Part 6
Ponevo allora la mano sulla canzone antica. I ricordi della sera felice in cui l'avevo cantata per Lui mi diedero una stretta al cuore così violenta che sentii il bisogno di padroneggiarmi. Feci scorrere le dita sulla tastiera e ne trassi il motivo più allegro e più comune, insistendovi, colla tenacia aperta di chi vuole ubbriacarsi a qualunque costo. Colla coda dell'occhio vedevo il suo volto contrariato e pensavo:--Oh! se parlasse adesso! Ma nello stesso tempo ero presa da un terrore folle che mi faceva precipitare le note in una ridda vertiginosa di un effetto violento. Aveva Egli detto qualche cosa? mi pareva poichè per un istante il suo respiro era venuto verso di me recando un suono; ma che cosa aveva detto? Temevo troppo di saperlo. No, no, quello non era il momento. Lo avevo aspettato per tanto tempo; ora non più. Non ero preparata... non ne avevo la forza.--Lo... lo... ma la fatale parola che echeggiava tutto intorno a me non dovevo nemmeno in quel momento pensarla. Ah! Se invece di parlare Lui, avessi parlato io? aah! aah!... se mi avesse indovinato? mai, mai, questo mai!
Rovesciai la testa indietro come trascinata dalla musica, presa da un accesso di ilarità convulsa e prolungata. Egli stava in piedi e teneva fra le mani un piccolo regolo che aveva levato in quel momento dal tavolino. I nostri occhi si incontrarono con un incrociamento acuto, quasi feroce da parte sua. "Vi batterei" disse. Se non fosse stato quello sguardo avrei potuto credere che si trattasse di uno scherzo, ma in quello sguardo avevo veramente sentita la percossa.
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Una donna d'ingegno od anche solo esperta della vita e del cuore umano avrebbe saputo trovare la parola efficace nel momento opportuno per finire una situazione equivoca e penosa. Io no. Riconoscevo la mia pochezza, la mia assoluta inettitudine. Amare e soffrire; non potevo far altro. Era forse per questo che Egli mi disprezzava? Non sapeva dunque che cosa vuol dire amare? Le altezze sublimi del suo spirito non lo avevano ancora portato su quella vetta dove l'universo scompare, dove senza pompa e senza riti si compie nel mistero della natura l'olocausto di un essere a un altro essere. Egli che aveva creduto di vincermi in un amore piccolo e volgare non sapeva di quale fiamma ardevo io. Non sapeva, non sapeva, Lui che sapeva pure tanto della vita!
Questo pensiero era il mio unico conforto, il mio rifugio, il mio orgoglio.
Ma il contegno di mio cugino doveva mutare ancora. Non più iroso nè sdegnoso, non più l'intenzione visibile di offendermi che era pure un modo di occuparsi di me; egli trovò un sistema di spensieratezza, di giocondità impudente che mi feriva molto di più e che mi disorientava. C'era in esso questo sottinteso: Povera donnicciuola che ti lusingasti per un istante di avermi allettato colla tua giovinezza appassita, la tua triste casa, il tuo piccolo cuore--vedi il volo della mia forte gioventù e fatti da parte. Nulla abbiamo di comune, io non mi curo di te.
Così ad ogni nuovo colloquio, contrariamente ai primi che tanta gioia e tanta ricchezza mi portavano, mi sentivo sempre più povera e meschina. L'evidente suo desiderio di ritogliermi tutto quello che mi aveva dato di simpatia, di stima, di confidenza, di devozione, di elevazione sembrava veramente farmi il vuoto d'intorno. Il filo che ci teneva uniti si assottigliava di volta in volta spaventosamente e il timore che si spezzasse mi faceva trascorrere fra un'ansia indicibile i giorni in cui non si lasciava vedere. Io volevo riconquistarlo a qualunque costo.
Oh! le malinconiche serate dell'inverno, con Alessio che si annoiava sui suoi libri dipinti, con Orsola e Pietro che mi guardavano in silenzio dal fondo dei loro occhi semplici e buoni, forse indovinando! Che tenerezza mi prendeva per quei cari vecchi il cui affetto si chiamava vita!
