il ritorno di Pio VII dal triste esilio, e precisamente nell’anno 1815, il pacifico Pontefice rivolse di nuovo i suoi sguardi verso il Colosseo, ed ordinò che si restaurasse la sua parte interna. Le cure avute dall’operoso Pontefice per le parti superstiti del nostro Anfiteatro, ci vengono ricordate dalla seguente iscrizione marmorea:

PIUS VII P. M.

ANNO VII[808]

L’esempio generoso di Pio VII fu imitato dal suo successore, il quale nell’anno 1828 fe’ edificare un _contrafforte_ verso la Mèta Sudante. Leone XII affidò la direzione di questo lavoro all’illustre architetto romano Giuseppe Valadier, il quale fece ricostruire in opera laterizia la metà dell’arco LV ed i due archi seguenti, dando ad essi, in pari tempo, la forma e lo stile originale del monumento (V. _Fig._ 7ª). A perpetua memoria di questo grandioso ed utile lavoro, fu affissa l’epigrafe marmorea che dice:

LEO XII PONT. MAX.

ANN. III

Anche il Sommo Pontefice Gregorio XVI ebbe cura dell’insigne monumento dei Flavî. A questo Papa deve Roma la ricostruzione di sette arcate ed il restauro del terzo portico (originariamente interno ed oggi esterno) dell’Anfiteatro[809]. Il ricordo di quest’opera l’abbiamo nella seguente iscrizione:

GREGORIUS XVI

PONT. MAX.

ANNO XIV

* * *

A pag. 22 dell’operetta intitolata «L’Arcicofraternita di S. Maria dell’Orazione e Morte e le sue rappresentanze sacre»[810], scritta dal sig. Augusto Bevignani, leggo: «Un caratteristico progetto ventilato allora (nel 1832) e degno di essere ricordato fu d’adibire nientemeno il Colosseo a cimitero provvisorio! Il card. Bernetti, segretario di Stato, con lettera particolare e riservata in data 22 Aprile 1832, al segretario di Consulta ne caldeggiò la proposta perchè molto economica la sepoltura in quell’arena ed adiacenti ambulacri per essere il monumento appartato e sacro alla religione[811]. Ma la sacra Consulta _prescindendo da tutte le viste in linea d’arte_ rispose in data 2 Maggio non potersi adibire quel monumento a tale scopo per i sotterranei continuamente inondati dalle acque disperse o fluenti dai colli circostanti, perciò d’ostacolo alla pronta decomposizione dei cadaveri, e per la mancanza di ventilazione essendo circondato da cinque colli i quali avrebbero impedito la dissipazione degli effluvî che si sarebbero riversati sulla città attesi i venti meridionali che vi dominano».

[Illustrazione: _Fig. 7.ª_]

* * *

Fortificata e resa sicura la parte superstite del vetusto edificio, i Romani ed i visitatori nazionali e stranieri poterono tranquilli aggirarsi a lor agio tra quegli imponenti avanzi; ed i fedeli accorsero più copiosi a seguire i confratelli del Sodalizio dei devoti di Gesù Cristo al Calvario, i quali praticavano ancora il pio esercizio della _Via Crucis_ nell’interno del Colosseo. Questa commovente funzione ci fu elegantemente descritta dal marchese Luigi Biondi[812], Presidente della Pontificia Accademia Romana di archeologia. Incomincia così:

«Ne l’arena del Flavio Anfiteatro, Ove ai feri spettacoli frequente Correva un tempo il popolo idolatro, Adunata vid’io turba dolente D’entrambi i sessi e di ciascuna etade, La verde, la matura e la cadente».

E chiude:

«Santa Religïon! gli aspri costumi Tu raddolcisci, e fai stille di pianto Versar, dove correan di sangue fiumi. Ed or, vestita in bianchissimo ammanto, Del sacro loco sei fatta custode, E mite siedi alla gran croce accanto. E par che il guardo tuo quasi rannode Le smosse pietre, e la gran mole i danni Sprezza del tempo, ch’ogni cosa rode. Da l’alta cima sua s’affaccian gli anni, E in lustri uniti, e in più secoli accolti Batton le pietre co’ lor ferrei vanni. Ma son da la tua voce in fuga volti, Che imperïosa questi accenti move: Fino ai vostri odi, che già furon molti, Ite, ch’or sacro è il loco, itene altrove».

Mercè questi grandiosi restauri, poterono pei lor fini servirsi del Colosseo i demagoghi della rivoluzione romana. L’Anfiteatro Flavio, che nel corso di tanti secoli n’avea vedute d’ogni sorta entro il suo recinto: lotte feroci e sanguinarie, vittime innocenti immolate, assalti guerreschi, dolenti e devote rappresentazioni, infami gesta di malviventi; una sola cosa non avea ancor veduta.... una _scena comica_... e la vide.

Il 23 di Marzo dell’anno 1848 il Colosseo fu teatro di una frenetica adunanza popolare; ed ecco come la descrive Alfonso Balleydier[813]. «Avvertito (il Popolo Romano) sino dal giorno innanzi che avrebbe luogo al Coliseo una grande riunione popolare onde deliberare sui mezzi di salvare la patria in pericolo, si reca in massa nell’arena dei gladiatori e dei martiri. Era il 23 di Marzo. Sul cielo di Roma rischiarato da bellissimo sole di primavera, non appariva un sol nuvolo; sul volto dei Romani brillante d’entusiasmo non si vedeva segno di mestizia; i soldati della guardia civica, i membri dei circoli, la nobiltà, la borghesia, i principi, gli artigiani e i proletarî, erano colà tutti in un gruppo disposto coll’istinto artistico degli Italiani: qui il _domenicano_ colla veste bianca e il lungo mantello nero; lì il _cappuccino_ colla barba lunga rinchiusa nel cappuccio di lana scura; di quà l’_abate_ col piccolo manto corto ed elegante; di là gli alunni dei collegi colle sottane turchine, rosse, violette, scarlatte e bianche, formavano un mosaico umano, e accanto il _militare_, la cui splendente uniforme facea contrasto col semplice e pittoresco abbigliamento Trasteverino, e le donne di ogni ceto completavano il quadro somigliante ad una decorazione o comparsa teatrale. Teatro magnifico era infatti il Coliseo con le sue ruine, le grandi sue rimembranze e folto uditorio ritto sotto alle bandiere. Superbo spettacolo, momento solenne! Allora un uomo di alta statura, un prete vestito da _Barnabita_ si avanza tra la folla che gli apre libero il passo, e in atto drammatico si dirige verso il _pulpito sacro_, ove due volte per settimana un povero frate di S. Bonaventura viene a narrare con lagrime e singulti alla gente del volgo i patimenti dell’Uomo-Dio. Questo prete, di andatura fiera è il principale personaggio del dramma che si prepara, è un frate ambizioso, una meschina copia di Pietro l’Eremita, è il P. Gavazzi. La parte che ha da fare gli addice e l’abito che indossa accresce l’illusione della scena. Un lungo manto nero, in cui si avvolge in atteggiamento artistico, gli copre la toga nera, stretta alla vita da una larga cintura dello stesso colore. Una croce verde, rossa e bianca gli appare sul petto; l’ampia fronte è scoperta; ha sul viso tutti i segni di un’espressione maschile e robusta; i lunghi capelli neri disciolti gli scendono sul collo; ha uno sguardo da ispirato, gesto armonioso, voce sonora. Eccolo a predicare la crociata dell’indipendenza italiana»......

