L'Amuleto

Part 7

Chapter 7 2,697 words Public domain Markdown

--Sono qui per combinazione--disse subito Lui--andai d'urgenza a chiamare il medico per la mia vicina che si trova agli estremi e pensai di entrare a salutarvi perchè chi sa quando potrò tornare.

--Vi ringrazio, ma vi prego non datevi pena per me.

--Le donne sono spesso puntigliose...

Interruppi tranquillamente:

--Non credo di avervi mai dato motivo di pensar questo. In ogni modo sappiate che vi giudico assoluto padrone del vostro tempo.

Egli non rispose. Dominato da una eccitazione nervosa seguì il corso dei propri pensieri a voce alta dicendo:

--Fanno veramente pietà.

Vidi che era molto impressionato dalla malattia della sua vicina e gliene chiesi notizie.

--Vi preme dunque di saperle? Credevo che non aveste simpatia per loro.

--Io non le conosco e non le giudico. So che vi sono care e tanto basta per interessarmi ai loro dolori.

Mi guardò intensamente per la durata di un secondo; abbassando poi gli occhi sul suo cappello dove stavano rapprese alcune falde di neve, disse:

--La madre ha pochi giorni da vivere, la figlia resta sola al mondo.

--Dio vegli su di loro!--esclamai con una commozione sincera.--Pregherò con tutto il mio cuore.

Ancora un lampo de' suoi occhi, ancora un silenzio; indi:

--Addio.

--Arrivederci--mormorai con infinito dolore e tenerezza insieme.

--Sì, arrivederci.

Pentito di questa parola che gli parve troppo dolce soggiunse:

--Non sarà tanto presto.

Restai agitata per tutto il giorno in preda a una folla di sentimenti contradditorî. La mia immaginazione fatta all'improvviso veggente lo seguiva nel padiglione abitato dalle due straniere; scorgeva la madre abbattuta nel suo letto; la figlia desolata, smarrita--e Lui dividersi fra l'una e l'altra. Oh! certo, esse dovevano amarlo. Una stretta al cuore mi avvertiva che il sacrificio non era ancora consumato, che avrei dovuto spargere ancora molte lagrime segrete e soffocare molti desideri ribelli.

L'indomani mandai Pietro a chiedere nuove dell'inferma. Stava male. Allora ci unimmo tutti, io, Pietro, Orsola e il mio piccolo Alessio e recitammo la preghiera degli agonizzanti. Quando l'ebbimo finita io dissi: Preghiamo ancora perchè questa madre, se Dio lo permette, sia conservata alla sua creatura.

L'Orsola mi si fece accanto e accostando al mio orecchio le labbra tremanti sussurrò:

--Sarai benedetta, Myriam.

--Oh! perchè?--feci io turbata, sentendomi salire al volto un rossore improvviso.

La mia buona vecchia non rispose, e siccome la vidi chinare la fronte sulle palme congiunte pensai ch'ella pregasse per me.

Verso il tramonto un merciaiuolo ambulante al quale Pietro aveva consegnato delle stoviglie da accomodare ci avvertì che la signora forestiera era morta e che la figlia abbandonata sul cadavere pareva volesse seguirla, tanto era l'eccesso della sua disperazione.

--Non c'è nessuno che la conforta?--chiesi.

--Chi vuol mai! La Querciaia è affatto isolata e quelle signore non le conosce anima viva. Io lo so perchè passo di là colla mia merce.

Mi guardai attorno, guardai fuori dalla finestra nel deserto di neve, guardai in alto il cielo quasi bianco. Povera fanciulla!

Il merciaiuolo intanto si disponeva a continuare il suo viaggio e già si era posto sulle spalle il suo carico quando io gli chiesi se avrebbe potuto mandarmi prima di notte una carrozza. Mi rispose di sì e in mezzo alla stupefazione di Orsola e di Pietro gli ordinai di condurmela subito senza perder tempo. Baciai Alessio che si era aggrappato alle mie gonne e che si pose a gridare:

--Mamma, perchè piangi?

Io non lo sapevo; non mi ero accorta di piangere.

Feci i miei preparativi con una grande commozione, avvertendo che avrei condotto a casa l'orfanella per quella notte e raccomandando all'Orsola di apparecchiarle una camera.

Quando giunse la carrozza vi salii, seguita dai consigli dei miei buoni vecchi che mi esortavano a ripararmi bene e a tenere chiusi i vetri. Poco più di mezz'ora ci separava dalla Querciaia ma ne impiegammo quasi il doppio a rompere una via in mezzo alla neve che il freddo intenso aveva congelata e sulla quale volavano affamati e rattristanti i pochi superstiti di una tribù di corvi.