Ero, in certi istanti, vile. Quando l'angoscia mi stringeva più terribile mi veniva la pazza tentazione di domandargli una tregua, di muoverlo a pietà per il mio cuore che sanguinava. Mi pareva che gli avrei io chiesto scusa pur di rivedere il suo bel sorriso di un tempo e sentirmelo vicino con quella muta palpitazione delle fibre che tradisce la simpatia. Pure, quando Egli veniva a trovarmi, appena il suo passo ne rivelava la presenza anticipandomela, ogni sogno folle precipitava in fondo al cuore. Lo salutavo senza una alterazione nella voce, gli porgevo una mano di marmo; la mia freddezza sembrava crescere per una violenta reazione quanto più lo avevo desiderato e invocato, ma non era forse qualche volta eccessiva?
Un giorno temetti di essermi rivelata. Egli era entrato ilare e giulivo secondo il solito, forse con una punta di cattiveria nelle pupille della quale non mi accorsi che più tardi ripensandovi. Dopo i primi discorsi superficiali esclamò:
--Finalmente non sono più solo alla Querciaia. Rammentate il padiglioncino a destra, quello che fece fabbricare mio padre per disporvi le sue raccolte botaniche? Ebbene, l'ho affittato a due signore, madre e figlia, che avendo subìto dei rovesci di fortuna dovettero ritirarsi in campagna. È una buona notizia, nevvero? molto più che la figlia è un angelo di bellezza.
Centinaia di lucciole mi passarono davanti agli occhi. Egli mi domandò: "Vi sentite male?" con un tale accento che se avessi dubitato delle sue intenzioni me ne doveva rendere certa. Risposi che soffrivo da qualche tempo di capogiri, che li attribuivo alla mia vita troppo rinchiusa. Ardevo di chiedergli dei particolari su quelle signore, ma me ne guardai bene. Egli che aveva tanto desiderio di darmeli quanto io di saperli me li lasciò cadere dall'alto con preziosità ostentata. Disse che la signora era vedova di un colonnello, che era molto distinta, che sembrava assai delicata di salute; che la figlia le usava i più teneri riguardi, che era un piacere vederle insieme strette dal più soave degli affetti e così dignitose nella loro solitudine.
Feci subito la riflessione che amavo tanto anch'io il mio piccolo Alessio, che eravamo noi pure ben soli, peggio ancora che soli, abbandonati: e un gruppo di lagrime mi costrinse a sbattere le palpebre, tossendo, soffiando forte come presa da una infreddatura.
Di lì a poco, mentre si parlava d'altro, mio cugino soggiunse improvvisamente che la fanciulla era molto alta di statura, elegante e che somigliava un poco al ritratto della sua leggiadra bisavola. Oh! questo poi! Perchè doveva somigliare alla sua bisavola, proprio lei! La strana affermazione prendendomi alla sprovvista non mi permise di trattenere una esclamazione di protesta assai vivace.
--Ebbene, che c'è? Perchè vi riscaldate?
--Non è possibile!
--Perchè non è possibile? Credete che il volto di Elena abbia beato solamente i suoi contemporanei? Tutto si rinnova nella natura.
Qualche idea se non assolutamente simile certo molto vicina, era già stata scambiata fra noi in occasione della mia visita alla Querciaia. Ero stata io a parlarne per la prima, ed Egli aveva allora guardate le mie mani e gli era sembrato forse che somigliassero a quelle della sua bisavola....
Come tutto ciò era lontano benchè due soli mesi fossero passati!
Il morire di quel giorno mi parve ancora più triste dell'usato. Riprendendo a poco a poco le vecchie abitudini, dacchè mi trovavo sola, Orsola e Pietro davano delle capatine nel mio salotto offrendo alla mia mestizia l'ingenuo conforto delle celie che conoscevo da un quarto di secolo e che non bastavano più a distrarmi. Ero presa da una specie di sgomento davanti a quei due esseri che erano invecchiati così placidamente nella mia casa, vicini e calmi come i due vasi dalla fioritura di zinco che ornavano i pilastri del cancello. Quante volte le brine erano cadute davanti a loro ed erano fioriti i mandorli e gli uccelli avevano cantato e le farfalle si erano inseguite lungo le siepi ed aveva odorato cupamente il bosso in fondo alla selva senza che essi avessero chiesto di più alla vita! La giovinezza non li toccò, la vecchiaia li raggiunse sfiorandoli appena, la morte li attendeva con braccia di madre. Domandai loro in un momento di tenerezza se non avessero mai amato. La donna mi rispose di no, l'uomo sorrise. Chi di essi aveva ragione?