Terminata l’entusiastica arringa del P. Gavazzi, sale il sacro pulpito, divenuto tribuna politica, un contadino di nome Rosi; dopo il quale parlarono il Masi, segretario del principe di Canino, poi un giovane prete, il general Durando, un frate _Conventuale_ francese, di nome Stefano Dumaine, il general Ferrari e finalmente lo Sterbini. Non è qui il luogo di narrare tutti i colpi di scena che in quella giornata vide svolgersi nella sua arena l’Anfiteatro Flavio. Bastami aver accennato il fatto.

Dopo il proprio consolidamento, il Colosseo incominciò ad offrire grato spettacolo ai Romani ed ai forestieri colla fantastica illuminazione delle sue rovine a fuochi di bengala. La prima volta, per quanto io sappia, fu nel 1849, allorchè il 21 di Aprile, la Repubblica Romana, per festeggiare il Natale di Roma, fece illuminare a bengala tutti i monumenti, dal Campidoglio al Colosseo[814]. Questa festa fu descritta dal cav. Pompili-Olivieri nell’opera «Il Senato Romano nelle sette epoche di svariato governo, da Romolo fino a noi»[815], in questa guisa: «Il governo fece illuminare il Foro Romano, gli archi trionfali che vi esistono e tutti gli avanzi della basilica di Costantino (creduta da alcuni il tempio della Pace) e dell’Anfiteatro Flavio. Vi furono ancora copiosi fuochi di bengala, che ne’ magnifici archi, specialmente del Colosseo, facevano un effetto veramente magnifico. Nel mezzo dell’arena del Colosseo rallegravano la moltitudine i concerti musicali, ed il canto degli inni patrî riscaldava mirabilmente lo spirito del partito liberale, il cui grido di VIVA LA REPUBBLICA eccheggiava sonoro nelle grandiose vôlte dell’immensa mole. Non mancarono fra gli applausi oratori estemporanei che rammentavano al popolo le vetuste glorie di Roma ed infervoravano al suo governo repubblicano».

La fantasmagorica scena del Colosseo, rischiarato da quella luce variopinta, piacque tanto, che da allora invalse l’uso, e si conserva tuttavia, di ripeterla in fauste circostanze, come, ad esempio, per la venuta in Roma di Principi esteri o per una straordinaria affluenza di forestieri nell’alma Città: talchè può dirsi non passi anno che il Colosseo non venga illuminato a bengala. L’effetto dell’illuminazione, contemplata specialmente dalla cavea, è mirabile: sembra di assistere all’accensione di un cratere vulcanico. Molti però a questa viva luce, preferiscono il pallido chiaror della luna, alternato dalle nere ombre delle rotte vôlte e degli sfondi delle grandi arcate.

«Nel 1852 Pio IX riparò l’ingresso (imperatorio) verso l’Esquilino[816], davanti il quale vi fu in origine un portichetto sorretto da colonne scanalate di marmo frigio; e restaurò in quella stessa parte varie arcate del portico interno»[817], spingendo i lavori fino al piano del porticale alla sommità della cavea. Di questi grandi restauri parlò il Canina, che ne fu il direttore, nella tornata della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, il 7 Aprile 1853; ed in questa occasione, scrive il Segretario P. E. Visconti, il Canina rinnovò all’Accademia l’invito di voler accedere sul luogo per osservarli, siccome fu in effetto deliberato che seguisse»[818].

Anche questo lavoro ci viene ricordato da una lapide, che dice:

PIVS IX PONT. MAX.

ANN. VII

e dalla seguente epigrafe[819]:

PIVS . IX . PONT . MAX . QVVM . PARTEM . MEDIAM . AD . ESQVILIAS . CONVERSAM VETVSTATE . FATISCENTEM RESTITVENDVAM . ET . MVNIENDAM . CVRASSET MEMORIAM . RENOVAVIT ANNO . MDCCCLII . PONT . VII

Dopo la breccia di Porta Pia (20 Settembre 1870) nell’interno del Colosseo ebbe luogo un _meeting_, nel quale si scelsero i rappresentanti della _Giunta provvisoria di governo_.

Venuti i monumenti di Roma nelle mani della _R. Sopraintendenza agli scavi delle Antichità_, il Comm. Pietro Rosa (a. 1871) fe’ togliere dalle mura del Colosseo «il pittoresco (?) ammanto di verdura, con 420 specie di piante, che da secoli lo ricopriva»[820], e che formerà il soggetto della prima _Appendice_ di questo nostro lavoro.

Nel carnevale del 1874 una società di _buontemponi_ ideò di rappresentare o meglio parodiare nel Colosseo gli antichi giuochi. Ma il Senatore Scialoja, Ministro di Pubblica Istruzione, non ne diè il permesso.

Dopo i restauri fatti dall’immortale Pio IX, il Colosseo non è stato più riparato. Eppure la parte alta della muraglia esterna[821] è molto meno sicura di quanto si creda!....

CAPITOLO QUINTO.

Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Fiavio dal 1810 sino ai nostri tempi.

Prima d’incominciare la narrazione degli scavi regolarmente eseguiti nell’Anfiteatro Flavio a fin di studiarlo e conoscerlo in tutte e singole le sue parti, mi si permetta di ricordare un tentativo, quasi direi _preistorico_, fatto nel secolo XV.