In quel paesaggio squallido, non più velato dalle folte piante e dai rosai, la Querciaia mi apparve colla sua strana architettura multiforme di rôcca e di convento insieme. Feci fermare dinanzi alla porticina del padiglione che mi venne aperta da mio cugino in persona.

--Voi!--esclamò, e nessuna parola potrebbe esprimere ciò che vi era di sovrumano nel suo accento e nel suo sguardo.

In piedi, sulla soglia, circondata da un fitto nuvolo di neve, io non sapevo come spiegare la mia presenza. Fu Lui che mi prese per la mano con dolce impero e rapidamente, in poche parole, ci intendemmo.

Mi guidò presso la fanciulla che si trovava in uno stato compassionevole e che mi guardò senza stupore ricevendo le mie prime parole con una atonia di persona che il dolore rende quasi demente.

La camera dove si trovava era nuda, gelida; vi era stato acceso il fuoco evidentemente ma nessuno lo aveva alimentato. Osservandola non mi parve più quella elegante figura che avevo intravista un giorno in chiesa. Aveva le treccie sciolte e scomposte, le mani pavonazze per il freddo; un tutto insieme di abbandonato, di scorato, di fuori di sè, che trovò subito la via della mia pietà. Se qualche sentimento poco nobile e poco puro mi aveva altre volte turbata cessò in quel punto, davanti a quella vera tristezza.

Mio cugino che mi guardava intensamente si accorse di ciò che si svolgeva nel mio interno. Prese una mano della fanciulla e ponendola nelle mie mani le disse con calore:

--Fidatevi di lei! È un'amica.

Non si era potuto piegarla nè al riposo, nè al cibo; non c'era lì accanto una sola famiglia che potesse ospitarla, non una sola donna che la accarezzasse. La notte si avanzava terribile e paurosa in queste condizioni. Mi chinai sulla poveretta mormorando con quanta maggior dolcezza mi fu possibile:

--Volete venire con me?

Ella fece un balzo e mi guardò sbigottita.

--Non temete--soggiunsi--sono madre.

A queste parole ruppe in un gran pianto e mi nascose la testa in seno.

A poco a poco riuscimmo a persuaderla. Mio cugino le promise che non avrebbe abbandonata la casa, che la salma sarebbe stata vegliata religiosamente. Così cedette e ripartii insieme alla fanciulla, nella carrozza chiusa, attraverso il deserto di neve che formava una ben degna cornice ai nostri due dolori. Mio cugino restò sulla soglia finchè la carrozza scomparve. L'ultima espressione che mi restò della sua fisionomia fu quella di una serietà infinitamente dolce.

L'Orsola aveva preparato un buon fuoco e dei cordiali. Ella mi aiutò efficacemente a sostenere e a confortare la derelitta al primo arrivo. Più tardi, quando l'ebbi condotta nella sua camera e che il sonno venne finalmente a calmarla, quando la vidi riposante e sicura sotto il mio tetto, affidata a me, protetta da me, una larga onda di dolcezza mi invase e pensai che Lui in quello stesso momento doveva essermi vicino coll'anima.

Vegliai tardi quella sera, rileggendo una lettera di mio marito lunga e complicata nella quale mi diceva che era deciso a stabilirsi definitivamente a Parigi in vista di un posto all'ambasciata e che gli gioverebbe avere con sè la famiglia, che Alessio trovavasi oramai nell'età propizia per incominciare la sua educazione e che se io non avessi nulla in contrario potrei raggiungerlo a Parigi col bambino. Le riflessioni suggeritemi da questa proposta erano tali da tenermi sveglia, venendo a incrociarsi in un momento così solenne con altre preoccupazioni ed altri pensieri egualmente gravi.

La mia vita cambiava; vedevo necessariamente in essa un nuovo indirizzo, nuovi doveri, nuove lotte forse.

L'orfanella stava ancora vestendosi nella sua camera quando venne mio cugino a prendere le disposizioni per il funerale. Mi trovò sul pianerottolo della scala con un fascio di semprevivi sulle braccia. Indovinandone la destinazione arrossì come per eccesso di piacere, poi facendosi subito pallido mormorò con nobile semplicità:

--Non vi conoscevo, Myriam, ora sì. Come siete buona!

Nessuna parola poteva riuscirmi più cara di quella--tanto invocata, tanto desiderata--epperò un grande turbamento e una commozione vivissima mi obbligarono ad appoggiarmi contro la parete.

Egli soggiunse:

--Mi perdonate?