Io venivo frattanto a conoscere sempre più la inenarrabile malinconia delle cose. Somigliava il mio salotto a un cimitero sparso di croci; vi piangevo nel vano della finestra le illusioni fuggite sui fili azzurri e rosei delle mie sete da ricamo e accanto al cembalo le note appassionate della canzone che non avevo più avuto il coraggio di cantare. Un parafuoco che Egli soleva prendere in mano per gingillarsi durante le nostre discussioni, una coppa di bronzo che Egli ammirava, il posto dove aveva l'abitudine di mettersi, la sedia che preferiva e la luce che gli era più cara rappresentavano a' miei occhi i termini del sentiero che avevamo percorso insieme. Mi dicevano: è finito, di qui non passerai più. Sì, lo sentivo, tutto era irrimediabilmente finito senza ebbrezza e senza colpa, quasi senza lotta, così--finito!
La regolarità della gradazione che mio cugino poneva nel rendere le sue visite più rare e più brevi mi dimostrava la freddezza del suo calcolo e mi faceva perdere anche l'ultima speranza che avessi potuto avere in una amichevole spiegazione. C'era qualche volta tanta ferocia nella sua indifferenza, tanta durezza nel suo disdegno, lanciava con tanta voluttà le parole più atte a ferirmi che mi riusciva di sollievo la fine della sua visita e lo salutavo anch'io con freddezza e con indifferenza. È ben vero che mi struggevo internamente in un folle desiderio di abbracciare i suoi ginocchi che mi faceva prendere in orrore me stessa, per ricominciare poche ore dopo la sua partenza a desiderarne il ritorno.--Questo lavoro di sdoppiamento continuamente rinnovato, queste violenti repressioni che non impedivano la reazione di inauditi ardori abbattevano la mia salute, non potei nasconderglielo, e anche questo gli servì per pungermi. Disse che mio marito aveva ragione di lasciarmi in campagna, che la donna è una creatura imperfetta, di ostacolo e d'impaccio sempre alle forti lotte maschili, salvo--Egli soggiunse con un raddoppiamento di crudeltà--qualche rara eccezione di florida giovinezza che bisognava tanto più ammirare ed amare.
Mi trovò in un pallido pomeriggio della fine d'autunno semi-sdraiata sul divano. Vedendolo tentai subito di alzarmi, respingendo una pelliccia che mi copriva le gambe.
--Restate, restate--disse--sono avvezzo a tali cose oramai; la mia vicina è sempre ammalata. Questa è anche una ragione per cui mi vedete di rado, le dedico tutto il tempo disponibile; faccio bene nevvero?
C'era nel suo accento una nota di durezza che non volli rilevare.
--Io lo penso--risposi.
--Mi sembrate accesa in volto.
--Deve essere una fiamma momentanea, ho freddo invece. L'inverno si annuncia rigido quest'anno.
--Tutt'altro. È un tempo splendido per passeggiare; sicuro bisogna essere sani. La signorina Emma... ve l'ho detto che la signorina si chiama Emma...
--Non so, non ricordo...
--Emma! il più bel nome che io conosca. Non è vero che è un bel nome?
Mi trovavo del parere contrario; tuttavia un sentimento di fierezza mi impedì di contraddirlo apertamente. Frattanto Egli insistette:
--Non è vero? Non è vero? Dite che è bello.
Allora soggiunsi con indifferenza:
--Se vi fa piacere! Sapete, è questione di gusti.
--Lei che è la viva immagine della primavera--soggiunse mio cugino con fuoco--non sente punto l'inverno; ha bisogno di muoversi, di camminare. Sua madre mi permette di accompagnarla qualche volta in fondo ai prati--non più in là, si capisce--ma sono passeggiate deliziose. Ora Ella mi precede colla sua bella figura onduleggiante, ora mi sta a lato inebbriandomi della sua vicinanza, di quel fresco odore di mammola che hanno certe fanciulle... è curioso, a guardarvi adesso mi sembrate pallida.