Nell’«EXCERPTA _a Pomponio, dum inter ambulandum cuidam domino ultramontano reliquias ac ruinas urbis ostenderet_», il cui testo genuino fu rinvenuto dal De Rossi nel codice Marciano latino[822], e divulgato negli _Studi e Documenti di Storia e Diritto_[823]; al f. 25º si accenna «a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le cloache che solcano in vario senso il _substrato_ dell’Anfiteatro, come pure il largo marciapiede che lo attorniava, scoperto nuovamente nel 1895»[824].

Gli scavi intrapresi nel Colosseo dal Governo Francese, rappresentato dal barone Daru, Intendente della Corona, furono fecondi di buoni successi. Si lavorò indefessamente per lo spazio di quattro anni circa: la direzione degli scavi fu affidata al famoso architetto romano Valadier, e lo sterro dell’arena si eseguì con inappuntabile regolarità. Fu allora che si rinvenne il podio, il passaggio di Commodo, gli ipogei dell’arena, ecc. Questi ultimi consistevano in tre pareti concentriche al podio, delle quali la più vicina a questo era formata da una serie di pilastri egualmente distanti fra loro; in due ambulacri racchiusi dalle dette pareti, ed in altri cinque ambulacri centrali, tre rettilinei e due mistilinei, i quali fiancheggiavano quattro serie di _bottini_ o _pozzi_, come più piace chiamarli, che, per la loro uniforme regolarità, indicavano d’essere stati fatti per uno scopo determinato (V. _Fig. 8ª_).

[Illustrazione: _Fig. 8.ª_]

La costruzione di questi muri appartiene evidentemente ad epoche diverse; giacchè mentre alcune parti sono d’_opera quadrata_ di massi regolari di travertino e tufo, nell’insieme presentano quella costruzione irregolare (formata di pietre e laterizio), che apparisce sovente negli edificî dei tempi della decadenza. La varietà di costruzione e la promiscuità di materiali usati in una stessa opera, furono l’origine di vivaci dispute e di disparate opinioni fra i dotti, le quali noi per ragion di storia riporteremo in succinto, ed esporremo in fine il nostro parere.

Vi fu chi opinò che quelle costruzioni fossero coeve all’Anfiteatro o del tempo di Tito, e che poscia fossero state risarcite da Basilio. Altri le giudicarono dell’epoca dei Frangipani. Altri finalmente opinano nè esser quelle contemporanee all’edificazione dell’anfiteatro nè dell’età di mezzo, ma della fine del secolo II o degl’inizî del III. La prima opinione fu difesa dal Bianchi, coadiuvato nella parte archeologica dal Prof. Lorenzo Re, i quali basarono la loro tesi:

1º Sulle regolarità dei _pozzi_, donde, dissero, uscivano le gabbie che racchiudevano le belve.

2º Sul fatto che il podio era munito di «macchine versatili, reti e denti lunghissimi sporgenti sull’arena»[825].

3º Sul passo di Erodiano[826], nel quale leggesi: ἀναῤῥιπτέιν (_sursum mittere, sursum iacere_).

Il Bianchi prevenne l’obiezione che gli si potea facilmente rivolgere, ricordandogli le naumachie narrateci da Suetonio e da Dione; e, disprezzando soverchiamente e con poca equità la fama storica del secondo, asserì che una sola naumachia ebbe luogo nell’Anfiteatro Flavio; quella cioè che si diè ai tempi di Domiziano; ed aggiunse che, anche ammettendo altri combattimenti navali, questi non osterebbero alla sua opinione, _imperocchè_, dice, _quattro piedi d’acqua possono sostenere qualunque barca; e con ripari provvisori si potè impedire che l’acqua penetrasse negli ambulacri e nei portici_.

Il difensore della seconda opinione fu l’avv. Fea[827], il quale asserì ostinatamente che l’arena del Colosseo non fu giammai _sostrutta_, e che le _sostruzioni_ che noi vediamo son opera dei _bassi tempi_, e precisamente dell’epoca dei Frangipani. Il Fea procurò provare il suo asserto coi seguenti argomenti:

1º Il podio, ammessa l’arena sostrutta, sarebbe stato alto appena dieci piedi. Malgrado dunque le _rotule_, i _denti_ e le _reti_, la sua altezza era insufficiente a _salvare gl’Imperatori, i Pretori, ecc. dai salti delle tigri e dalla proboscide degli elefanti_.

2º Un’arena _sostrutta_ è affatto inadatta per le naumachie.

3º Finalmente il _piano_ rinvenuto, disse, non può essere il vero e primitivo livello dell’arena; ma questo _devesi ricercare in maggiore profondità_.

Il Masdeu[828] tentò di conciliare le due opposte opinioni: scrisse a questo scopo 21 lettere, ma ricevè ai suoi scritti un’acre risposta dall’avvocato Fea[829].

Il Nibby, nelle _Aggiunte_ al Nardini[830], propendè per l’opinione difesa dal Fea; ma nella sua pregievolissima opera _Roma nell’Anno MDCCCXXXVIII_ cambiò d’opinione, e scrisse:

«Le testimonianze di Suetonio e di Dione apertamente dichiarano che nell’Anfiteatro Flavio vi si diedero combattimenti navali sotto Tito e sotto Domiziano. Stando.... ai fatti riconosciuti, e dando il peso dovuto all’autorità degli antichi scrittori, parmi doversi stabilire, che da principio, sotto Tito e Domiziano, quando vi si diedero giuochi navali, l’arena era di livello più basso e non sostrutta; che Traiano nel restauro fatto nell’Anfiteatro comprese ancora il lavoro di alzare l’arena al piano attuale, per mezzo di sostruzioni regolari essendo crollate pe’ terremoti avvenuti sotto Teodosio II e Valentiniano III nel quinto secolo, e sotto Teodorico sul principio del sesto furono risarcite secondo lo stile di quei tempi da Lampadio e da Basilio prefetti di Roma; così si dà ragione della diversità delle costruzioni, così pure si comprende HARENAM AMPHITHEATRI . . . . RESTITUIT, e quella della lapide di Basilio: ARENAM ET PODIVM QVAE ABOMINANDI TERRAEMOTVS RVINA PROSTRAVIT . . . . RESTITVIT: così chiaramente s’intendono i passi di Petronio, Erodiano e Calpurnio. Il primo nel _Satyric._ c. IX dice: _non taces gladiator obscoene quem de_ RVINA ARENA DIMISIT. Erodiano raccontando le cacce date da Commodo appunto in quest’Anfiteatro, così si esprime: λεοντων δε ποτε εξ ὑπογαιων ἑκατον αναρρ’ ιφδεντων, ισαριδμοις ακοντιοις παντας απεκτεινεν: _ed una volta essendo stati lanciati su dai_ SOTTERRANEI _cento leoni con altrettanti strali tutti li uccise_: finalmente Calpurnio, ecl. VII, v, 69, esclama:

_Ah trepidi quoties nos_ DESCENDENTIS ARENAE _Vidimus in partes ruptaque voragine terrae_ _Emersisse feras!_

Il Lanciani, come altrove dicemmo, opina che, almeno fino dal principio del secolo III, l’arena lignea fosse _pensile sulle proprie sostruzioni_; ed aggiunge[831] che «Pausania nel cap. 12 delle ΗΛΙΑΚΩΝ § 4, registra fra le grandi opere di Traiano in Roma, καὶ Θέατρον μέγα κυκλοτερὲς πανταχόθεν[832], cioè l’Anfiteatro Flavio. Dalla quale inesatta asserzione del geografo alcuni hanno voluto trarre indizio di restauri avvenuti sotto l’impero dell’ottimo Principe, dei quali non si ha altrimenti notizia. Il Nibby R. A. I, 421, suppone che Traiano abbia costruito gli ipogei dell’arena, ma questa è supposizione gratuita[833]. Sul piano dell’abaco di un capitello a foglie d’acqua, caduto dal vertice dell’Anfiteatro in fondo all’arena, rimangono le casse di nove lettere di metallo, alte m. 0,37 spettanti ad iscrizioni monumentali:

[Illustrazione: Iscrizione]

«Il capitello, prosegue, è dei tempi bassi: e non reca maraviglia il vederlo scolpito con masso di marmo appartenente a più antico edifizio, forse all’_arcus divi Traiani_ della region prima, le spoglie del quale servirono ad abbellire il vicino _Arco di Costantino_»[834].

Il Canina, finalmente, congettura che la costruzione dei muri degli ipogei suddetti sia dell’epoca di Severo Alessandro.

Alle varie opinioni già esposte mi sia lecito aggiunger la mia.

La _sostruzione_ dell’arena è talmente necessaria ad un anfiteatro, che se questo ne fosse privo, perderebbe, quasi direi, la sua speciale caratteristica. Immaginare infatti un edificio anfiteatrale senza gl’ipogei dell’arena, sarebbe lo stesso che immaginar un corpo animato senza gli organi interni. La vita, dirò così, dell’anfiteatro si svolgeva negl’ipogei, e si manifestava sull’arena; e non mi sembra plausibile l’opinione o la supposizione che Vespasiano abbia voluto erigere il suo celeberrimo Anfiteatro senza l’arena _sostrutta_. Poteva per avventura mancare nell’Anfiteatro per eccellenza, costruito in pietra, e, giusta l’idea d’Augusto, _media urbe_, ciò che ebbero fino i _temporanei_ che lo precedettero? Petronio, scrittore dei tempi Neroniani, dice: «_non taces gladiator obscoene, quem de ruina arena dimisit?_» e poco dopo: «_ergo me non ruina terra potuit haurire . . . . . . . . aufugi iudicium, arenae imposui_»[835].

Io opino adunque che l’arena fosse _sostrutta_ fin dal principio, e che avesse un livello più basso di quello a cui fu poi elevata.

Sennonchè, a cagione delle naumachie (le quali positivamente si rappresentarono due volte nel nostro Anfiteatro), l’arena fu da prima _sostrutta_ stabilmente con muri, oppure con un’armatura lignea da potersi rimuovere all’occorrenza? La seconda ipotesi è inammissibile per molte ragioni, che credo qui inutile addurre perchè gli scavi decisero la questione.

Nei muri degl’ipogei si sono rinvenuti avanzi tuttora al posto di massi regolari di travertino e tufo, che sono la materia adoperata in grandissima copia nella costruzione dell’Anfiteatro, e specialmente nei siti ove richiedevasi maggior solidità. I due portici esterni sono stati costruiti di pietra tiburtina, ed i muri che nel piano terreno formano i cunei delle scale e dei passaggi, sono composti d’intelaiature di massi di travertino, racchiudenti specchi in parallelopipedi di tufo. Di questo parere fu eziandio Lorenzo Re, il quale, nelle sua _Illustrazione e difesa delle Osservazioni dell’architetto Pietro Bianchi sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro Flavio_, dice: «Fig. 8, 9, 10. Porzioni delle sostruzioni dell’arena in bellissima costruzione di grandi pietre rettangolari uniforme perfettamente alla generale costruzione dell’Anfiteatro»[836].

Se le _sostruzioni_ dell’arena avessero potuto o no impedire l’esecuzione delle naumachie, lo vedremo allorquando si parlerà di queste.

Gli scavi, oltre all’averci indicato negli avanzi dei muri primitivi l’_originaria sostruzione stabile_ dell’arena, ci hanno pur anche manifestato l’antico suo livello.

Il muro di perimetro dell’ipogeo ha in ogni quadrante dell’ovale una serie di otto grandi nicchie arcuate, a fondo piano, larghe m. 3 e profonde oltre un metro[837]. Dalla fronte di ciascuno dei trentasei piloni che sostengono gli archi, sporgono due mensoloni di travertino, i quali si trovano 3 metri circa sotto il livello attuale dell’arena: tra una mensola e l’altra, nella fronte del pilone, v’è un’incavatura verticale, a piè della quale è murato un masso di travertino, lungo quanto è grosso il pilone; l’incavatura poi sarebbe atta a ricevere una trave (V. _Fig. 9ª_).

Dall’imposta degli archi in su, per tutto il giro dell’ovale, vedesi un taglio praticato nella fronte delle nicchie: taglio, che riduce alla metà circa la profondità delle vôlte, la sommità delle quali è ripresa (dove più dove meno, secondo che occorreva) con archi di mattoni. Nel fondo di ciascuna nicchia, dal piano superiore delle mensole in giù, v’è un’apertura rettangolare, a guisa di piccola finestra, addossata al pilone, larga m. 0,70 circa, la quale ha un grosso architrave di pietra tiburtina.