Dio, che gioie vi sono al mondo!

Le mie mani sotto i semprevivi tremarono; abbassai il capo per invitarlo tacitamente a seguirmi ed anche per dirgli di sì. Avrà Egli compreso il mio silenzio?

Le occupazioni serie e penose di quella giornata non mi lasciarono più sola con Lui nè con me stessa, ma io avevo una gioia così profonda nel cuore che mi sentivo le ali.

Decisi di tenere la fanciulla presso di me finchè non fosse venuta una vecchia amica di sua madre che si era offerta per ricoverarla, in attesa di provvedere meglio al suo avvenire. Intanto le fui compagna nella triste cerimonia del distacco, la sorressi e asciugai le sue lagrime. Scoprivo in me delle energie insospettate e un coraggio che non avrei mai creduto di avere. La poveretta mi dimostrava la sua riconoscenza in modo toccante. Furono giornate calme insomma, piene di intima e malinconica dolcezza, quali non avrei credute possibili.

Un segreto istinto mi trattenne dall'interrogare mio cugino sui suoi progetti per l'avvenire dal momento che Egli non vi faceva nessuna allusione e quando la fanciulla fu partita e che Egli riprese le sue visite assiduo, affettuoso, sembrò che nulla fosse cambiato intorno a noi. Meglio ancora, era come se avessi fatto un cattivo sogno e provavo la gioia ingenua del risveglio.

Una sera--veniva ancora qualche volta alla sera--gli comunicai la risoluzione di raggiungere mio marito a Parigi. L'improvvisa notizia lo scosse ma in fondo conservava forse una certa incredulità. Mi guardò intensamente come per vedere se avevo un secondo fine e la diffidenza tornò a sfiorarlo.

--Perchè andreste a Parigi proprio ora?...

Presi la lettera di mio marito e gliela lessi tutta, facendogli notare che Alessio entrava nel suo settimo anno e che se suo padre cominciava ad occuparsene il mio dovere era di secondarlo.

--In fondo non vi dispiace a andare a Parigi. Deve essere così.

Ignoro quale espressione di intima tristezza salì in quel momento dal mio cuore al mio volto perchè Egli soggiunse con una pronta effusione di simpatia:

--No, no, Parigi non è fatto per voi. Vi troverete peggio che in un deserto e vi tornerà spesso in mente questa casa e queste campagne.

--Sì, lo credo.

--E tutto quello che lasciate qui.

--Anche.

Sopra queste parole ci fermammo. Avevo l'impressione che qualcuno nel salotto ci stesse a guardare. Erano forse le ore dell'anno trascorso, le ore piene di luce e di tenebre che non dovevano tornare mai più.

--Che cosa faranno--disse Egli, colla intonazione scherzosa che gli serviva quasi sempre per nascondere un sentimento profondo--queste sedie, queste poltrone, questo tavolino da lavoro così pieni della vostra fisionomia e del vostro profumo?

--Riposeranno sotto le loro coperte di tela greggia.

--E i vostri due vecchi?

--Poveri vecchi!

--Ed io?.....

--Ah! voi...

Qualcuna delle ore che ci stavano ascoltando dovette fremere nel suo involucro di larva; mi parve che un velo sbattesse nell'aria; mi sentivo presa da mani invisibili. Egli ripetè a voce bassa:

--Che farò io?

--Voi--(era appena un soffio la mia voce) prenderete una compagna.

--E se non volessi prenderla?

Tacqui. Egli ripetè con grande ardore:

--Se non volessi prenderla, dite?...

Non aveva fatto un sol passo verso di me, il suo corpo era rigidamente immobile, ma negli occhi gli bruciava una fiamma.

Misurai tutti i confini della tentazione, ne vidi la profonda dolcezza, sentii salire a me da oscurità ancora inesplorate inauditi fantasmi di ebbrezza e di passione. Una sola parola che pronunciassi ed Egli era mio--lo sentivo--tutto mio in quella solitudine beata, lungi dal mondo, nella primavera che rinasceva, nel mio cuore che si era aperto all'amore, che tremava e palpitava sotto il suo sguardo e nella visione della sua carezza. Tutto si sarebbe rinnovato; le soavi sere, i colloqui confidenti, l'abbandono dell'anima, la gioia di vivere insieme... Era così violento il desiderio che ne tremavo. Ma che cosa ne vedeva Egli? Col capo chino sul mio ricamo tentavo di contarne i punti e solo dopo averli contati risposi:

--Fareste male. Le vie del sogno sono molte, quella della vita è una sola. Dovete ammogliarvi.