--Non vi badate.
--Scherzi nervosi senza dubbio.
--Può darsi.
Fin qui arrivai a rispondere; dopo, un tintinnio nelle orecchie e un velo davanti agli occhi mi impedirono di seguire il filo del discorso, senza però che Egli se ne accorgesse, essendomi celate le mani e mezzo il volto sotto la pelliccia. Ma forse Egli ebbe allora un impeto di compassione; mi accomodò delicatamente la pelliccia intorno alle braccia e vidi nei suoi occhi un raggio dell'antica luce. Tremai tutta ed ebbi paura di me. Come lo amavo, come lo amavo, se il solo tocco della sua mano mi faceva beata in mezzo a tanta umiliazione!
--Myriam--così Egli disse per tentarmi, già pentito della sua bontà--non vi dispiace che vi prenda per mia confidente?
--Perchè dovrebbe dispiacermi? Io sono sempre quella che conosceste.
--Quella, quale?
--Colei che vi accolse or fa un anno unico suo parente e che da voi apprese la via delle verità superiori.
Un lungo silenzio seguì le mie parole. Potei credere per un istante di essere tornata ai dolci e profondi colloqui di un tempo. A un tratto Egli esclamò:
--Non conoscete la vita, non sapete nulla, non comprendete nulla.
--Ohimè--feci quasi involontariamente--lo temo.
Egli proseguì con violenza.
--Avete voi solamente un concetto dei diritti dell'uomo, del suo posto di fronte all'esistenza? Sapete di quali lotte, di quali combattimenti noi abbiamo bisogno? Sapete che ardente focolare d'amore sia il nostro cuore?... Oh! non interrompetemi. Non mi parlate dei vostri amori di femminuccia fatti di lagrime e di rinuncie. Noi nell'amore vogliamo il trionfo sempre, la vittoria sempre e quando non ci riesce di ottenerli il nostro cuore è così vasto che accogliamo in esso l'odio e la vendetta. Misere, misere animuccie che ci venite a parlare di perdono nello stesso modo che rechereste colle vostre piccole e bianche mani inermi un secchiolino d'acqua per spegnere un incendio!
Pronunciando le ultime parole si era alzato. Il suo volto aveva una fierezza dolorosa, le labbra erano contratte, gli occhi scintillarono tutti invasi dalla sua anima. Io credo di non averlo mai amato tanto come in quel momento. Vidi allora ed abbracciai i suoi più intimi pensieri, li accolsi in me, li strinsi dentro di me, compresi le sue lotte, i suoi dolori, le sue intime tristezze; fui sua in uno slancio irresistibile quanto occulto. Volli parlare, ma nessun accento uscì dalla mia bocca.
--Mi accorgo di stancarvi, vi lascio--disse Egli con una dolcezza protettrice e benigna, come se lo sfogo precedente lo avesse calmato.--Guarite!
Gli stesi la mano in silenzio. Egli la prese senza stringerla. Disse: Avete freddo ancora? ed avendo io risposto di no, col capo, si avviò per uscire; ma dopo pochi passi riprese voltandosi indietro:
--Vi mando l'Orsola?
Feci uno sforzo per sorridere.
--Grazie, sto bene.
Non era precisamente quello che volevo dire; non era, ad ogni modo, tutto. Mi rizzai sul gomito seguendo ansiosamente collo sguardo la sua persona che stava per scomparire. Apersi le labbra, sospirai, ricaddi. No, non poteva ancora comprendere.
Però dopo quel colloquio mi sentii più forte. La mia strada si veniva delineando retta e sicura; perseverare doveva essere il mio motto, non importa a quale prezzo. Sarebbe stato assurdo se avessi preteso di lesinare sul prezzo di un premio così ardentemente agognato come il suo amore--oh! non il volubile e basso amore ch'Egli m'aveva offerto, ma l'amore nuovo, peregrino che Egli stesso vagheggiava senza potervi credere, a cui aveva accennato una volta chiamandolo _una cosa grande_ e del quale senza dubbio non mi giudicava degna--dimenticando che ero della sua famiglia e che in me pure ferveva un desiderio di emulazione, quasi un bisogno di lotta e di conquista.