[Illustrazione: _Fig. 9.ª_]

Nella parte inferiore delle nicchie si vedono addossate ai piloni per tutta la loro profondità due piccole spalle, sulle quali son gettate volticelle a sesto _scemo_, terminate in fronte da archi. Le vôlte, l’estradosso delle quali trovasi ora al piano inferiore delle mensole, otturano, per la metà circa, l’altezza delle aperture ora descritte nel fondo delle nicchie. La costruzione laterizia dei piloni e del fondo delle nicchie è dell’epoca di Vespasiano, e quindi contemporanea all’edificazione del monumento; mentre la costruzione degli archi _scemi_, delle piccole spalle e della ripresa delle vôlte è discreta anch’essa, ma d’epoca posteriore a quella dei Flavî.

Sarei di parere che il taglio nella parte superiore delle nicchie e le volticelle _sceme_ con le loro spalle riportate, sia un lavoro eseguito contemporaneamente ai pilastri di opera quadrata di tufo, per formare dietro di essi un passaggio.

Che le trentadue nicchie appartengano alla primitiva disposizione della parte infima dell’Anfiteatro, oltre alla costruzione dei muri, ce lo manifesta quella serie di pilastri che noi vediamo costruiti di massi di tufo, collegati fra loro con architravi della stessa materia, i quali, a breve distanza dalle mensole, si ergono fin quasi al piano attuale dell’arena, disposti con regolarità fra loro, ma con nessuna rispetto alle mensole stesse ed ai piloni retrostanti; dichiarandoci quei pilastri, col complesso di tutte le circostanze concomitanti, che essi furono costruiti posteriormente ai piloni, e che questi e le mensole avevano a quel tempo perduto il loro scopo.

Io congetturo pertanto che, ai tempi di Vespasiano, sopra i mensoloni fossero collocate orizzontalmente attorno attorno delle grosse travi, sulle quali e sui muri di opera quadrata degli ipogei riposassero altre travi che sostenevano il tavolato dell’arena. Posta la mia supposizione, detratte dal dislivello che v’è tra il piano delle mensole e quello dell’arena attuale (che è il medesimo dell’_antica rialzata_) le grossezze delle travi e del tavolato, ne segue che il livello dell’arena primitiva era più basso di quello dell’arena posteriormente rialzata, di circa due metri, e che l’ipogeo ebbe in origine un’altezza di circa tre metri e mezzo[838]. E siccome il podio nella sua primitiva costruzione non fu più basso di quello che ora lo vediamo (poichè i muri che sostengono la gradinata del podio suddetto e le scale che conducevano al ripiano dei senatori, sono di assoluta costruzione Vespasianea); così dovrà concludersi che il ciglio superiore del parapetto del podio all’epoca dei Flavî distava dal piano dell’arena di circa sette metri.

Disposte le cose in tal maniera, risulta pure che gli archi impostati su i piloni rimanevano quasi del tutto fuori del livello dell’arena; ed io credo che questi, muniti di grate, servissero verosimilmente a doppio scopo: tanto, cioè, per dar luce all’ipogeo, quanto, e principalmente, nell’esecuzione delle naumachie come a suo luogo vedremo.

Le incavature poi, che appariscono nella fronte dei piloni fra le mensole dovettero servire, come giustamente osservò il Gori, a ricevere le travi che sostenevano la grande rete.

Un rozzo graffito antico (V. _Fig. 10ª_) rinvenuto negli scavi eseguiti nel 1874 dal Comm. Rosa negl’ipogei dell’arena, ha tutto l’aspetto di una rappresentazione della fronte primitiva del podio. Così anche parve al Gori[839], e corrisponde, quasi direi, a capello col risultato dei miei ragionamenti. È questo un frammento di lastra marmorea su cui si veggono in graffito, una presso l’altra, cinque arcate di un sesto poco inferiore al semicircolo, munite d’inferriate; sopra queste vi sono pure in graffito linee che formano una _transenna_ enorme relativamente agli archi sottoposti; e sembra che in essa si sia voluto rappresentare, in modo rozzamente convenzionale, la grande rete del podio. Al di sotto delle arcate poi rimane la parte superiore di due figure, le quali ci ricordano probabilmente i bestiarî. La riproduzione che presento a _Fig. 10ª_ è tratta dall’opera del Gori.

[Illustrazione: _Fig. 10.ª_]

Per ciò che riguarda il piano dell’arena, esso fu evidentemente rialzato. Noi non sapremmo precisare l’epoca; ma possiamo con ogni certezza affermare che ciò avvenne dopo il regno di Domiziano. Pausania, nell’elenco delle opere fatte da Traiano, dice: «theatrum magnum undequaque rotundum», ossia l’Anfiteatro Flavio. Varî scrittori, basandosi su questo passo, opinarono che l’arena fosse stata rialzata da quell’Imperatore. Ed invero, la serie di pilastri di opera quadrata di pietra tufacea, che noi vediamo disposti regolarmente a brevissima distanza dal primitivo muro di perimetro dell’ipogeo (la cui costruzione ben s’addice ai tempi Traianei), e la riflessione che, abbandonata dopo la morte di Domiziano l’idea della naumachia nell’Anfiteatro, si fosse ben presto pensato a sollevare il piano dell’arena, troppo profondo, affinchè gli spettatori potessero godere completamente le rappresentazioni gladiatorie e venatorie, sembrano favorire l’opinione di quei dotti.

L’espressione di Pausania però è troppo ampia, e fuor di questa, come osserva il Lanciani, non se ne ha altrimenti notizia. Comunque sia, dal complesso delle cose a me pare che l’arena prima dell’incendio avvenuto nel regno di Macrino già fosse rialzata.

Molte parti dei muri dell’ipogeo si vedono risarcite in opera laterizia di un carattere conveniente agl’inizî del secolo III. Questi restauri furono fatti probabilmente da Eliogabalo e da Severo Alessandro, dopo l’incendio. Vi si ravvisano poi evidentemente le riparazioni eseguite nel secolo V da Teodosio II e Valentiniano III, ed i restauri fatti da Teodorico sul principio del secolo VI.

L’idea finalmente proposta da alcuni, i quali vorrebbero che anche i Frangipani abbiano fatto dei lavori nell’ipogeo, non mi pare possa avere fondamento. All’epoca dei Frangipani l’arena era la _piazza del castello_: ora perchè questa _piazza_ fosse ben livellata non occorreva altro che interrar gl’ipogei!...