--Siete sincera?--domandò, figgendomi gli occhi in volto.

Pensai che un momento di debolezza mi avrebbe perduta irremissibilmente.

--Lo sono--risposi.

Egli mi lanciò uno sguardo acuto e chinò la fronte.

Fu quello uno dei nostri ultimi colloqui. Avendo scritto a mio marito che acconsentivo a andare a Parigi col bambino, mi rispose invitandomi ad affrettare la partenza perchè avrebbe potuto venirmi incontro a mezza strada. Il destino aiutava così il mio coraggio.

L'inverno era quasi finito, la temperatura non era più rigida e qua e là si squagliava la neve; il mio giardino esposto al sole non ne serbava più traccia. Guardando i rami nudi delle acacie pensavo con malinconia che non li avrei visti fiorire.--Oh! mia diletta signora, aveva esclamato l'Orsola piangendo--quando ritornerai io sarò morta.

Dovetti nascondere anche a lei la mia angoscia, mentre salutavo in silenzio tutte le piante, tutti i sassi, tutti i muri. Andando in chiesa una domenica--l'ultima domenica--salutai pure da lontano la Querciaia ricordando il giorno sereno in cui l'avevo visitata con altri occhi e con un altro cuore.

--Io so--dissi a mio cugino la vigilia della partenza avendomi sorpresa dinanzi al cembalo occupata a riunire la musica--che dovrò pur rivedere questi cari luoghi e questi cari oggetti, ma li rivedrò io _come sono ora_?

--Siatene certa. Che mai si perde lungo la vita se non la materialità del fatto? Lo spirito delle cose è immortale. è questo in fondo ciò che noi amiamo.

Egli sapeva dire, come sempre, al momento opportuno le parole più penetranti. A un tratto mi chiese:

--Fate conto di portare questa musica a Parigi?

Ebbi un momento di confusione durante il quale dai tasti del cembalo gemettero le patetiche battute della canzone antica, ma ripresi subito:

--Occorre forse?

Una segreta involontaria espressione dovette trapelare dalla mia voce perchè Egli non diede alcuna importanza al suono di quelle tre parole e subito ne penetrò il significato di profonda tenerezza. Vidi allora il suo bel volto rischiararsi e l'anima sua venire a me fiduciosa ed intera. Era questo che Egli aveva sognato nelle prime aurore del suo affetto, prima, assai prima che l'oscuro mistero dei sensi lo acciecasse? Era a questo che Egli pensava la sera memorabile in cui mi aveva detto: "Non vi immaginate il bene che potrebbero fare le donne riconducendo la fede nel cuore degli scettici?" E comprendeva anche questo--questo sopratutto--che solo da una ispirazione alta poteva nascere un amore come il mio? Io lo credo; altrimenti non avrebbe avuto il suo sguardo tanta serenità e tanta dolcezza.

Ogni dubbio era scomparso oramai. Dalla penombra del cembalo dove si era posto vidi sorgere in Lui un desiderio soave di comunione che aveva qualche cosa di toccante nella maschia fierezza di quell'anima. Pensai allora: Una donna--Emma od un'altra--verrà a prendere un posto nella sua casa vuota, nel suo cuore appassionato. Molti cambiamenti troverò certo ritornando di qui ad alcuni anni, molti fiori morti, molte cose morte e qualche sepolcro sarà pure dentro di me.... ma chi mi potrà togliere questa suprema gioia di avergli dato, io, una fede?

Ero presso alla finestra. Sollevai la cortina color di fiamma guardando giù nel giardino. Nei primi tempi della nostra relazione mio cugino aveva osservato che esso era troppo ben tenuto, troppo regolare, che gli mancava la poesia e il mistero dei luoghi abbandonati. Ecco--pensai--ora si vestirà della poesia che gli manca; verrà l'abbandono a tessere le sue fitte ragne intorno alle aiuole, verrà la tristezza, verrà il mistero ad oscurare l'ombra degli alberi e verrà mai l'ala dei nostri spiriti a battere insieme su questo sentiero dove pur senza confessarlo ci amammo?

Egli mi si pose accanto, mi prese la mano. Io continuai tuttavia i miei pensieri e accarezzando cogli occhi i dolci rosai che nella brezza di marzo si preparavano alla rinascenza udii la sua voce profonda che mormorava:

--Dunque addio, Myriam. Ci rivedremo?

Gli strinsi la mano con un leggero indugio, senza voltare la testa, senza guardarlo, senza parlare; ma Egli ben comprese questa volta ciò che nascondeva di malinconico e di ardente il mio silenzio.

FINE.