Era precisamente dinanzi alla sua forza che si era risvegliata la mia; era dinanzi al suo piccolo orgoglio d'uomo che la mia coscienza mi apriva la via ad un orgoglio superiore, dal quale mi veniva tanto coraggio e tanta fede insieme. Dare, dare ancora, dare più di quanto si ottiene e di quanto si può sperare, non è questo il divino segreto dell'amore? Dare tutto è molto, ma dare il meglio è più che dare, poichè implica la scelta e l'innalzamento.
La principessa che amando sotto spoglie bestiali un principe degno di lei gli fece il dono della sua gioventù e della sua bellezza, non avrebbe amato che a metà se il principe non doveva per forza del di lei amore riprendere i caratteri di creatura spirituale. Nella favola tutto procede per la completa felicità--il principe e la principessa si sposano--ma la vita offre di rado la felicità completa. Bisogna scegliere. Io non dubitavo di avere scelta la parte più preziosa, quella che il tempo non può distruggere, che gli uomini non invidiano e non insidiano, che non mi avrebbe data nessuna gioia esterna, ma che doveva essere il tabernacolo delle mie più segrete compiacenze.
Fu in uno di quei giorni che Orsola venne a farmi la confidenza delle relazioni che passavano fra mio cugino e le pigionali della Querciaia, concludendo:
--È evidente che la vecchia signora tende le reti per procurare un marito a sua figlia.
--Non è forse un giudizio temerario?--mi arrischiai a dire, con calma, quantunque il mio cuore palpitasse d'ansia.
--Tutto il paese ne parla. Parlerebbe se non ci fosse niente?
--Sai bene che la malignità è sempre pronta. È così facile pensar male!
--Ma si tratta di fatti e non di pensieri. Egli passa la giornata da quelle signore e come non bastasse esce per i prati insieme alla signorina.... Io, se fossi madre, non lo permetterei, ma quella signora le dico ha il suo fine.
--Dopo tutto è un fine onesto.
Pronunciai certamente queste parole con un fil di voce, perchè l'Orsola non vi badò e stava per continuare le sue indiscrezioni, se io non avessi provato una crescente vergogna dello stare ad ascoltarla e non le avessi imposto recisamente il silenzio.
Con queste piccole vittorie mi abituavo al dominio di me stessa; quasi ogni giorno rinunciavo a una gioia, a una curiosità, a una lieve soddisfazione, tendendo tutte le mie forze a raggiungere ciò che era oramai il mio unico scopo, che doveva tenermi luogo di felicità: mostrarmi degna di Lui. E mi abituavo pure a pensare la mia vita priva di Lui, a sostituire a Lui i suoi ideali, spiritualizzando la mia passione, elevandola alla dolce religiosità di un culto. Mettevo un ardore tenace a cancellare dalla mia memoria ciò che avrebbe potuto rimpicciolirlo per ricordarmi solo della benefica influenza che aveva esercitata sopra di me colle qualità del suo ingegno e del suo animo così nobilmente virile. è questo che dobbiamo fare noi donne: emulare l'uomo nelle forze spirituali, non per contendergliele, ma per aggiungervi le nostre idealità. La sfida che Egli m'aveva lanciata una sera nel viale del mio giardino, si svolgeva ora cogli inevitabili particolari cruenti. Oh! Dio, non somigliava al terribile combattimento narrato nella sacra scrittura di Giacobbe lottante una notte intera nella oscurità con un angelo? Lo stesso mistero dolente ci avvolgeva, i nostri colpi cadevano ciechi nel buio, ma al pari di Giacobbe io sentivo che avrei vinto. Che importano allora le ferite?
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La chiesa del nostro villaggio era piccolina e molto antica. Collocata sopra una altura, vi si accedeva per uno di quei sentieri scaglionati nella montagna, dove l'erba cresce tra sasso e sasso, che è così dolce salire lentamente nelle mattine bianche o nei pomeriggi soleggiati, colla pace nello spirito e la fede nel cuore. Io l'amava particolarmente, la chiesetta. I miei genitori vi si erano sposati; vi ero stata battezzata e sposata io pure e molti sogni, molte aspirazioni indefinite vi avevano preso il volo insieme alle nuvole d'incenso e alle rose offerte alla Madonna. La conoscevo palmo per palmo, dalle pareti grigie al soffitto di legno e all'unico altare di stucco verdastro colle statue dei quattro apostoli. Sapevo che non era bella, me lo avevano detto; ma a me, poichè l'amava, sembrava anche bella.