Scoperta l’arena, si volle ricercare l’antica cloaca che dall’Anfiteatro portava le acque al Tevere, passando per la valle del Circo Massimo. Il lodato Fea[840] oppugnò questo progetto per essere, dice, «in esecuzione difficilissimo e costosissimo per tanto tratto di strada». Ideò invece di ripristinare la Mèta Sudante, e rendere con quell’acqua e relativa costruzione di fontane un vantaggio ai cittadini di quel rione. La spesa, secondo i calcoli del Fea e del muratore Lezzani, sarebbero state tenuissime; grande invece l’utilità pubblica.

Nessuno di questi progetti fu messo in esecuzione; anzi nel 1814 il Governo ordinò di ricoprire gl’ipogei, eccettuandone il _passaggio di Commodo_.

Nel 1874, ad istanza del Comm. Rosa, si ripristinarono gli scavi nel Colosseo[841].

A settentrione, sotto il podio, tornarono in luce i tre ambulacri circolari, già scoperti dal Valadier; ed il Gori[842] s’affrettò anch’egli a dare il suo giudizio sull’epoca di quei muri. «Questa costruzione, dice, che poco si adatta colla regolarità usata nelle fabbriche del primo impero, dimostra che gli ambulacri vennero edificati dopo il terremoto del VI secolo (?), in un’epoca cioè in cui erano in decadenza, per la irruzione dei barbari, tutte le belle arti» (V. _Fig. 8ª_).

Da quel che sopra si è detto giudicherà il lettore quanto sia _giusto_ il parere del Gori!...

Alla profondità di circa tre metri apparvero 32 delle 72 mensole di travertino, sporgenti dai piloni delle nicchie poc’anzi descritte (V. _Fig. 9ª_).

In questo stesso scavo tornarono in luce i cripto-portici, il pavimento, le _bocchette_[843], le scale, ecc., di cui già parlammo nel capit. III, Parte I, ed i residui seguenti:

1º Varî rocchi marmorei, due dei quali di giallo antico.

2º Fusti di colonne, basi e capitelli.

3º Frammenti d’iscrizione, i quali riporteremo all’App. II di questo lavoro[844].

4º Lucerne fittili, tra le quali una cristiana. L’Armellini[845] così la descrive; «Fra la varia suppellettile tornata alla luce degli sterri dell’arena nell’Anfiteatro Flavio, merita particolar attenzione una lucernina cristiana adorna di storiche e pregevoli rappresentanze. La lucerna, di cui io parlo, manca di circa una metà rimanendone abbastanza conservato il disco sul quale si vedono effigiati i tre giovani ebrei in atto di negare l’adorazione alla statua aurea di Nabucco. Il concetto artistico è identico a quello che trovasi ripetuto frequentemente nei sarcofagi cristiani ed anche in taluna delle pitture delle romane catacombe. Più raro a trovarsi un tal soggetto è nelle lucerne cristiane, ed è per questo che propongo all’attenzione dei dotti cotesto non dispregevole cimelio, il quale può aggiungere alcun lustro benchè assai tenue alle grandiose memorie cristiane del Colosseo».

5º Sei basi di statue ed un bassorilievo rappresentante un coniglio agguantato da una zampa di leone scherzante.

6º Nove teste di statue e sette lastre di marmo[846], le quali ultime hanno uno speciale interesse per i _graffiti_ che in esse scorgiamo. Nella prima di queste lastre si vedono a graffito le cinque arcate, le inferriate e la transenna, ecc., di cui sopra parlammo (V. _Fig. 10ª_).

Nel secondo _graffito_ vi sono tracciati due gladiatori; l’uno è munito di scudo quadrilatero, l’altro armato di coltello e rete, ed ambedue sono _galeati_. In questa scena è forse rappresentata la lotta fra un _Trace_ od un _Mirmillone_ con un _Reziario_, giacchè si scorgono assai chiaramente il tridente ed il _balteus_[847]. V’è poi una lepre inseguita da un cane; e più in basso un toro avente sul dorso una specie di _sella_: scena che ci ricorda il sarcofago rinvenuto nel palazzo Fiano, negli scavi eseguiti nel 1874-75.

In un terzo graffito è delineata la figura di un bestiario, avente nella mano destra il _venabulo_ e nella sinistra la _mappa_.

Il quarto graffito[848] rappresenta l’arena divisa in due parti. Nella prima parte scorgesi un bestiario armato di lancia e lottante con due orsi. Nella seconda, una fiera che trascina una corda, porta un palo al petto e s’azzuffa con un’altra belva sciolta; mentre l’arenario, appoggiando il piede destro sul dorso di una fiera, è per colpire con la lancia un’altra belva fuggente.

Il quinto graffito, fatto in un masso di cipollino, rappresenta un atleta, il quale colla destra stringe una palma, simbolo della vittoria[849], e sul petto gli scende una doppia collana[850], _torques gladatoria_, da cui pende un _ciondolo_[851] simile a quello che vedesi nel cippo di Batone. Al sommo della pietra è scritto [FELICI] TER. L’atleta è del tutto nudo, tranne il _subligaculum_, i calzari, ed alcune fasce alle ginocchia. La figura fu incisa con grosso chiodo: ricordando il PINGIT ZOZZO della _Domus Gelatiana_, direi, col Prof. Correra[852] che questa figura e le altre sono _scariphatae_.

Nel sesto marmo v’è disegnata la testa di Diana, adorna di diadema e con frecce in mano.

I diversi sterri ci restituirono finalmente una pietra, in cui è incisa «una grossa palma, ed altrove, fra alcune palme, leggonsi dei nomi di gladiatori od atleti come: HONORVS, QVINTIVS, sormontati dal busto, e vi si scorge l’avanzo di una cartella ansata con le sigle [Illustration:ill-pe.jpg] che potrebbesi leggere PALMA VICTORI FELICITER; e finalmente il nome di VINDICOMVS»[853].

«Il Comm. Rosa, onde meglio far vedere le vesti, i calzari, le armi, le fisonomie dei gladiatori, ecc., dipinse a nero l’incavo dei singoli rilievi»[854].

Più tardi si scavarono le cavee delle fiere, e vennero scoperti gli ambulacri della parte meridionale degl’ipogei dell’Anfiteatro; e si misero a nudo le costruzioni laterizie e di tufo, nonchè le mensole di travertino, simile a quelle del lato opposto. Oltre a ciò si rinvennero altri capitelli e rocchi di colonne; nello stanzone poi che trovasi a destra del cripto-portico orientale, e in due ambulacri dell’arena furono trovate varie tavole di legno, le quali «o sono residui di macchine o vi furono poste per togliere l’umidità del pavimento»[855].

Nell’ambulacro centrale, finalmente, si rinvennero grosse e lunghe travi, rafforzate da travicelli messi a traverso, ora del tutto scomparse.

Nell’_Iconografia_ del suddetto Gori vediamo disegnate alcune costruzioni che attualmente non esistono. Questa mancanza si deve al direttore di quegli scavi, il quale «troncò quei muri, credendoli più recenti; spezzò i massi di tufo che trovò rovesciati al suolo, e li asportò dall’Anfiteatro»[856].

Essendo Ministro della Pubblica Istruzione il Prof. Guido Baccelli, s’intrapresero, di concerto coll’amministrazione comunale di Roma, grandiosi lavori di sterro[857], onde la parte esterna e più conservata dell’Anfiteatro Flavio possa essere ammirata in tutta la grandezza delle sue proporzioni e nella magnificenza della sua architettura.

Gli scavi s’incominciarono sulla piazza che guarda la via di S. Giovanni in Laterano, e precisamente dal punto corrispondente all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro; e furono continuati, per una zona larga circa trenta metri, tutt’attorno al monumento. Questi lavori diedero risultati di non lieve importanza; giacchè tornarono in luce cinque degli antichi cippi terminali, dei quali già parlammo nella PARTE I, cap. III; il lastricato di pietra tiburtina, che girava intorno all’Anfiteatro e che costituiva una zona annessa al lastricato stesso; nonchè il primitivo pavimento stradale, formato di poligoni di lava basaltina.

«A Nord dello stesso Anfiteatro, sul declivio dell’Oppio, avvenne poi un’altra importante scoperta. Alla distanza di m. 18 dal Colosseo e allo stesso livello di questo, tornò in luce la strada che dalle Carine dirigevasi al Celio, seguendo il corso della moderna via Labicana. A Nord della strada rimane una serie di pilastri, costruiti in buon laterizio, le cui basi poggiano sopra un grande masso rettangolare di travertino. Sono decorati da mezze colonne, parimenti costruite con cortina laterizia; ed in origine erano collegati da arcuazioni delle cui imposte restano tuttora alcuni avanzi. Cotesto porticato, la cui costruzione presenta i caratteri propri delle fabbriche della seconda metà del primo secolo, trovasi sopra una linea parallela all’asse maggiore dell’Anfiteatro, ed il suo punto medio corrisponde (_quasi_) all’ingresso dall’estremità settentrionale dell’asse minore»[858].

Dopo gli scavi testè descritti, nessuna importante esplorazione, che mi sappia, è stata intrapresa nel Colosseo.

PARTE IV.

CONTROVERSIE SULL’ANFITEATRO FLAVIO.

CAPITOLO PRIMO.

_Quest. 1.a_ — Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, ove si celebrarono le naumachie?

Prima di rispondere a questo quesito e di presentare al lettore le varie opinioni su questa scabrosa questione, mi sia lecito premettere che ai tempi di Domiziano, fratello e successore di Tito, l’Anfiteatro Flavio fu positivamente inondato, vi si fecero giuochi nell’acqua, e vi si diedero indiscutibilmente battaglie navali. Gli epigrammi XXIV, XXV, XXVI e XXVIII del libro _Spectaculorum_ di Marziale, e le parole di Suetonio[859] non ammettono obiezioni di sorta[860]. Ciò premesso, diciamo:

Nelle solenni feste augurali date da Tito in occasione della dedicazione della _venerabile mole dei Flavî_, l’arena anfiteatrale fu inondata, e vi si eseguirono naumachie. Il fatto lo deduco dalla narrazione di Dione[861] il quale scrisse: «E dedicando il teatro venatorio ed il bagno che porta il suo nome, diè (Tito) molti spettacoli e straordinarî. E molti gladiatori pugnarono a duello, molti in truppa in battaglie terrestri e navali: conciossiachè avendo fatto riempire all’improvviso quello stesso teatro di acqua, v’introdusse cavalli e tori, ed altri animali mansueti ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra e v’introdusse sopra barche anche uomini, e questi ivi combatterono divisi in Corintî e Corciresi»[862].

La testimonianza di Dione trova un’eco nell’epigramma XXVIII di Marziale[863]. Qui il poeta cesareo esalta enfaticamente l’_Anfiteatro-naumachia_ dei Flavî, dicendoci che in questa _Mole_ si fecero tali giuochi in acqua che nè nella naumachia d’Augusto nè nel Fucino nè negli _stagni neroniani_ si sarebbero potuti eseguire. Oltre alla corsa di carri e alle battaglie navali, egli novera il manovrar dei quadrupedi entro l’acqua, ed aggiunge che le dee marine Teti e Galatea avean veduto fra le onde della Flavia naumachia, bestie a loro ignote:

. . . . _vidit in undis_ _Et Thetis ignotas et Galatea feras;_

le quali altre non furono che «i cavalli e tori ed altri animali mansueti, ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra», come appunto ci dice Dione.

Sebbene i citati autori siano sufficientemente chiari nei loro scritti, nondimeno alcuni, ad es., il Marangoni ed il Gori, basandosi sul silenzio di Suetonio relativamente ai giuochi navali dati da Tito nell’_Anfiteatro_ in occasione delle feste inaugurali di quel monumento, han dubitato dell’asserzione di Dione. Il primo[864] sostiene che la battaglia navale rappresentata in Roma nella dedicazione del Colosseo ebbe luogo unicamente nella _vecchia naumachia_; che l’_inondamento dell’Anfiteatro_ ed i giuochi, ivi dati nell’acqua e narrati da Dione, furono eseguiti in altro tempo; e termina (vedremo con quanta poca saggezza) rinnegando l’autorità del greco storico. Nè è facile comprendere come egli (il Marangoni) abbia potuto riferire l’_ibidem_ di Suetonio[865] all’Anfiteatro, quando lo stesso Dione ci attesta che, per dar nella _vecchia naumachia_ ludi gladiatorî e cacce, una parte del lago[866] fu coperta con tavolato e circoscritta da steccati di legno.