Tutte le domeniche prendevo il mio posto nel banco di famiglia con Orsola e con Alessio ed era un'ora ben soave quella che passavo così, tranquilla, nella dolce religiosità del culto cattolico, in mezzo alle umili e buone donne del villaggio. Le distinguevo una per una; elle sorridevano dai loro posti al mio bambino e facevano all'Orsola dei cenni amichevoli. Ma una domenica--Alessio era leggermente indisposto--andai sola.
Volgeva la fine di novembre, un novembre grigio e freddo che vestiva di tristezza tutte le cose; eppure, camminando sotto gli alberi mezzo sfrondati, nella reliquia delle foglie che già da lungo tempo cadute stendevano sul terreno un tappeto bruno chiazzato di giallo, era in me una insolita energia che mi faceva tenere la testa alta e aspirare con avidità la brezza pungente, già quasi invernale. Mi stringevo nel mio abito un po' troppo leggero con una intima sensazione di resistenza fisica in perfetta armonia colle mie lotte interne. La salita la feci leggerissimamente, portata da una forza occulta su per il declivio erboso fino alla porta della chiesa. Un vecchio cieco che da vent'anni vi tiene dimora vendendo le immagini mi riconobbe non so se al passo o al fruscìo del mio abito.--La pace sia con voi--disse e l'augurio mi scese al cuore, dolcissimo.
Trovai la chiesa piena di gente, le sacre funzioni già incominciate. Avviandomi al mio posto fra il gruppo delle donne inginocchiate che si stringevano per lasciarmi passare, vidi accanto alla pila dell'acqua santa due signore; una attempata, l'altra giovanissima. Non ebbi bisogno di chiedere chi fossero. Un tuffo nel sangue me lo disse. Raggiunsi il banco a tentoni e mi inginocchiai o piuttosto caddi nascondendo il volto fra le mani.
Venivano certo per la prima volta in chiesa perchè io non ve le avevo mai scorte. La persona cadente della vecchia signora, la sue guancie profondamente emaciate, serbavano traccie di una nobile bellezza sulla quale la malattia lenta e implacabile aveva già posto il suggello sacro della morte. Fu una apparizione che mi impressionò oltre ogni credere. Della figlia non mi fu dato vedere che l'alta figura elegante e snella come l'aveva descritta mio cugino; girò la testa al mio passaggio, ma io l'avevo già oltrepassata e nulla potei afferrare della sua fisionomia. Però, durante la messa, sentii la loro presenza ossessionante e quella vaga specialissima sensazione di malessere da cui siamo presi quando abbiamo qualcuno alle spalle che ci osserva e che noi non possiamo osservare.
Appena terminati i divini uffici uscii. Nel ripassare nuovamente davanti alle due signore speravo di poterle vedere meglio; non fu così, perchè al momento opportuno, invece di sollevare gli occhi, fui presa da uno scrupolo bizzarro e chinai il capo affrettando il passo.
Fuori, sulla spianata deserta, mi fermai a respirare fortemente l'aria che così frizzante e cruda mi entrava con un grande refrigerio nel petto. Anche quella prova era venuta! Tutto arriva, fatalmente, inesorabilmente, di ciò che deve arrivare.--Oh! mio Dio!--pensai--datemi forza fino alla fine.--E poichè i fedeli già uscivano in folla dalla chiesa mi allontanai con maggiore rapidità, dileguandomi sotto gli alberi, con fermezza sì, ma non senza affanno; lo conosceva questo affanno il mio cuore che sembrava essersi fatto piccino piccino e non battere più che colla lentezza di una agonia..................................................... ..................................................................
Nevicava da tre giorni senza interruzione; un deserto bianco mi separava da ogni essere vivente. Sapevo da Pietro che le strade erano quasi impraticabili e mi parve una giustificazione sufficiente per mio cugino che non vedevo da due settimane, motivo per cui restai molto sorpresa una mattina, al trovarmelo innanzi.