Il Gori[867] s’oppone parimenti al passo di Dione, ed asserisce che Tito non fè eseguire i giuochi navali nell’Anfiteatro, sibbene e solamente nella _vecchia naumachia_. Impressionatosi egli della piccolezza dell’arena inondata; pensando non esser possibile che in essa vi si potesse rappresentare il famoso combattimento navale descritto da Tucidide, il quale ebbe luogo nel golfo di Ambracia tra le flotte dei Corintî e dei Corciresi; e credendo che nel nostro Anfiteatro vi si fosse dovuta _non imitare_ ma rappresentare _assolutamente al vero_ la summenzionata battaglia, viene a questa conclusione: «È dunque assai più probabile il racconto di Suetonio: che, cioè, Tito facesse eseguire tutti i combattimenti navali nella vecchia naumachia alimentata dall’acqua alsitina nella valle di S. Cosimato in Trastevere».

Il dubbio mosso dai citati scrittori non mi pare fondato; primieramente, perchè il loro argomento è negativo, e quindi non ha valore; secondariamente poi, perchè nel passo di Suetonio quell’aggettivo applicato a _munus_ in grado superlativo — _largissimumque_ — ha tale estensione da poter abbracciare i ludi gladiatorî, navali e molto più. Che poi Tito abbia data in quella solennità una battaglia navale nel _Nemus Caesarum_, ossia nella _vecchia naumachia_, non esclude che quel Cesare l’abbia pur data nell’Anfiteatro: anzi da quell’ET (_etiam_) _navale praelium in veteri naumachia_ potremmo forse dedurre che la mente di Suetonio sia stata appunto quella di volerci indicare che, oltre alla battaglia navale eseguitasi nella _vecchia naumachia_, ne fosse stata data un’altra nell’Anfiteatro Flavio, benchè in proporzioni tanto piccole da lasciarla sottintesa. Ed invero: le lotte gladiatorie e le cacce di belve, date nella suddetta naumachia di Augusto, adattate all’uopo in quella circostanza, escludono forse il _munus apparatissimum_ (almeno gladiatorio e venatorio), che, per testimonianza dello stesso Suetonio, si diè nell’Anfiteatro?

Il parere del Nibby[868] conferma la mia opinione. Ecco quanto egli scrive a questo riguardo: «Dione serve di chiosa e dilucidamento a Suetonio, e fa conoscere che questo scrittore non tenendo conto del combattimento navale dato nell’Anfiteatro alluse a quello dato nel _Nemus Caesarum_ colla frase _in veteri naumachia_, giacchè ivi come notossi fu la naumachia scavata primieramente da Augusto...... Quanto poi al combattimento navale dell’Anfiteatro fu una vera parodia di quella de’ Corintii e Corciresi, descritta da Tucidide»[869].

In conclusione: l’esplicita testimonianza di Dione, l’allusione di Marziale[870] e lo stesso silenzio di Suetonio, il quale con ogni verisimiglianza può contenere un velato accenno, ci costringono a ritenere che nelle feste d’inaugurazione date da Tito, l’Anfiteatro Flavio fu inondato e vi si celebrarono naumachie.

Che nella naumachia di Augusto si eseguissero in quella stessa circostanza battaglie navali, non v’ha dubbio. Gli storici antichi ce l’attestano concordemente. Nella dedicazione dell’Anfiteatro, dunque, si celebrarono giuochi in acqua tanto nella _vecchia naumachia_ quanto nell’Anfiteatro; anzi quelli celebrati in quest’ultimo superarono, se non nella grandiosità nella singolarità, quelli eseguiti nella naumachia di Augusto; tanto che Marziale potè esclamare dell’Anfiteatro Flavio: «_hanc unam norint saecula Naumachiam_».

Sennonchè, se è vera la narrazione di Dione e quanto si deduce da Marziale, l’Anfiteatro dovette _fin dall’origine_ essere stato costruito in modo da potervi dare all’occorrenza giuochi in acqua!.... Interroghiamo il monumento, e la sua risposta o smentirà Dione o lo sosterrà.

Abbiam veduto nella Parte III, cap. V, come l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu stabilmente _sostrutta_ fin da principio, e che il suo livello, in origine più basso, fu poscia[871] sollevato. Abbiam veduto che il tavolato dell’arena primitiva con la sua armatura in legname poggiava sulle mensole di travertino che sporgono dai piloni, dei quali è fornito il muro di perimetro dell’ipogeo, rimanendo perciò il suo piano ad un livello più basso di circa due metri da quello dell’arena rialzata; e deducemmo, per legittima conseguenza, che dalla soglia delle due porte[872] vi dovette essere un piano inclinato per discendere nell’arena.

Abbiam veduto che gli archi[873] impostati su quei piloni rimanevano fuori del piano dell’arena poco meno della lunghezza del raggio. Osservammo che nella parete di fondo di ciascuna di quelle nicchie, dal piano superiore delle mensole in giù, v’era un’apertura rettangolare a guisa di piccola finestra. Riscontrammo che le volticelle a sesto ribassato, le quali tagliano a metà le nicchie, furono costruite posteriormente, e che, in origine, eran queste vuote dal piano dell’ipogeo alla loro cima (V. _Fig. 9ª_).

Nello studio del sotterraneo dell’arena osservammo uno _speco_ (V. _Fig. 11ª_)[874], il quale è situato sotto il pavimento del cripto-portico (Tav. V, lett. K), e si eleva al di sopra del piano dell’ipogeo; si vide che il sistema di cloache per lo smaltimento delle acque e delle immondezze si trova sotto il piano dello stesso ipogeo; e che tutte quelle cloache vanno a far capo ad una di maggiori dimensioni, la quale gira attorno all’Anfiteatro[875]. Da questa cloaca dovette certamente partire un braccio che andava a scaricare le acque nel grandioso collettore emulo della cloaca Massima, il quale corre a piè del Palatino, lungo la via che dall’Arco di Costantino conduce a S. Gregorio[876].

La semplice esposizione della struttura della parte infima dell’Anfiteatro mi sembra renda più che manifesto il pensiero di Vespasiano: d’aver voluto, cioè, costruire la sua _mole_ in modo che si potesse a piacimento inondare. Lo _speco_ anzidetto, come lo persuade la sua orientazione e la sua elevazione rispetto al piano degl’ipogei, fu con tutta probabilità destinato ad introdurre in questi un grosso